“Oh, lasciami un po’ in pace!”

freudbimbo

(Freud, La psicoanalisi infantile, 1907-1919)

Ad esempio il piccolo Hans, cinque anni, e la sua fobia. Caso famosissimo.
Il padre, adepto di Freud, in uno dei numerosi dialoghi che ha col figlio, a un certo punto lo sottopone a un interrogatorio (pp.125-127).
Ecco alcune delle domande che il padre fa al figlio:
"Hai mai infastidito i cavalli?"
"A Gmunden hai mai molestato i cavalli?"
"Ti piace molestarli?"
"Li vorresti frustare?"
"Ti piacerebbe picchiare i cavalli come mamma picchia Hanna? Anche questo ti piace, no?"
"Chi è che vorresti davvero picchiare? Mamma, Hanna o me?"
"Hai mai visto uno picchiare la sua mamma?"
"Eppure ti piacerebbe farlo? E con che lo faresti?"
Commentando, Freud parla di "accesso di sadismo". Non si riferisce però al padre. Bensì al piccolo Hans.

L'obiettivo della coppia è "guarire" il bimbo da una fobia, quella di uscir di casa, che pare concentrarsi in particolare su carri e cavalli. Freud parla di una forma di agorafobia.
Il padre ci assicura che non si trattava di una paura leggera (quella che sarebbe potuta passare "se solo gli fosse stata data una bella sculacciata", p.143), ma di una vera e propria angoscia.
Sia quel che sia, è comunque incredibile come, il padre e Freud, complici come gatto & volpe (inutile dire che la volpe è Freud), vadano a scavare nei dialoghi col bimbo per cercarvi non l'ignoto ma il già noto, ciò che i due adulti già sanno, ciò che già vogliono trovare, a tutti i costi: ritenzioni anali, angosce di castrazione, complessi edipici e via dicendo…
C'è un gioco delle parti spettacolare tra l'ingenuità del bambino, i cui pensieri e discorsi vagano disordinati in qualunque direzione, tra libertà, fantasia e poi sorprendenti prese sulla realtà, e dall'altra la pervicacia con cui i due adulti tutte le volte che possono insistono perché le risposte siano quelle "giuste", e quando non le trovano interpretano in ossequio al più spudorato confirmation bias che si sia mai visto. E tutto ciò che non torna viene rubricato come "rimozione" o "forma di difesa" del paziente, of course.
A un certo punto è quasi palese, e tragicomicamente buffo, come il bimbo stesso ceda, cercando di adattarsi, e parli sempre più volentieri di cacchine e pipini proprio per accontentare questi adulti, così stranamente e ossessivamente interessati a toccamenti inopportuni, escrezioni corporee e amori illeciti per la madre. Il bimbo si sforza, cerca di adattarsi, di venire incontro ai grandi, con tutti i suoi limiti ma a volte tradendo persino consapevolezza di come, almeno per lui, sia tutto un gran gioco della parti.
A volte poi, invece, giustamente si stufa, e di fronte ai fuochi di fila di dialoghi "terapeutici" che il padre gli ammanisce su suggerimento di Freud, alla fine il bimbo sbotta: "Oh, lasciami in pace!" (p.107)

In molte altre pagine, tra le righe, Freud si diletta a battibeccare coi colleghi che lo contestavano. Uno dei punti caldi era la validità dei dati estratti dalle analisi di bambini di quattro o cinque anni. Addirittura in un caso (anch'esso celebre, quello dell'"Uomo dei lupi") Freud analizza un uomo adulto, facendo emergere dal suo incoscio ricordi risalenti a un anno e mezzo (!) di età.
Ma Freud, che tutto è definibile fuorché stupido, reagisce alle critiche affermando che il suo interesse, e quello della psicoanalisi, è solo secondariamente la ricerca di eventi realmente accaduti: "Un'analisi psichica non è una ricerca scientifica spassionata, bensì un'azione terapeutica. In effetti non si tratta di dimostrare, ma di modificare una situazione." (p.146)
Ciò che è efficace non coincide necessariamente con ciò che è vero. O, se si vuole, è l'efficacia a produrre la verità, e non viceversa. Lo sciamano della sperduta tribù con mano sicura conduce fuori dall'influsso nefasto degli spiriti maligni i suoi pazienti, restituendo loro l'equilibrio interiore. Poco importa se i suoi canti, balli e formule magiche non reggano un confronto col metodo scientifico. Intanto funzionano, fosse anche solo per suggestione. Perché rigettare, ciò che porta benefici per puro dogmatismo illuministico (magari viscerale), solo perché la terapia non si autodescrive, non si presenta con le parole corrette?

