Sul velo (2)

I motivi che, nelle discussioni da bar o da internet, si oppongono alla liceità del velo in Terra d’”Occidente”, sono quattro o cinque, tutti facilmente rintuzzabili.

– È una questione di sicurezza, sotto il velo potrebbe esserci il terrorista barbuto imbottito di tritolo, e quindi il velo va vietato.
Ok, allora chiedo: adesso che il velo integrale ancora non è proibito, quanti terroristi barbuti hanno provato a usarlo per portare a termine i loro diabolici piani? Ecco, appunto.
Qui magari potrebbe anche starci una piccola riflessione sull’entità effettiva della “minaccia del terrorismo islamico”, presentato come tentacolare, onnipresente e pronto ad agire da un momento all’altro, ma in questi anni di tentati attentati in Europa o negli U.S.A. ne abbiamo avuti un pugno, e la maggior parte compiuti da cani sciolti poco a posto con la testa, e non certo i fantomatici agenti che Billàden (se è ancor vivo) muove direttamente dalla sua caverna afghana.
E in ogni caso, già oggi se il pulotto ha motivi fondati di sospettare che dietro il velo ci sia qualcosa che non torna, ha tutti i diritti di fare le verifiche del caso; così come può fermare il motociclista col casco e farglielo togliere. Ma non è mica che andiamo a proibire caschi & giacconi perché sai mai che qualcuno ci faccia la motobomba.

Le donne non indossano il velo di loro volontà, ma costrette dai mariti oppressivi, e quindi il velo va vietato per liberarle.
Punto primo: l’unica donna velata con cui io mai abbia parlato sicuramente non era costretta, essendosi convertita lei stessa all’Islām, e anzi girava voce che il marito (turco) si lamentasse che lei (italiana) osservasse troppo rigidamente la religione… mi chiedo invece: quanti di quelli che affermano con sicurezza che il velo sia imposto a forza, quanti di questi hanno mai avuto a che fare direttamente con le velate?
Punto secondo: se e quando il velo è imposto in famiglia, da mariti o fratelli o padri o chicchessìa, allora il problema non è certo il velo ma l’imposizione; togli il velo e l’imposizione resta, e magari si sposta su altre cose. Anzi, magari la famiglia in casa tratta più duramente la donna che è costretta per legge a star senza velo in strada. O non la fa direttamente uscire di casa.
Piuttosto, se una donna si sente oppressa in casa o costretta con violenza a qualcosa contrario alla sua volontà, che sia sul velo o su qualunque altra cosa, deve sapere che ha tutto il diritto di rivolgersi a un tribunale, e ottenere giustizia.
Poi, è vero che in Italia le parole “tribunale” e “giustizia” vanno di rado d’accordo ma, ancora, questo è un problema dell’Italia. Italia che, tra l’altro, non dà certo un buon esempio in quanto a gestione pubblica delle relazioni, tra la mancanza di riconoscimenti legali per i varî tipi di convivenze, e una legge sul divorzio che definire obsoleta è ancora poco. Se poi si parla della mentalità…

– Il velo è un simbolo dell’oppressione della donna, e quindi il velo va vietato.
Potrebbe anche essere, ma lo Stato, se non è uno stato religioso o parareligioso, non dovrebbe prendere posizione su questioni simboliche. Prima che farsi portatore e promotore di simboli e idee astratte, lo Stato deve difendere gli individui concreti, e simboli e idee astratte vanno difesi in quanto patrimonio degli individui concreti, non viceversa; resta poi il fatto che, se anche lo Stato avesse il compito di vietare i simboli “negativi” solo in quanto simboli, la natura di questi resta eccessivamente soggettiva per essere sottoposta a legislazione: un omicidio è un omicidio, ma può essere lo Stato a decidere se il crocifisso sia il simbolo glorioso della salvezza dell’uomo o un’icona di sangue e oscurantismo? Se il velo sia un simbolo di dignità e modestia o di intollerabile oppressione? Se l’ombellico all’aria sia un simbolo di libertà e di consapevolezza del proprio corpo o di immorale e degenerata promiscuità sessuale?
In tutti questi ultimi caso lo Stato si astenga, si mantenga neutrale rispetto ai simboli, non li usi in quanto Stato ma li lasci usare dai cittadini in quanto individui. Uno Stato che per “difendere la laicità” proibisce ai privati l’uso libero e volontario di un simbolo religioso è identico a uno Stato clericale, né più né meno.

– Il velo non fa parte della nostra cultura, e quindi va vietato.
Qui non servirebbe nemmeno rispondere. Noto solo che, seguendo questo ragionamento, a suo tempo avremmo dovuto tenere fuori dei sacri confini dell’”Occidente” anche le patate, il caffè, la carta, la ruota, l’alfabeto, i pomodori, la cioccolata, e tante altre cose ancora. Probabilmente anche il fuoco. Sicuramente anche il cristianesimo, questa religione di origine mediorientale, asiatica, e così poco “occidentale”, “bianca”, “europea”.

Annunci

One Response to Sul velo (2)

  1. Tamakatsura says:

    La cioccolata!! Sarebbe interessante ricordare ai difensori a spada tratta della cristianità europea, così convinti della possibilità di piantare staccati definendo con chiarezza cosa è "nostro" e cosa no, che il velo fa parte della nostra cultura, o per lo meno di quella cattolica: sono più di mille anni che le cattoliche possono scegliere di prendere il velo, facendo una scelta religiosa radicale.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: