Ognuno sfrutta a modo suo

Molto lentamente e nel corso degli ultimi anni sta prendendo forma e forza un nuovo discorso, un nuovo problema che narra di vittime, carnefici e interventi ritenuti doverosi e urgenti, incalzati da cifre iperboliche e resoconti a forte tinte.
È il problema della cosiddetta tratta o traffico di esseri umani a fini sessuali, lunga locuzione per il ben più breve sex trafficking di lingua inglese.
Il discorso è per ora riservato quasi unicamente agli ambienti degli specialisti, e solo occasionalmente ne sprizza qualche scintilla anche tra le notizie riportate dai media più generalisti, ma senza troppi clamori, sottotono.
Ancora non si può sapere se la situazione resterà tale, oppure esploderà come un o il nuovo grande "problema sociale", come sempre a metà tra moda mediatica e allarme politico.
Eppure, proprio dal punto di vista politico, il discorso sulla tratta a fini sessuali si presenterebbe come una ghiotta possibilità per rastrellare consenso, perché situato all'incrocio tra due altre questioni molto meno giovani e ormai ben note nell'immaginario globale, quella del turismo sessuale e quella dei movimenti migratori.
Il punto cruciale è proprio il nesso coi movimenti migratori.
La destra politica ha sempre avuto un lavoro sin troppo facile nel cavalcare lo scontento per un'immigrazione da raccontare come un'invasione di individui brutti, sporchi, cattivi, pronti a rubarci donne, lavoro e radici, magari con qualche bomba occasionale nelle chiese in nome di Bin Laden. La sinistra, spaesata, ha giocato in difesa e alla rinfusa, ora cercando, con convinzione scarsissima, di illustrare i benefici di immigrazione e multiculturalismo, ora scimmiottando la destra nelle sue richieste di rigore, sicurezza e tolleranza zero (ignorando che la copia ha sempre meno successo quando si può avere l'originale…).
Il problema della tratta a scopi sessuali potrebbe offrire l'occasione giusta perché anche la sinistra politica si costruisca un proprio discorso contro l'immigrazione, un discorso coerente però coi suoi principi storici di difesa dei deboli e salvifico intervento pubblico: gli immigrati vanno fermati e rispediti a casa non perché siano i carnefici della nostra civiltà (come afferma la destra), bensì in quanto povere vittime di oscure organizzazioni di trafficanti; vittime poi di quello che è considerato lo sfruttamento della peggior specie, quello sessuale, di fronte a cui ogni tentativo di ragionamento ha da tacere.
In breve, il discorso sulla tratta a fini sessuali può far da base a un'antimmigrazionismo "buono" da contrapporre a quello "egoista" della destra. I risultati poi cambiano poco, ma per molti ciò che conta sono le immagini e le parole più che le azioni…

Nel mondo anglosassone la costruzione d'un discorso sulla tratta a fini sessuali è già in stato avanzato.
Traduco un articolo che presenta la situazione in un paese, la Cambogia, un luogo classico nell'immaginario truce e lacrimoso delle realtà di degrado e sfruttamento.
Lo traduco perché, oltre che basarsi su notizie di prima mano, e non su quelle filtrate dalle (interessate) agenzie d'intervento più o meno umanitario, mette in discussione l'immagine di cui sopra e smonta il modo in cui si forma e alimenta.
Lo traduco perché illustra come, in determinati lontani paesi (e forse anche nei nostri), la prostituzione, che sia libera scelta o obbligo e schiavitù, è soprattutto un pezzo parziale di un problema molto più grande, un problema che si chiama povertà, fatto di situazioni assai concrete, di mancanza di mezzi per vivere o di lavori decenti; e non un problema morale dovuto al perverso e uomo bianco che si fa i viaggetti in Asia, o a una (presunta) cultura arretrata che spietata vende le sue figlie agli aguzzini.
Lo traduco perché mostra come allarmismi semplificatori, al solito, celino dietro le quinte ben altri interessi: la necessità per alcune organizzazioni umanitarie di giustificare la propria esistenza (e i propri stipendi), i tentativi di governi, come quello di Bush figlio, di avere mano libera nel propagandare una propria ideologia religiosa, la volontà dei governi locali di armarsi di nuovi strumenti di controllo e repressione verso la popolazione.
L'originale si trova qui. I grassetti nel testo sono miei. I link sono quelli dell'originale.
 

