Dalla parte degli hikikomori

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Titolo: "Hikikomori" o kangaeru – Kosodate-ron no shiten kara (「ひきこもり」を考える・子育て論の視点から, «Pensare lo "hikikomori" – Da un punto di vista pedagogico»)
Autore: Kikkawa Takehiko (吉川武彦)
Anno di pubblicazione: 2001

Libro sul fenomeno hikikomori.
Libro meno che divulgativo, scritto con stile estremamente discorsivo, quasi privo di dati e nozioni, se si escludono alcuni limitati gruppi di pagine, per altro interessanti. Per il resto, i casi riportati sono puro aneddotismo, aneddotismo che come sempre lascia il dubbio se la selezione non vada, consapevolmente o meno, a vantaggio delle tesi dell'autore.
Non è poi chiaro fino a che punto questi abbia una preparazione solida e intelligente alle spalle, che qui ha preferito metter da parte per parlare a un pubblico il più possibile generico, o semplicemente sia persino più un opinionista che un divulgatore, un artigiano della materia che non vola affatto alto.
A tratti sembra quasi d'ascoltare le riflessioni d'un onesto anziano dotato soprattutto di esperienza concreta che tenti di spiegare il funzionamento della mente con parole sue e immagini anche fantasiose (la "piramide dell'animo", l'"uovo dell'animo") e i motivi per cui, a un certo punto, in Giappone, sembra ci siano tante persone, sempre più, che si chiudono nelle loro stanze senza più uscirne, rifiutando scuola, società, socialità, famiglia.

Stante dunque che non fa del rigore scientifico un suo principio irrinunciabile, il libro andrebbe liquidato come inutile e/o fuorviante?
No, perché letto come serie d'opinioni, ha il valore di offrirne d'interessanti, apprezzabili e, soprattutto, in controtendenza rispetto agli oggetti di cui parla.
Prima di tutto l'autore ribadisce più e più volte che non è il caso, non ha senso, è scorretto, ingiusto e controproduttivo giudicare in maniera negativa il fenomeno hikikomori e chi vi cade dentro, come invece fanno automaticamente i media, che riportano di questi (presunti?) "giovani perduti" mischiando condanna morale e disagio viscerale, montando l'ennesimo allarme sulla fine della società e la rovina dei giovani.
Afferma con decisione l'autore: essere hikikomori è anche una possibile scelta, o comunque una soluzione temporanea, per affrontare o gestire determinate difficoltà in determinati momenti della vita. Gli hikikomori non sono "cattivi" di per sé, e non sono individui da correggere e raddrizzare, o addirittura punire.
Soprattutto, non tutti gli hikikomori sono malati. L'autore rifiuta la medicalizzazione del fenomeno. C'è certo chi si ritrova hikikomori a causa di condizioni riconosciute come patologie mentali, che siano schizofrenia, paranoia acuta o quant'altro. Ma molti altri, forse i più, non possono essere fatti rientrare in queste categorie.

Lo hikikomori va rispettato.
E l'autore in questo merita ascolto, perché parla sulla scorta di una lunga esperienza di consulenze a famiglie o individui alle prese con questo "problema".
Il suo consiglio, nella maggior parte dei casi, è quella di "aspettare". Che non significa stare con le mani in mano. Significa piuttosto non gridare alla tragedia, non esigere soluzioni immediate, anche forzate, non considerare perduto per sempre chi è stato bollato con l'etichetta "hikikomori", anzi, evitare soprattutto questi stessi processi di etichettamento. Non farsi accecare dalla logica allarmista. Agire con pazienza e prudenza, senza drammi o costrizioni, finché lo "hikikomori" non troverà da sé le ragioni per provare di nuovo a uscire nel Mondo. E l'autore assicura che nella stragrande maggioranza dei casi ci arriverà.
Questa impostazione si riflette anche nel suo modo di concepire l'educazione e la crescita dei figli.
 L'autore ribadisce che la "hikikomorizzazione" non deve essere considerata automaticamente negativa, ma fornisce comunque diversi consigli pedagogici per evitare che accada.
I suoi consigli invitano a un'educazione morbida e aperta, lontana dall'ossessività con cui invece, attualmente, si approcciano i temi dei rapporti genitori-figli, o comunque la condizione infantile, raccontata come perennemente sotto minacce più o meno definite.
 Anche qui le parole dell'autore sono semplici e comprensibili, ma precise e decise: è controproducente voler programmare i figli e la loro crescita affinché diventino così o cosà; i figli vanno lasciati liberi di procedere verso le direzioni che intraprendono; liberi di giocare tra loro, anche di litigare, anche di scontrarsi e farsi male, senza l'occhiuta e perenne pressione interventista e regolatrice dello sguardo adulto; vanno lasciati liberi di stringere contatti proficui anche al di fuori delle proprie classi d'età, verso l'alto e verso il basso; vanno lasciati liberi di costruirsi proprî spazî di vita cui il genitore non abbia accesso.
Non compiacetevi troppo, avverte l'autore, se vostro figlio (o vostra figlia) vi racconta tutto di sé e ascolta ed esegue tutto ciò che voi gli dite di fare: è assai probabile che, crescendo, precipiterà in un'adolescenza disastrosa, che si ritrovi incapace di affrontare il Mondo fuori del guscio familiare.
Sono affermazioni semplici, quasi di buon senso. Ma i tempi attuali sembrano andare in senso inverso, col dominio di due ossessioni intrecciate: quella securitaria che vede pericoli e sospetti ovunque, dal cibo che erode la salute, ai videogiochi che distruggono l'intelletto, a internet che pullula di mostruosità assortite; e quella che vorrebbe calcolare e programmare la crescita dell'individuo sin dal ventre materno.
C'è un'esigenza di perfezione inquietante, in cui i genitori da una parte ingabbiano i figli in percorsi protetti e asettici, trasformandoli in una propria appendice subordinata, una proiezione del proprio ego pubblico, da ostendere a metà tra trofei e bambole ben costruite; dall'altra si ritrovano a doverlo fare per le esigenze di una società e un potere pubblico che, sempre più deboli nel concreto, cercano di ritrovare una ragion d'essere in compattamenti simbolici e nuovi progetti disciplinari, a cui famiglie (anch'esse sempre più fragili) sono chiamate con forza a partecipare, nel nome della lotta a devianze vere o presunte, dove il recente ma già logorissimo luogo comune "i genitori devono tornare a fare i genitori", assume il sapore ambiguo della dotazione di un nuovo potere e della sottomissione alla sorveglianza di una totalità collettiva.

