Quando i buoni sono cattivi (1)

(…avrei voluto postare un articolo che ho tradotto, con una breve introduzione mia… alla fine l'introduzione s'è fatta talmente lunga, che non è rimasto spazio per l'articolo… vorrà dire che lo pubblicherò a parte, e in seguito… per ora, ecco l'introduzione…)

Un grande classico delle crociate morali (condividibili o meno che siano) è il paladino della giustizia pigliato con le mani nel sacco proprio a far ciò che a gran voce afferma di combattere.
Esempio tipico, nonché frequente, sono certi rocciosi politici americani, proclamati difensori della Fede (con la maiuscola) e della Famiglia (con la maiuscola), baluardi contro la promozione dei diritti omosessuali, poi pizzicati mentre s’infrattano con l'amichetto, magari a pagamento.
Sono eventi capaci di gettare nella piú grande costernazione il fronte in lotta, che si vede strappare da sotto i piedi la sua candida visione di armata del bene contro le forze del male, e piú il fronte è fervente e convinto della propria missione salvifica, maggiore è il disorientamento e lo schock. Una vera e propria destrutturazione culturale.
 
Ordunque, succede che in Svezia Göran Lindberg, ufficiale di polizia ben noto per la sua instancabile e assai pubblicizzata attività contro la violenza sulle donne e per l'eguaglianza di genere viene arrestato per stupro, violenza, abusi e complicità in un giro di prostituzione. Ohibò.
Il Guardian, quotidiano inglese, ospita sul proprio sito un articolo molto molto lungo, che parte da questo fatto per fare una riflessione più ampia e sulla Svezia e su tutte le tematiche sottese, non solo svedesi.
L’ho tradotto e qui lo pubblico, per diversi motivi.
 
L’ho tradotto intanto perché lo trovo un esempio di buon giornalismo.
Invece di scodellare ai suoi lettori una narrativa preconfezionata, un copione dove già è stato deciso dove stanno giusto e sbagliato, l’articolo preferisce una visione plurale, aperta, articolata, con voci diverse e contrastate, lasciando il lettore non tanto con risposte, ma con domande a cui è invitato a rispondersi da solo.
Particolarmente meritevole è che lo faccia su argomenti che, per usare un discutibile gergo corrente, sono di “allarme sociale”, quelli cioè su cui è d’obbligo uno schieramento aprioristico e un linguaggio rituale, a mo’ di professione di fede identitaria.
 
L’ho tradotto perché inconsapevolmente parla anche di cose italiane o, meglio, di tendenze che attraversano tutti i paesi “occidentali”, in cui Svezia, Italia e altri declinano nei dialetti locali fenomeni comuni e transnazionali.
Ad esempio il crescente assoggettamento della politica alla logica dello scandalo sessuale.
Costume tipicamente anglosassone, anzi, oserei dire statunitense, che io sappia in Italia ha avuto il suo primissimo battesimo unicamente lo scorso anno, 2009, quando la stampa d’opposizione decise di giocare questa carta contro l’altrimenti inamovibile Berlusconi.
Fallendo clamorosamente tra l’altro, ma sancendo in modo definitivo questa discutibile logica che fa collassare pubblico e privato, che riduce la validità dell’azione politica a una mera questione di integrità personale (spesso piú morale che legale, tra l’altro), e che conduce dritti a situazioni in cui le accuse bastano a produrre una condanna se non sul piano giudiziario sicuramente su quello sociale.
 
L’ho tradotto perché tra le altre cose mette in luce l’inutilità del politicamente corretto, anzi, la sua strisciante dannosità, non solo perché tendenzialmente e intrinsecamente autoritario, ma anche perché strumento sin troppo facile e potente per chi voglia crearsi alibi utili a predicare al meglio razzolando malissimo.
 
L’ho tradotto perché apre una finestra su come la Svezia abbia deciso, da una decina d’anni, di affrontare il fenomeno prostituzione.
Mi pare che in Italia ben pochi sappiano quale sia l’approccio svedese, forse perché in contrasto con l’idea diffusa di un Nord Europa aperto, tollerante e liberale, specie in materia sessuale, contrapposto al Mediterraneo cattolico represso e bacchettone.
In Svezia, ormai dal 1999, si è deciso di reprimere la prostituzione, e di farlo con un sistema radicale, in cui vendere sesso non è reato, ma comprarlo sí, reato punito assai severamente, tra l’altro.
Il modello svedese ha suscitato una certa attenzione all’estero, e con lentezza si sta estendendo: Norvegia e Islanda, altre due nazioni nordiche, si sono accodate nel 2009. Il Regno Unito potrebbe essere il prossimo a seguire.
Per quanto riguarda l’Italia, personalmente non escludo che entro tre o quattro anni possa venir adottato; specie tenendo conto che l’alternativa opposta, la regolarizzazione e accettazione della prostituzione (com’è in Olanda, Germania o Austria tra gli altri), nel nostro paese attualmente non ha spazio di manovra alcuna, né credo l'otterrà nel breve termine, forse nemmeno nel medio.
 