Nathalie Rothschild
Come le associazioni non governative stanno assumendo la posizione del missionario in Asia
 Un attivista per i diritti delle lavoratrici del sesso illustra a Nathalie Rothschild la realtà della bacchettona e neocoloniale industria anti-tratta

 Sappiamo tutti che nel sud-est asiatico c'è una grande industria del sesso. E in effetti spesso sembra che il sesso sia l'unica cosa di cui si parla nei resoconti da queste parti del mondo, coi media che ammanniscono storie piccanti su "turismo sessuale", trans, vergini in vendita e ragazze intrappolate nella prostituzione. Ma negli anni più recenti un'altra specie di commercio ha avuto il suo boom qui: l'industria contro la tratta di esseri umani. E attivisti locali per i diritti delle lavoratrici del sesso mi dicono che quest'industria è un problema ben maggiore per loro in confronto ai clienti in cerca di sesso o compagnia.

A tutt'oggi ci sono centinaia di organizzazioni non governative (ONG) nella sola Cambogia che lavorano per "salvare e riabilitare" le lavoratrici del sesso. I rappresentanti locali di queste ultime affermano addirittura che ci sarebbero più attivisti anti-tratta che non effettive vittime della tratta stessa.

In effetti, un'indagine dello scorso anno del progetto del'USAID contro la tratta di esseri umani ha riferito che nel 2009 il governo cambogiano avrebbe condannato solo dodici individui per crimini legati alla tratta. E riguardo alle vittime della tratta, l'indagine ha concluso che va oltre lo scopo del progetto quinquennale (cominciato nel 2006 con un budget di più di sette milioni di dollari) definire anche solo "cifre base" sul numero delle vittime.

Andrew Hunter, del APNSW (Asia-Pacific Network of Sex Workers), mi ha riferito dell'esistenza in diversi posti della Cambogia di case protette per le donne, strutture gestite dalle ONG che finanziariamente si sostengono tramite donatori come l'USAID, e che sfrutterebbero "lugubri storie di abusi sessuali per rastrellare denaro. A suo modo è una specie di pornografia, ma sembra che confezionando storie sulla schiavitù e la degradazione sessuale delle donne si raccolgano più fondi."

 Il rapporto dell'USAID spiegava che altre organizzazioni e ricercatori non sono riusciti a stabilire quante vittime della tratta ci siano effettivamente in Cambogia. È stato riconosciuto come ostacolo il fatto che "le vittime della tratta di esseri umani possono essere inconsapevoli, riluttanti o incapaci di riconoscersi come vittime della tratta, per questo è difficile raggiungerle…"

 Per Andrew dire che le donne sono vittime inconsapevoli – persino quando loro stesso negano recisamente di esserlo – è tanto quanto negare "l'idea che le donne possano agire autonomamente". (Ed è ironico che l'industria anti-tratta sia in gran parte composta di autoproclamate femministe. Peccato che le femministe abbiano tradizionalmente lottato perché le donne potessero essere considerate come individui autonomi e pensanti, non come vittime incapaci)

E per quanto riguarda la prostituzione forzata, Andrew afferma che "le donne (e gli uomini) in genere accettano un lavoro perché hanno bisogno di denaro", e questo vale anche per chi lavora col sesso. "Meno capacità hai, meno scelte hai, ma molte donne scelgono di lavorare col sesso".

