Rivolte d’Egitto

operation egypt
Alcune cose che mi sembra d'aver capito della rivolta in Egitto, o rivoluzione che dir si voglia.

La rivolta è riuscita in uno dei suoi principali e primi intenti, rovesciare un capo di governo autoritario e trentennale, un successo non da poco dal punto di vista degli insorti.
Sino a pochi mesi fa in Egitto sembrava inconcepibile anche solo riempire una piazza per chiederlo.

Si tratta di una rivolta popolare, nel senso che vi hanno partecipato cittadini a centinaia di migliaia, se non milioni.
Ma non è stata una rivolta del popolo.
La "rivolta del popolo" non può esistere, perché non esistono popoli, specie nelle società di massa, in cui tutti i cittadini possano avere e abbiano gli stessi identici interessi, obiettivi e aspirazioni.
A maggior ragione in un regime, come quello egizio, in cui il partito di governo è quasi un partito-stato, con profonde interconnessioni in tutti gli aspetti della società, dall'economia alla cultura.
La "rivolta del popolo" è un'utile finzione per romanticizzare rivolgimenti politici che nella stragrande maggioranza dei casi sono scontri tra fazioni, per quanto grandi o piccole nelle rispettive dimensioni.
È un'espressione utile per cercar legittimazione.
Ma in Egitto non saranno pochi, sia nelle elité che tra il popolo che avranno poco gradito l'uscita di scena di Mubarak. E ancor di più chi farà di tutto per frenare un cambiamento del regime di cui Mubarak è stato espressione. Che sia per convinzione o per interesse.

La rivolta egiziana non è stata frutto di manovre preordinate esterne o interne.
Anche per questo ha preso di sorpresa un po' tutti, dalla Fratellanza Musulmana agli Stati Uniti e via dicendo; e tutti, una volta che la corrente ha cominciato a scorrere ben più impetuosa di quanto sembrasse all'inizio, hanno cercato e stanno cercando in qualche modo di addomesticarla, cavalcarla, portarla nella direzione che ognuno ritiene più vantaggiosa.
Un'operazione che per ora non è chiaro nemmeno quanto e se sia fattibile. Il movimento è estremamente magmatico e mobile. E la sua forza, ancora enigmatica, è testimoniata dalla prudenza con cui tutti gli attori in gioco, esterni e interni, stanno cercando di rendersela amica.

Una rivolta popolare e autonoma.
Tutto questo però dice ben poco sulla sua bontà.
Gli eventi politici e storici si misurano più sugli effetti che non sulle cause e le intenzioni.
E ovviamente non è facile prevedere quali effetti avrà la rivolta egizia, e altrettanto difficile, forse impossibile, distinguere effetti da riflussi o semplicemente da eventi successivi che col caso in esame hanno ben poche relazioni.
Per dire, dopo la Rivoluzione Francese abbiamo avuto: la fine dell'assolutismo monarchico e dell'aristocrazia feudale, l'affermazione del laicismo, l'uso del terrore rivoluzionario come strumento politico, l'avvento delle società liberali e borghesi, la dittatura di Napoleone, i nazionalismi e il dominio degli stati-nazione, e così via. C'è chi, tra i frutti della Rivoluzione Francese ci vede anche i campi di concentramento nazisti, o il comunismo sovietico, o le odierne democrazie liberali.

Ragionando sul breve periodo e con grande azzardo, però, alcune considerazioni si può tentare di farle.
Ci provo.

Molti, caduto il dittatore, paventano l'avvento di un regime islamico, o degli islamici radicali, o dell'integralismo islamico, o che altro nome si vuole usare.
Chi teme questo rischio non dice chiaramente, però, l'oggetto della propria paura, o di cui vuole si abbia paura. È un'omissione interessata.
Il timore implicito non è tanto per un regime islamico in sé, o per la salita al potere, anche se in un sistema democratico, di fazioni fortemente connotate in senso religioso, come la Fratellanza Musulmana.
Si agita il rischio che si replichi quanto accaduto in Iran nel 1979. Dimenticando però che nell'area già esiste un regime politico di gran lunga più clericale, oppressivo e oscurantista di quello iraniano, ovvero l'Arabia Saudita.
Ma i sauditi sono fedeli alleati di Stati Uniti e compagnia. Ed eccoci qua. Si dice di temere un "Egitto islamico", ma in realtà quel che si teme è un Egitto autonomo, magari pure antioccidentale, islamico o meno che sia.
Questa è soprattutto e per ovvii motivi la grande paura di Israele.
 Personalmente dubito che, comunque vadano le cose, ci si possa trovare con un Egitto dedito a politiche attivamente e militarmente aggressive nei confronti dell'Europa o persino di Israele.
Semmai sarà un Egitto maggiormente deciso a difendere i proprii interessi, e meno supino nei confronti delle maggiori potenze globali. E, in termini di riequilibrio di poteri nell'area, non è detto che ciò sia un male, anzi.

