Il fascismo che già c’è

Che io sappia l’inizio fu nel 1994, col discorso della discesa in campo di Silvio Berlusconi, impostato in gran parte sulla denuncia del rischio che l’Italia divenisse “un paese illiberale” se la sinistra fosse salita al governo. Un mantra che sarebbe stato ripetuto costantemente lungo tutte le successive campagne elettorali, instillando una “paura del comunismo” manco si fosse vissuti nel 1948.
La sinistra dimostrò la sua grande intelligenza cascando con entrambe le scarpe in questa retorica e riproducendola a specchio, tanto che per ben vent’anni entrambi i contendenti battagliarono quasi unicamente denunciando la fazione avversaria come pericolo per la democrazia, a scapito di eventuali proposte programmatiche, di cui ci sarebbe stato ben più bisogno.
C’era un fondo di verità in queste denunce, in questo gridare al pericolo?
Ora che gli anni sono passati, col favore della prospettiva storica, lascio giudicare a chi mi legge se nell’alternanza al governo tra centro-destra e centro-sinistra che vi fu dal 1994 in poi qualcuno approfittò per instaurare realmente in Italia una dittatura comunista o una dittatura fascista.

Paventare la morte prossima della democrazia in campagna elettorale, per attaccare la fazione politica che non piace, è molto facile e a quanto pare rende molto elettoralmente, come dimostrato dalla storia d’Italia degli ultimi venticinque anni.
Più difficile è faticare per stabilire dei criterî rigorosi, privi di retorica e di paternità di fazione che permettano di individuare l’autoritarismo politico quando si presenta.

Trovo in rete una lista sui “segni” che designerebbero il fascismo incipiente.

Non m’interessa, qui, valutare la validità dell’intera lista, ma compiere una modesta riflessione su una sua voce precisa, quella che dice “ossessione per il crimine e le punizioni”.
È una voce spinosa e scomoda perché, se presa sul serio, va a chiamare in causa una tendenza di lungo periodo ed estesa ormai a tutto il corpo sociale,a prescindere dal colore politico, variabile solo in superficie e identica nel profondo.

Intere società tra quelle cosiddette avanzate sono state catturate, una dopo l’altra, decennio dopo decennio, da un’ossessiva “guerra contro il crimine” e questo, paradossalmente, in un periodo, quello successivo alla Seconda Guerra Mondiale, in cui i reati, compresi quelli violenti (quelli che generano più allarme sociale) sono stati in progressivo calo.
Questa vera e propria guerra sociale ha un suo epicentro specifico, gli Stati Uniti dei tardi anni Settanta e primi anni Ottanta, quando politici e procuratori scoprirono come fosse assai redditizio elettoralmente presentarsi come “duri contro il crimine” (tough on crime). Il risultato fu un complesso carcerario in crescita esponenziale privo di eguali negli stati che si definiscono democratici, e probabilmente privo di paragoni anche nella Storia.

La mania carceraria, l’ossessione per il crimine, la crescente intolleranza per chi sbaglia, per chi si trovi dalla parte sbagliata del codice penale si trasferisce sul continente europeo a inizio anni Novanta, dove vive alterne vicende, stante la differente strutturazione del sistema giudiziario americano e quello nostrano.
Eppure il decorso è analogo, e lo schema si ripete identico.
Un susseguirsi di allarmi sorti dal nulla in cui si generalizza indebitamente a partire da singoli casi eclatanti per creare dei “mostri mediatici” rispetto a cui la politica si pone come salvatrice di un popolo presuntamente flagellato da malvagi individui per i quali non c’è mai punizione abbastanza dura.
E anche in Italia la popolazione carceraria, a fronte di reati in calo, continua ad aumentare, mettendo a dura prova un sistema già notoriamente sovraffollato. E se la soluzione più razionale sarebbe una radicale depenalizzazione (a partire ad esempio dal commercio e dal consumo degli stupefacenti), quello che si invoca invece è “costruire nuove carceri”. Seguendo appunto il modello americano.

L’ossessione per il delitto e il castigo emerge flagrantemente in quelle che sono vere e proprie allucinazioni collettive sull’argomento.
Allucinazioni collettive perché in palese contrasto con la realtà dei fatti, coi dati bruti che invece dovrebbero guidare l’azione politica e, si auspica, gli strati maggiormente acculturati della popolazione, quelli meno proni a cadere in fallace logiche o in carenze informative.
In particolare, in questi ultimi anni, per pompare il mito che “in Italia in prigione non ci va nessuno” (mentre i dati dicono che le prigioni scoppiano di detenuti!), i media usano un trucco sporco, confondendo flagrantemente la custodia cautelare con la pena vera e propria. Accade così che quando un giudice, a norma di legge, libera un indagato, i media urlano nelle prime pagine: “Già scarcerato il colpevole dell’omicidio/stupro/attentato/reatoditurno!” senza precisare che si è appena alle prime fasi delle indagini e che forse, dico forse, se la persona in questione è stato liberata magari i giudici, che conosco le carte del procedimento, qualche cognizione di causa ce l’hanno, ben più dell’omino della strada. Un trucco sporco portato avanti da molti anni, magari dagli stessi media che piangono per le cosiddette fake news della rete.
O forse dietro questa tendenza a spacciare la custodia cautelare per la pena effettiva nasconde altro, cioè si vorrebbe che l’indagato finisse condannato prima del (o addirittura senza il) processo? Il dubbio che molti lo desiderino è grande, il dubbio che per molti basti la condanna data dal sistema mediatico è grande.