Certo, c'è lo spettro della violenza e del dominio del terapeuta verso il paziente.
Scrivendo Freud dimostra una notevole umanità, e ironia, anche verso le sue stesse pratiche e le teorie. E curiosità, e spirito di comprensione verso i pazienti.
Sicuramente Freud era da preferire di gran lunga a molti suoi colleghi, prontissimi invece a bollare come "degenerato" il bambino riottoso, ribelle, o che scopriva come trarre piacere dal proprio corpo senza curarsi (inavveduto!) che i genitori non lo scoprissero. "Degenerato" significava portatore di tare genetiche ereditarie, e quindi infallibilmente, biologicamente predestinato, in età adulta, a una carriera nel mondo del vizio, della corruzione, del crimine e della perversione.
Freud non accetta questa visione così rozzamente manichea, rifiuta un mondo diviso nettamente in "sani e normali" e "degenerati e devianti". Per Freud l'ombra sta là dove splende anche luce.
Poi, comunque, anch'egli non discute che l'ombra debba essere combattuta, e non sembra concepire la possibilità che in molti casi "ombra" e "luce" siano solo etichette convenzionali.
E ovviamente riconduce tutto a uno schema palesemente gerarchico, dove predomina l'idea di sviluppo, dal basso all'alto, dalla ferinità all'umanità, dall'istinto alla ragione, dall'inconscio al conscio, dalla barbarie alla civiltà, per l'umanità così come per l'individuo, l'ontogenesi che ricapitola la filogenesi, con venature di finalismo naturalista.
Soprattutto, a fianco di umanità, curiosità e ironia, c'è la volontà ferrea di ingrigliare ogni parola, atto o pensiero dei suoi pazienti negli schemi precostituiti della sua teoria, a cui nulla deve e può sfuggire. "Nella vita psichica non c'è posto per l'arbitrarietà" (p.145): un determinismo totalizzante, non però meccanicistico, cieco, ma di stampo, per così dire, semantico, un determinismo dei significati. L'inciampo sul sasso per strada non è da spiegare tramite le leggi della fisica, brute e prive di scopo, ma in virtù di turbamenti edipici, o ritenzioni anali, sadomasochismi irrisolti, e così via. Che ovviamente è l'analista a poter riconoscere.

Per certi versi ha avuto fortuna a vivere a inizio '900, il piccolo Hans.
La fobia del piccolo e i conseguenti interrogatori donavano all'analista l'occasione per modellarli e disegnarvici sopra le sue fantasie di Io, Es, Super-Io, complessi edipici, e via dicendo.
Ma il gioco restava chiuso in una ricerca del "male" nell'interiorità del paziente che, una volta guarito, poteva essere riaccolto con serenità nel Mondo.
Fosse vissuto in altri tempi, precedenti (ma anche posteriori) quello stesso e identico materiale sarebbe stato utilizzato come chiave d'accesso, sarebbe stato preso come indice di un male esteriore, specchio di (veri o presunti) orrori del collettivo, incombenti, minacciosi.
Si sarebbe dato per scontato l'intervento del Demonio, i malefizi operati da qualche strega, si sarebbero aperti i tribunali, si sarebbe cacciati i mostri, li si sarebbero distrutti. Persino il piccolo Hans avrebbe rischiato: non era così raro, nei secoli andati, che anche bambini di sei o sette anni trovassero il proprio posto sul rogo, per purificarli dall'avvenuto commercio col Diavolo.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: