Grecia: tutto il potere agli indignati?

In realtà avrei voluto scriverne già l’anno scorso, poi tra una cosa e l’altra non l’ho fatto, ma vedo che nonostante tutto la mia perplessità vale tutt’ora.
Quando la Grecia stava emettendo i primi serî scricchiolî, ma la bancarotta e/o l’abbandono dell’Euro erano reputati più che altro ipotesi fantasiose, avevo fatto qualche giretto in rete, in cerca di scenarî sugli effetti di un eventuale tracollo monetario ellenico.
Ne ho trovati diversi, e anche minuziosi, ma praticamente tutti consideravano unicamente agli effetti economici; di norma dipinti come catastrofici, tra l’altro.
E anche ora, dopo il fallimento delle ultime elezioni, e mentre nessuno ha idea di cosa produrranno le prossime, tra un mese, e la bancarotta e l’uscita dall’Euro sembrano praticamente inevitabili: sento parlare unicamente di eventuali effetti economici. Solo di effetti economici.
È questo che mi perplime, e non poco: davvero si ritiene che un collasso economico greco, specie se rovinoso, potrà non aver alcun effetto politico?

Per effetto politico non intendo un semplice cambio di governo, anche tumultuoso e a furor di piazza. No. Intendo qualcosa di ben più radicale.
Già le misure d’austerità adottate finora non sembrano aver ben disposto larghi strati della popolazione.
In caso di bancarotta o uscita dall’Euro, gli scenarî economici parlano di disoccupazione e prezzi alle stelle, e crollo del potere d’acquisto, con scarti a doppia cifra. Ci sarà gente che non avrà di che lavorare, di che mangiare. E non poca gente. E non per qualche settimana.
Non solo: non è da ieri che la democrazia rappresentativa e partitica sembra sempre meno convincente nelle sue capacità di risolvere i problemi. Poco importa se risulta inefficente soprattutto nei paesi, come Grecia o Italia, dove più che una democrazia rappresentativa abbiamo una democrazia clientelare, nepotistica e dinastica, e un’economia che vive o, meglio, vivacchia su corruzione, sommerso ed evasione fiscale.
Nel resto d’Europa ci saranno democrazie che tutto sommato non se la cavano male, ma in Grecia e paesi circumvicini sono ormai molti quelli che, a torto o a ragione, riconducono tutti i mali attuali alla democrazia e alla politica, tanto da arrivare a definirle come politica e democrazia false, contrapposte alla democrazia e alla politica “vere­”, quelle partecipate, assembleari, fatte dal basso, la democrazia più o meno diretta, quella “del popolo” e della rete contro quella mediata “dei partiti”.
Insomma, un lento processo di erosione ha scredito la politica nelle sue strutture formali e tradizionali, che sembrano sempre più vuote, inutili o addirittura dannose, e questo non più soltanto tra quelle frange volutamente antisociali che sognano la rivoluzione. E ora ecco che l’economia fallisce, nelle case i piatti restano vuoti, e il lavoro non c’è più.
Colpi letali cominciano a scuotare un albero già roso all’interno.
È così difficile ipotizzare per la Grecia uno sbocco violento? Uno sbocco violenti incontrollabile per le istituzioni? Che arrivi a travolgerle ? O che costringa di rimando le istituzioni, o parte di esse, o chi per esse, a rispondere con la forza?
Ma se così accadesse, quali sarebbe le ulteriori conseguenze?

Due possibilità, due scenarî fantapolitici.
Nel primo, il più banale, le istituzioni restano in sella ricorrendo alla forza, e quindi sospendendo le formalità democratiche. Un colpo di stato o qualcosa di simile, insomma, più probabilmente col ricorso ai militari, meno probabilmente opera dei militari stessi. Una svolta autoritaria giustificata dall’emergenza, per evitare la guerra civile. E siccome difficilmente tutta la popolazione accetterà di buon grado questa svolta, di forza per mantenere la calma ne dovrà essere usata molta, con tutte le conseguenze del caso.
Secondo scenario: le istituzioni vengono travolte, e il potere se lo prendono i protestatarî. Magari parte delle istituzioni li appoggiano pure.
Ebbene, sì: gli indignati al potere.
A questo punto va considerata una cosa: gli indignati, o i movimenti a essa affini, da Occupy Wall Street sino agli italiani 5 Stelle e i varî epigoni più o meno affini in giro per il Mondo, attualmente, sono gli unici portatori di una proposta politica ed economica alternativa, presentabile e perecepita come nuova, e già dotata di un favore non così minoritario tra la popolazione, e in buona parte del ceto intellettuale.
Attenzione. Sto parlando unicamente in termini di consenso politico attuale e possibile. Non sto dicendo che quella dei movimenti di cui sopra sia una proposta valida, sensata, applicabile nel concreto. Personalmente la penso in tutt’altro modo, anzi, e nutro forte scetticismo nei confronti di questi movimenti, sia nei (vaghi) contenuti che portano avanti, sia nei modi con cui sono portati avanti, sia soprattutto nella realizzabilità effettiva delle loro proposte.
Per la politica parlano di democrazia diretta; per l’economia le voci non sono (ancora) coerenti, ma nel complesso scorgo pulsioni verso una sorta di socialismo localista, se non autarchico; e c’è infine chi invoca la decrescita.

Ora, la democrazia diretta può funzionare nel paesello svizzero. Una nazione non la porti avanti con la democrazia diretta, non se vuoi fare politiche di lungo termine, non se vuoi evitare che saltino fuori gli inevitabili capi e capetti che, in nome del popolo o di maggioranze arbitrarie, slegati da garanzie e bilanciamenti di potere, finiscano a fare il bello e il cattivo tempo. Basta conoscere per sommi capi il decorso della Rivoluzione Francese per sapere come finisce in questi casi. O in alternativa si (ri)stabiliscono sistemi per mediare tra i capetti e la base, e per impedire che i primi o le maggioranze distruggano le minoranze, ma allora non è più democrazia diretta, ma la solita vecchia democrazia rappresentativa liberale, e si torna punto e a capo.
Localismo, autarchia e decrescita, da quel poco che so di economia mi sembra abbiano difficoltà intrinseche nello stare in piedi.
A meno che non si torni agli anni Cinquanta (se non prima, anche molto prima), con l’unica differenza che tutti i paesi d’Europa nel frattempo hanno diversi milioni di persone in più sul groppone, milioni di persone da sfamare.
Non credo proprio ci siano gli spazî per tornare ai tempi della sussistenza, e temo manchi anche la voglia generale, dato che la frugalità è soprattutto uno slogan retorico dall’intellettualità urbana e benestante, che difficilmente l’apprezzerà quando vi sarà costretta, e altrettanto il resto della popolazione, quella che lavora seriamente, per la quale il problema non è certo la troppa ricchezza, ma il fatto che quella attuale sta sparendo dall’oggi al domani.

Il punto è che un sistema economico inefficiente o addirittura balzano, basato su teorie belle a tavolino ma claudicanti nel concreto, non distrugge automaticamente la legittimità di chi ha le redini del potere. Specie se si è appena usciti da un sistema economico e politico molto più screditato.
In casi del genere ci vuole parecchio tempo, e parecchî disastri, per un nuovo rivolgimento politico, e nuovi esperimenti per salvare la baracca. Prima che succeda, chi il potere l’ha strappato dai precedenti governanti, saprà ricorrere a ogni strumento per tenerselo stretto, pur di “salvare la rivoluzione”. Le accuse a sabotatori e nemici della rivoluzione sono uno strumento eccellente in casi del genere, specie se la rivoluzione stessa era da principio imbevuta di teorie complottiste: è colpa dell’Euro, è colpa delle banche, è colpa dei politici…
Gli esempî delle rivoluzioni russa e cinese sono illuminanti in tal senso.
Tutto questo per dire che, secondo me, anche una rivoluzione greca degli indignati, se riuscisse a rovesciare lo status quo e andare al potere, pur con tutte le sue buone intenzioni sul potere al popolo e la decrescita felice, libertà e abbondanza (frugale) per tutti, sarebbe ben presto costretta a ricorrere alla forza, e a una forza sempre più indiscriminata, pur di far fronte a una situazione ancora o ancor più ingestibile.

La domanda qui diventa: immaginando che questo scenario si realizzi, come reagirebbe l’Europa?
Si terrà in seno un paese che ha ormai rinunciato alla democrazia, che ha scelto svolte autoritarie, o che sta provando a fare una (secondo me inevitabilmente effimera) “democrazia autogestita”? E nel caso, ancor più radicale, la Grecia optasse per una rivoluzione economica, abbandonando il liberismo, e avviandosi verso l’ecosocialismo o l’autarchismo o il decrescitismo, cioè adottando o provando ad adottare un sistema sostanzialmente incompatibile col resto dell’Europa, e col resto di quel mondo in cui la Grecia è attualmente inserita?
Sempre ovviamente che l’Europa resti intatta di fronte all’inevitabile onda d’urto del tonfo greco.
Onda d’urto economica ma, se il mio scenario immaginario non è scorretto, anche politica.
Cosa esclude, difatti, rivolte analoghe anche all’estero, specie in quei paesi i cui conti pubblici venissero trascinati nell’abisso dalla Grecia?
Inutile dire che uno dei primi candidati a seguire la strada di un’eventuale rivolta ellenica sarebbe proprio l’Italia…

Il femminicidio finlandese

Già un mese fa, a inizio aprile 2012, per qualche giorno s’è parlato parecchio del cosiddetto “femminicidio”.
In realtà era il piccolo culmine di un discorso che, nei media e nella rete, stava lentamente salendo da diverso tempo.
Fatti di sangue coinvolgenti donne, quasi sempre vittime di omicidio o tentato tale, riportati con regolarità dai media, con un’attenzione e uno spazio crescenti, ma soprattutto presentati come parte di una narrazione organica e coerente e, quindi, da ricondurre a uno sfondo comune, a un’eventuale causa comune.
Qualche giorno fa, fine aprile-inizio maggio 2012, ecco un altro picco nel discorso, e un piccolo salto di qualità, cogli appelli alla politica e/o la richiesta urgente che la società “faccia qualcosa”.
Forse è il caso di provare a fare il punto della situazione, e magari farsi qualche domanda, anche considerando che il discorso pubblico in merito potrebbe tenersi ben vivo nei mesi a venire, o addirittura salire ulteriormente in diffusione e intensità.

