Lady Killer

Ed è giunto anche il tempo in cui di Sakineh non gliene frega più niente a nessuno.
Chissà che fine ha fatto. Davvero, non se ne parla proprio più.
Sarebbe interessante ora prendere qualcuno o qualcuna delle migliaia che, dentro e fuori la rete, consumavano con rabbia e sentimento la tastiera per la vita della donna iraniana, e chiedere se sanno quale sia la sua situazione attuale, se sia viva o morta, libera o in cella, giustiziata oppure no.
Temo di immaginare la risposta. O meglio, l'assenza di risposte.

Ma mentre l'affare di Sakineh si stava avviando al suo lento tramonto, sepolta e obliata in favore di nuovi appelli, nuovi scandali, nuove "battaglie di civiltà", ci fu chi cercò, a mo' di controcanto critico, di far girare petizioni per un'altra donna prossima a essere giustiziata, Teresa Lewis.
Ma la Lewis, curiosamente accusata per gli stessi reati di Sakineh, non è nel braccio della morte iraniano, bensì in quello degli Stati Uniti. Gli appelli per la Lewis volevano far leva appunto su tale disparità, ma evidentemente proprio la disparità geografica (e geopolitica) ha avuto la meglio: un certo movimento per la Lewis esiste, come evidenziato dall'articolo sottostante, ma la visibilità mediatica ottenuta, in confronto a quella per Sakineh, è praticamente inconsistente.

La Lewis e Sakineh sono entrambe donne.
Ci si muove e ci si mobilita per donne condannate.
Innegabile che la campagna per Sakineh sia stata potentemente informata anche da questioni di genere: il pericoloso Iran è identificato con l'Islam, e l'Islam è "la religione che opprime le donne".
Difendere Sakineh è difendere le donne, tutte.
Eppure, non so nei paesi islamici, ma almeno in "Occidente", di fronte alla giustizia penale, le donne sono sicuramente sottorappresentate, ovvero meno colpite dalle sentenze dei tribunali.
Qualcuno parlerà di differenze culturali, d'educazione, magari addirittura biologiche, ormonali: l'uomo aggressivo e testosteronico è portato al dominio, alla violenza, al crimine; la donna, invece, fonte della maternità e protettrice dei suoi cuccioli, è incline alla cura, all'accoglienza, alla comprensione e alla conciliazione, meno portata a imporsi violando la legge.
Personalmente ritengo invece che sia altro ad avere il suo peso: in società in cui la donna è ancora tenuta legata all'ambiente familiare, tenuta lontana dal lavoro, dalla carriera, o marginalizzata anche negli ambienti di lavoro, esclusa da situazioni di socialità aperta e dinamica, a cui vengono concesse di rado le redini delle situazioni, le occasioni di reato diventano automaticamente ben minori che rispetto agli uomini.
Autonomia e libertà su se stessi significano rischio, anche di violare la legge. Una società che ancora comprime l'autonomia femminile, comporta necessariamente meno reati femminili.
Grandi poteri esigono grandi responsabilità. Essere giudicati meno responsabili, di converso, significa anche avere meno potere, nel bene come nel male.
Forse c'è anche di più. Come mostra l'articolo sottostante, se negli USA le donne compiono il 10% degli omicidi, comprendono però solo il 2% delle condanne a morte.
C'è una disparità, perché la giustizia tende a essere meno severa con le donne, a meno che non compiano reati che infrangono il modello della moglie fedele e madre affettuosa.
In questi ultimi casi, invece, si grida al mostro.
O ci si rifugia nell'incredulità: è un caso che in Italia il processo per il delitto di Cogne si sia trascinato per anni, e si sia cercato a tutti i costi un colpevole che fosse esterno alla famiglia, magari un albanese di passaggio (la variante del tempo della fobia dei rumeni)?
Dietro le sbarre e sulla sedia elettrica troviamo meno donne non perché queste siano più virtuose e meno inclini al crimine, ma perché ancora la società le vede e le vuole lontane dall'agire nel Mondo, con tutti i vantaggi e le brutture che il Mondo offre.

L'originale dell'articolo sottostante si trova qui.
I grassetti sono mie aggiunte. I link sono quelli presenti nell'originale.

Lady Killer
Come la prevista esecuzione di Teresa Lewis sfida i nostri punti di vista su genere e pena capitale

Di Dahlia Lithwick
21 Settembre 2010

  Praticamente tutti i resoconti giornalistici su Teresa Lewis – la prima donna che potrebbe venir giustiziata in Virgina da almeno cento anni – cominciano sottolineando che lei sarà appunto la prima donna da almeno cento anni a venir giustiziata in Virginia. Dopo però nessuno sa bene cos'altro dire sul genere sessuale di Lewis o come questo si colloca nel più ampio dibattito sulla pena capitale. Ecco allora una cosa: se Lewis fosse un uomo, la sua esecuzione difficilmente farebbe notizia. Ed eccone un'altra: nonostante il suo genere, Lewis è effettivamente una candidata eccellente per la pena capitale.