C’è di più.
C’è il sospetto, e a seguire certe vicende è molto forte, che non si riescano più ad accettare come incidenti quelle che sono tragedie prive di colpevole. Qualcuno da giudicare “responsabile” va comunque trovato, qualcuno che paghi per tutti e per tutto. La ricerca di giustizia trascolora in quella di vendetta, e per giunta vendetta irrazionale.
Penso al caso dei terremoti, eventi naturali attualmente ancora imprevedibili. E non mi riferisco alle bislacche teorie che li vorrebbero frutto di avveniristici macchinarî ovviamente nascosti agli occhî delle popolazioni innocenti. Penso ai tecnici, agli esperti, agli scienziati portati sul banco degli imputati ritenuti colpevoli di non aver previsto l’imprevedibile. E poi, quando giustamente vengono assolti, al commento velenoso e ignorante dell’omino della strada: “In Italia non paga mai nessuno!” E se in certi casi non ci fosse effettivamente nessuno che debba pagare? Una domanda che ormai sembra balzana.
Oppure penso alle tragedie mediche sfociate in rissa, coi parenti del paziente che si sfogano aggredendo e picchiando il personale sanitario, notizie che ricorrono non poche volte negli anni recenti. Appunto, non si riesce ad accettare che non ci sia un colpevole. Ogni cosa viene vista attraverso il prisma della vittima di malvagi disegni superiori, un vittimismo al quadrato quando ci si scandalizza perché il colpevole (inesistente) non verrebbe punito.
Una tendenza, questa, quasi paranoide per cui non è eccessivo usare in senso forte il termine di “capro espiatorio”. Perché la foga punitiva di questi decenni è andata e sta andando ad attivare i meccanismi più arcaici e ferini della mente umana.

La mania punitiva è talmente radicata nel profondo della coscienza collettiva, che non viene avvertita come tale, anzi, è altrettanto diffusa la percezione paradossale secondo cui, in realtà, non si punirebbe abbastanza. È questa coscienza paradossale ad alimentare il circolo vizioso che porta a un’inflazione progressive delle notizie (nella maggior parte dei casi false, come detto sopra) sui “criminali che la fanno franca”, dell’espansione continua del codice penale, del sovraffollamento carcerario.
Tornando al punto di partenza, possiamo chiederci se, almeno per questo tassello, non si sia già inverata una porzione di fascismo. Io osservo che non è così strano che anche all’interno delle democrazie più compiute possano sbocciare “isole di fascismo”: e non mi riferisco a marginali gruppuscoli neofascisti ma alle istituzioni stesse. Penso ad esempio (esempio classico) alla persecuzione dell’omosessualità, che anche nei paesi più dichiaratamente democratici, è rimasta reato anche a lungo dopo la II Guerra Mondiale.
C’è una differenza notevole, però, tra il fascismo storico (quello di Mussolini ed epigoni) e l’attuale fascismo carcerario, per quanto riguarda forma e psicologia. Il fascismo storico divenne presto regime istituzionale e totalitario, una forma di potere fortemente verticale e verticistico diretto dall’alto. Che dire invece dell’attuale fascismo carcerario? In esso c’è una forte componente orizzontale, che proviene dal basso, alimentata dalla sfiducia nelle istituzioni, nella politica e soprattutto nella magistratura, diuturnamente bollata come “magistratura buonista”. C’è la forte tentazione di far sì che la giustizia passi dalle mani di istituzioni percepite come inefficaci o “lontane dal sentire del popolo” alle mani della massa che, si ritiene, avrebbe una maggior saggezza nel giudicare colpevoli veri o presunti.
E per certi versi questo sta già avvenendo.
Di contro alla giustizia ufficiale, con tutti i suoi enormi difetti, tra cui lunghezza e lentezza, ma anche con tutto il suo (auspicabile!) rigore, sta venendo alla ribalta una giustizia diversa, quella dei nuovi media. Non mi sono mai piaciute troppo le geremiadi di chi deplora un presunto imbarbarimento portato dai nuovi media, quelli della rete informatica globale, a fronte di un passato immaginato come educato, sobrio, civile. Ma questo non significa chiudere gli occhî di fronte a fenomeni cospicui, specie nei tempi più recenti.
Mentre la giustizia si muove coi suoi tempi pachidermici, percepiti come insopportabilmente lenti, tra appelli e controappelli, impiegando gli anni per giungere a conclusioni certe, dall’altro canto per determinati reati ormai il processo di prima istanza si ha per direttissima su internet, in tempi brevissimi, magari di pochi giorni, dove le singoli piccole azioni di sdegno degli utenti si coagulano a valanga in un effetto moltiplicatore che porta a deflagrazioni massive di rabbia e indignazione capaci (magari con la compiacenza dei grossi player privati della rete) di travolgere e distruggere le vite di chi, di volta in volta, viene posto sul banco virtuale degli imputati; un meccanismo in cui chi urla per primo l’accusa vince, come ai vecchî tempi della caccia alle streghe pre-illuminista o come nella Russia staliniana.
Un fascismo dal basso, uno squadrismo digitale sempre più virulento il cui contrasto, forse, è una delle maggiori sfide del secolo XXI in cui ci troviamo a vivere.

