L’ignoranza è forza


La Repubblica è ovviamente in prima fila, ma anche altri media ci si sono buttati.

Si tratta di quel gioco, utile per riempire pagine o lisciare il pelo al proprio lettore, riprendendo sentenze della Corte di Cassazione, magari rigirandole (tanto, chi è che si va a leggere il testo vero e proprio?), per farne articoli di giornale.
Il gioco ha due varianti: divertire e indignare.
Divertire con sentenze improbabili in stile quant'è strano e pazzo il mondo; cose tipo: "Non è reato pisciare nel lago se questo è già fortemente inquinato".
Indignare, ovvero sollevare la sacra indignazione popolare contro i giudici vecchî e parrucconi, reazionari e staccati dalla realtà che non capiscono niente, che difendono la Casta e i privilegi, che condonano la violenza, giudici buonisti mentre i criminali sono a spasso ubriachi stupratori rumeni non se ne può più tolleranza zero inasprimento pene sbroc sbroc.
In tale disordinato e scomposto flusso di coscienza collettivo (che su internet trova sua dimora ideale) qualcosa di valido ci sarà; ma in gran parte si tratta di un dubbio esercizio di esorcismo del Male: i cattivi sono la casta, che sia quella politica e giudiziaria, il popolo è buono ed è vittima innocente, il Mondo si può dividere facilmente in cattivi ghignanti e vittime innocenti, e ovviamente noi, che ci indignamo e sbraitiamo contro l'Ingiustizia, stiamo con le vittime, anzi, siamo le vittime. I cattivi sono sempre gli altri. Noi non siamo responsabili.

Ordunque, qualche giorno fa La Repubblica titola:

La moglie ha un carattere forte?
Allora maltrattarla non è reato

Il titolo è in parte fuorviante e in parte falso.

Una volta tanto non occorrono grandissime cognizioni di diritto per arrivarci.
Basta leggere l'articolo stesso o, meglio, gli stralci della sentenza di Cassazione riportati, per capirlo. Per capire che in questo caso la sentenza di Cassazione è corretta.
Un uomo è stato processato per maltrattamento. La Cassazione l'ha assolto. La questione del "carattere forte", nella sentenza, è secondaria. La Repubblica l'ha ficcata nel titolo perché ovviamente fa colore, e attira il lettore. Giova sempre ricordare che articolista e titolista di norma sono ruoli separati.
In questo senso il titolo è fuorviante.
Ma allora qual è il punto? Perché l'assoluzione?
L'assoluzione c'è stata perché il fatto non sussiste.
L'uomo è stato processato per maltrattamenti. Il maltrattamento, per essere tale, deve essere continuato nel tempo. La Cassazione ha rilevato che gli episodî di violenza, che ci sono stati, sono stati occasionali nel corso di tre anni. Se ciò è vero, quindi, non si tratta di maltrattamento, almeno per come questo è definito legalmente.
Nella baraonda di commenti lasciati in calce dai lettori alla pagina internet di Repubblica molti lamentano che già un solo pugno sarebbe maltrattamento, e quindi la condanna dovrebbe esserci. Si può essere d'accordo se stiamo parlando nel linguaggio comune, ma i tribunali devono seguire quello che c'è scritto nei codici, e, se lavorano bene, devono seguirlo rigidamente proprio per garantire all'imputato che non sarà assolto o condannato come gira al giudice.
Ci vuole tanto a capirlo?
Se una persona viene portata in tribunale, accusato di un reato, ma i fatti sono diversi da come quel reato è descritto nei codici, la persona deve essere assolta.
Per questo il titolo di Repubblica è, nella sua seconda parte, flagrantemente falso.
Non è vero che la Cassazione ha stabilito che i maltrattamenti, a determinate condizioni, non sono reati.
La Cassazione ha stabilito che, in un caso preciso, singolo e specifico, un imputato è stato accusato di maltrattamenti, ma, stando alle leggi, non c'era modo di condannarlo. Il fatto non sussiste.
Annotiamo poi che, a differenza del sistema giuridico anglosassone, in Italia la corte di Cassazione e tutto il sistema dei tribunali non fanno le leggi, si limitano ad applicarle e a giudicare se siano state rispettate dal cittadino. Ci sarà un motivo se si chiama "giudiziario", mentre il "legislativo" è qualcos'altro?
Tutt'al più si può criticare se i tribunali abbiano applicato bene le leggi, o se gli inquirenti abbiano indagato a dovere per portare le prove in tribunale; critiche che spesso sono più che meritate.
Ma affermare che la Cassazione, così come qualunque tribunale italiano, stabilisca cosa sia o no legge è una bestialità.Come appunto ha dato a intendere Repubblica e tutti i media che le si sono accodati (probabilmente riprendendo pari pari qualche agenzia di stampa, come spesso accade).

Detto nei termini più semplici possibili: i tribunali non decidono cos'è giusto o sbagliato, i tribunali si limitano a verificare se i comportamenti dei cittadini hanno seguito un giusto e uno sbagliato che sono stati decisi altrove.
Per la precisione, nel Parlamento. Che, appunto, si chiama "legislativo".