ricerche effettuate tramite Google per il termine “femminicidio” negli ultimi dodici mesi (cliccare per ingrandire)

Il discorso in rete mi pare caratterizzato da una certa uniformità nei media consolidati e un maggior conflitto d’opinioni nel pubblico (commentatori di quotidiani, tenutarî e commentatori di blog).
In generale, però, mi sembra largamente condivisa la volontà e la necessità di ricondurre il fenomeno a cause proprie della società tutta. Inevitabile, visto che i media avevano implicitamente presentati i singoli fatti come un insieme organico, come capitoli di una storia unica, impostando così una cornice difficile da contrastare. Le opinioni divergono quindi su quali siano le cause di questo fenomeno.
In realtà già il primo punto mi trova scettico, cioè che si tratti di un fenomeno emblematico di più ampie tendenze sociali.
Le cause che ho visto più spesso evocate sono le seguenti: la cultura maschilista arretrata che concepisce la donna come possesso; l’educazione italiana, spesso esemplificata dalla mamma chioccia (o castrante), educazione incapace di abituare i figli al rifiuto e all’autonomia emotiva; il profilerare, specie nella pubblicità, di immagini femminili semipornografiche, sessualizzate e oggettificanti.
La terza causa, in realtà m’è sembrata evocata meno spesso delle altre due. E la seconda meno della prima.
E forse è inutile dire che la prima e la seconda potrebbero essere etichettate come spiegazioni rispettivamente “femminista” (è colpa del maschilismo italiano) e “maschilista” (è colpa dell’educazione mammista italiana). L’etichettatura è sicuramente grossolana e semplicistica, ma comunque specchio del dibattito in corso, che di per sé non sembra tendere a eccessivi livelli di raffinatezza, bensì a smuovere emotivamente e polarizzare per identità contrastanti: è in corso una guerra che produce morti, bisogna decidere se stare da una parte o dall’altra, non si accettano compromessi, tentennamenti, obiezioni o domande.
Vale la pena sottolineare che le due ipotesi, quella “femminista” e quella “maschilista” identificano solo grossomodo una demografia di sostenitori divisa per genere sessuale: anche se in minoranza, si sentono voci di donne avanzare l’ipotesi “maschilista”, o voci di uomini quella “femminista.
Ma soprattutto bisogna sottolineare con forza che nel discorso ufficiale, a parte qualche sparuta eccezione, predomina in maniera schiacciante la prima ipotesi, quella che chiama in causa l’italico maschilismo e che presuppone al fondo una netta contrapposizione di genere, tra la donna vittima e il maschio aggressore, quest’ultimo implicitamente spalleggiato dall’intera popolazione maschile o dalla sua gran parte.
La petizione che nasce e circola in rete è in tal senso significativa fin dal suo titolo, ovvero Mai più complici; petizione scritta da donne, che evidentemente si presentano come portavoci di tutte le donne, per chiedere  “agli uomini [tutti] di camminare e mobilitarsi con noi, per cercare insieme forme e parole nuove capaci di porre fine a quest’orrore”.

Chi non si mobilita è un complice. A questo punto però non è ancora molto chiaro in cosa dovrebbe consistere, materialmente, questa mobilitazione.
Ma nell’impostazione generale del discorso e nel proliferante dibattito in rete è un’altra la cosa che ho visto spesso fare, e che ho trovato assai discutibile.
Si tratta della confusione flagrante tra due piani, quello dell’analisi dei fatti e quello del giudizio di valore.
Nell’interrogarsi e discutere sulle cause di questi omicidî, ho notato che determinate ipotesi vengono automaticamente squalificate come “giustificazioni per chi uccide le donne”.
In pratica sarebbe corretto affermare che le uccisioni di donne sono l’effetto diretto di una mentalità maschile diffusa, sono prodotti da un problema sistemico di tutta la società; e sarebbe invece scorretto affermare che si tratta di casi singoli, probabilmente ognuno con cause proprie, ma comunque cause che restano individuali (raptus improvvisi e imprevedibili; cecità indotta da gelosia o angoscia d’abbandono; incapacità di frenare la propria violenza).
Il problema è che qui correttezza e scorrettezza non sono misurate sui fatti.
Se un uomo uccide una donna, le cause precise e concrete dell’evento stanno nella testa del colpevole e nel contesto immediato del quotidiano che circonda lui e la vittima, che si spera gli inquirenti sapranno districare; se poi esista un contesto più ampio, questo eventualmente ce lo dirà chi studia la società, si spera lavorando seriamente e con rigore.
Questo significa analisi dei fatti. E finché i fatti non vengono indagati direttamente, non c’è molto da dire, a parte le ipotesi da bancone del bar (o salotto tv, o da forum/blog internettiano).
Il giudizio di valore è un’altra cosa. E non si può escludere a priori un’ipotesi a favore di un’altra solo perché quella sembra essere un alibi morale mentre questa no. Specie poi se si desidera che la responsabilità individuale, soprattutto in tribunale, resti ferma anche a prescindere dal contesto sociale.
Non si dovrebbe neanche rammentare che il richiamo alle “colpe della società” sono servite a lungo (almeno secondo alcuni) proprio per giustificare, e condonare, i colpevoli d’ogni tipo di delitto: “Vostro onore, è vero che ho ucciso la mia donna, ma che ci volete fare, è la società maschilista che mi ha portato ad agire così, è il sistema del patriarcato che ha armato le mie mani, e le ha mosse il testosterone cui mi condannano i miei cromosomi. Potete forse considerarmi colpevole?”
Che una causa ipotetica suoni come giustificazione è una questione di prospettiva.

In realtà si capisce che la questione è soprattutto di tipo politico, se non ideologico, per affermare prima di una qualunque analisi dei fatti la prospettiva secondo cui, sì, queste 100-120 donne uccise ogni anno sono vittime non solo dei loro assassini, ma d’un sistema culturale più ampio.

Eppure non servono nemmeno grandi ricerche per farsi almeno un’idea vaga su qual è l’ipotesi più fondata.
Basta un po’ di banale, gelida statistica: 100-120 vittime l’anno possono essere indubbiamente una tragedia enorme per chi vive direttamente l’evento ma, su una popolazione femminile di 30.000.000 (trenta milioni) sono ben lungi dal costituire un fenomeno. O, soprattutto, da permettere di ipotizzare cause sistemiche.
Eppure ho letto, nelle settimane passate, commenti parlare di “massacro”, “ecatombe”, “strage”, “eccidio” o addirittura “sterminio”.
Ma allora cosa dovremmo dire, per fare il primo esempio che mi viene in mente, dei suicidî femminili che, annualmente, di vittime ne mietono dieci volte di più, ovvero circa un migliaio l’anno?

Il ricorso alla statistica produce spesso un’immediata obiezione.
Si dice: d’accordo, contando a freddo le cifre sull’intera popolazione, forse le vittime non sono così tante; sono però la punta visibile di un iceberg sommerso fatto di violenze maschili e di disprezzo della donna che attraversano l’intero corpo sociale; si parte dalla pubblicità con le cosce al vento e si va su su sino allo stalking, allo stupro, e all’omicidio, e quest’ultimo non è disgiunto dal resto, è solo l’ultimo inevitabile anello di una tragica catena di misoginia.
Può essere. L’obiezione ha una sua logica. Ma anch’essa si rivela debole alla prova dei fatti, come ora cercherò di mostrare.
Al di là delle cause evocate, mi pare si dia per scontato che questi omicidî di donne siano un problema soprattutto italiano, in quanto appunto prodotto finale della condizione della donna in Italia che, rispetto agli altri paesi d’Europa, non è certo delle migliori. Anche in questo caso le cifre non mentono: per indipendenza economica e accesso al lavoro delle donne, l’Italia non brilla.
Ma per i cosiddetti femminicidî, come stanno le cose?
La petizione che ho già citato afferma recisamente che “un paese che consente la morte delle donne è un paese che si allontana dall’Europa e dalla civiltà”. In Europa non si uccidono le donne, par di capire.
Eppure tra giornalisti ed esperti, almeno tra quelli che ho letto in questi giorni sull’argomento, nessuno ha mai anche solo provato a operare un confronto effettivo con l’estero.
Ma si sa che i proclami fanno effetto, mentre le indagini richiedono tempo e pazienza.

E allora la ricerca me la sono fatta io.
I dati li ho ricavati da un documento del Ministero dell’Interno, che a sua volta li prende dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Mi auguro siano sufficientemente attendibili.
I dati riguardano i morti per omicidio nei paesi dell’Unione Europea tra il 1982 e il 2002. È un periodo sufficientemente lungo per consentire delle considerazioni generali.
Con questi numeri ho prodotto due grafici.
Il primo riguarda il numero di donne uccise o, più precisamente, il tasso di donne uccise ogni centomila abitanti.
Tra tutti i paesi disponibili, ho limitato il confronto a Italia, Francia, Germania, Svezia e Finlandia. Francia e Germania in quanto tra i maggiori paesi europei. Svezia e Finlandia perché noti per le loro politiche particolarmente attente riguardo alle istanze femminili e femministe.

