“Non ci piace”

Notizia minima, forse anche stupida, ma utile per capire certi trend generali, se messa in relazione con altre analoghe e coeve in giro per il pianeta. Si uniscono i puntini e si vede se esce fuori qualche figura, e quale.

A Barcellona si vorrebbe evitare che la gente esca dalla spiaggia per farsi un giro in città così com'è: che si coprano, gli scostumati in costume.
La cosa in pare ricorda analoghe iniziative di sindaci nostrani: con l'avvento dell'Estate ne saltano sempre fuori, a sbizzarrirsi in ordinanze creative, per bandire costume nei centri cittadini; in alcuni casi particolarmente ridicoli il divieto riguardava solo chi non è di bella presenza.
Iniziative dettate da inutili pruriti, o dalla volontà di far conquistare al paesello un po' di pubbicità a gratis sulla stampa nazionale che sotto le ferie non sa bene come riempire le pagine.
Sicuramente la piccola sagra del divieto di costume si ripeterà anche quest'anno. Magari nella variante aggiornata del divieto di burkini.
Come che sia, non è a questo che sto pensando.

Dunque, vediamo un po'.

Barcellona non è il villaggetto turistico della riviera adriatica, ma una metropoli da un milione e mezzo d'abitanti. Dal 1979 (quindi da ben trent'anni) è ininterrottamente governata dal Partito Socialista della Catalogna, quindi da ciò che universalmente si identifica e presenta come "sinistra".
Quest'anno, dunque, il comune lancia la campagna per mettere al bando il costume dalle strade della città.

Vogliamo far capire alle persone che e' un'abitudine che non ci piace.

Non ci piace. A noi. Ma chi sono questi "noi"? Il consiglio comunale? La famiglia del sindaco? I membri del consiglio comunale? I cittadini di Barcellona tutti che, in virtù di qualche fenomeno paranormale, parlano direttamente per la bocca dell'autorità, medium che incarna l'autentica volontà popolare?
E se a qualcuno invece vedere gente in costume per le strade piacesse? O se a qualcuno non gliene fregasse proprio niente? Se avesse altri problemi a cui pensare?
E se a me o, peggio ancora, a questi fantomatici "noi" non piacesse, chessò, la gente con la pelle troppo scura? o con gli occhi a mandorla? o chi parla una lingua straniera? o chi ha il naso adunco? O chi si muove in sedia a rotelle? Anche in questi casi il provvido comune si farebbe carico di informare "le persone" (e anche qui non è ben chiaro chi siano, queste "persone") che "non ci piace"?

Non ci sono divieti ne' punizioni, ma crediamo non sia un comportamento civico.
Nelle prossime settimane metteremo questi manifestini su metropolitana, autobus e in tutti gli spazi municipali. Il Sindaco ha inviato una lettera a commercianti, alberghi, bar e ristoranti per stimolarli ad affiggerli anche loro.

Traduzione: non c'è modo di vietarlo perché non è illegale, e ci dispiace molto che non lo sia; o forse non ce ne frega niente; ma intanto mandiamo in stampa i manifesti, e poi li appiccichiamo ovunque nello spazio pubblico.
Il portavoce del comune non dice quanti siano gli attori dell'esecrabile abitudine d'aggirarsi per le altrimenti incontaminate vie cittadine in costume:

Si tratta di una percezione.

Praticamente, il comune di una delle maggiori città spagnole dà il via a una campagna contro un comportamento del tutto legale e senza neanche sapere quanti siano i "trasgressori", campagna che probabilmente non avrà alcun effetto, se non quello di lisciare il pelo all'orgoglio dei neopuritani del "decoro pubblico" e tutto questo spendendo del denaro pubblico.

Ma il punto principale, qui, sta tutto in quel "non è vietato, ma non va bene", "non è illegale, ma noi non lo vogliamo".
Punti di vista legittimi, almeno finché a farsene portavoce non è un organo statale e istituzionale, che in teoria dovrebbe interessarsi solo di ciò che è legale o illegale, cioè dei reati, non dei peccati.

Vediamo alcuni casi analoghi.