Se ancora vogliamo pensare che l'assoluzione riportata da Repubblica è stata ingiusta, quindi, la responsabilità non è della Cassazione, ma sta altrove.
Possibilità 1: sta in chi ha rappresentato e consigliato la donna denunciante, che evidentemente ha fatto male a sporgere denuncia per maltrattamento, quando sarebbe stato meglio farlo per violenza privata, o percosse, o quant'altro.
Possibilità 2: se proprio si vuole, se si ritiene che il concetto di maltrattamento è definito in maniera troppa blanda, l'errore sta nel codice penale. Cioè, nelle leggi. E chi fa le leggi? Non certo i giudici. Come detto sopra: le leggi le fa il Parlamento.
Quindi è particolarmente fuori luogo lo spottino propagandistico della ministra per le 'pari' opportunità, Mara Carfagna, che è intervenuta esclamando che la sentenza va ad "armare il violento", permettendogli di "essere giustificato", chiedendo infine "per tutte le donne e per il Paese, che chi lavora con la legge, la applichi", visto che in questo caso la legge è stata proprio applicata.
E allora, se il problema è nella legge, la responsabilità, eventualmente, è nel Parlamento, dove la maggioranza dei seggi è occupata da chi sostiene il governo di cui Mara Carfagna è ministra. Governo eletto dal popolo.
Quindi, se in questo caso è davvero avvenuto qualcosa di biasimevole, la responsabilità non sta nei giudici chiusi nella torre d'avorio buonisti insensibili sciovinisti sbroc sbroc, bensì, in ultima analisi, nel governo, nel parlamento, negli elettori.

Ci sarebbe poi da chiedersi se l'intervento della ministra sia dovuto a opportunismo politico o a una spaventosa ignoranza in senso giuridico.
Nel primo caso non ci sarebbe tanto da stupirsi.
Nel secondo ci sarebbe da preoccuparsi, visto che, in teoria, un Ministro della Repubblica non dovrebbe permettersi di ignorare quelle basi minime del funzionamento dello Stato che, mi pare, si insegnano anche nelle scuole medie. Divisione dei poteri, funzionamento degli stessi, differenza tra common law e civil law ecc ecc.

La cosa paradossale è che la "giustificazione" ai violenti (sempre se si crede che i meccanismi istigatorî funzionino in maniera tanto elementare), di cui parla la ministra, non la offre la Cassazione, bensì la offre proprio il titolo di Repubblica.
Se la Cassazione s'è limitata a constatare che, in un caso specifico, un imputato non ha commesso il reato di cui era accusato, Repubblica si lancia a titolare che da oggi in poi a certe condizioni si può pure maltrattare.
La "giustificazione" ai violenti non la danno un pugno di giudici anziani che, almeno in questo caso, s'è limitato a fare il proprio lavoro; la "giustificazione" ai violenti la danno la disinformazione e lo sciacallaggio mediatico (e politico).

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2 Responses to L’ignoranza è forza

  1. Tamakatsura says:

    http://www.repubblica.it/cronaca/2010/07/02/news/la_moglie_ha_un_carattere_forte_maltrattarla_non_reato-5338430/index.html?ref=searchL'articolo di Repubblica, titolo fuorviante a parte, mi è sembrato piuttosto confusionario: presenta la linea sostenuta dalla moglie (ripetuti episodi di percosse, minacce ed ingiurie prefigurerebbero il reato di maltrattamenti), quella del marito (non si può parlare di sopraffazione né di condotta vessatoria se la coniuge non era intimorita) e la sentenza della Corte, che a prima vista pare rigettare l'accusa senza però sposare la linea della difesa (percosse, minacce ed ingiurie non si sono ripetuti con l'abitualità necessaria perché si prefiguri il reato di maltrattamenti).Non è chiaro se la decisione della Corte di Cassazione, che ribalta le due sentenze precedenti, sia stata influenzata dalla linea difensiva del marito e l'articolista non spende neanche una parola per chiarirlo,I due articoli dedicati dal Corriere al caso tendono ancora di più all'emotivo-casinista, ma hanno il pregio di riportare stralci più ampi delle sentenze sia di Appello (condanna) che della Cassazione (assoluzione).http://archiviostorico.corriere.it/2010/luglio/03/Cassazione_non_reato_maltrattare_moglie_co_8_100703036.shtmlehttp://archiviostorico.corriere.it/2010/luglio/04/Moglie_forte_Voleva_solo_difendere_co_7_100704077.shtmlNel primo dei due articoli si legge: "Secondo la Corte d' appello «la responsabilità dell' imputato era provata sulla base di sue stesse ammissioni, anche se parziali, e sulla testimonianza di medici e conoscenti, da cui si ricava una condotta abituale di sopraffazioni, violenze e offese umilianti, lesive della integrità fisica e morale» della moglie sottoposta a «ingiurie, minacce e percosse»."Il mio interrogativo è: se la Corte d'Appello ha giudicato gli episodi indicativi di maltrattamenti abituali e la Cassazione no, quali sono i criteri stabiliti per legge? Visto che le due sentenze interpretano in maniera opposta i fatti e traggono conclusioni contrastanti, quando si ricorre in giudizio bisogna sperare nell'alea?

  2. Yupa1989 says:

    I pezzi del Corriere mi erano sfuggiti e, anzi, mi sembrava strano che quest'ultimo non avesse speso parola in merito all'episodio.Alle ultime questioni che poni, soprattutto l'ultima, non mi azzardo a rispondere, non avendo sufficienti conoscenze giuridiche, né (per fortuna!) esperienze dirette in materia di processi.Certo è che, da diversi resoconti che ho letto/sentito, anche di prima mano, l'alea ha un peso non da poco, specie considerando la farraginosità delle procure italiane, perennemente sovraccariche di procedimenti d'ogni sorta.Invece, per tornare al caso specifico, come del resto in casi analoghi, sarebbe sensato esprimere opinioni non solo dopo aver letto la sentenza per intero, ma magari conoscendo anche il resto della vicenda processuale, e i fatti da cui origina.Per questo trovo irritante l'incredibile capacità di generalizzare e lanciare proclami da tifoseria sulla base neanche di un articolo di quotidiano, ma sul solo titolo dello stesso.Ancor più desolante che tale pratica sia fatta propria dalla politica, che in tal modo si rivela come mera appendice simbotica del circo mediatico.

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