Non voglio intendere che io creda che Teresa Lewis debba essere giustiziata (e per la cronaca, non lo credo). Intendo solo che il suo caso chiarisce molte cose dei problemi che spesso offuscano il dibattito nazionale sulla pena capitale. Sono tantissime le condanne a morte scandalose, le esecuzioni e i proscioglimenti che annoverano inquirenti disonesti, reparti della scientifica corrotti, periti forensi incapaci, disuguaglianze razziali nelle sentenze o avvocati pubblici della difesa ridotti all'impotenza. Ma il caso della Lewis non ci parla affatto dei tanti dubbii di metodo che molti di noi hanno sulla correttezza della pena capitale. Ci parla piuttosto dei dubbii che abbiamo quando si tratta di uccidere delle donne.

La Lewis fu condannata a morte nel 2003 per aver assoldato due assassini che uccidessero suo marito, Julian Clifton Lewis, e il suo figliastro, Charles Lewis. Stando all'accusa, la Lewis convinse i due assassini a prender parte al suo piano usando sesso (tra cui, si presume, l'offerta di rapporti sessuali con la di lei figlia sedicenne) e denaro (promise di dividere con loro il premio dell'assicurazione sulla vita del figlio e del marito). Comprò lei le armi e le munizioni usate negli omicidi. Fu lei che, si presume, lasciò aperta la porta sul retro agli assassini, aspettando poi più di un'ora prima di chiamare la polizia, mentre il marito moriva dissanguato. Fu lei a frugare nelle tasche del marito morente in cerca di denaro che poi divise con gli uomini che avevano premuto il grilletto.

La Lewis confessò in seguito il suo intrigo. Suo rappresentante fu un abile avvocato che valutò come cosa migliore che il sanguinoso caso non arrivasse davanti a una giuria. I suoi due complici nel complotto in cambio dell'ammissione della colpa ottennero l'ergastolo, senza possibilità di avere libertà su parola. Anche lei ammise la colpevolezza. Non ci furono prove di inadempienze sistematiche o pregiudizi nei suoi confronti. È bianca. E non si è proclamata innocente. Eppure non riesco a trovare così tanta gente che invochi la sua esecuzione, prevista per Giovedì. Tutt'altro, più di 5.500 persone hanno firmato una petizione che chiede di commutare la sentenza al governatore della Virginia (petizione respinta Venerdì scorso). Lo scrittore John Grisham, associazioni sulla salute mentale e l'Unione Europea, tutti si sono schierati con lei.

C'è una altra questione in ballo nel caso di Teresa Lewis che a prima vista non sembra riguardare il genere: il suo QI è tra 70 e 71, sul limite della definizione legale di ritardo mentale. Stando a chi l'ha conosciuta per tutta la vita, Lewis non ha mai vissuto da sola, non riesce ad acquistare alimentari utili per più di una giornata alla volta, e non ha mai saputo gestire i propri soldi. Per lei questo ha significato sposarsi molto presto (a sedici anni) e una vita alle dipendenze degli uomini. Legata all'affermazione che la Lewis avrebbe problemi mentali, c'è la prova che soffre di dipendenza da antidolorifici e che le è stata diagnosticato un disturbo da personalità dipendente, che si manifesta anche nel bisogno di avere costantemente attenzione e conferme da parte degli uomini.

Cos'ha a che fare il genere della Lewis coi suoi problemi mentali? Probabilmente nulla. I suoi avvocati hanno messo in atto una forte linea difensiva per evitare che le venisse tolta la vita; e sostengono che tale linea non abbia nulla a che fare col fatto che lei sia una donna. Gli avvocati contestano che il giudice ignorasse che Matthew Shallenberger, uno dei due uomini che azionarono concretamente il grilletto fatale, si è vantato di essere il vero cervello dell'intrigo. Shallenberger, che ha un QI di 113, dopo l'arresto ha scritto a un amico che la Lewis era "proprio quello che cercavo: una puttana schifosa che ha sposato suo marito per i soldi e sapevo che sarebbe cascata ai miei piedi." Shallenberger, suicidatosi in cella nel 2006, disse anche a un investigatore privato nel 2004: "Del momento in cui la vidi, capii che era una che si poteva facilmente manipolare. Dal momento che la vidi, io già avevo un piano su come usarla per fare un po' di soldi." È difficile immaginare un uomo fare simili affermazioni sull'essere attirato in un'impresa criminale da una giovane donna brillante.

