Onscenity

Trovo, leggo e quindi traduco un interessante articolo dal sito di informazioni tecnologica in inglese The Register.
L'articolo tratta di quella miscela instabile di elementi quali l'immaginario dell'infanzia, la diffusione delle nuove tecnologie e la (presunta?) erotizzazione del quotidiano (o normalizzazione dell'erotismo).
Anche se non condivido tutto ciò che dice, l'articolo è comunque molto interessante perché affronta la questione da un punto di vista ragionato e soprattutto non appiattito su quello comune, quello che di solito si riassume in un miodio miodio aiutoaiuto, la società moderna [o internet, o la tivvù, o i cellulari, o internet, o la scuola che non insegna più] sta trasformando le nostre figlie in una massa di veline/puttane!!!!111unouno… punto di vista che nel discorso pubblico italiano è dominante in maniera trasversale e schiacciante.

L'originale, per chi preferisce evitare la mia zoppicante traduzione dall'inglese, si trova qui.


Studiosi sfidano il consenso morale su sesso & internet
La censura fa più male che bene

Un panico morale sull'erotizzazione dell'infanzia e i pericoli su internet sta chiudendo importanti canali di dibattito, rendendo la rete stessa un posto più pericoloso sia per gli adulti che per i giovani.

Questa è la visione generale adottata da Onscenity, un network internazionale lanciato questa settimana, che riunisce varî esperti con l'obiettivo di rispondere alla nuova visibilità, o "onscenità" (onscenity, appunto), del sesso nel mercato, nella cultura e nella vita quotidiana.

Nella prima riunione generale effettiva del network, studiosi e ricercatori hanno ascoltato le relazioni di quattro esperti del settore.

Susanna Paasonen, spiegando come la frammentazione della pornografia crei nuove difficoltà alle autorità, che già ne avevano a determinare cosa sia o meno sessuale, osserva: "Provate a immaginare una forma di feticismo e probabilmente da qualche parte c'è un gruppo che la segue; e se non c'è, ci sarà presto." Come esempio cita "il sito definitivo per brividi e bondage sulla neve". Dopotutto, Susanna Paasonen viene dalla Finlandia…

David Buckingham, docente di pedagogia all'università di Londra, nonché direttore del Centro Studi su Bambini, Giovani e Media (Centre for the Study of Children, Youth and Media), ha lamentato l'attuale panico mediatico sull'"erotizzazione" dell'infanzia. Se alcuni problemi sono spariti insieme al governo precedente, David Cameron crede comunque che la questione esista e sia un problema.

Il vero problema, invece, è che nessuno sa cosa sia questa "erotizzazione": si tratta di una comoda etichetta adoperata per dipingere il bambino unicamente come vittima, e quindi impilarci sopra ogni problema immaginabile, che siano la pedofilia, l'immagine del proprio corpo, il traffico a fini di prostituzione e l'autostima. Una macchina impazzita che, una volta avviata, rende praticamente impossibile un dibattito sensato su cosa stia realmente accadendo.

Troppi cosiddetti esperti – la più famosa dei quali è Linda Papadopouls – starebbero parlando molto al di fuori del proprio campo. I disordini alimentari sono stati ricondotti all'"erotizzazione", una conclusione di cui molti esperti dietologi dubiterebbero. Anche peggio è il fatto che il dibattito sia quasi sempre formulato in termini moralistici, e qui ci si deve soprattutto chiedere quali siano gli obiettivi politici che si celano dietro questa formulazione.

Altrettanta preoccupazione suscita il modo in cui una "sana sessualità" viene così spesso identificata con una sessualità "non commerciale". Come se solo il sesso dovesse essere un'attività priva di qualunque influenza commerciale.

Il contributo di Buckingham è stato ripreso immediatamente dalla professoressa Catharine Lumby, direttrice del Centro Ricerche su Giornalismo e Media (Journalism and Media Research Centre), dell'Università di New South Wales, che ha avvertito che l'impulso principale per il dibattito sull'argomento è una visione genitoriale secondo cui "dev'essere possibile impedire alle informazioni di circolare". L'attuale panico, in Australia, ha le sue radici in un rapporto – Corporate Paedophilia – che ha dato il via alle danze asserendo che i bambini starebbero venendo "erotizzati".
Si tratta tuttavia di un rapporto totalmente privo di competenza, basato su campioni inadeguati, e che non contiene alcuna definizione di erotizzazione – e nemmeno di cosa intenda per "bambino". Un rapporto dominato da opinioni fornite dalla destra, da gruppi femministi e da noti opinionisti di orientamento cristiano.

