Sul velo (1)

Dal Bangladesh arriva una lezione di civiltà.
Sì, dal Bangladesh, paese asiatico, paese non "occidentale", di quelli un tempo detti “sottosviluppati”, oggi pudibondamente definiti “in via di sviluppo”; paese a maggioranza musulmana: circa il 90% dei sui 150 milioni di abitanti stipati in un territorio minuscolo; paese che gli italiani conosceranno quasi esclusivamente come fornitore di immigrati dediti al commercio ortofrutticolo (e assai spesso presi per "pakistani"…).
Ebbene, succede in Bangladesh che una direttrice di scuola, minacciata perché si rifiutava di indossare il velo, ha visto bene di rivolgersi alla magistratura. E la magistratura le ha dato ragione. Quel che conta sono però le motivazioni. Leggiamo:

Coprirsi o meno il capo è una scelta individuale delle donne, e nessuno può obbligarle a farlo contro la loro volontà. (It is a woman's personal choice to cover her head or not and nobody can force them to do so against their will)

Semplicissimo. Non che ci voglia molto.
Nessun riferimento a presunti simboli o generici valori nazionali, culturali, religiosi o di dignità. È semplicemente una questione di scelta individuale, di diritti individuali. E l’individuo ha il diritto di acconciare il proprio corpo come meglio desidera: col velo o senza, tra le altre cose.
 
Ma nel “libero Occidente” questo semplicissimo ragionamento sembra fare un'immane fatica a passare, col
dibattito che s'avvita tra surreali argomentazioni tipo “il velo va vietato perché non fa parte della nostra cultura”, “va vietato perché è un simbolo d’oppressione”, “no, va permesso e tollerato perché è la loro religione”, “no, va vietato perché tanto non è una tradizione religiosa, ma culturale, che non fa parte del vero [!] islam”.
Vietare o non vietare, tutti questi discorsi non riescono a fare ad abbandonare e danno per pacifiche e scontate identità collettive e sacralità dei simboli, come se lo Stato dovesse tutelare identità collettive e simboli in quanto tali e non, piuttosto, la volontà degli individui di esercitare l'uso e l'appartenenza a identità e simboli.

È così che in Francia, patria "occidentale" di fervente laicità, Sarkozy riafferma la sua volontà inflessibile di vietare il velo integrale ovunque e comunque.
Motivazioni? Il velo sarebbe contrario alla “dignità delle donne” e al “rispetto dei valori della Repubblica”. Idee astratte, simboli e valori generici che vanno a precedere e prevaricare l'eventuale volontà degli individui. Sei una donna, e indossi il velo? Lo indossi di tua volontà, o perché ti è stato imposto? Non importa! Noi, illuminati governanti, te lo vietiamo, "proteggendoti" così dal rischio di violare la tua stessa dignità.
Ma allora che differenza c'è tra uno Stato che in nome dei valori impone per legge il velo a tutte e uno Stato che per legge a tutte lo vieta in nome dei valori? C'è differenza nei modi, oltre che nel contenuto?
Sarà per questo che già mesi addietro lo stesso Consiglio di Stato francese aveva messo in guardia il governo dal tentare un divieto generale, divieto che rischierebbe di scontrarsi con la stessa Costituzione francese che, questa sì, garantisce i diritti degli individui, segnando una differenza tra la Francia e l'Arabia Saudita; una differenza tra quei paesi dove il costume della maggioranza è legge di Stato e altri dove, invece, anche le usanze delle minoranze possono essere liberamente praticate, se liberamente scelte dagli individui.

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3 Responses to Sul velo (1)

  1. Pippem says:

    Che vuoi farci, la complessità è il labirinto nel quale i ciechi si perdono. Eh sì che spesso la soluzione più efficace è quella più semplice…

  2. utente anonimo says:

    Sarko agisce e dice per non perdere le elezioni altro che i sacri valori della repubblica di Francia

  3. Yupa1989 says:

    Mah, intanto alle ultime elezioni, burka o non burka, a Sarkò non gli è andata granché bene…

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