Direi che i dati parlano da soli.
L’Italia si attesta nella media degli altri paesi, anzi, persino un po’ più in basso rispetto a Francia, Germania e Svezia. La civile Germania, a inizio anni Ottanta, aveva un tasso di donne uccise doppio rispetto a quello dell’arretrata Italia, per dire.
Soprattutto va notato che il tasso italiano è più o meno simile a quello attuale, e si sta parlando di dati che partono da trent’anni addietro. Il cosiddetto “recente aumento di femminicidî in Italia” di cui si parla in queste settimane è verosimilmente nient’altro che una fluttuazione periodica, inevitabile quando ci si focalizza solo su una manciata d’anni. Nel complesso la situazione italiana è stabile, e non da poco tempo.
Notevole invece la performance finlandese. E si tratta di un record anche a confronto con gli altri paesi dell’Unione Europea. Un tasso, a seconda dei momenti, siano a quattro o cinque volte superiore a quello italiano.
Il paese in cui si uccidono più donne, in Europa, non è la maschilista Italia, bensì la femminista Finlandia.
La patria europea del femminicidio non è l’Italia, ma la Finlandia.
Questo dovrebbe farci concludere, come immagino alcuni vorranno fare, che “il femminismo militante in politica aumenta le morti delle donne”? I maschî finlandesi uccidono le donne come reazione alla loro emancipazione?
Non direi, visto che la Svezia, che come femminismo militante ha pochi paragoni in Europa, mostra un tasso di donne uccise ben inferiore alla confinante Finlandia, e in linea col resto dell’Unione.
Se ci sono delle cause, vanno trovate altrove.
Il punto è che la Finlandia sconta un tasso d’omicidî molto molto alto sia per gli uomini che per le donne. La Finlandia è il paese dell’Unione in cui si uccide di più. Giocoforza sono tante anche le vittime femminili.
E, almeno da quanto ho letto in giro, pare che tra le cause ci sia il consumo eccessivo di alcool combinato con l’ampia disponibilità di armi da fuoco.

Il secondo grafico confronta il tasso di omicidî diviso per i generi delle vittime: quanti uomini muoiono in più rispetto alle donne nei varî paesi?

Anche qui i dati sono piuttosto chiari.
Nella macabra uguaglianza degli assassinî, vince la Germania, paese in cui la quantità di donne e uomini uccisi tende a equipararsi.
È in Italia, invece, che la sperequazione è maggiore.
L’Italia, nell’Unione Europea, è il paese in cui vengono uccisi molti più uomini che donne o, se si vuole, molte meno donne che uomini.
La linea relativa all’Italia, si noterà, subisce una lenta ma costante ascesa a partire dagli anni Novanta. Ma come si capisce dal primo grafico, non dipende da un aumento di donne uccise, bensì da un calo di vittime maschili.
E in ogni caso si tratta di una variazione che la porta in linea col resto dell’Europa, quell’Europa che, almeno così ci dicono, dovrebbe tollerare meno dell’Italia le donne uccise.

A questo punto si può tornare alle domande principali, e magari provare delle risposte.
Se gli omicidî di donne sono frutto di una cultura maschilista, l’unica è ammettere che in Italia c’è molto meno maschilismo che nel resto d’Europa, visto che nel resto d’Europa si uccidono più donne, e visto anche che in Italia si uccidono molte meno donne che uomini.
Oppure, in alternativa, se si ritiene che invece l’Italia sia un paese effettivamente maschilista (e personalmente ritengo lo sia, almeno per buona parte), bisogna ammettere che questo non è legato al numero di donne uccise, le quali, altrimenti, dovrebbero essere molto più numerose che nel resto d’Europa.
O il maschilismo italiano non ha nulla a che vedere col numero di donne uccise, oppure l’Italia è meno maschilista del resto d’Europa. Non ci sono molte alternative.

La domanda diventa quindi questa: perché mai in Italia un fenomeno statisticamente minoritario, costante nel complesso, e meno grave che nel resto d’Europa, ha assunto un’importanza così di primo piano, producendo una tale mobilitazione mediatica, col tentativo connesso di produrre un’altrettanta mobilitazione politica?
La domanda potrebbe restare in eterno sospesa.
Risolverla significherebbe riuscire a spiegare come mai succeda che la società, di punto in bianco, subisca violente eruzioni allarmatistiche che si dileguano con altrettale rapidità, imponendo all’attenzione pubblica paure, reali o fittizie che siano, che poi vengono sùbito dimenticate. La lista dei casi potrebbe esserelunga: si va dal bullismo su YouTube agli stupratori rumeni (o qualunque altra categoria d’immigrati) ai pitbull assassini, e così via.
Quel che resta a tutt’oggi inspiegato è cosa spinga in determinati periodi determinati allarmi a emergere e altri a restare dominio di pochi specialisti e attivisti.

Dunque, perché proprio ora l’allarme femminicidio, e non cinque o dieci o venti anni fa?
Provo tuttavia ad azzardare alcune ipotesi.
Non c’è dubbio che l’allarme femminicidio germina sull’onda lunga del dibattito sulla condizione femminile in Italia, alla ribalta nel discorso pubblico ormai da qualche anno.
Il nuovo dibattito pubblico sulla donna è partito e si è mosso lungo diversi filoni principali, cavalcati da diverse parti politiche. Tra gli altri: la questione del lavoro, dell’indipendenza economica, delle risorse dedicate in tal senso dallo Stato; la questione dell’immaginario pubblico: le pubblicità, gli spettacoli televisivi, le narrazioni giornalistiche, spesso imputati di “svilire l’immagine della donna”, ridurla a “oggetto sessuale”, a rinchiuderla in “stereotipi”; la questione, non certo di oggi, della violenza sulle donne: la violenza domestica, la violenza sessuale, e le donne uccise.
Questi filoni non sono necessariamente contrapposti e tuttavia, a rischio di tagliare l’analisi coll’accetta, è possibile ricondurli alla destra o alla sinistra, specie nelle contromisure auspicate.
La sinistra ha battuto soprattutto il tasto del lavoro e la richiesta d’interventi pubblici in tal senso (sostegno alla maternità, ecc); ha poi giocato, almeno sino allo scorso governo, e in maniera alquanto spregiudicata, sulla questione dell’immagine femminile, e su una rumorosa condanna alla pubblica esibizione di carni, rumorosa tanto da bordeggiare un moralismo che anche nella stessa sinistra non è stato sempre ben digerito.
La destra tuttavia non è certo stata a guardare, anzi: mi sorprende che spesso si dimentichi come ad esempio la nuova legge sullo stalking e tutta una serie di inasprimenti penali in materia di violenza sessuale siano stati promossi con fervore proprio dal governo Berlusconi e dalla sua ministra Carfagna, forse anche per l’esigenza forte di ripulirsi un’immagine non proprio lindissima, almeno per l’opinione pubblica corrente, in termini di “rispetto della donna”.
Fatto sta che, a qualche mese dal tramonto del governo Berlusconi e del suo licenzioso caravanserraglio, e dal probabile tramonto definitivo di tutto ciò che il berlusconismo ha rappresentato, anche in termini d’immaginario collettivo (quello che parte sin da Drive In e tramite le veline arriva al famigerato bunga bunga), ora la battaglia principe per i diritti femminili è quella sul femminicidio, cioè su fatti atroci esposti all’orrore della pubblica opinione per chiedere nuove fattispecie di reato, inasprimenti delle pene, “carte etiche” per i media, cioè misure di legge, ordine e controllo di tipo sostanzialmente repressivo, per difendere una donna vista come vittima debole bisognosa di tutele speciali.
E dunque, l’allarme femminicidio come vittoria di un discorso di destra?
Forse, ma si deve comunque tener conto che la lotta alla violenza sulla donne è stata e resta una bandiera tradizionale anche della sinistra, con una differenza non tanto sul merito ma sui metodi di contrasto. Laddove la destra chiede sbarre e catenacci, la sinistra solitamente chiede (anche) educazione e una nuova cultura.
Più probabilmente l’allarme femminicidio è un sintomo dei pochi risultati concreti che la grande mobilitazione femminile di questi ultimi anni ha ottenuto ricorrendo a sistemi ordinarî, di qui la necessità di buttare sul piatto carichi più pesanti, di giocare le carte dei cadaveri, del sangue, della morte.
O ancora, forse, si tratta del ricorso a un argomento capace di raccogliere con facilità (chi mai, specie negli apparati mediatici ufficiali, oserebbe sminuire la gravità di una strage di donne?) un consenso altrimenti molto più arduo da ottenere in una situazione piuttosto frammentata.
In ogni caso, l’allarme femminicidio lo vedo soprattutto come segno di disorientamento o comunque debolezza da parte dell’attuale movimento femminil-femminista, dove le proposte concrete o mancano o non riescono ad avere sufficiente efficacia.

Ma non è nemmeno scontato che questo allarme non riesca a contribuire al raggiungimento di qualche scopo, anche se di poco e anche se quelli cui è stato associato restano parecchio fumosi. Come già detto, non si capisce in cosa dovrebbe consistere concretamente la “mobilitazione degli uomini”; “cambiare la cultura del paese” è una frase facile a dirsi ma che in pratica significa tutto e niente.
Forse ci sarà qualche inasprimento delle pene. Ci sarebbero sicuramente già stati se vivessimo non sotto un governo tecnico ma uno politico, uno di quelli solerti nel dimostrare al popolo votante di “fare qualcosa” e combattere il male.
In ogni caso, col tempo, lentamente, forse molto lentamente, non dubito che sulla condizione femminile l’Italia arriverà ad allinearsi agli altri paesi.
Aumenterà l’occupazione femminile. Sempreché tutto il sistema economico non imploda, ovviamente, e allora non resteranno che macerie da raccogliere, per maschî e femmine al contempo.
Un po’ alla volta spariranno quelle pubblicità e immagini pubbliche reputate “lesive della dignità della donna”, “sessualizzanti”, “oggettificanti” e così via. Ma questo è un trend che ormai da tempo coinvolge tutti i paesi industrializzati, e a cui l’Italia si sta solo aggiungendo, da buona ultima.
Gli omicidî di donne tuttavia non caleranno.
Perché, come si è visto, è già fenomeno minimo e ormai stabile da decennî, e slegato dal contesto sociale.
Semplicemente, una volta che saranno risolte le questioni femminili sentite come più pressanti nella quotidianità diffusa (il lavoro, le immagini pubbliche), non se ne parlerà più. Perché allora, dal punto di vista politico, non sarà più un’arma utile cui far ricorso.

Gerarchie del pensiero

Françoise Héritier
Dissolvere la gerarchia – Maschile/Femminile II
302 pp., Raffaello Cortina Editore, 2004
(Masculin-Féminin II. Dissoudre la hiérarchie, 2002)

***

Il libro è una raccolta di articoli precedentemente pubblicati altrove, o interviste rielaborate.
Le ripetizioni sono parecchie, e la cosa non è piacevole.
Inoltre, manca un indice analitico.
Questo riguardo alla confezione editoriale.