L'intero dibattito è stato una trappola, dato che nel momento in cui un'immagine viene dichiarata erotica, viene immediatamente analizzata in quel contesto, invece di essere vista per quel che è. Effettivamente, suggerisce Lumby, si può sostenere che è già di per sé un abuso analizzare delle immagini imponendo un punto di vista adulto su delle attività infantili.

Come Buckingham, Lumby ritiene necessario guardare ai motivi politici e al contesto di questi panici attuali. Buckingham suggerisce una preoccupazione nei confronti della sessualità della classe lavoratrice femminile, percepita come pericolosa e da porre sotto controllo, mentre è quasi assente dal dibattito una qualunque visione dei ragazzi o della loro sessualità, se non come una forma di minaccia.

Lumby va più in là, esprimendo viva sorpresa che molti sostenitori di queste campagne si autoproclamano femministi, date che nel concreto l'intero dibattito riguarda il controllo su come dev'essere vissuta la femminilità. La critica morale all'immaginario è estremamente normativa, e quindi non è nell'interesse della maggior parte delle donne.

Infine, Clarissa Smith, che si occupa di media e cultural studies all'Università di Sunderland, ha preso in considerazione termini come "pornificazione" o "pornografizzazione" che, al pari di erotizzazione, vengono definiti di rado, dando per scontato che siano compresi da tutti.

Anche Smith ha sostenuto che una delle questioni principali è che l'attività infantile stia venendo vista nello specchio dell'erotismo adulto. Quando si hanno otto anni "mostrarsi il culetto" non è quasi mai un'attività sessuale, e non dev'essere considerata tale. Spedirsi immmagini spinte via telefonino non è nulla di nuovo, ma semplicemente la forma moderna di abitudini vecchie quanto l'uscire insieme o il farsi la corte.

Questo non significa ignorare i pericoli effettivi di ciò che accade quando un'immagine presa da un contesto (gioco infantile) viene trasposta in un altro (interesse sessuale adulto).

In generale, è stata espressa preoccupazione che, mentre "ci salviamo" da internet, produciamo danni concreti nei confronti di adulti e bambini. Un atteggiamento di tipo moralista rende molto pericoloso per i giovani discutere di sessualità in rete – e certamente farlo con persone più grandi – chiudendo per i minori un importante canale di esplorazione e ricerca di informazioni. Altre persone, coinvolte in quella che può esser vista come una sessualità più "trasgressiva", come le pratiche sadomaso o l'attività lavorativa nel campo sessuale, possono trovare altrettante difficoltà nel discutere apertamente in rete problematiche riguardanti salute e sicurezza.

Ciononostante, la conferenza ha affermato chiaramente che sarebbe sbagliato liquidare tutte le preoccupazioni come semplice panico morale. Ma è altrettanto chiaro che in dibattito di questo tipo è presente un elemento viscerale che non è d'aiuto a nessuno.

Onscenity è stato creato come una risposta alle preoccupazioni pubbliche su uno spettro di problematiche che includono la nuova accessibilità della pornografia, la normalizzazione e divulgazione pubblica di rappresentazioni sessualmente esplicite, la commercializzazione del sesso, il ruolo giocato da internet nella circolazione di immagini "estreme", e l'uso delle tecnologie di comunicazione, spesso da parte dei giovani, a fini sessuali. E' un network sostenuto da studiosi di primo piano nel campo e riunisce esperti da Europa, Stati Uniti, Hong Kong e Australia in una serie di workshop, seminarî e simposî.

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One Response to Onscenity

  1. Tamakatsura says:

    L'impressione è che (come al solito) venga fatta una gran confusione, prendendo fenomeni e comportamenti diversi ed impacchettando tutto insieme sotto una comoda etichetta da stigmatizzare.Se davvero ci fossero provvedimenti restrittivi pensati con l'accetta, per coerenza dovrebbero vietare anche riviste come Cioè… si sfiora il ridicolo, se non fosse che esistono movimenti organizzati che fanno pressioni affiché vengano presi provvedimenti draconiani quanto ottusi. Un'indagine sulla storia e genesi dei movimenti medesimi produrrebbe invece risultati molto interessanti.

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