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La grande ignoranza

Diffido automaticamente delle narrazioni sulla “decadenza del tempo presente”. Inflazionate, sono narrazioni che fanno facile presa su un pubblico (assai diffuso) che ama riflettere poco e lamentarsi molto, e di solito vengono portate avanti senza alcun supporto fattuale, se non l’aneddotica spicciola. Infine hanno la sgradevole tendenza di far da pezza d’appoggio alla richiesta di interventi di stampo conservatore, se non larvatamente autoritario, per riportare la morale a vigere nel pubblico corpo.
In parte diverso è però il caso di questo libro di Irene Tinagli. Se non altro per la quantità e qualità dei dati che porta a supporto della propria tesi: liste di numeri e statistiche che, dall’immediato dopoguerra a oggi, effettivamente parlano chiaro.
Tra alterne vicende c’è stato un degrado nella competenza della politica italiana nel corso dei decennî, con una notevole accelerazione nei tempi più recenti, quelli in cui s’è messa espliticamente sotto attacco la “politica dei professoroni” contrapposta a una presunta sapienza primigenia del popolo incontaminato. Degrado della competenza ed esaltazione del politico non professionista (e quindi, in teoria, non corrotto), a cui è corrisposto, paradossalmente, una selezione dei legislatori basata soprattutto sulla fedeltà al proprio partito (o movimento) di appartenenza, e quindi una mancanza di indipendenza e autonomia di pensiero. Anche su questo l’autrice esibisce dati e formula ragionamenti difficilmente contestabili.
Restano tuttavia dei punti su cui nutrire alcuni dubbî.
Il primo è che l’esaltazione della competenza non finisca per cadere nella stessa trappola dell’esaltazione, oggigiorno così di moda, dell’onestà del politico. Per carità: chi non vorrebbe un politico onesto? Chi non vorrebbe, altrettanto, un politico competente? Ma la politica non può essere ridotta a una sola variabile. Mi sembra scorra in sottofondo l’idea, che trovo pericolosa, che il politico basta sia onesto e poi tutto gli è concesso. Parimenti, basta sia competente e poi tutto gli è concesso. In questo modo vengono azzerate le differenze di idee, di valori e di principî tra le parti in gioco che, anch’esse, fanno tanta parte della politica. Si può sognare una politica maggiormente basata su dati concreti, che sappia sondare con metodo scientifico i risultati delle proprie politiche prima di metterle in atto, che non dipenda dal vellicare le parti meno razionali del proprio elettorato, che non cavalchi effimeri allarmi mediatici per fabbricarsi un consenso. In poche parole: di una politica competente. Eppure, anche una volta raggiunta l’onestà e la competenza, resteranno sempre divisioni di principio in seno alla società su ciò che il potere pubblico può e deve fare. Perché la competenza (e anche l’onestà) è un mezzo, è uno strumento per far sì che determinati fini politici vengano raggiunti, ma stabilire questi ultimi (o trovare una conciliazioni tra i diversi fini che le diverse parti della società auspicano) resta còmpito del processo di rappresentanza, da cui non si può comunque prescindere. I competenti, i tecnici possono essere gli esperti che sappiano come meglio sia raggiungere determinati fini, ma non quelli che li stabiliscano, pena cadere nel paternalismo, se non nell’autoritarismo.
Secondariamente c’è tutto il capitolo sui nuovi media in cui l’autrice pone sul banco degli accusati i media sociali della rete informatica globale. Lo fa con veemenza ma, purtroppo, almeno in questo caso, con non altrettanto rigore che in altre parti del libro. Sembra dar per scontati i lati peggiori dei media sociali, dalla diffusione dell’odio a quella delle bufale. Soprattutto, anche se non lo afferma mai esplicitamente, sembra caldeggiare un approccio severamente regolamentista, adducendo i mali della rete alla sua mancanza di filtri, di regole, di (possiamo dirlo?) censura. Qui a mio avviso si vanno ad attaccare i sintomi dei mali, trascurandone le radici e dando spazio ad approcci che, alla fine dei conti, sembrano ledere i principî di libertà e democrazia divenuti basilari nelle nostre società solo di recente. Inoltre il ruolo giocato dalle reti sociali nel promuovere ideologie “sbagliate” (ma secondo chi?) è ancora tutto da definire e, come tutti i fenomeni complessi, sfugge alle descrizioni semplicistiche che ne offre l’autrice. Ho letto articoli, per dire, che sminuiscono di molto il peso date alle cosiddette fake news nel decidere le sorti di importanti eventi elettorali appena trascorsi (le elezioni presidenziali americane del 2016 e il referendum sulla brexit). Inoltre provo sempre un forte sospetto verso chi propone misure restrittive sull’informazione per impedire che l’elettorato voti “dalla parte sbagliata” (ancora: ma sbagliata secondo chi?): democrazia significa rispettare anche i risultati delle urne quando non ci piacciono. Parimenti dubbia mi pare l’affermazione che i media sociali “manipolino l’opinione pubblica”, quando i primi, invece, sono per definizione dei media e, diversamente dai vecchî media verticali, restano in larga parte impersonali e fungono soprattutto da funzione di uno specchio dell’opinione pubblica (ancora: un sintomo). Infine, suppore che esista un’opinione pubblica “vera e genuina” rispetto a una “manipolata e distorta” è un pensiero curiosamente vicino al discorso di quel populismo incompetente che l’autrice afferma di voler combattere…
Da ultimo ci sono le proposte per combattere il trionfo dell’incompentenza. Dico sùbito che a me paiono piuttosto deboli. Vivaddio l’autrice richiama per poi immediatamente cassare la proposta di una “patente per votare”: un passo indietro antistorico nello sviluppo democratico che, l’autrice lo riconosce bene, tornerebbe a concentrare il potere di voto nelle mani di ricchî e privilegiati, essendo questi di norma quelli maggiormente istruiti, e quindi maggiormente avvantaggiati nell’ottenere la suddetta patente.
Diverso il caso di interventi dal lato dei governanti: una “patente per governare” o di un potere di veto sulle leggi da parte di commissioni di esperti competenti. Qui l’autrice fa notare come non sarebbe poi tanto diverso da quanto già accade per alcune cariche negli Stati Uniti (sottoposti a esame preventivo), che limiti all’azione di governo esistono già nella forma dell’esame di costituzionalità delle leggi e dell’istituzione nei decennî recenti delle authority: si tratterebbe solo di allargarli. Sono proposte che, forse, potrebbero tamponare le peggiori derive dell’incompetenza anche se, come riconosce l’autrice, un eccesso di tecnocrazia potrebbe provocare un progressivo scollamento dei governi rispetto ai votanti: basti pensare, dico io, all’attuale atteggiamento di scetticismo dei votanti nei confronti della tecnocrazia europea, atteggiamento generato da grossi deficit di democrazia da parte proprio dell’Unione Europea. Alla fine le proposte più interessanti sono quelle che l’autrice riporta di altri esperti, pur se (o forse proprio perché) di segno e ispirazioni opposti le une dalle altre. Per quanto mi riguarda, invece, se mi si dovesse chiedere quali rimedî proporre per arginare il dilagare dell’incompetenza, non saprei davvero cosa dire. Riguardando in modo spassionato e spregiudicato alla storia italiana del dopoguerra, o alle vicende recenti di altri paesi, mi dico, cinicamente, che gran parte del paese è pronto a sopravvivere e a prosperare anche e soprattutto a discapito della politica e dei governi, siano questi più o meno competenti…

Quel bacio proibito (o dell’indisponibilità dei simboli)