Passando ai contenuti.
Il libro fornirebbe dati e spunti anche interessanti sulla diseguaglianza tra uomo e donna, una diseguaglianza storicamente gerarchica, portando anche alcune proposte e idee per superarla.
Spunti e proposte che, in alcuni casi, pure condividerei, anche se con gradazione variabile. In ogni caso resta sempre utile confrontarsi con prospettive più o meno nuove, o diverse dalle proprie.

Il problema è che le fondamenta del volume sono molto fragili, se non assenti.

L’autrice sembra ignorare del tutto un minimo di rigore metodologico.
Sciorina informazioni in lungo e in largo, spaziando tra continenti e millenni, ma riporta troppo di rado le fonti dei suoi dati. E quando le fonti ci sono, molto spesso sono articoli giornalistici… mai avrei creduto di leggere una studiosa universitaria che definisce il giornalismo di massa “parola degna di fede”, da usare come fonte affidabile!
Oltre ai dati ci sono libere elucubrazioni su fenomeni che difficilmente potranno mai essere provati o smentiti, e che pure l’autrice aggettiva noncurante come “indubitabili”, “innegabili”, “inoppugnabili” e così via: per dire, possiamo davvero permetterci conclusioni granitiche su come i nostri antenati cavernicoli, decine e decine di migliaia di anni fa, nella preistoria profonda, concepissero la differenza tra uomini e donne? La domanda non intimorisce l’autrice che in poche pagine, con ragionamenti a tavolino e nessun riferimento archeologico, biologico o comunque materiale, ci svela come stessero veramente le cose. Complimenti.
In genere l’argomentare sembra viziato dalla volontà di adesione a determinate conclusioni prestabilite, in base a cui vengono scelti i dati riportati (di solito di natura etnografica), che sono tra l’altro quasi sempre aneddotici, e in cui pare giocare più peso l’interpretazione dell’autrice che non il materiale di partenza.
Il materiale, inoltre, è riportato senza badare troppo al contesto di provenienza: ma ha senso affiancare l’opinione di Aristotele sulla femminilità nel IV secolo a.C. con quella odierna degli abitanti del Kalahari, interpretandole per concludere che dicono la stessa cosa? Secondo l’autrice sì, perché sono casi singoli di una visione universale del femminile propria di tutta l’umanità, al di là di tempo e spazio. Potrebbe essere, ma questa universalità non la dimostri sulla base proprio di quei due casi (e pochi altri) che tramite l’universalità vuoi spiegare, altrimenti cadi nella più flagrante delle petizioni di principio.

{ la cosa ironica è che l’autrice, in un capitolo su Simone de Beauvoir, rivolge a quest’ultima severe critiche di metodo (fonti non citate, ragionamenti circolari) che dovrebbe prima dedicare a se stessa… }

Il massiccio ricorso ad argomenti circolari e la scarsa attenzione riservata al contesto materiale è tuttavia coerente con l’assunto di base di tutto il libro, ovvero che siano le idee e i processi mentali classificatorî della mente umana (cioè la cultura) a determinare – quasi a senso unico – i fatti bruti del sociale e non viceversa.
Secondo l’autrice è la mentalità sessista che produce la sottomissione materiale della donna e non il contrario.
All’origine di diseguaglianza e gerarchia ci sarebbe la facoltà esclusiva della donna di portare nel ventre i figli e partorirli. Questo perché mettere al mondo e allattare e accudire la prole è, sul piano concreto, un fardello inevitabilmente vincolante? No, secondo l’autrice il meccanismo di sottomissione discende primariamente dal piano dell’immaginario: la diversità femminile è data dalla possibilità non solo di partorire, ma partorire sia figli maschî che femmine; l’uomo maschio, incapace di accettare quest’anomalia concettuale, cioè che la donna produca il figlio maschio, e quindi l’apparente monopolio della donna sulla fecondità, si sarebbe mosso per assoggettare quest’ultima, sottrarle ogni diritto, e ricondurre così donna e fecondità sotto il proprio pieno potere.
Affascinante, peccato che, come detto sopra, l’autrice non porti alcuna prova su questo processo storico-culturale, che non siano riflessioni da tavolino ed etnografia aneddotica (senza quasi citarne le fonti). Soprattutto, però l’autrice afferma recisamente che, dal punto di vista materiale (ad es. nella forza e resistenza muscolare), non ci sarebbe alcuna differenza tra maschio e femmina; ma così non si capisce come il maschio abbia potuto imporre, storicamente, la sua volontà di dominio sulla donna, senza che questa abbia mai tentato di ribellarsi o, se l’abbia fatto, perché sia stato senza successo.
Questo massimalismo culturale caratterizza anche l’interpretazione che l’autrice dà all’evoluzione in senso egualitario (negli ultimi decenni) dei rapporti tra uomo e donna. Personalmente riterrei sia efficacemente spiegabile con una costellazione di fattori materiali, di cui i principali: l’invenzione degli elettrodomestici, che riducono il peso dei lavori di casa; l’ampia diffusione di lavori sempre meno logoranti dal punto di vista fisico; l’invenzione di anticoncezionali sempre più efficaci, che liberano le donne dai ceppi delle gravidanze continue; la transizione demografica, legata alla diffusione dell’istruzione di massa, che porta dalle famiglie numerose a quelle con due o tre figli, o al figlio unico; l’affermazione dello Stato sociale.
Tutto questo viene praticamente ignorato dall’autrice in favore di fattori ideali: sarebbe stata determinante dapprima la scoperta dei gameti, che dimostra l’eguale contributo genetico di maschî e femmine alla generazione di figli e figlie; e poi la pillola, che avrebbe, anch’essa, rinforzato e dimostrato tale eguaglianza. Dall’idea di eguaglianza sarebbe iniziato un (lento) cammino verso un’eguaglianza concreta, non il contrario e a prescindere dalla condizioni materiali di realizzazione.
Il culturalismo fervido e ardito dell’autrice credo si riassuma nel suggerimento che non è un caso se il secolo della scoperta dei gameti concide col secolo dei Lumi e dei diritti dell’uomo, come se la prima scoperta abbia innescato i secondi… Affascinante: ma dimostrabile in qualche modo?

Quest’impostazione ha determinate conseguenze, che poi sono quelle tipiche delle prospettive cultural-idealistiche.
Innanzi tutto la possibilità praticamente illimitata di adeguare i fatti alla propria interpretazione, anche laddove potrebbero contrastarla.
Ad esempio l’esclusione istituzionale (parziale o totale) della donna dai mondi del diritto, della produzione e dell’indipendenza economica, del potere politico, esclusione che vigeva in passato, è correttamente presentata come una forma di sottomissione concreta. Oggi che questi vincoli storici stanno venendo superati si dice che comunque si perpetua un dominio “mascherato”, “simbolico”, “occulto”, “inavvertito”, “inconscio”; e quest’ultimo non viene rintracciato in àmbiti concreti come, per dire, l’accesso al mondo del lavoro, bensì in ogni interstizio e pratica del quotidiano o dell’immaginario e, in ultima analisi, nella mente degli individui, a cui del resto programmaticamente tutto viene ricondotto.
In tal modo però qualunque atto e interazione quotidiana tra generi (o qualunque espressione pubblica) è sempre passibile di venir ricondotta – a posteriori – in quell’interpretazione che vi vede un dominio gerarchico in azione.
Si tratta di una logica che, del resto, permea buona parte dell’attuale dibattito pubblico – alto o spicciolo – sulle questioni di genere, logica che è causa prima dell’interminabilità delle diatribe che vorrebbero decidere se la liberazione sessuale femminile sia “vera libertà” o “schiavitù mascherata”; se la minigonna sia una forma di autonomia o di sottomissione al desiderio dominante maschile; se promuovere la maternità significhi valorizzare la donna o incatenarla maggiormente alle sue funzioni biologiche; se la donna in carriera sia un’ammirevole donna liberata o una patetica emula dell’arrivismo maschile; se le tecnologie riproduttive aumentino la libertà di scelta o vincolino la donna al tecnocapitalismo maschile [sic!], e così via; diatribe interminabili ma soprattutto non solubili, mancando un metodo controllabile che dia risultati intersoggettivamente verificabili, e non passibili di continue reinterpretazioni ad hoc che spacciano surrettiziamente il soggettivo per l’(inters)oggettivo, confondendo questi due piani.
Il metodo dell’autrice si rivela soprattutto una delle tante riedizioni della scivolosa ideologia della “falsa coscienza”, e lo illustra molto bene come affronta la questione della prostituzione o, se si vogliono altri termini, dello scambio tra servizî sessuali e beni economici. A prescindere da tutte le situazioni di miseria e schiavitù effettiva in cui è flagrante la mancanza di volontarietà della donna che dà il suo corpo in affitto, l’autrice afferma che anche tutte le altre situazioni non sono comunque giustificabili, e che in questo àmbito la libertà e la volontarietà della donna, anche quando esplicitamente dichiarate, sono inconsistenti perché “illusorie” e ingranaggi inconsapevoli del grande meccanismo di dominio maschile.
A questo punto della lettura mi è sorta inevitabile la domanda: come risponderebbe, come si giustificherebbe, come potrebbe dimostrare il contrario, l’autrice, se venisse accusata che il suo essere docente universitaria, ricercatrice, opinionista e scrittrice di saggistica è una libertà “illusoria”, frutto del dominio maschile, a cui dunque dei terzi potrebbero chiederle di rinunciare in nome dell’auspicabile dissolvimento della gerarchia?

Da ultimo non stupisce che questo approccio culturologico, privo di un’adeguata distinzione tra la sfera del soggettivo e dell’intersoggettivo, un approccio quindi totalizzante, conduca a proposte altrettanto totalizzanti, se non prossime al totalitario, come quella di “riscrivere tutti [!] i libri di storia” delle scuole o esercitare un controllo capillare su ogni espressione pubblica affinché non contenga in sé il germe della gerarchia di genere (ma come faremo a distinguerlo, se il metodo dell’autrice permette sempre di vederlo ovunque?).
Se, come ritiene l’autrice, è il pensiero a determinare i rapporti concreti, e se i rapporti concreti esigono una rimodellazione tanto urgente, sembra che il controllo del pensiero sia l’unico sbocco possibile. Non sembra suscitare troppo interesse valutare l’efficacia di questa opzione, la solidità delle sue basi teoriche, e il prezzo che potrebbe comportare, in primis la creazione (o il consolidamento) di una gerarchia tra chi detiene le leve (politiche e giudiziarie) per controllare l’altrui pensiero e chi il controllo si troverebbe a subirlo.