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2 Responses to Dalla parte degli hikikomori

  1. utente anonimo says:

    " Anche qui le parole dell'autore sono semplici e comprensibili, ma precise e decise: è controproducente voler programmare i figli e la loro crescita affinché diventino così o cosà; i figli vanno lasciati liberi di procedere verso le direzioni che intraprendono; liberi di giocare tra loro, anche di litigare, anche di scontrarsi e farsi male, senza l'occhiuta e perenne pressione interventista e regolatrice dello sguardo adulto; vanno lasciati liberi di stringere contatti proficui anche al di fuori delle proprie classi d'età, verso l'alto e verso il basso; vanno lasciati liberi di costruirsi proprî spazî di vita cui il genitore non abbia accesso."

    Apprezzo moltissimo queste tue parole,
    e le apprezzo ancora di più sapendo che tutto sommato i bambini come entità non ti stanno molto simpatici e sicuramente non li idealizzi (perdonami se non avessi interpretato bene le tue idee).
    A questo proposito ti segnalo una (penosa) vicenda
    che va avanti ormai da un anno
    http://www.lazampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/201010articoli/59691girata.asp

    Almeno questi non si nascondono dietro troppi giri di parole
    (ma il mio augurio resta sempre quello che si cerchino una corda e un albero…)
    «L’incolumità della vita del bambino prevale anche sul principio di educazione all’autonomia dello stesso minore», ha commentato ieri Daniela Beltrame, direttore scolastico del Friuli Venezia Giulia, ricordando «l’orientamento della Cassazione contrario ad accordi taciti o anche scritti tra scuole e famiglie su questo tema».

    John Blacksad

  2. Yupa1989 says:

    Cerco di non idealizzare bambini e minori come gruppi dotati di presunte caratteristiche naturali.
    Per quanto mi riguarda, affermazioni come "i bambini sono innocenti" o "i minori non sanno essere responsabili" sono tali e quali a "gli slavi vengono facilmente alle mani", "i giapponesi sono tutti dei robot", "i rom sanno solo rubare", "le donne sono più emotive degli uomini", "il maschio è cacciatore" e così via. Affermazioni nella maggior parte dei casi prive di contenuto concreto.
    Idealmente, credo si dovrebbero valutare le persone per quello che sanno, sentono, vogliono come individui, al di là di categorie d'appartenenza come sesso, età, etnia, cultura, religione, ecc.
    Certo, delle caratteristiche generali possono esistere, ma questo non deve rendere ciechi di fronte alle eccezioni e alle varietà, che esistono sempre e spesso possono essere ben più numerose di quanto si creda… e che andrebbero rispettate.
    Credo poi soprattutto che le segregazioni imposte per categorie, specie quando portate all'estremo e concepite come assolute, facciano solo male sia agli individui che alla società.
    Poi, certo, il discorso in realtà sarebbe molto più lungo, ma preferisco fermarmi qui.

    Sull'articolo che riporti… che dire?
    Un po' di cautela è d'obbligo, vista la tendenza dei giornali a gonfiare certe notizie, ma se le cose stanno come vengono descritte, allora la mia solidarietà e ammirazione vanno a questa mamma che è arrivata fino in tribunale per difendere la propria posizione.
    Aggiungo che non mi sta tanto simpatica l'idea che la famiglia possa decidere qualunque cosa nella vita dei figli… ma se l'alternativa è quella di uno Stato che, cavalcando la paranoia per la "sicurezza", pretende di imporsi come una grande Famiglia totale, con regole standardizzate di controllo minuzioso e soffocante fin dalla culla per tutti… be', allora preferisco lasciare che ogni famiglia faccia come meglio crede: almeno, così, ci saranno comunque dei ragazzi che avranno la possibilità di crescere respirando spazi d'autonomia.

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