Uno spot di una nota casa di moda con un bacio lesbico.
Orde che insorgono dentro e fuori la Rete, offese e scandalizzate, esigendo e ottenendo le scuse di chi aveva commissionato lo spot. Sono torme di bigotti religiosi che non reggono la vista di un bacio saffico? No. O meglio, non proprio. Sono le stesse organizzazioni LGBT. Lo spot non sarebbe abbastanza in linea coi determinati dettami. Più precisamente, la pietra dello scandalo è l’attrice: si identificherebbe come eterosessuale. E secondo una corrente di pensiero molto recente solo i membri di una data categoria possono interpretare i membri di quella categoria, possono presentarsi come gli stessi. Tutto il resto è insulto, offesa, profanazione (e quest’ultimo termine non lo uso a caso, ma nel suo senso proprio, nel suo senso più forte).
Qual è il significato profondo di questo modo di pensare? La cosa sembrerebbe andare contro la stessa logica della recitazione, che è fingere, entrare nella persona altrui, immedesimarsi nell’Altro, comprenderlo, avvicinarglisi. Chi si vi oppone sembra invece credere che i confini siano rigidi. Che i tratti che determinano l’appartenenza di una persona a una categoria siano assoluti. Non sono ammessi sconfinamenti, mescolamenti, messe in crisi delle identità. La definizione giusta per questo modo di pensare è in effetti: identitarismo. Una parola solitamente applicata alla destra, specie nelle sue varianti estreme, che vede nell’identità collettiva delle nazioni, delle razze, delle culture, delle religioni, qualcosa di indiscutibile e sacro. Eppure negli anni più recenti questa logica s’è curiosamente trasferita anche a sinistra, col sorgere di nuovi identitarismi, quelli delle categorie oppresse.
Questa logica sottende anche tutta la grande polemica, pure essa recente e pure essa proveniente da sinistra, contro la cosiddetta “appropriazione culturale”, ovvero la trasmigrazione di pratiche e simboli da una cultura all’altra: solo chi apparterebbe a una determinata cultura può far uso dei segni di quella cultura stessa. Qui abbiamo una visione assai ingenua, angusta e flagrantemente antistorica di cosa siano le culture: blocchi unici fatti di determinati singoli tratti, rigidamente separate le una delle altre, come se le mescolanze non fossero mai esistite.
È nel dibattito sull'”appropriazione culturale” che emerge con chiarezza il fondamento logico di questo nuovo identitarismo, in cui destra e sinistra sembrano convergere: si prendono dei segni, dei tratti, dei simboli, delle pratiche e li si dichiara indisponibili. Non sono accessibili al pubblico dominio. Sono proprietà privata di determinati gruppi, non utilizzabili al di fuori dei contesti “tradizionali” (ovvero dei contesti di chi, in quei gruppi, ha il potere di definirli “tradizionali”): solo il gruppo autorizzato, presunto detentore originario e autentico di simboli e pratiche può decidere se quando se ne faccia uso.
Qui il parallelismo coi simboli religiosi è smaccato, la vicinanza col sacro è palese. Quello religioso è il simbolo per eccellenza che può essere usato solo dagli aderenti alla religione stessa e solo nel modo “giusto”. L’arte, che da un secolo e mezzo a questa parte, s’è assunta il compito, se non l’obbligo, di provocare e far saltare le classificazioni simboliche, entra inevitabilmente (e volontariamente) in conflitto con la religione: la rana crocifissa e altre simili amenità non fanno infuriare il credente solo per la mescolanza tra alto (il divino) e basso (l’animalesco); più in profondità la profanazione riguarda la restituzione del simbolo religioso al pubblico dominio: prendetene e fatene quel che volete.
L’apice di questo concetto proprietario del simbolo lo si raggiunge con la divinità stessa che, in alcune religioni, non è meramente rappresentabile solo in modi “corretti”, ma non è direttamente rappresentabile in alcun modo. In quest’ascesa parossistica verso l’esigenza iconoclasta, ovvero verso l’esigenza che determinati simboli non siano disponibili per nessuno, non stupisce che l’infedele che osi rappresentare la divinità, che quindi sia colpevole di blasfemia, sia passibile della massima pena: quella di morte.
C’è da chiedersi infine, per quella parte di politica che si identifica come sinistra, quanto sia utile assecondare questo curioso contagio identitario, un tempo appannaggio della destra più conservatrice; quanto servizio si renda alle categorie che, rifugiatesi sotto la bandiera dell’identitarismo, rischiano di divenire prigioniere dell’attivismo di chi, al loro interno, cerca di ritagliarsi posizioni di potere nel grande gioco contemporaneo su ciò che è o meno rappresentabile; quanto ciò porti effettivamente a una liberazione per tutti, oppressi o meno, o non piuttosto a una nuova servitù in cui i simboli astratti collettivi abbiano una precedenza di tutela rispetto agli individui concreti e alla loro volontà di sperimentare, provocare, far saltare le classificazioni prestabilite.

La paura in Occidente – Storia della paura nell’età moderna

Si rischia di rimanere spaesati addentrandosi nel paesaggio della paura in cui ci conduce l’autore. Spaesati perché la materia è tanta, l’autore estremamente erudito, la documentazione ricca e la sua esposizione asistematica e procedente per accumulo. Bisogna farsi largo con pazienza perché un disegno coerente cominci lentamente a formarsi, sino alle conclusioni, in cui vengono finalmente tirate le fila della vasta materia trattata.
Anche perché nell’Europa dei primi secoli dell’era moderna c’era davvero paura di tutto: paura del mare, dei vicini di casa, del futuro, dei lupi, delle tasse, degli ebrei, dei vagabondi, di fantomatici rapitori di bambini. Paura di tutto. Paura soprattutto del soprannaturale: malefizî e sortilegi, spiriti dei morti, diavoli e demoni. Era un Mondo saturo di magia, come del resto è sempre stato per tutta l’umanità dai tempi delle caverne almeno sino al grande disincanto avvenuto, lento, tra XVIII e XIX secolo.
Paura del diavolo, della fine dei Tempi, dell’Anticristo, soprattutto nella cultura alta.
L’autore disseziona la geografia della paura dell’età moderna senza fare della cultura un blocco unico, ma individuando dove, nel tempo e nello spazio e nei diversi strati sociali, emergono, si sviluppano e poi si spengono le singole paure.
Perché, in Europa, all’inizio dell’età moderna, avviene qualcosa di diverso rispetto al passato. La società comincia a essere ossessionata dalla paura e si mettono così in moto dei meccanismi persecutorî, di tipo politico e giudiziario, per combattere una guerra spietato contro un male visto in agguato ovunque.
Ma rispetto ad altri autori, questo libro ha il grande merito di riuscire a individuare con rara precisione i colpevoli che portano all’istituzione dei meccanismi di cui sopra. Solitamente si parla di “crisi”: ad esempio, quando si cercano le cause delle grandi cacce alle streghe, si parla di “reazione a una crisi”. Spiegazione insoddisfacente perché vaga, troppo vaga.
L’autore del libro in questione, invece, elenca la lista degli elementi che scossero la società, ormai in disfacimento, del Medioevo: dapprima la Peste Nera, e tutte le epidemie che vennero in seguito; e poi il Grande Scisma; l’avanzata apparentemente inarrestabile dei Turchi; la diffusione sempre più intensa delle eresie; l’avvento di Riforma e Controriforma e le sanguinose guerre di religione che seguirono.
Tutti eventi catastrofici che, secondo la mentalità del tempo, non potevano essere fortuiti: dietro di essi agiva la mano di un Dio vendicatore e terribile o, peggio ancora, quella di Satana, che non poteva non avere alleati tra il popolo; ecco quindi irrompere sulla scena la strega e lo stregone, individuati spesso nei residui di paganesimo che, ancora nella prima età moderna, sopravvivevano tra campagne e montagne, che dovevano essere cancellati.
È così che, finalmente, la caccia alle streghe trova una sua spiegazione. Troppo spesso analizzata come fenomeno isolato, se ne chiarisce la genesi e il decorso in un più ampio meccanismo persecutorio dai molti volti, quello della lotta contro le eresie, contro gli ebrei (soprattutto i convertiti, visti come sospetti di apostasia), contro gli untori che portavano le epidemie, e così via.