12.19.19.4.5

Oggi, 21 marzo, Equinozio di Primavera dell’anno 2012.
Mancano 275 giorni alla Fine del Mondo.

Cose turche (e armene)

Quattro pensieri sulla disputa Turchia-Francia, a proposito della criminalizzazione messa in opera da quest’ultima contro chi negherà il genocidio armeno (o presunto tale, appunto per chi lo nega), secondo una legge in approvazione per il prossimo anno (2012).

1)
La definizione di genocidio è tutt’altro che pacifica, gli stessi storici ne dibattono.
C’è il problema della scelta dei parametri (morti, deportazioni, coinvolgimenti delle istituzioni, stato di guerra, risposte delle vittime, tempi di svolgimento, ecc.) e le soglie degli stessi.
Una volta stabiliti parametri & soglie, resta difficile capire se una situazione specifica vi corrisponda o meno.
Per dire: in quel terribile garbuglio che sono stati i conflitti dell’ex Jugoslavia di circa vent’anni fa, dove si fermava la guerra “normale” e dove cominciava il genocidio, o gli eventuali tentati genocidî? La progressiva e imponente contrazione demografica (e disgregazione culturale) dei cosiddetti nativi americani in seguito all’avanzata della frontiera degli Stati Uniti, calo avvenuto nel corso di secoli, possiamo chiamarlo genocidio? Si può parlare di genocidî per epoche in cui tale concetto era assente? E così via.
Non sono problemi semplici. La possibilità di dare una definizione inoppugnabile di “genocidio” è pari a quella di altri concetti storici quali “rivoluzione”, “progresso”, “invasione”, “terrorismo”, e tanti altri, dove giocano più le interpretazioni che i fatti.
Non è facile ma nemmeno impossibile stabilire quanti individui siano morti e dove in un determinato arco di tempo e a opera di chi. Molto di più se per quei morti si tratti di genocidio, o “semplice” strage, o atto di guerra, o esito involontario di altre (pur discutibili) politiche, e così via.
Ma soprattutto: le difficoltà di stabilire e poi applicare dei parametri per individuare i genocidî sono sin dall’inizio intrecciate con le (volute o meno, poco importa) implicazioni politiche del presente rispetto al modo in cui si scrive la Storia del passato, prossimo o remoto.
La definizione e l’individuazione dei genocidî è di per sé opera molto meno neutrale di quanto si vorrebbe o di come viene proposta.

2)
Si capisce quindi perché è poco sensato operativamente (mancanza di criterî oggettivi) e discutibile moralmente (implicazioni politiche attuali) affidare alle leggi dello Stato e alla giustizia dei tribunali la definizione di cosa sia genocidio, e la punizione per chi neghi i fatti storici su che il potere statale riconosce di volta in volta come tali, su cui appone questo bollino di speciale protezione rispetto al dibattito pubblico.
Lo Stato andrebbe ad affermare che su determinati (e non su altri) sanguinosi fatti del passato la sua è l’ultima parola, rispetto cui la ricerca storica e le opinioni individuali non possano e non debbano avere più nulla da aggiungere, obiettare, rivedere.
E come già detto al punto uno: il problema non sta tanto (o solo) dal lato dei fatti, ma primariamente da quello dell’interpretazione.
Molte delle leggi contro i cosiddetti negazionismi non colpiscono, come si potrebbe credere, solo coloro che negano che determinati fatti siano avvenuti, ma anche determinate interpretazioni degli stessi, cioè quelle che sono definite cme “giustificazioni o minimizzazioni”.
Uno storico potrebbe ammettere che, cent’anni fa, l’allora governo Turco fu responsabile della morte di centinaia di migliaia di armeni, ma al contempo potrebbe negare, sulla base di determinate argomentazioni (stato di guerra, situazione non asimmetrica, mancanza di obiettiva volontà politica sterminazionista), che si tratti di genocidio, nel senso tecnico del termine.
La posizione ufficiale turca sulla questione armena è in effetti questa: sono avvenute deportazioni e morti, ma non tali che si possa parlare di genocidio.
Questa posizione del governo turco è sbagliata nel merito e moralmente ripugnante? Può essere. Io non sono uno storico: so pochissimo di quei particolari fatti, non avrei quindi modo di giudicare. Al massimo potrei farmi un’idea vaga. O fidarmi di determinati storici, o di altri, o tener conto della presenza d’opinioni divergenti. Oppure constatare la presenza di un consenso stabilito, e quindi ancora interrogarmi se sia fondato o meno. Eventualmente sollevare i miei dubbî al proposito. E così via.
Ma appunto: di problemi di questo tipo dovrebbero occuparsene storici e studiosi, rispondendo eventualmente alla propria coscienza o alle obiezioni e i dubbî del pubblico generico, ma non ai governi, agli Stati, ai tribunali.

3)
Immaginiamo se, intorno al 2080, la Finlandia stabilisse per legge che è reato negare il genocidio rwandese del 1994.
Cambierebbe qualcosa per le centinaia di migliaia di persone morte in Africa, un evento che allora risalirà a generazioni addietro?
Tanto per capire quanto sia grottesco che un governo, quello francese, legiferi oggi su fatti avvenuti a migliaia di chilometri e quasi cent’anni di distanza.
Ovviamente le implicazioni, come già detto sono altre: le implicazioni della politica-spettacolo dello Stato forte che “combatte il razzismo” e “sta dalla parte delle vittime”, operazione in questo caso a costo minimo, trattandosi di fatti di quasi un secolo fa e d’un altro continente; le implicazioni dei rapporti internazionali (Turchia-Europa; “Oriente”-”Occidente”), un gioco delicato che si muove anche, com’è sempre avvenuto, dietro al codice cifrato dell’appropriazione statale di pezzi di Storia.
La legge che punisce il genocidio ormai dimenticato è come il monumento posto al confine della Grande Guerra, è come la corona d’alloro lasciata ai “caduti della patria”, è come la mostra celebrativa dei popoli sterminati in quelle che ora sono ex colonie, è come il film educativo proiettato nelle scuole su cui poi scrivere un bel tema in classe pieno di pensiero edificanti e di fratellanza per l’umano genere, quelli che il docente vuol sentirsi dire.
Con la differenza che monumenti, corone d’alloro e mostre varie costano, ma almeno non servono a far scattare manette per reati d’opinione.
E poi c’è la questione dei risarcimenti, ineludibile nella temperia odierna, in cui la vittima è sacra e tutto le è dovuto. Un governo che riconosca la responsabilità dei suoi predecessori in genocidî o simili si rassegna a spalancare la porta a parenti e, in questo, discendenti, pronti a chiedere compensazioni. Cospicue compensazioni, com’è regola del caso.
E qui mi chiedo: ha davvero senso che un individuo riceva tanto denaro o beni da poter permettersi di non lavorare per il resto della propria vita per fatti, per quanto deplorevoli, subiti dal nonno o dal bisnonno, parenti che magari non ha nemmeno mai conosciuto?
Forse converrebbe anche a me lanciarmi sùbito alla ricerca di qualche antenato perseguitato…

4)
La controparte della Francia che vuole vietare il negazionismo del genocidio armeno non è la Turchia che non riconosce tale genocidio.
La controparte è il famoso (o famigerato) Articolo 301 del codice penale turco che punisce gli insulti alla Turchia o a tutto ciò che è turco.
Ne è il complemento, opposto nei contenuti ma uguale nello spirito, nelle origini, negli obiettivi.
Si tratta in entrambi casi di leggi secondo cui il potere pubblico debba e possa avere la prima e ultima parola su questioni di opinioni e interpretazioni, storiche e non.
Si tratta, fondamentalmente, di leggi che stabiliscono reati d’opinione, di leggi che si giovano degli strumenti coercitivi della forza pubblica, strumenti reali, attuali e presenti, usati contro rischî paventati e incerti di violenze future (il razzismo, la disgregazione nazionale), attraverso la chiusura d’autorità di eventuali dibattiti su violenze del passato lontano, se non remoto.
Si tratta di leggi non dissimili, anzi, identiche nello spirito a quelle sul vilipendio alla bandiera, sulla lesa maestà, o su bestemmie e blasfemia laddove le religioni piegano al proprio servizio il potere pubblico.
E non stupisce giungano da paesi, Francia e Turchia, dove particolarmente forte, all’origine, storicamente e ancora oggi, è l’idea moderna che lo Stato sia e debba costituire una religione civile, fatta di altari, simboli, cerimonie, atti di fede pubblici e pubblici sacrifici.

12.19.18.17.14

Oggi, 21 dicembre, Solstizio d’Inverno dell’anno 2011.
Mancano 366 giorni alla Fine del Mondo.

Politici (e politiche) che odiano le donne /2

(qui la prima parte)

Nel precedente post riportavo le parole di un politico francese che, parlando della nuova legge sulla prostituzione, diceva che d’ora in poi il fenomeno sarebbe stato considerato “dal punto di vista della violenza contro le donne”.
E un passo fondamentale, in Svezia, per introdurre la nuova legge, è stato proprio quello di ridefinire la questione in tali termini, in termini di genere.
Il problema della prostituzione non è più la moralità della donna che si prostituisce o il danno che il fenomeno causa “alla famiglia” (argomenti classici dell’opposizione alla prostituzione di stampo religioso/conservatore), bensì la violenza, quella operata dal cliente uomo contro la prostituta donna.

