Ancora sul velo…

Vuole il fato che proprio in questi giorni, in cui torna alla ribalta la questione del divieto di "velo islamico integrale" in Europa, mi sia capitato di leggere in un libro qualcosa di molto interessante al riguardo.
È una storia che si svolge in India, paese in cui vivono più di cento milioni di musulmani. È la storia di una donna che dimostra di saper bene quel che vuole, sin da età molto giovane (età in cui, alle nostre longitudini, sarebbe bollata come "solo una bambina"). Sa quello che vuole e sa lottare per ottenerlo o mantenerlo. Per questo suo volere caparbio si scontra col marito, che per motivi di conformità sociale vorrebbe invece quasi imporle determinati costumi.
L'oggetto del contendere ruota intorno all'islam, e al modo di intenderne pratiche e precetti. Ma i ruoli sono del tutto diversi da quel che ci si aspetterebbe, anzi, quasi rovesciati. Per questo la storia è interessante, anche se personalmente non condivido granché delle aspirazioni di questa donna, e soprattutto mi sono distanti idee come quelle di "fede" e "peccato".
 Questa dunque non è la storia che tutti si immaginerebero, di un marito che vuole imporre veli & segregazioni alla moglie, tutt'altro…

Cresciuta in una famiglia colta dell'India settentrionale, Hamida Khala aveva ricevuto un'ottima educazione sotto la guida di suo padre, e desiderava indossare il burqa (soprabito col velo) come segno di maturità. A tredici anni fu fidanzata a un burocrate vedovo e molto più anziano di lei, considerato «progressista». Hamida acconsentì a condizione che, se il marito le avesse chiesto di smettere di osservare la purdah, lei sarebbe ritornata dalla sua famiglia. Cominciò a vivere con lui all'età di quindici anni e si trasferì con lui a Calcutta, lontano dalla sua famiglia. Come impiegato dello stato il marito lavorava con colleghi inglesi, indù, musulmani, la cui vita sociale era organizzata caratteristicamente intorno a coppie che insieme frequentavano cene e feste. Il marito cominciò a mostrare risentimento per la scelta della reclusione fatta dalla moglie, che ostacolava la sua partecipazione a tale vita sociale e dunque la sua carriera; nonostante alcuni colleghi organizzassero feste in cui le donne sedevano in stanze separate, molti si rifiutavano infatti di fare altrettanto. Infine ci fu chi fece uno scherzo.
Una notte le donne erano sedute a tavola occupando posti alterni accanto a posti liberi. All'improvviso un gruppo di uomini entrò e si sedette nei posti rimasti vuoti. Hamida ricorda questo evento con enorme dolore:

Ciò che provai non te lo posso esprimere. Intorno a me c'erano solo tenebre. Non potevo vedere nulla, gli occhi mi si riempirono di lacrime […] Non ricordo che cosa mangiai […] Tutti i miei tentativi, i miei sforzi di mantenere la purdah erano finiti. Mi sentii senza fede, perché avevo peccato. Mi ero trovata di fronte a tanti uomini, tutti questi amici di mio marito mi avevano vista. La mia purdah era stata infranta, la purdah che era la mia fede.

Il marito si scusò profondamente con lei insistendo sul fatto di non aver saputo nulla dello scherzo, ma riconobbe che la sua vita avrebbe dovuto cambiare se voleva continuare a vivere con lui. La donna scrisse al padre chiedendogli consiglio. Egli le rispose che se il suo matrimonio fosse stato messo in crisi, avrebbe dovuto abbandonare la purdah, aggiungendo che il suo estremo tipo di segregazione non rappresentava un'antica tradizione islamica; poteva comportarsi con discrezione e modestia anche dopo esserne uscita. Dopo aver letto testi sacri per conto suo, concluse che si poteva vivere una devota vita musulmana anche senza rigida segregazione. Si diede delle regole di modestia per il comportamento e l'abbigliamento (bluse dalle maniche lunghe, occhi abassati, niente trucco o gioielli), che seguì per tutto il resto della vita, mentre usciva e imparava a occuparsi dell'amministrazione della casa e di impegni sociali. Il marito la sostenne mostrando rispetto per la sua religiosità.

(Martha C. Nussbaum, Diventare persone – Donne e universalità dei diritti, pp.269-270)

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