Una lettura impegnativa, che richiede pazienza con le sue seicento pagine e che tuttavia ripaga ampiamente. È con libri del genere che si può dire che il passato illumini il presente. L’autore ci conduce in un’epoca ossessionata da un complotto a spese della cristianità, complotto per fermare il quale ogni mezzo politico e giudiziario non era mai sufficiente. La mente corre allora ad altre grandi persecuzioni, quelle novecentesche, le persecuzioni razziali, politiche o quelle a spese delle minoranze e “devianze” sessuali, e altre ancora. Persecuzioni del XX secolo che ancora attendono un loro cronachista che abbia uno sguardo ampio come quello del nostro autore, che trovi una chiave di lettura e comprensione generale.

Il pollo

Con Pensare altrimenti Diego Fusaro, il filosofo ribbbelle scaglia un furibondo (e assai ripetitivo) attacco al capitalismo, al libero mercato, al liberismo, eccetera, colpevoli a suo dire d’aver annullato (rio destino!) in una pappa indistinta e anonima tutte le possibili differenze tra individui, famiglie, comunità, nazioni, un tempo gagliarde e vive, oggi sbiadite e amorfe.
Lo fa con un librettino pubblicato da Einaudi; Einaudi che è proprietà di Mondadori; Mondadori che a sua volta è proprietà di (nientemeno) Silvio Berlusconi.
E qui sta l’inghippo.
Delle due l’una: o il capitalismo, qui rappresentato dal Berlusca, è così pollo da vendere la corda concettuale con cui presto o tardi rischia di finire realmente impiccato; o il pollo è l’autore, che non si rende conto di come le sue parole siano in qualche modo spuntate.
Considerando la sorte analoga di altri libri di altri autori dello stesso fiorente genere (da Naomi Klein a Latouche e giù giù sino al nostro Fusaro), mi verrebbe da dire ciò: che il libero mercato è così potente e flessibile da riuscire a trasformare in merce persino il genere letterario dell’anticapitalismo. I libri anticapitalisti fanno parte del mercato delle idee, si vendono, producono fatturato, permettono accumulazione di capitale. Nel frattempo, là fuori nel Mondo, fuori delle biblioteche e delle librerie dei rivoluzionarî, il neoliberismo è più forte che mai, ogni giorno che passa.
E allora forse il pollo non è né l’editore né l’autore (entrambi ci guadagnano). Forse il pollo è il lettore.

Le utopie degli altri

Un po’ perché mi piace, un po’ perché credo che sia un utile esercizio: seguire e leggere blog e siti di persone le cui idee non condivido, anzi, le cui idee sono all’opposto delle mie (le mie: quelle poche che ho chiare sinora).

Lo faccio perché le visioni degli altri offrono spesso utili spunti per mettere alla prova le mie e per testare e migliorare la mia conoscenza dei “nemici”, ma soprattutto per cercare di capire il modo di funzionamento dei sistemi di pensiero, i loro schemi, le loro caratteristiche comuni, e quale prospettiva ottimale, per riuscirci, se non una dall’esterno? C’è tanto da imparare nell’analizzare in modo spassionato il proprio “nemico”.

Purtroppo da molti anni ormai i social network, Twitter e Facebook in primis, hanno decimato quei blog che un tempo erano una folta popolazione. Molti hanno chiuso, altri sono spariti, o hanno semplicemente cessato le pubblicazioni, restando aperti a prender polvere.
Tra questi c’è un blog chiamato radical wind… si tratta di un blog la cui gestrice si autodefinisce “femminista radicale”. L’ho seguito per diverso tempo prima che, d’improvviso, cessasse di pubblicare chiudendo pure la possibilità di commentare.
Propongo la traduzione di uno degli ultimi e più recenti post, una sorta di summa del pensiero dell’autrice (il post ha ottenuto oltre cento commenti in risposta).
È piuttosto lungo, ma la lettura integrale vale la pena. Intanto per il discorso di cui sopra (il confronto con idee altrui, e in questo caso da una prospettiva effettivamente radicale come si dichiara, che la si condivida o meno), e poi perché io l’ho trovato divertente, al pari di certi romanzi di fantascienza.
E infine, confrontarsi con uno scritto del genere permette di toccare con mano una lezione semplice, ma mai abbastanza esperita o riconosciuta: ovvero, che le utopie degli uni sono le distopie degli altri, e viceversa. Sembra elementare, ma non lo è.

Il post originale che ho tradotto si trova qui.

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UTOPIA: che aspetto avrebbe una società femminile?

STRUTTURE SOCIALI

La posizione degli uomini nella società

Prima di fare qualunque altra cosa, la primissima misura da adottare è di rimuovere immediatamente tutti gli uomini delle posizioni di comando, e di fatto da qualunque posizione sociale o professionale.