In realtà, in Svezia come altrove, un altro importante fattore del nuovo approccio contro la prostituzione, è stato quello del trafficking, o tratta, o traffico di esseri umani.
Si potrebbe qui fare una lunga divagazione, ma basti segnalare che l’imporsi di un discorso pubblico sulla tratta di esseri umani ha avuto la non piccola utilità per la sinistra politica, in Italia, in Europa, negli Stati Uniti, di impostare una propria posizione sull’immigrazione finalmente digeribile anche dalla gran parte della popolazione che, in tempi di economia traballante e (presunti?) scontri di civiltà, l’immigrazione non la vede affatto di buon occhio, oppure la accoglie con non pochi brontolî.
Se tradizionalmente la destra avversa l’immigrazione, legale o illegale, sulla base del vecchio immaginario degli “stranieri che ci rubano il lavoro e ci stuprano le donne”, ora anche il campo opposto può coltivare un proprio discorso allarmistico in materia, pur se di segno apparentemente inverso: l’immigrazione è un male perché è un commercio di nuovi schiavi.
È qui che si aggancia la questione della prostituzione.
L’immagine tipica della prostituta e quella dell’immigrato/a tendono ora a coincidere, e coincidono sotto il segno della vittima.
Chi si prostituisce, dunque, presenta le seguente caratteristiche:
1) Donna
2) Dapprima straniera vittima dei trafficanti di esseri umani.
3) Ora schiava dei “protettori” e oggetto di violenza dei clienti.

Non serve molta fantasia, in realtà, per immaginare anche altre tipologie.
Oltre alla prostituzione su strada esiste anche quella d’appartamento, quella d’alto bordo, quella che viaggia su internet.
Inoltre, man mano che ci si allontana dal marciapiede e si sale negli attici di lusso dei centri città, o ci si sposta nei villoni di periferia, l’equazione dello sfruttamento a senso unico tende a entrare in crisi fin quasi a rovesciarsi.
Per dire: nel guazzabuglio di corruzione, concussione, cene a sfondo erotico e scambî di favori che ha coinvolto il capo dell’ormai ex governo, chi sfruttava chi? Era il lubrico vecchio satiro che, forte del suo potere economico e politico, elargiva denaro e favori in cambio di sesso giovane? O erano le fanciulle che usavano i loro corpi come arma impropria per aprirsi facili scorciatoie verso la scalata sociale? Da quale parte sta, in questo caso, la vittima? O entrambi i lati sono da considerare colpevoli?
Più in generale: si può davvero dire che la prostituzione sia sempre e invariabilmente un’estorsione di sesso in cambio di denaro? O ci sono casi in cui è valido il contrario, ovvero un’estorsione di denaro in cambio di sesso? Se la differenza c’è, come discriminare?
Si consideri ad esempio quanto segue, casi ignoti per la pubblica opinione, perché fonte di disagio, di vergogna: ovvero i molti disabili, o individui con deformità gravi, che ricorrono proprio alla prostituzione per avere quel conforto fisico che in altro modo difficilmente (o forse mai) potranno ottenere; perché oggettivamente svantaggiati, anche in questo campo, rispetto alle persone “normali”. Ecco, in questi casi: qual è la parte più debole della transazione che scambia sesso con denaro?
È molto, troppo comodo ignorare queste realtà e ridurre l’intero fenomeno del sesso a pagamento a una manifestazione dell’ignobile mentalità predatrice e oppressiva dei maschi machisti e maschilisti.
E poi ci ancora sono altre regioni, molto vaste, ma che di rado ricevono luce dai riflettori del discorso mediatico e pubblico: la prostituzione maschile, omosessuale e non; tutto il mondo della prostituzione transessuale. Mondi che vengono tenuti in ombra: anche qui per pudore, per disagio, per vergogna, per (mancanza di) convenienza politica; mondi che ricevono spazio quasi solo nelle barzellette, nelle battute da caserma.

E c’è anche da chiedersi: ma quanta parta di questa variegata popolazione è sottoposta al giogo degli sfruttatori? Quante e quanti lavorano, per così dire, in proprio? Quanta è locale, e quanta importata (a forza) dall’estero?
Perché alla fine sono i numeri che contano.
Sarebbe facile dire che esiste anche la prostituzione maschile, anche quella autogestita, anche quella in cui è davvero difficile rinvenire tracce di sfruttamento, e così via; ma se la stragrande maggioranza è fatta di sfruttamento dei (delle) più deboli, di effettiva schiavitù, non avrà forse ragione chi chiede l’approccio più repressivo, quello che persegue i clienti?

È di poco tempo fa un’accurata indagine in materia effettuata da due ricercatori americani.
Riguarda il solo Stato di New York, quindi da prendere con cautela. Ma consente di chiedersi se gli stessi o simili risultati non si otterrebbero anche qui, oltre l’Oceano, e in Italia, a volerli cercare.
I due ricercatori, tra l’altro, hanno affrontato un àmbito della prostituzione percepito come particolarmente spinoso, capace di suscitare reazioni viscerali e immediate nel pubblico più sensibile: l’àmbito della prostituzione minorile.
Un àmbito in cui, poi, si dà ancor più per certa l’immagine di cui sopra: quello della ragazzina schiavizzata dal feroce mercato del sesso, vittima impotente di sfruttatori e clienti.
Ebbene, cosa ha scoperto l’indagine in questione?
Alcuni dati:
- Il 45% di questi ragazzi sono maschî. Quasi la metà, dunque.
- Solo il 10% è alle dipendenze di uno sfruttatore. La stragrande maggioranza “lavora in proprio”.
- Il 45% è entrato/a nel giro tramite amici.
- Il 90% sono cittadini/e americani/e. Non stranieri. Non vittime del crudele traffico dai paesi poveri.
Ovviamente questo non significa che la vita di chi, già giovane, si vende per sesso sia rose & fiori, o sia pari a quella dei coetanei di buona famiglia e dei quartieri agiati, tutt’altro. Spesso si tratta di ragazzi e ragazze fuggiti di casa, alla ricerca di un qualunque mezzo per sostentarsi; o per rifornirsi di droghe da cui dipendono.
Sia quel che sia, le conclusioni contraddicono flagrantemente lo stereotipo della ragazzina straniera schiavizzata e imprigionata.

Ma un altro fatto è ben più interessante, e significativo.
Quando i due studiosi hanno cominciato a presentare i loro risultati alle associazioni e alle agenzie dedicate alla lotta alla prostituzione, si sono trovati di fronte a un muro di difficoltà. Se non di ostilità. Di negazionismo.
Dati che confutavano lo steretipo dominante non venivano accettati.
Perché? Sostanzialmente perché non vendono. Sono dati che non vendono presso una realtà di associazioni ed agenzie specializzate a lavorare primariamente sul lato femminile del fenomeno prostituzione, e che trascurano il lato maschile; e quello, ben più scabroso per la pubblica coscienza, della prostituzione transessuale.
La spinta a ridefinire la prostituzione in un’ottica di rigida divisione di genere (l’uomo contro la donna) bloccherebbe automaticamente qualunque dato -e qualunque intervento- che esuli da questa dicotomia prestabilita.
Sono dati quindi che non vendono soprattutto presso la pubblica opinione, e quindi presso i media e la politica, dati scarsamente monetizzabili in termini di industria editoriale e consenso elettorale, e finanziamenti statali.
E poi si parla tanto di sfruttamento dell’immagine femminile

Il quadro consente di chiedersi quanto sia utile e produttivo portare avanti battaglie sociali e imprese politiche sulla base di dati falsati e, nello specifico, se sia davvero sensato ridefinire, come si sta facendo, la prostituzione unicamente nei termini della “violenza contro le donne”, e affrontarla in tal modo.
Si aggiunga poi che molte prostitute, dopo esser state “salvate” da agenzie & operatori specializzati, ritornano sul marciapiede, e ci tornano perché, a conti fatti, vendersi per sesso a quanto pare risulta meno logorante e più remunerativo rispetto ai lavori ritenuti rispettabili dalla società.
E questo dovrebbe ben dire qualcosa su quali mai possano essere le condizioni di lavoro delle alternative alla prostituzione, specie per chi è straniero/a, o comunque ai margini della società.
Se davvero prostituirsi è tanto terribile (e non c’è dubbio che in molti casi lo sia), come devono essere gli eventuali lavori alternativi, per far preferire, tutto sommato, di vendere il proprio corpo a un cliente del sesso e non a una fabbrica o a un campo di pomodori?
Ma di questo poco si parla, e l’opinione pubblica sembra accalorarsi e indignarsi soprattutto per la cosiddetta schiavitù sessuale, in cui vengono frettolosamente ricomprese tutte le forme di commercio sessuale, con vaghe teorie sul denaro che svilisce le relazioni, mentre molta, molta meno attenzione è riservata per le altre eventuali forme di schiavitù, non sessuali, ma forse ben più terribili, e distruttive.
E allora si capisce che il discorso contro la prostituzione che si presenta come nuovo e dalla parte delle vittime, continua invece a essere soprattutto un discorso di tipo morale, del tutto dentro a quella morale che afferma di essersi lasciato alle spalle.
Un discorso che, affermando di “combattere la violenza”, mira piuttosto a un controllo normativo dei corpi degli uomini e delle donne.
Un discorso, tra l’altro, che puntando il proprio obiettivo punitivo verso il “cliente sfruttatore” ha delle sue conseguenze politiche e sociali ben precise, e tutt’altro che positive…

(…continua…)

Politici (e politiche) che odiano le donne /1

Poco più di un anno fa scrivevo come il sistema svedese contro la prostituzione (in cui prostituirsi è lecito, e criminale è il cliente), avrebbe trovato facile via anche all’estero.
Sbagliavo però a immaginare che il primo paese a seguire l’esempio fuori dell’area scandinava sarebbe stato il Regno Unito, che poi avrebbe fatto da esempio per il continente.
Vero è che, se a tutt’oggi in Italia non ho ancora sentito alcuna voce in merito, nel Regno Unito già se ne sta discutendo. Tuttavia la prima mossa concreta di un paese europeo “di peso” la sta facendo la Francia.

Questo mese dunque il parlamento francese ha approvato all’unanimità una risoluzione vincolante perché si arrivi a una legge sulla prostituzione di tipo svedese. La legge marcerà lentamente, ma pare vedrà la luce nel corso dell’anno prossimo, 2012.
Una legge in cui l’alternativa tra punire la prostituzione o legalizzarla viene spazzata via con un rovesciamento radicale di prospettiva, per cui ora la persona che si prostituisce è classificata sempre e automaticamente come vittima mentre il fruitore della prostituzione è lo sfruttatore, il criminale.
“D’ora in poi la prostituzione viene considerata dal punto di vista della violenza contro le donne, una cosa che è diventata inaccettabile per chiunque”, così afferma un parlamentare francese del partito di maggioranza. Chi paga per ottenere sesso sta compiendo una forma di violenza, non dissimilmente da uno stupratore: questa la teoria.
Ora, mentre il parlamento votava unanime tra centro destra sinistra, conservatori cattolici e femministe furibonde in armonioso accordo, fuori dall’aula, in strada, c’era chi d’accordo non era, c’era chi protestava.
Chi protestava erano, guarda un po’, le prostitute. Le dirette interessate, fondamentalmente.
Ora, che delle prostitute protestino, con grande coraggio tra l’altro visto il tema capace di far rabbrividire anche i meno pudibondi, che le prostitute protestino contro una legge che, nelle dichiarazioni, le “proteggerà dalla violenza”, dovrebbe far riflettere.

