Pricing the Priceless Child

priceless_child
Viviana A. Zelizer
Pricing the Priceless Child – The Changing Social Value of Children
1984: Princeton University Press, Princeton

Così racconta Viviana Zelizer…
Tutto avviene nell'arco di qualche decennio, e non senza difficoltà. Tra fine Ottocento e inizio Novecento.

A un certo punto – e questa è cosa nota – ai bambini non è più permesso lavorare.
Attività fino a questo punto considerate normali o formative, contributi ovvi all'economia della famiglia, furono riclassificate e rilette come sfruttamento immorale. A prescindere da quantità o qualità dell'attività stessa. Ragazzi di quattordici anni impiegati in commissioni part-time o bambine di sette anni rinchiuse per ore in fabbrica finiscono sullo stesso piano: qualunque forma di lavoro regolare, basata su contratti e stipendi, non è più concepibile come adatta all'infanzia.
Il bambino non è più una delle tante gambe su cui si regge l'attivo del bilancio familiare, ma un passivo pieno, una spesa estremamente costosa tra cibo, vestiario, scuola, cure mediche, e via dicendo. Una spesa tuttavia che ogni buon genitore vuole o, forse, deve sentirsi in grado di fare.

A un certo punto si apre il mercato delle assicurazioni sulla vita dei figli, dei bambini.
Oggi considerato privo di problemi, ai suoi albori viene contrastato durissimamente. I motivi sono concreti o emotivi. Emotivi: la possibilità di ottenere cifre altissime per la morte di un bambino, del proprio figlio, sembra violarne la sacralità che, in questo periodo, sta venendo affermata e costruita. Concreti: il rischio paventato è di mettere a repentaglio i bimbi delle classi lavoratrici, che, forse, non esiterebbero a uccidere la prole, o a lasciarla morire nell'incuria, in vista del denaro da intascare.
Ma l'opposizione non dura a lungo. Quello che prima è visto come un sospettoso mercimonio viene elevato, anch'esso, a testimonianza dell'amore di un genitore per il figlio, amore tale che solo somme di denaro astronomiche possono ripagare.
I risarcimenti legali seguono lo stesso trend. Fino a un certo punto il valore di un bambino ucciso in un incidente, viene calcolato solo in base all'apporto economico dato alla famiglia. Ma una volta precluso il mondo del lavoro ai più piccoli, il valore di questi ultimi può essere considerato unicamente in termini sentimentali, e scambiate con cifre che siano le più alte possibile.

A un certo punto si rovesciano modi e direzione con cui i bambini possono abbandonare o unirsi a una famiglia.
Prima del cambio, la situazione tipica è quella di genitori (specie donne) che pagano pur di liberarsi (momentaneamente o definitivamente) di infanti e neonati in sovrannumero, o illegittimi. La richiesta di figli, invece, è indirizzata a bambini di almeno sette o otto anni, possibilmente maschi, che possano lavorare, essere d'aiuto in famiglia, contribuire materialmente.
Poi tutto muta. Pagare per dare i figli in affidamento diventa una "vendita" immorale. Ora però sono molto più numerose le famiglie che cercano, desiderano, quasi disperatamente vogliono avere bambini, e sono disposte a pagare anche qualunque cifra. Si apre il mercato delle adozioni, con cifre notevoli per legali e istituti dedicati. E i prezzi lievitano per chi ricorre a vie traverse, sui margini della o oltre la legge.
Cambia anche, vistosamente, il tipico oggetto del desiderio genitoriale. I maschietti sopra i sette anni cominciano ad affollare gli istituti, perché poco voluti. Molto più gettonati sono gli infanti di due o tre anni, graziosi, paffutelli… possibilmente bimbe bionde e dagli occhi azzurri.