Assassini seriali, torturatori seriali, magnaccia, pornografi, colpevoli di violenza domestica grave, stupratori seriali, pianificatori di genocidi e biocidi, pedocriminali di tutto il Mondo verrebbero semplicemente eutanasizzati: le decisioni in tal senso verrebbero prese dalle donne in un tribunale mondiale di massa per i crimini patriarcali. Questa è attualmente la miglior soluzione e il metodo più legittimo ed etico per ridurre la popolazione maschile a livelli più ragionevoli. Altrimenti uomini del genere resterebbero per sempre una minaccia per donne, bambini, animali, per la Terra e la società in quanto tale, e noi sappiamo che non avrebbero modo di astenersi dal loro comportamento violento dopo aver raggiunto uno stadio così avanzato di sadismo e sociopatia. Sarebbe folle consumare spazio, risorse ed energia per tenerli vivi in prigione.

Tutte le proprietà, le risorse e le terre degli uomini (vivi o eutanasizzati) verrebbero confiscate loro e restituite alla cura e alla supervisione femminili – la proprietà della terra verrebbe abolita. Non si può possedere la terra!

Tutti gli uomini almeno sopra i quindici anni di età (o più giovani se particolarmente asociali) dovranno vivere separati da donne e bambini, per conto loro in piccole capanne, isolati gli uni dagli altri e dispersi in modo che le donne possano tenerli d’occhio (non potranno mai riunirsi in gruppi o branchi, sarà illegale). Sarà illegale anche per gli uomini adulti imporre la loro presenza a donne, ragazze e bambini. Gli uomini dovranno arrangiarsi per conto proprio: per il cibo, per il bucato, ecc. A nessun maschio sopra l’età della pubertà sarà permesso di ricevere alcun tipo di servizio da una donna. La loro aspettativa di vita probabilmente scenderà a quarant’anni, ma è così che le cose devono essere. L’aspettativa di vita delle donne, senza uomini, salirebbe almeno a centotrent’anni.

Anche i rapporti sessuali tra uomini e donne saranno ovviamente illegali, così come l’inizio di qualunque contatto verbale o fisico nei confronti di donne, ragazze o bambini, a meno che non sia la donna a iniziarli per ragioni specifiche. Non ho idea di cosa si potrebbe fare dei bambini maschi. Ovviamente conoscete la mia opinione, ma diciamo che sarà lasciato alla madre decidere cosa farne prima che il ragazzo raggiunga l’età per abbandonare il circolo della famiglia femminile.

Per tenere occupati tutti gli uomini e i ragazzi post-pubescenti, li manderemo a pulire i grandi ammassi di detriti, inquinanti e rifiuti tossici che gli uomini hanno diffuso nel Mondo e con cui l’hanno quasi ucciso. Gran parte del danno fatto alla Terra è irreversibile, tuttavia, con grande sforzo e ingegno, le donne troveranno metodi sostenibili, naturali e semplici per guarire una gran quantità dei danni causati dagli uomini, e per far fare a loro il lavoro sporco. A nessun uomo sarà permesso di prendere alcuna decisione senza una guida femminile. Sappiamo cosa accade quando gli uomini prendono le decisioni per conto loro! DISASTRI.

Famiglia, cura dei bambini e riproduzione

I diritti dei padri cesseranno d’esistere. Non esiste una cosa come la paternità… come noi tutte sappiamo è un mito. Gli uomini perderanno necessariamente tutti i poteri di dominare e controllare le capacità riproduttive delle donne.

È il diritto inalienabile di ogni donna controllare ogni fase della sua riproduzione e della creazione della vita. L’aborto sarà possibile a ogni stadio della gravidanza, tuttavia ci saranno difficilmente cose come le gravidanze indesiderate, visto che non ci sarà più nessun uomo per imporcele. L’aborto sarà comunque riconosciuto per il trauma, la mutilazione e la perdita della vita che è. Il numero di bambini e la popolazione umana diminuirà naturalmente a livelli sostenibili, e così il numero dei maschi che nasceranno. Le donne saranno libere di sperimentare la partenogenesi o la procreazione con due ovuli femminili.

La famiglia nucleare sarà abolita, in particolare i diritti di proprietà e il potere assoluto dei genitori sui figli. I bambini saranno considerati come persone bisognose di autonomia e tutte le forme di punizione, di autorità o di manipolazione educativa sui bambini saranno parimenti abolite. Crescere e curare i bambini sarà una responsabilità collettiva delle donne, e la maternità e soprattutto la capacità di essere empatici verso i bambini sarà presa molto sul serio, come qualcosa che bisogna (re)imparare e studiare per anni prima di essere pienamente competenti per questo enorme compito.

Le scuole come le conosciamo, cioè come centri di reclusione punitiva per essere indottrinati al dominio dei maschi e alla subordinazione delle donne (e anche come sistema di selezione per gli esecutori elitari delle istituzioni patriarcali) saranno abolite. I ragazzi non staranno vicini alle ragazze, certamente non per la maggior parte del tempo e mai dopo la pubertà. E ovviamente a nessun maschio adulto sarà permesso di stare vicino ai bambini.

Non ci saranno cose come “insegnanti” con una posizione di autorità sui bambini. Le “guide” potranno imparare da bambini e studenti così come gli studenti da loro. Potremo imparare qualunque cosa vogliamo, dai linguaggi alle scienze all’arte alla musica alla medicina alla magia al nuoto eccetera senza restrizioni d’età o tempo, basta che la cosa sia adatta alle nostro capacità. L’apprendimento sarà autonomo, con una guida quando necessario, invece che obbligato e dettato dall’alto. Non ci sarà bisogno di ricompense esterne, voti o punizioni dato che il processo di apprendimento sarà così soddisfacente in se stesso e affascinante da essere autosufficiente. Potrei andare ancora avanti a lungo: l’apprendimento non-patriarcale è davvero incantevole.

Strutture sociali tra le donne

Tutte le relazioni di autorità, dominazione e subordinazione saranno abolite tra le donne di tutte le età. Saremo capaci di riconoscere a vicenda la forza, l’esperienza, la capacità di far da guida e le abilità (o la mancanza delle stesse) senza che questo implichi superiorità, inferiorità, venerazione o mancanza di rispetto. Ci troveremo le une e le altre bellissime. Vivremo la nostra amicizia, il nostro amore e il nostro affetto per le donne senza alcun ostacolo.

LE ISTITUZIONI MASCHILI

Tutte le istituzioni maschili oppressive saranno abolite dopo che gli uomini le avranno abbandonate. Ovviamente noi non le manterremo. Torneranno al nulla a cui appartengono, proprio come un cattivo lontano ricordo.