Ho tradotto l’articolo perché offre una visione un po’ diversa della Svezia da cartolina che conosciamo, tutta cieli azzurri e bimbi biondi, o della già citata immagine di un paese libero, aperto e tollerante.
Già l’articolo, per dire, cita il programma di sterilizzazioni forzate di stampo eugenetico che la Svezia ha portato avanti praticamente fino ai primi anni Settanta, con l’intento di eliminare gli individui che rischiassero d’essere “un peso” per l’assistenza sociale.
Inoltre e tra parentesi, visto che si parla di donne, uomini, sessualità e violenza, mi pare sia poco noto che proprio la Svezia vanta uno dei maggiori tassi di stupro in Europa, fino a sei volte quello italiano.
Ovviamente le cifre, specie in questi casi, vanno prese con le doverose pinze: potrebbero significare che in Svezia la definizione di stupro è ben piú ampia che in Italia (o che in Italia è troppo ristretta); o che in Svezia gli stupri vengono denunciati piú spesso che in Italia (o che in Italia vengono denunciati piú di rado); o anche, semplicemente, che in Svezia si stupra di piú (e in Italia di meno).
 
Ma la legge svedese sulla prostituzione, specie nel dibattito che l’ha accompagnata, permette di riflettere sul senso dell’eguaglianza di genere (o sul concetto generale di eguaglianza sociale e tra individui), e sui modi in cui si implementa o si cerca di implementarla.
In Svezia si è scelta una strada dirigista, statale e coercitiva, con sistemi di quote rosa che non si limitano alla politica, ma anche all’istruzione universitaria, e persino, uscendo dal pubblico e sfondando nel privato, alla realtà aziendale, visto che le imprese sono costrette per legge ad avere almeno il 40% di donne nei consigli d’amministrazione.
La domanda allora è se e fino a che punto abbia senso un’eguaglianza non piú intesa come pari condizioni di libertà individuale, che possa essere quindi essa stessa una scelta possibile, bensí un’ortodossia simbolica a cui è d’obbligo aderire collettivamente, a scapito delle situazioni individuali.
A questo punto la prostituzione viene combattuta non tanto per difendere chi eventualmente sia vittima di sfruttamento, ma perché simbolo di un male, simbolo, in quanto relazione costitutivamente asimmetrica, di un’ineguaglianza percepita come aprioristicamente inaccettabile.
Dimenticando però che assimetria relazionale non significa necessariamente coercizione e violenza, e che gli individui, nella loro varietà e autonomia, possono anche partecipare volontariamente a una relazione asimmetrica, ineguale.
Così non fosse dovremmo porre il bando non solo a casi borderline, come i rapporti sadomaso, ma anche, per fare uno dei tanti possibili esempi, a relazioni tra individui 
Che poi, come in alcuni casi citati nell’articolo, e come in altri nostrani, ad esempio tra personaggi delle istituzioni, l’accusa comporti automaticamente la condanna, è chiaro sintomo che ci si trova di fronte non alla volontà di trovare e fermare o punire eventuali colpevoli, bensí all’esigenza viscerale di una purificazione collettiva.
Altro sintomo è una narrazione semplificata e manichea dei fatti.
A proposito della prostituzione, ad esempio, viene dato per scontato che sia sempre un’estorsione di sesso in cambio di denaro, e non possa mai trattarsi invece di un’estorsione di denaro in cambio di sesso, com’è appunto nel fiorente mondo della prostituzione d’alto bordo, dove chi offre il proprio corpo ha ben saldo in mano un non indifferente potere di negoziazione col cliente (anche in senso ricattatorio, e a maggior ragione se la legge punisce l'acquirente ma non chi offre).
O, ad esempio, dato che la narrazione è schiacciata sulla dicotomia maschio-approfittatore vs donna-sfruttata, ovviamente viene del tutto dimenticato e passato sotto
(imbarazzato?) silenzio l’ambiente, piú vasto di quanto si creda, della prostituzione maschile, omosessuale o meno che sia.

(…continua…)

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2 Responses to Quando i buoni sono cattivi (1)

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