Questo per quanto riguarda l'estero.
Per quanto riguarda gli interni, una replica del caso iraniano non è immaginabile, in cui cioè la rivolta del 1979 condotta da socialisti, liberali e islamici tutti insieme ha poi permesso a questi ultimi di prendersi tutto il potere e schiacciare gli ex alleati.
Non lo è intanto proprio perché il caso iraniano è già avvenuto, se ne è visto il decorso e i risultati ultimi, e gran parte dei rivoltosi egiziani non hanno alcuna intenzioni di mettersi nelle mani di un sistema politico clericale. Anzi, molti tra i rivoltosi egiziani sono più affini ai numerosi giovani iraniani che preferirebbero mettere da parte gli ayatollah, che non a questi ultimi.
Non lo è poi perché tra il 1979 e il 2011 di cose ne sono successe non poche, nel Mondo come nel mondo arabo, e i rivoltosi egiziani, che in stragrande maggioranza sono giovani e giovanissimi, sono interessati meno al Corano che alle libertà offerte proprio da quelle nuove tecnologie che hanno adottato dall'"Occidente".
Trovo difficile che i rivoltosi che si son mossi usando, tra mille pericoli, i mezzi di potenziamento individuale e di interconnessione collettiva che viaggiano su internet, quei rivoltosi che si son mossi proprio per conservare, garantirsi e diffondere questi mezzi, accetterebbero di buon grado che un nuovo regime politico, qualunque esso sia, arrivi nuovamente a sottrarglieli.

Quindi, che possano ottenere la maggioranza fazioni religiosamente conservatrici, è possibile, e forse nemmeno improbabile.
Che l'Egitto divenga un paese clericale sul modello iraniano o saudita, lo trovo parecchio difficile.
Certo è che, se l'Egitto tornerà ad alzare troppo il capo nella politica estera, cioè a non esser servile com'è stato sinora, indipendentemente da chi lo governerà i nostri media cominceranno subito a dipingerlo come un covo di islamici barbuti con la scimitarra tra i denti.

E ora, un punto che trovo sia stato sottovalutato in diverse analisi degli eventi.
La rivolta egiziana è stata anche e soprattutto una rivolta generazionale.
La rivolta di larghi strati giovanili incastrati in una contraddizione: da una parte bramosi delle libertà e opportunità concesse e promesse dalle più recenti tecnologie di comunicazione, libertà importanti o frivole poco importa (chi può giudicare cos'è frivolo e cos'è importante?); dall'altra disperati per la mancanza concreta di lavoro, di un qualunque orizzonte di stabilità su cui costruirsi un futuro, e insofferenti per una vecchia generazione pervicacemente aggrappata ai propri privilegi e incapace di trasmettere alcun messaggio comprensibile che non sia la perpetuazione del proprio potere.
E quest'ultima cosa non vale solo per l'Egitto. Vale al Cairo come a Milano, come a New York o a Tōkyō.
Se in Italia non è ancora esploso nulla come in Egitto è solo perché la nostra situazione demografica, come del resto in tutti i paesi europei, è l'inverso di quella egiziana, con tanti vecchi e pochi giovani.
In Italia la quantità di giovani disoccupati, sottocupati o occupati in lavori sottopagati e/o sostanzialmente inutili, è ben al di sotto della soglia di detonazione sociale.
Almeno per ora.

Ma c'è anche un'altra differenza tra la rivolta egiziana, tra tutte le rivolte democratiche che stanno scuotendo, che forse scuoteranno a fondo l'intero mondo arabo-islamico, e la situazione italiana, o anche europea in generale.
Tra gli obiettivi posti dai rivoltosi egiziani c'è l'abolizione delle leggi speciali con cui il regime ha governato per decenni il paese. Leggi speciali d'emergenza, che permettevano e hanno permesso alla polizia di arrestare, imprigionare, torturare e uccidere chiunque o comunque, senza render conto a nessuno.
Se anche l'Egitto non riuscisse a conquistarsi un sistema politico libero e una società aperta, già solo l'abolizione di queste leggi speciali sarebbe un eccellente risultato, che ben pochi definirebbero negativo.
In Italia, come in gran parte del resto dell'Europa, da questo punto di vista la situazione è ben diversa. Nei paesi in cui viviamo, ormai da decenni e sotto i governi di qualunque fede e colore, il sistema giudiziario e di polizia è andato lentamente ma progressivamente logorando, con illegalità diffusa, arbitrio dei tribunali e carceri sempre più stracolme.
Più concisamente: si punisce male, e si punisce tanto, ma quel che più conta è che, in quasi tutti gli schieramenti politici, anche se con modalità, accenti e retoriche diverse, il corpo elettorale desidera come prima cosa che si punisca di più, e più duramente.
In Egitto la gente è scesa in piazza parlando di democrazia e libertà. In Italia si scende in piazza chiedendo legge e ordine.

Tra gli obiettivi della rivolta egiziana, e di un'eventuale rivolta araba, c'è la liberazione dalle catene di leggi speciali, emergenziali e poliziesche.
Una rivolta italiana, se mai ci sarà, e un'eventuale rivolta europea, non è detto che non arrivi a invocarne e produrne, di leggi speciali, emergenziali e poliziesche.

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