Forze armate

Non più forze armate, non più eserciti, non più guerre! Sarà illegale per gli uomini portare le armi. La pace globale sarà una conseguenza immediata. La maggior parte delle armi sarà distrutta (o riciclata in qualcos’altro), come le armi di distruzione di massa, mine antiuomo, carri armati, mitragliatrici, tutti i tipi di bombardieri terrestri, marini e aerei, e tutte le cose disgustose inventate dagli uomini. Per quanto riguarda le restanti armi, come pistole o spade, le donne avranno diritto al loro uso esclusivo per difenderci dagli uomini, e dal rischio che loro si riprendano il potere su di noi.

Lo Stato

Stati, frontiere, nazioni, leggi saranno aboliti e totalmente eliminati. Le leggi che menzionano liste di atti vietati saranno mantenute solo per gli uomini. Le donne non hanno bisogno di leggi per autocontrollarsi. Le leggi sono state create dall’elite maschile per proteggere la proprietà da altri uomini. Le leggi sono rigide e statiche, e questo perché il loro scopo è di mantenere al suo posto il potere patriarcale. La nostra società sarà in costante evoluzione, riadattamente, rinnovamento creativo, e tuttavia radicata nella realtà e adattata ai nostri bisogni e circostanze.

Le donne potranno muoversi liberamente.

Le strutture sociali e le assemblee decisionali non supereranno il numero di circa trecento donne (che rappresenteranno solo se stesse). Tenere un numero basso per la cooperazione è importante perché maggiori sono le dimensioni dell’unità e più la cooperazione orizzontale diventa difficile e arriva a richiedere una gerarchia verticale. Le possibilità per un’organizzazione pacifica e cooperativa tra le donne sono infinite – finché si rispetti l’integrità individuale di altre donne – il gruppo non dovrà mai prevaricare l’individuo ma essere una fonte di supporto e di efficiente organizzazione della vita e dello spazio collettivi. Ci saranno facilmente associazioni e scambi tra differenti gruppi e individui perché le donne possano collaborare regionalmente e globalmente se necessario. Non ci saranno limiti d’età nella partecipazione e nella formazione delle decisioni per donne e ragazze, ciò implicando un adattamento del formato alle differenti età e capacità.

Medicina

Gli uomini saranno permanentemente banditi da ogni tipo di pratica medica. Tutte le istituzioni misogine e genocide come ginecologia, psichiatria, ostetricia, le grandi case farmaceutiche, la tortura di esseri viventi in nome della “sperimentazione scientifica” saranno abolite. La visione maschile, frammentata, oggettificante e sadica del corpo umano sarà parte della storia, sostituita da una medicina biofila. La scienza medica non sarà più monopolizzata da una piccola elite ma disponibile per tutte a qualunque età quando appropriata. Il ruolo delle dottoresse sarà di guidare il paziente lungo la propria guarigione, senza mai esercitare l’autorità o prendere decisioni a sue spese. Spazi speciali per la guarigione (quando si rende necessaria la chirurgia e così via) saranno così belli, caldi e accoglienti che anche solo standoci ci si sentirà meglio. Le condizioni dell’anima e della vita di una persona saranno considerate parti del corpo e i sintomi saranno sempre compresi con metodo olistico. Non ci saranno più prodotti chimici, sintetici e tossici con effetti collaterali spesso peggiori della malattia che pretendono di guarire.

La salute perfetta sarà comunque lo stato normale delle donne, man mano che impareremo tramite l’esperienza e l’osservazione come dovremo mangiare e fare per rimanere in salute in ogni stagione e momento. La maggior parte delle donne riscopriranno i nostri poteri guaritori, di divinazione e di comunicazione extra-sensoriale.

Religione

Le religioni patriarcali crolleranno insieme al sistema oppressivo maschile. Le ideologie religiose, insieme alle loro gerarchie e vuoti rituali cesseranno di esistere. Credo che un Mondo femminile sarebbe spirituale. La connessione spirituale non è basata sulla fede ma sull’osservazione critica e sull’esperienza, su una vera connessione personale con gli elementi, gli esseri e gli spiriti che ci circondano, e sul vero potere magnetico degli esseri.

Economia (legata all’ecologia)

Ovviamente la schiavità, lo sfruttamento delle donne da parte dell’uomo e il sistema capitalista maschile saranno anch’essi aboliti. L’aspetto più importante dell’economia maschile è il suo essere basata sull’accumulazione competitiva di risorse da parte degli uomini (uccidendo, distruggendo, mercificando, assumendo il controllo, estrando il massimo ammontare possibile di vita) e sulla produzione di beni velenosi, che creano dipendenza, programmati per l’obsolescenza – tutto questo per vincere nel gioco patriarcale di ottenere un dominio sempre superiore su donne e ragazze.

Questa relazione necrofila col Mondo e l’ambiente sarà abolita e sostituita con un’ecologia e con principî economici biofili. Ciò comprenderà ogni singolo processo delle attività della nostra vita, dalla costruzione delle case al consumo del cibo alle comunicazioni, ai viaggi, alla produzione di mobili, al cucinare, eccetera. Tutto sarà accuratamente progettato e pensato in modo da non mettere in pericolo la sopravvivenza di alcuna specie, da non inquinare mai l’ambiente, da non richiedere mai l’uso di materiali tossici e non riciclabili, da non richiedere lavoro salariato o sfruttamento. Ciò ovviamente avrà il suo impatto sulla natura e sulla scala delle nostre attività. Il “lavoro” (sfruttamente e divisione del lavoro) così come noi lo conosciamo sparirà. Sarà la responsabilità di ogni individuo o gruppo di sostenere se stessa in maniera più o meno autonoma.