Il giudice che comminò la sentenza non considerò molte di queste prove, visto anche che un processo non c'è stato. Considerò la Lewis il cervello dell'intera impresa e comunque quasi tutte le prove che sia stato Shallenberger a trascinarcela sono venute a galla dopo la sentenza. Quando questa fu pronunciata, il giudice definì la Lewis la "testa di questo serpente" (lascio alle specialiste di studii femminili l'interpretazione di questa metafora). Col senno di poi sembra chiaro che sia la sua sentenza di morte che la petizione per la grazia incorporano presupposti sul genere sessuale che il sistema della giustizia penale non esprime esplicitamente. La Lewis ha ricevuto una dura sentenza perché ha usato la sessualità e l'adulterio per tramare un progetto omicida contro i suoi cari, e ora lei cerca di evitare la pena di morte perché la sua sessualità ha fatto di lei una vittima in modi squisitamente femminili.

Il motivo per cui è così difficile scindere la pena capitale dai pregiudizi di genere è che l'intero meccanismo della pena capitale è pesantamente pregiudiziale nei confronti del genere, e lo è sempre stato. La pena capitale è praticamente uno dei sistemi più sessisti ancora presenti in America. Da quando la pena capitale fu ristabilita nel 1977, solo 11 delle 1224 persone giustiziate sono state donne. Victor Streib, professore di legge all'Università dell'Ohio Settentrionale ed esperto sui pregiudizi di genere, mette in luce che nel 1996, mentre le donne comprendevano il 13% degli arresti per omicidio, subivano solo il 2% delle condanne a morte. "È come se le vite delle donne avessero un valore maggiore, " dice. "E le donne sono trattate diversamente anche quando sono vittime."

Ma chi mai richiederebbe davvero una parità di genere nelle esecuzioni decretate dallo Stato? C'è qualcuno in giro che sta celebrando l'abbattimento del muro di genere ottenuto dalla Lewis questa settimana? Difficile immaginare che anche la più zelante femminista si metta a insistere che, se le donne commettono il 10% degli omicidi, devono comporre il 10% di cui viene giustiziato per tale reato. La miglior risposta femminista alla scarsa frequenza della pena capitale delle donna probabilmente sarebbe lottare per renderla altrettanto rara anche per gli uomini.

Il fatto è che i pregiudizi di genere tagliano trasversalmente il sistema della giustizia penale. Se le donne sono condannate a morte meno di frequente che gli uomini, spesso anche i reati per cui sono condannate hanno le loro radici in antiquati stereotipi di genere. Quando le donne sono condannate a morire, dicono gli esperti, di solito è per i motivi più sessisti. Spesso i loro crimini riguardano l'assassino del marito o di un figlio, che porta ad assumere che si tratta di madri cattive e mogli snaturate. Gli esperti dicono che gli uomini nel braccio della morte, in confronto, hanno nella maggior parte dei casi ucciso degli estranei, di solito durante la commissione di un altro reato. Perché questo doppio standard? Probabilmente perché, dai giorni dei puritani, gli Americani hanno rabbrividito di fronte a storie di donne mostruose e bestiali che hanno ucciso i loro cari. Culturalmente ci si aspetta che le donne bianche siano "gentili, sottomesse, virtuose e dedite alla cura degli altri", scrive Phyllis Goldfarb, docente di legge all'Università George Washington. E quando invece commettono un assassinio, lei scrive, "giustiziarle sembra del tutto adeguato."

Se ancora c'è chi dubita del fatto che l'intera storia di Teresa Lewis abbia a che fare unicamente con questioni di genere, ecco l'ultimo argomento, estremamente caricato in termini di genere, che ha potentemente mosso i suoi sostenitori: la Lewis, è stato riferito, è stata una prigioniera modello, che esercita un "infusso tranquillizzante" sulle sue compagne di prigione, pur trovandosi in isolamento e quindi essere poter essere vista. La Lewis a quanto pare canta per loro e le consiglia, ed è divenuta una sorta di modello pastorale per le prigioniere di fede cristiana. Ovviamente anche ciò gioca sugli stereotipi di genere: la Lewis come un'immagine materna e dedita alla cura, completa di canzioni rassicuranti e tenere attenzioni. È tornata ad essere quella "donna naturale" descritta da Phyllis Goldfarb. Quando invece è un uomo nel braccio della morte a essere definito "rieducato" e quindi non più meritevole della pena capitale, "tranquillizzante" e "dedito alla cura" non sono gli aggettivi usati di solito per descriverlo.

Non riesco a vedere alcuna utilità nell'uccidere Teresa Lewis giovedì mattina. Di fatto il suo reato è orrendo, ma lei non è quel tipo di mostro incorreggibile spesso presentato come il migliore argomento per la pena capitale. Allo stesso tempo, quelli di noi così pronti a vederla come una creatura rieducata, piena d'amore e di cura, dovrebbero fermarsi e considerare se le concederemmo tutta questa redenzione se fosse un maschio.

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