"Gran parte delle lavoratrici del sesso in Cambogia sono ex operaie nel settore dell'abbigliamento", continua Andrew. "Nell'industria del sesso trovano condizioni migliori rispetto alle fabbriche d'abbigliamento. Ed effettivamente, qualche settimana fa, le operaie cambogiane dell'abbigliamento hanno organizzato scioperi di massa chiedendo salarii più alti… e le lavoratrici del sesso sono salite sulle barricate per sostenerle."

 Eppure un recente documentario della BBC ha affermato che in Cambogia migliaia di giovani ragazze verrebbero vendute come schiave sessuali e che la prostituzione non sarebbe qualcosa che le donne scelgono volontariamente.

Il documentario è stato presentato da Stacey Dooley, che ha debuttato in televisione nel 2008 con la serie della BBC Sangue, sudore e magliette (Blood, Sweat and T-shirts), in cui sei giovani inglesi modadipendenti giravano in India tra fabbriche e baraccopoli. Sino a quel momento Dooley si è interessata a trucchi e vestiti, e nulla di più, ma ora gira il mondo indagando su questioni come l'uso dei bambini soldato e del lavoro minorile nei paesi in via di sviluppo.

Nella sua cronaca dalla Cambogia, Dooley di rado ci lascia momenti che non siano strappalacrime. Quando Alang, una prostituta diciottenne, racconta a Dooley la propria storia (è stata venduta ai suoi "protettori" dalla zia all'età di dodici anni) la giovane inglese piange incontrollabile. Dopo aver atteso nove ore per accompagnare la polizia in una retata per "fare irruzione in qualche bordello", Dooley scoppia a piangere perché i poliziotti non sono riusciti a catturare alcun "protettore". E così via. Di seguito visita una vedova impoverita la cui figlia più giovane frequenta le attività organizzate dalla fondazione Sao Sary. Si tratta di una ONG che tiene lezioni per i bambini delle campagne considerati a rischio di cadere preda dei trafficanti.

Andrew conosce già tutto questo. "L'idea che numerose donne siano vendute all'industria del sesso dalle loro famiglie è basata sulla premessa che i poveri siano stupidi, ignoranti e ingenui… per non dire crudeli."

"Certo, cose di questo tipo accadevano", mi dice Andrew, "nel periodo dopo la guerra civile, quando la Cambogia cominciò ad aprirsi. Durante la missione di pace delle Nazioni Unite nel 1992-1993, donne dalle zone rurali hanno cominciato a spostarsi in città in cerca di lavoro, ma spesso si trovavano costrette in situazioni degradanti. Ma una volta che le donne tornavano nei loro villaggi e raccontavano le proprie esperienze ai parenti, la gente ha cominciato a imparare", spiega Andrew. "Lo stesso vale per tutto il sud-est asiatico. Dieci anni fa, quando le lavoratrici del sesso cambogiane urlavano per essere aiutate nessuno era interessato. Così formarono le proprie associazioni per lottare per i propri diritti di lavoratrici. Ma una volta che si è reso disponibile denaro per le attività anti-tratta, subito tutte le ONG hanno preso a preoccuparsi di 'salvare le lavoratici del sesso'."

L'industria anti-tratta ha avuto la sua esplosione all'inizio degli anni Duemila, quando il presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha lanciato la "guerra contro la tratta di esseri umani" come una "strategia indiretta di potere" per affiancare la guerra globale al terrore. Tuttavia, il malcelato intento era di proibire qualunque forma di lavoro sessuale. I finanziamenti ad organizzazioni che "promuovessero, sostenessero o difendessero la legalizzazione della prostituzione" vennero sospesi.

 Inoltre, due anni fa, il governo cambogiano ha passato la Legge per l'Eliminazione della Tratta di Esseri Umani e dello Sfruttamento Sessuale, scritta col supporto dell'UNICEF. Come il ricercatore Cheryl Overs ha mostrato, la legge criminalizzza "quasi tutti le transazioni sociali e finanziare legate al lavoro sessuale, che siano abusive o consensuali, eque o inique". Secondo Andrew, questo ha avuto effetti devastanti, portando le lavoratrici del sesso sulle strade, dove sono più vulnerabili e nei karaoke bar, dove non hanno il permesso di portar con sé i preservativi.