Dovremo imparare a osservare il nostro ambiente e comprendere in maniera profonda le interconnessioni di tutti gli esseri che ci circondano, e anche il nostro impatto su di essi prima di decidere se e come trasformarli. Le nostre vite non hanno più o meno valore di quelle di un coniglio, una mosca, un albero, una pianta, un pesce, una conchiglia o una pietra. Per esempio, se prendiamo le foglie da alcune piante, è importante non sradicare l’intera pianta, o prenderne solo quelle parti che possano poi ricrescere. Oppure prendere solo alcune piante (o conchiglie, o cos’altro) dove ce ne sono molte, in modo da rispettare la sopravvivenza delle specie. Se tagliamo degli alberi per costruirci le nostre case, li ripiantiamo. Ci sono inoltri infiniti modi per ottenere la maggior parte dei materiali per l’energia, il cibo o la produzione usandoli nella maniera più efficiente. Costruire case in modo che non richiedano riscaldamento in Inverno o il condizionamento dell’aria in Estate. È ormai ampiamente riconosciuto che l’energia come l’elettricità può essere infinitamente rinnovabile se usiamo il potere del vento, del magnetismo, dell’acqua… e tutto può essere realizzato in maniera autonoma da ogni persona.

Impararemo a essere nuovamente autonome e a farci i nostri vestiti, il nostro cibo, mobili, saponi, prodotti detergenti… o forse li farò qualcun altro ma la maggior parte delle cose possono essere fatte a mano e questo è molto più gratificante.

In un mondo biofilo, non esiste spazzatura, non esiste inquinamento. Tutto è concepito come parte del ciclo della vita. Ciò non significa che dovremo tenere lo stesso spazzolino da denti per cinquant’anni o che non miglioreremo mai le nostre macchine, la tecnologia o le infrastrutture, bensì che non esistono cose come rifiuti o residui tossici. Tutti i materiali dovranno essere innocui, riciclabili o biodegradabili, da rendere alla terra quando non ne avremo più bisogno.

Agricoltura industriale e coltivazione delle terre

Le modifiche genetiche delle piante, i pesticidi, la monocultura, l’aratura dei campi e il conseguente inaridimento del suolo saranno considerati criminali. Il nostro diritto all’autosostentamento non sarà più sequestrato da gigantesche multinazionali – visto che non esisteranno più.

L’agricoltura dovrà essere sempre su piccola scala, locale e quanto più possibile modellata su condizioni come quelle in natura, di auto crescita e auto rinnovamento (meno si lavora e si interviene e meglio è), ed essere specificamente concepita in modo da nutrire e sostenere la flora e la fauna selvatiche e l’equilibrio ambientale invece che esaurirli. Anche qui le possibilità sono infinite e abbiamo così tanto da imparare.

E, detto seriamente, uccidere animali che hai allevato nelle fattorie o tenerli prigionieri è crudele. Io sono per la liberazione di tutti gli animali d’allevamento e domestici. Decideranno loro se vorranno vivere con noi oppure no, e dovranno essere liberi di andare e venire come desiderano. Probabilmente in pochi decenni, dopo che la popolazione umana si sarà stabilizzata, la popolazione maschile sarà diminuita e noi avremo fatto seri sforzi per la riforestazione e il ripristino della fauna e della flora sulla Terra, probabilmente sarà più lecito cacciare animali occasionalmente. Attualmente, considerando il tasso di estinzione delle specie animali, trovo criminale cacciare o pescare. E comunque noi non abbiamo bisogno di mangiare così tanta carne.

Il femminismo non esiste

Il titolo del post è provocatorio. O forse no.

In un forum che frequento, dove si parla di tutt’altro, nella sezione off topic, viene posta la seguente domanda: “c’è qualcun@ [sic!] che si definisce femminista?”
E giù una discussione infinita su cosa significhi esattamente il termine. Su chi o cosa o come possa definirsi “ver@ femminista”. Discussione infinita, involuta, oziosa. Che non porta da nessuna parte.
A un certo punto chi aveva dato il via alla discussione precisa: essere femminista significa essere per la parità tra uomo e donna. Va bene. Ma così è troppo facile: chi sosterrebbe il contrario? A parte poche frange estreme al giorno d’oggi quasi nessuno, almeno nel cosiddetto “Occidente” dichiarerebbe di desiderare la sottomissione della donna all’uomo.
Un’indagine del mese scorso rileva percentuali dell’80-90%, nei paesi “occidentali”, di chi ritiene che l’uguaglianza tra i sessi nel proprio paese sia molto importante: si arriva al picco del 94% in Canadà e l’Italia, col suo 82%, non si difende male.

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Tutto bene sotto il Sole?
Chissà. Il punto è che parlare in senso astratto e generico di parità vuol dire molto poco, forse nulla. Per questo la discussione in merito non porta da nessuna parte. Per questo si può immaginare che chi, con percentuali bulgare, si dichiara a favore dell’uguaglianza sarebbe pronto ad accapigliarsi se si scendesse più sul concreto, se si dovesse decidere come implementare questa benedetta eguaglianza.

Proviamo a disaggregare temi e àmbiti di possibile pertinenza del pensiero/azione femminista:
– Aborto e diritti riproduttivi: dalla riproduzione assistita fino al cosiddetto utero in affitto, e via così: quali limiti? quali diritti? quali divieti?
– Divorzio e diritto di famiglia: esistono privilegi femminili? è necessario un riequilibrio a favore dei padri?
– Rappresentanza politica e sul lavoro: servono le cosiddette quote rosa?
– Rappresentazione della donna nei media: da limitare/regolare? come?.
– Prostituzione: sfruttamento o libera scelta? vietarla, punire i clienti, legalizzarla?
– Violenza contro le donne: è fenomeno grave? come contrastarlo?
Eccetera eccetera eccetera.
Se si discutesse su questi singoli temi, su ciò che è corretto fare in merito, invece che discutere cosa sia “vero femminismo”, cosa sia o meno “maschilismo”, cioè se ci si astenesse dall’etichettare, si otterrebbero risultati molto più proficui.
Se devo dire la mia: su alcuni dei punti di cui sopra ho le idee vaghe, su altri già più chiare. Ma soprattutto: mi rifiuto di vedere le risposte alle stesse come un pacchetto unico da accettare in blocco, ciò che avviene invece nelle religioni dogmatiche.
Perché il femminismo inteso come religione dogmatica, come pacchetto di posizioni di accettare in blocco, è una grave sciagura dei nostri tempi, come tutte le religioni dogmatiche. E non nego che così sia anche grande forza propulsiva, perché, purtroppo, la maggior parte della gente, maschî o femmine che siano (qui davvero non ci sono differenza di genere), cerca, più che un buon argomentare, una lista di articoli di fede in cui credere, che facciano da bandiera e identità collettiva in cui riconoscersi e da cui escludere gli ipotetici nemici da cui sentirsi minacciati e da combattere…