Completamente sottratti al mondo dell'utilità economica come tutela da sfruttamenti veri o presunti, concreti o simbolici, ora i bambini si ritrovano consegnati a nuovo ruolo, quello del feticcio sentimentale per adulti, genitori in primis. Bambole e animaletti da coccolare con una brama che, a volere, si potrebbe vederla anche carica di più d'un risvolto inquietante.
Ed è interessante, forse sintomatico, un singolare paradosso: molti tra i più accesi attivisti, gli stessi che volevano salvare i bambini da ogni tipo di lavoro, con altrettanto fervore e rumore si oppongono alla loro esclusione da attività come teatro, cinema e pubblicità. Il bambino non doveva più lavorare, certo, ma con un'eccezione più che visibile: poteva, anzi, doveva farlo perché interpretasse, sui palchi, sugli schermi grandi e piccoli, al servizio della massa e del pubblico, il ruolo del bambino angelicato, perfetto, sacralizzato, da adorare. Bambini-attori pagati, commerciati e lavoranti perché, sui palchi o dietro gli schermi possano recitare (pagati con cifre altissime) il ruolo del bambino non lavoratore, non commercializzato, escluso dal gioco del guadagno e della vendita…
Questa situazione permane tuttora.

Dietro questo mutamento si potrebbe cercare di scorgere la mano di uno Stato che, primariamente stimolato dalle forti esigenze belliche della prima metà del secolo ventesimo, esigeva truppe di ragazzi sani e disciplinati, e indottrinati nelle scuole al servizio dell'economia e della nazione. Obiettivi per cui il potere pubblico avrebbe stretto un tacito patto d'acciaio con l'istituzione familiare.
Si potrebbe inoltre individuare una causa tirata spesso in ballo, cioè la transazione demografica: meno mortalità infantile e molte meno nascite assegnano ai bambini, tra l'altro sempre più costosi da crescere, un valore incalcolabile. Laddove, invece, gli anni oscuri in cui metà popolazione non raggiungeva i cinque anni d'età rendevano i genitori sordi alla morìa degli infanti.
La Zelizer sembra contestare quest'ultima ipotesi, non fosse che per motivi cronologici fondati e documentati: il culto dell'infanzia accompagno, se non addirittura precedette la transizione demografica, non la seguì. E la transizione demografica, come dimostrato da altri storici, fu l'effetto di maggiori cure per l'infanzia, più che la causa.
In realtà dai ragionamenti della Zelizer è estrapolabile un'ipotesi ben più raffinata, e stimolante: l'attaccamento, la premura, l'affetto e via dicendo dei genitori nei confronti dei figli non è una novità storica, e fin qui ci siamo.
Sarebbe invece novità storica: l'elevazione di tale valore sentimentale del figlio, del bambino, a unico suo valore possibile; l'individuazione della famiglia, dell'ambiente domestico, come unico luogo in cui tale valore si può espletare (ambiente domestico in cui anche la donna, nello stesso periodo, veniva risospinta e progressivamente esclusa dal mondo sociale e del lavoro); e infine l'alleanza congiunta del potere statale formale e dello scrutinio pubblico informale a sorvegliare una situazione in cui i diritti dei bambini alla sicurezza e dei genitori al possesso dei figli sono sempre sul punto di rovesciarsi in doveri, e per gli uni e per gli altri. La famiglia come diritto, la famiglia come dovere. L'affetto e l'attaccamento familiare come diritto, l'attaccamento e l'affetto familiare come dovere, come nuovo luogo in cui si misura l'aderenza dell'individuo a valori collettivi, alla pubblica correttezza.
Il bambino, sacralizzato, va quindi anche a farsi suggello di un nuovo, non problematizzato perché inavvertito, conformismo morale e collettivo, quello della famiglia felice e del genitore premuroso che vuole, o forse deve, spendere tutto se stesso per i figli; il genitore che vuole, o forse deve, esibire costantemente a se stesso e a un occhio pubblico assai esigente quanto ai figli ci tenga e quanti essi siano il suo successo maggiore, se non l'unico.