Dicembre 2011: prostitute francesi protestano contro la legge che dovrebbe salvarle

Le possibilità sono due: o le donne che protestano s’ingannano su se stesse, o la legge ha tutt’altro obiettivo che quello di “salvarle”.
Evidentemente chi sostiene la legge la pensa alla prima maniera: queste donne non sanno ciò che vogliono.
Ad esempio così si può leggere sul sito di uno dei movimenti di pressione che stanno portando alla legge francese:
“La libertà rivendicata da alcune prostitute è del tutto illusoria, poiché condizionata dai protettori, dalla droga, dalle violenze [...] Pagare per accedere alla sessualità, al corpo, all’intimità di una persona che non ne ricambia il desiderio non ha niente a che fare con l’idea di contratto, che si fonda invece sulla libertà e l’uguaglianza. Nel caso della prostituzione, la libertà è illusoria e l’uguaglianza beffata.”
Una libertà illusoria. La prostituta che scende in strada per protestare e reclamare il diritto di gestire il proprio corpo come meglio crede, e che chiede soprattutto la possibilità di farlo in piena sicurezza, senza le minacce di protettori e poliziotti, si illude d’essere libera. Non è in grado di esprimersi sulla propria libertà. Donne che si illudono sui propri stessi diritti. Che non hanno la possibilità di esprimersi sugli stessi, o la cui opinione non viene tenuta in conto alcuno.
Ecco, per me è questa, questa è l’oggettificazione tanto tirata in ballo quando si parla di questioni femminili. Oggettificazione è ritenere la donna una minus habens che, in determinati àmbiti, non ha il diritto di gestire se stessa. Che va difesa da se stessa. Sposta sotto tutela. Perché si illude, poverina.
Fatico a vedere la differenza tra il discorso secondo cui la prostituta non ha diritto di esercitare la propria libertà perché “si illude”, perché in realtà, anche se non se ne rende conto, contribuisce a una violenza contro se stessa; e il classico discorso dello stupratore secondo cui la sua vittima “si illude” di aver sofferto mentre in realtà “le è piaciuto”. In entrambi i casi l’opinione della diretta interessata vale meno di nulla, l’opinione viene squalificata con questo vile metodo, cioè dichiarandola illusoria, e vale solo l’opinione di chi detiene il potere, che sia il potere della violenza fisica o il potere della politica.
Piuttosto si dica apertamente: non ci piacciono le prostitute, ci fanno schifo le troie, sono delle donne zozze e immorali, non devono avere la libertà di offrire il proprio corpo per denaro, in questo caso la libertà delle donne non va rispettata, per noi il denaro sporca l’unione dei corpi e questo nostro personale punto di vista lo dovranno accettare tutti, a colpi di multe e manette.
Almeno sarebbe più chiaro e meno ipocrita, invece di nascondersi dietro il paravento della “difesa della libertà e dell’autonomia della donna”.

(…continua…)

The Lady Gaga school of gender delusion

Traduzione. L'originale si trova qui.
(confesso di trovare interessante il pezzo, ma di non aver capito bene il senso del titolo…)

***

La scuola di Lady Gaga sulle illusioni di genere
Il nuovo libro di Cordelia Fine colpisce al cuore l'idea corrente che uomini e donne si comportino in modi diversi perché "siamo nati così".
di Derbyshire e Powell

Nei primi anni Settanta, femministe e psicologi insieme sostenevano che uomini e donne fossero più simili che diversi e che eventuali differenze fossero soprattutto frutto di pressioni sociali. Nel 1972, ad esempio Ann Oakley, in Sex, Gender and Society operò per prima la distinzione tra "sesso" e "genere". "Sesso", spiegava Oakley, è un termine biologico mentre "genere" è un termine culturale e psicologico. Oakley concludeva che il sesso ha una scarsa influenza sul genere; ci si identifica come uomo o come donna per effetto dell'apprendimento culturale e non per predisposizioni biologiche.

 Oggi femministe e psicologici tendono più facilmente ad affermare che uomini e donne hanno caratteristiche differenti, nate da profili psicologici e cervelli diversi. Le femministe solitamente presentano le donne come illuminate, più sagge, più dolci, più compassionevoli e in armonia colla natura, e meno distruttive e aggressive rispetto al corrotto maschio medio. Gli psicologi solitamente si concentrano su questioni più concrete come l'apparente incapacità delle donne di leggere le mappe e l'incapacità degli uomini di gestire diverse attività al contempo, e su dettagli di tipo tecnico come l'apparente fatto che le donne abbiamo cervelli dotati di maggiori connessioni, mentre quegli maschili siano più specializzati.
Queste differenze sono a usate a loro volta per spiegare come mai gli uomini comincino le guerre e le donne gestiscano gli asili, come mai le donne preferiscano le scarpe e gli uomini le armi, come mai gli uomini siano ingegneri e le donne insegnanti.

 È notevole che questo passaggio, dal tentativo di spiegare come uomini e donne siano uguali all'accettazione della loro differenza, sia avvenuto in un periodo in cui la distanza in termini di istruzione, lavoro e stipendi si è ridotta. Nell'Unione Europea, l'80% delle donne terminano l'istruzione secondaria superiore, a confronto con il 75% degli uomini, e negli Stati Uniti le donne hanno le stesse probabilità degli uomini di frequentare l'università e ottenere una laurea. In Gran Bretagna, il tasso d'occupazione femminile (70%) è vicino a quello maschile (79%) e negli Stati Uniti i tassi d'occupazione tra uomini e donne sono pressoché uguali. Nel Regno Unito, le donne guadagnano il 90% dello stipendio maschile, un progresso rispetto all'82% del 1997, e negli Stati Uniti, il 77%, maggiore rispetto al 72% del 1990.

 Anche in matematica, campo in cui gli uomini hanno avuto tipicamente risultati migliori rispetto alle donne, la differenza di genere si è considerevolmente ridotta. Negli Stati Uniti, la distanza tra ragazzi e ragazze è notevolmente diminuita sin dal 1973, quando si è cominciato a misurarla; nel 1994 non c'erano differenze apprezzabili nei risultati in matematica di ragazzi e ragazzi sia a nove anni d'età che a tredici. All'età di diciassette resta un divario a favore dei maschi sia in matematica che nelle materie scientifiche, ma anch'esso in deciso ridimensionamento sin dal 1973.

 Dato che misurazioni oggettive mostrano che le differenze di genere stanno diminuendo, è sorprendente un tale aumento di libri e ricerche che parlano di differenze strutturali nei cervelli di maschi e femmine e che tanta gente vi faccia ricorso per spiegare come mai uomini e donne vivano vite diverse. L'esempio più celebre, in Inghilterra, è quello di Simon Baron-Cohen che dal suo studio sull'autismo (disturbo prevalentemente maschile) ha estrapolato la conclusione più generale che il cervello femminile sia strutturato soprattutto per l'empatia, mentre quello maschile per la comprensione e la costruzione di sistemi.

  Delusions of Gender, di Cordelia Fine, demolisce in maniera brillante queste semplicistiche e fondamentalmente errate conclusioni sui cervelli maschile e femminile. Lo fa in due modi diversi. Innanzi tutto, sottolinea che differenze tra maschi e femmine che si presumono fisse in realtà sono piuttosto fluide. Ad esempio basta già chiedere agli uomini di prendere in considerazione i valori sociali e i benefici dell'empatia per renderli più empatici. E quando vengono pagati per individuare e riconoscere correttamente stati emotivi, gli uomini ottengono risultati positivi quanto le donne. Allo stesso modo quando si dice loro che le donne sono più capaci in cómpiti che richiedono la spazialità, i risultati femminili eguagliano quelli maschili. A quanto pare le differenze tra maschi e femmine nei varî cómpiti possono essere molto facilmente superate cambiando la motivazione per ottenere risultati positivi o modificando il contesto del cómpito. Tutto questo non sembra qualcosa di fissato, o fisicamente inscritto nel cervello.

 Secondo punto. Fine fa notare la grave debolezza della scienza alla base delle presunte differenze di genere. Ad esempio c'è un'ampia letteratura che descrive il possibile influsso del testosterone fetale su numerosi comportamenti. Bambini maschi sono esposti a un maggior livello di testosterone intorno alle sei settimane dello sviluppo del feto. Il flusso di testosterone, in effetti, cambia lo sviluppo del feto da femmina a maschio; senza testosterone si otterrebbe una bambina, e non un bambino. Certi ricercatori hanno suggerito che questo flusso di testosterone abbia effetto sullo sviluppo cerebrale e porti quindi a differenze di comportamento tra ragazzi e ragazze. Ma soprattutto, noi tutti (sia maschi che femmine) siamo esposti a differenti quantità di testosterone, dovute a una varietà di fattori, come ad esempio condividere l'utero con un gemello del sesso opposto o avere più fratelli maggiori, e così via. Certi ricercatori suggeriscono, in maniera piuttosto sommaria, che  una maggiore esposizione di testosterone nell'utero porta a un comportamento più mascolino, sia nei maschi che nelle femmine.

È una bella idea, ma Fine riassume: "L'accuratezza nei test sulla rotazione di oggetti nello spazio all'età di sette anni è correlata col testosterone amniotico? No. Le capacità di un quattrenne di riprodurre una costruzione coi blocchi, di capire problemi e concetti numerici, di contare e selezionare aumenta con maggiori livelli di testosterone amniotico? No. Nelle ragazze diminuisce, e nei ragazzi non c'è rapporto alcuno. E nella soluzione di rompicapo? No. Nelle capacità di classificare (ad esempio: trova l'oggetto più piccolo)? No. Nei test di abilità spaziale? No."