A Londra  la polizia collabora coi proprietarî degli internet cafe per evitare che gli utenti accedano a materiale "illegale e offensivo". Nota bene: non solo quello illegale, ma anche quello "offensivo". La definizione è quella di materiale "pornografico, violento, estremista, o comunque offensivo o inappropriato". Il che vuol dire tutto e il contrario di tutto.
Ora, un internet cafe è un'impresa privata, e se il gestore vuole perdere clienti lasciando accessibile solo il sito della Walt Disney, ha tutto il diritto di farlo.
Ma la polizia che diritto ha di impedire ai cittadini di accedere a materiale che magari ad alcuni non piace ("non ci piace", appunto), ma che è (ancora) perfettamente legale?



In Australia sono ormai diversi anni che il governo federale, prima di "destra" e poi di "sinistra", tenta di mettere in piedi un sistema di filtraggio a internet in "stile cinese", cioè centralizzato e obbligatorio per tutti i provider internet, e di conseguenza per tutti gli utenti (a parte quelli sufficientemente edotti per superare i blocchi).
Anche in questo caso, i filtri non prenderebbero solo materiale illegale. Verrebbero oscurati a tutti i netizen australiani anche siti legali, la cui unica colpa è di essere vietati ai minori; e di seguito anche materiale discutibile, ma non passibile di sanzioni legali. Ad esempio siti dedicati al dibattito sull'eutanasia, o siti satirici e parodistici accusati di "razzismo", "incitamento all'odio" e altre colpe assai vaghe.

Da ultimo torniamo in Italia, col più recente tentativo nostrano di porre dei paletti a internet.
Già in anni precedenti, governi di vario colore hanno provato claudicanti tentativi di mettere una camicia di forza al babau telematico del momento, dai blog, a YouTube, a Facebook; tentativi quasi sempre falliti, di solito perché i relatori dei provvedimenti vantavano un'insipienza assai rara in questioni internettiane, soprattutto dal lato tecnico.
Questa volta il tentativo si presenta più ragionato nella forma (ma non nei contenuti, assai discutibili come ora vediamo), e quindi può darsi che non abortisca prematuramente come i predecessori.
Trattasi di una autoregolamentazione poco auto e molto regolamentazione, preconfezionata dal governo e calata dall'alto sui provider.
Ce ne sarebbe da dire, ma mi limito al punto attinente agli esemp
î precedenti.
I provider italiani aderenti all'autoregolamentazione dovrebbero farsi carico di rimuovere "i contenuti illeciti o potenzialmente lesivi della dignità umana".
Eccoci di nuovo qua. Se l'idea del Ministro dell'Interno andrà in porto, dalla rete italiana dovrà sparire non solo il materiale illegale, ma anche quello che verrà giudicato "lesivo della dignità umana". Altra definizione in cui potrebbe rientrare qualunque cosa, a seconda di come girerà il vento nel comitato di turno.

Ora, per certi versi può essere rassicurante che, dalla Spagna all'Australia all'Italia, le istituzioni siano costrette a muoversi in questi modi traversi e ambigui nel tentativo di rendere potenzialmente onnipotente il loro raggio d'azione contro qualunque forma di informazione o comportamento degli individui, passibili di venire classificati in qualunque momento come "offensivi" o "lesivi della dignità umana".
Bisogna poi osservare che queste iniziative quasi sempre faticano molto a essere implementate, a testimonianza di una sostanziale tenuta (per ora?) dei sistemi di libertà che sono (o dovrebbero essere) le cosiddette "democrazie occidentali"; per lo meno non nei casi più estremi (quando si tratta di "combattere il terrorismo", o altri tipi di mostri mediatici, il diritto viene calpestato assai facilmente).

Ma dall'altra è notevole la disinvoltura con cui viene arrogato questo potere di intervento non solo contro ciò che viola la legge, ma anche contro ciò che, per usare il linguaggio del comune di Barcellona, "non ci piace".

Da ultimo giova notare come una politica di questo tipo si incarni in maniera del tutto trasversale e internazionale, in Italia come all'estero, nella "destra" come nella "sinistra", nelle fazioni clericali come in quelle laiciste.
Tanto per ricordare che le "minacce alla libertà" non si esauriscono affatto e unicamente nei nostri spauracchi locali e spesso assai provinciali, che siano la giullaresca ed effimera egemonia berlusconiana o la stella tramontante (?) della Chiesa Cattolica in Italia.

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