Lungi dall'essere escluso dal mondo delle merci, dell'economia, del lavoro, com'era negli intenti dichiarati dei riformatori, il bambino diventa piuttosto un tipo di merce molto speciale.
Obiettivo della Zelizer, nel suo lavoro, è adoperare il caso specifico dell'infanzia per un discorso più ampio sui rapporti tra il mercato e i cosiddetti "valori umani", due àmbiti che il senso comune concepisce come originariamente separati, se non opposti, o in guerra gli uni con gli altri: da una parte il denaro, dall'altra l'indefinibile valore degli individui; e il denaro, il prezzo è ovviamente visto come una forza che rischia di corrompere il sacro valore di ciò che è senza prezzo.
Tuttavia, come indicato dagli esempi soprastanti (mercato delle adozioni, assicurazioni sulla vita, spese per l'istruzione, uso dei bambini nel mondo dello spettacolo), la sacralizzazione del bambino non fa che aumentarne enormemente il prezzo.
La Zelizer mostra come da una parte il mondo del mercato sia informato da valori non completamente riducibili alla razionalità economica; e che dall'altra la creazione di àmbiti intenzionalmente esclusi dal mercato va a produrre situazioni che muovono cifre estremamente più alte che non nel mercato stesso.
Questo vale appunto per la sacralizzazione dell'infanzia.
Ma dopotutto, che il sacro, dichiarato per sua natura escluso dal gioco della ricchezza e del potere, sia tuttavia una fonte terrificante di potere e di ricchezza è cosa che hanno sempre ben saputo le chiese istituite lungo tutti i secoli.

Il libro della Zelizer è stato scritto a metà anni Ottanta.
Verso la fine l'autrice prova a interrogarsi sul futuro dell'infanzia sacralizzata.
Riporta alcune prospettive formulate all'epoca, riunendole in tre gruppi.
I primi affermavano che c'era ancora molto lavoro da fare: la sacralizzazione dell'infanzia, vista come positiva, s'era sì affermata in famiglia, ma senza uscire dalla soglia di casa; i genitori avevano imparato ad amare i propri figli, ma non quelli degli altri; la società in quanto tale, malata d'egoismo, doveva ancora effettuare una sua conversione reale e integrale, cedere definitivamente alla sacralizzazione dell'infanzia.
I secondi, catastrofisti e ansiosi, paventavano che l'infanzia fosse ormai prossima alla fine. Travolta dal mercato, dal collasso scolastico, dal permissivismo, da una sessualizzazione precoce, dalla delinquenza, da televisione, videogiochi e compagni, l'infanzia sarebbe sparita entro qualche anno, cancellando ogni differenza tra adulti e bambini. Emblematico quanto scrive Marie Winn nel 1983, che denuncia come l'infanzia, non più un'"Età della Protezione", sia un'"Età della Preparazione": "Una volta i genitori lottavano per preservare l'innocenza dei figli […] e per proteggerli dalle traversie della vita. La nuova epoca agisce credendo che i bambini debbano essere esposti precocemente alle esperienze adulte".
Il terzo gruppo, infine, si interrogava sulla sensatezza dell'ideale del bambino sacro, sull'utilità del concetto per la società, o se invece non fosse un ideale in parte dannoso per gli stessi soggetti che avrebbe voluto proteggere, in termini di autonomia, formazione e autostima. La proposta era di provare ad riaprire nuovi spazi di integrazione economica e sociale, ovviamente senza forme di sfruttamento, che potessero riassegnare anche ai più giovane una qualche forma di autonomia economica, individuale e psicologica.
La Zelizer non nasconde, ovviamente, di essere molto più vicina al terzo gruppo che non ai primi due.
Sono passati venticinque anni dal suo libro: l'età dell'ingresso nel mondo del lavoro è mostruosamente schizzata in avanti, ben oltre il raggiungimento della maggiore età; la tendenza generale di tutti i paesi industriali, inoltre, è di spostare al rialzo i limiti d'età in cui, concretamente o simbolicamente, si diventa adulti; la segregazione del mondo adulto e di quello infantile, a esclusione della sfera familiare e istituzionale (la scuola), è più netta e rigida che mai.
Attualmente l'autonomia individuale si ottiene a quell'età in cui, nei tempi antichi, si era ormai prossimi alla morte. L'infanzia assorbe l'adolescenza e si spinge anche oltre.
Nel frattempo i catastrofisti, tutt'altro che domi, continuano con toni sempre più acuti, a piangere la presunta scomparsa di un'infanzia che, invece, mai come oggi è stata così sorvegliata, vezzeggiata, regolata, iperprotetta e avvolta, se non soffocata, nella bambagia. A meno che proprio questri strilli, a volte più isterici che fanatici, non siano il sintomo dell'imminente rottura di un modello che effettivamente sta per esaurire la sua funzione storica, la fine dell'era della sacra infanzia è ancora di là da venire.

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