Nel suo documentario, Dooley incontra anche una giovane ragazza che è stata intrappolata nella prostituzione all'età di tredici anni, e che ha sofferto degli orrendi abusi, tra cui essere costretta a bere alcool mischiato con pezzi di vetro rotto. Andrew dice che abusi di questo tipo diventano più probabili quando l'industria del sesso è costretta alla clandestinità e le lavoratrici del sesso non possono organizzarsi per proteggere i propri diritti.

Inoltre, "molte delle agenzie che lavorano con le 'vittime della tratta' nel concreto trattengono illegalmente le lavoratrici del sesso dopo che queste sono state prese nelle retate della polizia. Ho incontrato lavoratrici del sesso trattenute contro la propria volontà anche fino a tre mesi nelle cosiddette strutture protette." Andrew mi racconta che molte di queste strutture sono organizzate specificamente per "'proteggere' giovani ragazze che le ONG prendono dai villaggi per nasconderle ai trafficanti." In pratica, per evitare che queste ragazze siano sottratte alle loro famiglie, le ONG le sottraggono alle famiglie… "Di solito vengono insegnate loro cose come cucire e in tal modo si forma un'offerta di operaie già addestrate per l'industria dell'abbigliamento, dove le donne sono effettivamente sfruttate e pagate con salari irrisori". Inoltre, "in Cambogia ci sono una marea di ONG supportate dagli Stati Uniti che vogliono salvare queste ragazze dando loro lezioni di catechismo biblico spacciate per corsi di alfabetizzazione". Appunto, ecco la posizione del missionario.

Sul blog di Dooley è attualmente in corso un vivace dibattito, con attivisti cambogiani e ricercatori che confutano alcune delle asserzioni fatte nel suo documentario. Altri sono sconcertati dal tono paternalista di Dooley. In effetti, Dooley parla coi cambogiani che incontra come se fossero bambini, guardandoli con occhi inteneriti mentre le raccontano i loro travagli e spiegando in un inglese semplice e chiaro (nonostante la presenza di interpreti tra il personale della televisione) come desideri fare del suo meglio per aiutarli e come riesca a sentire le loro sofferenze.

Per Dolley, che confessa d'essere un po' bacchettona e di non aver mai incontrato prima una prostituta, i distretti cambogiani a luci rosse sono comprensibilmente sconvolgenti. È difficile, per lei, immaginare che ci possa essere una qualche altra risposta alle esperienze di alcune ragazze che non fare retate nei bordelli. Ma le buone intenzioni e la compassione possono fare gran danno. Dooley può vole dimostrare di comprendere la disperazione dei poveri, ma in fin dei conti fa la figura dell'occidentale ricca e ignorante che con gli occhi sgranati desidera disperatamente di "fare qualcosa". Fa lezioni e predicozzi a tutti, dagli uomini occidentali alla polizia cambogiana, perché non riescono ad aiutare le ragazze in cerca di aiuto.

Certo, Dooley è una giovane donna non particolarmente intelligente che ha ottenuto il suo spazietto alla BBC quasi per caso, ma esemplifica alla perfezione la venatura neocolonialista della lotta alla tratta di esseri umani. Documentari come il suo riescono solo a dipingere i paesi in via di sviluppo tipo la Cambogia come luoghi di vizio e bestialità da una parte, e ignoranza e innocenza dall'altra; come luoghi pieni di persone bisognose d'essere salvate e civilizzate.

 Ma io sospetto che i cambogiani possano farcela senza "aiuti" di questo tipo e che i telespettatori inglesi meriterebbero piuttosto qualche programma che sveli i discutibili interessi e i tramacci dell'industria contro la tratta di esseri umani, nel sud-est asiatico e altrove.

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