Quindi, prove che il testosterone indirizzi i comportamenti in senso mascolino sono, se proprio, limitate.

Fine quindi passa quindi alla scansione cerebrale. Potenti scanner, che possono rilevare variazioni nell'attività neurale con modalità ragionevolmente non invasive sono ormai molto comuni nei dipartimenti di psicologia di tutto il Mondo. È difficile immaginare un qualche comportamento o forma di pensiero che non sia stata scansita in qualcuno, da qualche parte, producendo quelle macchie di colore cerebrale, un'immagine ormai familiare. Ma queste immagini dimostrano una differenza di genere? Non proprio.

 Un ipotetico influsso del testosterone fetale è quello di rendere l'emisfero destro dominante, per questo si è ipotizzato che gli uomini tendano a usare unicamente il loro emisfero destro per il linguaggio, laddove le donne li usano entrambi. Collegate a ciò sono altre asserzioni sulla struttura del cervello femminile, ad esempio sulla maggior connettività tra i suoi due emisferi, e tutta una serie di speculazioni sulla maggior flessibilità nei comportamenti e un uso superiore del linguaggio nelle donne rispetto agli uomini. Il prezzo, per le donne, è meno spazio a disposizione per l'elaborazione spaziale e, quindi, meno capacità in tal senso. Ma le scansioni cerebrali non supportano nessuna di queste idee. Un'analisi di tutti gli studi tramite scansione cerebrale sul linguaggio, basati sui dati di più di duemila individui, non ha trovato alcuna prova di eventuali differenze nell'attivazione degli emisferi tra i due generi. Allo stesso modo, analisi che hanno esaminato differenze nella connettività dei due emisferi, non hanno trovato prove di un'influsso dovuto al genere.

 Fine sottolinea anche un problema che è probabilmente più importante. Il cervello è un organo complesso che comprendiamo a malapena anche solo nei dettagli più elementari. Non solo, la scansione cerebrale è una tecnologia nella sua infanzia e i dati generati dalle scansioni sono inoltre molto complessi. Un tipico studio delle scansioni cerebrali genera griglie con migliaia di migliaia di numeri estesi nel tempo e relativi a numerosi individui. Analisi di questo tipo di insiemi di dati sono difficoltose, noiose e complesse, e spesso richiedono diversi anni d'esperienza e contengono sorprendenti elementi di soggettività, e dibattiti su quali siano le procedure corrette o sbagliate. È quindi comprensibile che le scansioni cerebrali producano risultati contrastanti e che gli studiosi del cervello giungano a conclusioni contraddittorie. Fine nota che tutto ciò può portare a teorie sulle funzioni del cervello che non hanno nulla a che vedere con le raccolte di dati sull'attivazione cerebrale:

"Con questi dati contraddittorî, gli studiosi possono giungere sia all'ipotesi che gli uomini son più capaci nei test sulla rotazione degli oggetti perché usano un solo emisfero, sia all'ipotesi del tutto opposta che sia merito dell'uso di entrambi gli emisferi. Il contesto teorico è così flessibile che gli studiosi possono persino presentare queste ipotesi opposte, senza alcun imbarazzo, nello stesso identico articolo."

 È una strana scienza quella in cui dati del tutto opposti supportano la stessa interpretazione. La conclusione di Fine è pungente. Suggerisce che i neuroscienziati stiano solamente proiettando dei presupposti culturali riguardanti i sessi su quella grande incognita che è il cervello. Fine liquida questo processo come "neurosessismo", parte di una più ampia disciplina chiamata "neurononsenso". Difficile poter replicare.

 Fine asserisce che se esistono delle differenze nei comportamenti e nel pensiero tra i generi, queste sono conseguenze della socializzazione e non differenze biologiche intrinseche. Nella parte finale del suo libro spiega come i genitori formino il genere dei loro figli prima ancora che questi nascano. Feti maschili, ad esempio, sono descritti come maggiormente attivi anche se esami oggettivi non dimostrano differenze nei tipi di comportamento tra feti maschî e femmine. Dopo la nascita, i genitori continuano ad attribuire capacità specifiche rispetto ai generi. Le madri parlano di più alle neonate femmine riservando maggior attenzione alle loro espressioni emozionali. E ritengono che i maschî siano più bravi a gattonare e si diano più facilmente ad attività pericolose, anche se non ci sono prove che siano meno sensibili al linguaggio, meno emotivi, migliori gattonatori e più imprudenti.

 E questo solo riguardo ai genitori. Se un genitore volesse provare a crescere un bambino in maniera neutrale rispetto al genere, farebbe molta fatica a neutralizzare le informazioni che fan sapere ai bambini quali giocattoli, comportamenti, capacità, tratti caratteriali, attività, passatempi, responsabilità, vestiti, tagli di capelli, oggetti, colori, forme, emozioni e così via siano adatti ai maschî o alle femmine. Fine illustra gli sforzi di Sandra e Daryl Bem che coi loro figli hanno fatto incredibilmente tanto per eliminare minuziosamente tutte le associazioni legate al genere.

 I Bem hanno sistematicamente diviso tutte le attività casalinghe in modo da distribuirle equamente tra loro genitori. Tutti i materiali visivi e di lettura sono stati controllati e selezionati per esser sicuri che i bambini vedessero uomini e donne compiere lavori a prescindere dal genere. Hanno cancellato o modificato tutti i testi e fotografie con stereotipi di genere nei libri di famiglia. Quando leggevano loro dei libri hanno usato pronomi in modo da evitare sottintesi legati al genere sessuale, e hanno ridisegnato le immagini aggiungendo capelli lunghi e la forma del seno a quelle dei camionisti. Quando i Bem facevano riferimento alle differenze di genere, lo facevano unicamente nei termini fondamentali dell'anatomia e delle funzioni riproduttive e non tramite i tipici ruoli e preferenze di genere. Se i bambini chiedevano il genere di qualcuno, i Bem di solito negavano di poterlo sapere perché non potevano vedere il pene o la vagina di quella persona. Gli sforzi dei Bem, nota Fine, vanno ben al di là dei tentativi più tipici di crescere i figli in maniera neutrale rispetto al genere. Il Mondo non è neutrale in tal senso e quindi non c'è da meravigliarsi se noi pensiamo tramite le categorie di genere. Fine suggerisce che è tale socializzazione di uomini e donne che crea gli stereotipi di genere che mantengono le donne in una posizione arretrata.

 Nonostante i progressi riportati all'inizio, resta il fatto che le donne ancora guadagnano meno degli uomini, sono più facilmente impiegate a mezzo servizio, si accollano responsabilità maggiori nella cura della casa e dei figli e sono sottorappresentate nelle posizioni più alte nella gestione aziendale, nelle scienze, e nell'ingegneria. Fine sostiene che tali differenze siano parzialmente causate dall'attivazione automatica degli stereotipi di genere. Ad esempio, basterebbe chiedere di dichiarare il proprio genere agli esami di matematica per ottenere scarsi risultati nelle donne, dato che la domanda attiverebbe lo stereotipo secondo cui le donne non sono brave in matematica. Più pericolosamente, Fine suggerisce che gli uomini ancora conservano atteggiamento sessisti e agiscono deliberatamente per escludere le donne da alcune attività nel mondo degli affari. Ad esempio, Fine sostiene che i dirigenti invitano apposta clienti importanti in locali a luci rosse e club di lap dancing per escludere le donne.

 Questi argomenti sono meno convincenti. In primo luogo, Fine non può affermare che i comportamenti stereotipati siano al contempo facili da superare "cambiando i modi in cui un cómpito è descritto, svelando una particolare identità sociale, o anche semplicemente raccontando frottole" e al contempo affermare che l'attivazione degli stereotipi sta conservando un'ostinata divisione sociale. Fine vuole entrambe le cose, e descrive quindi gli stereotipi di genere come fragili e robusti al contempo. Gli stereotipi sono in effetti fragili e le donne non sono povere seguaci di suggerimenti ambientali, incapaci di resistere alle raffiche di pubblicità sull'acne coi loro messaggi impliciti. Sono individui attivi che possono rigettare gli stereotipi, se lo vogliono.

Indubbiamente anche i maschi portano con sé visioni stereotipate dei generi, però non c'è motivo di condannarli come sessisti e come un ostacolo all'uguaglianza delle donne. Stereotipi sulle donne e le capacità matematiche, ad esempio, riflettono il fatto che la maggior parte dei matematici siano maschî. Se qualcuno ha l'immagine stereotipa del matematico tipico come maschio, ciò riflette quel che è familiare più che una visione sessista secondo cui i matematici dovrebbero essere maschî.

 L'argomento di Fine sui locali a luci rosse è anch'esso problematico, perché affermando che escludono le donne sta appoggiando l'idea che ci sia una differenza essenziale tra i sessi. Fine si permette di presupporre che a causa del loro genere le donne siano offese da certe cose che invece non toccano gli uomini. Non c'è alcuna legge, o alcuna moralità femminile intrinseca, che impedisce a una donna di entrare in un locale equivoco.

 Da una parte noi abbiamo problemi di ingiustizia sociale per cui uomini e donne sono trattati in maniera diversa sulla base del loro genere, solitamente a svantaggio delle donne. Dall'altra, col passare del tempo c'è il problema di donne che scelgono più spesso di lavorare a mezzo servizio, in occupazioni meno retribuite degli uomini a causa di altri fattori più politici, come la mancanza di strutture per l'infanzia o la credenza (comune sia a uomini che donne) che le donne siano destinate a curare loro per prime i figli e che non siano destinate a entrare nei locali equivoci. Fine non considera eventuali differenze tra ingiustizie di genere imposte dall'alto e ingiustizie di genere volontarie e provenienti dal basso. Di conseguenza le sue descrizioni tendono a mostrare le donne come povere vittime di una società a dominio maschile e, ironicamente, ricrea così quelle divisioni di genere tanto care ai neuroscienziati e tanto abilmente smontate in Delusions of Gender.

12.19.18.13.5

Oggi, 23 settembre, Equinozio d'Autunno dell'anno 2011.
 Mancano 455 giorni alla Fine del Mondo. 

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.