Metti il pupo su Facebook

Si può pensare tutto il male che si vuole di Facebook e del suo boss, Zuckerberg, ma non che quest'ultimo non sappia fare il suo lavoro, che è quello di imprenditore macinasoldi.
 Sì, è vero, forse la fortuna avuto dal Libro delle Facce è stata in gran parte imprevista anche dai suoi stessi creatori: credo quando ancora era un semplice network indirizzato agli ex universitarî, nessuno si sarebbe immaginato il boom che c'è stato poi…
 Però con la sua ultima uscita Zuckerberg ha mostrato una lungimiranza notevole, e quella tipica di chi inizialmente non viene creduto, di chi produce scuotere di teste e smorfie di disapprovazione. Salvo poi tutti ricredersi quando si scopre che l'eresia era una profezia.
Nota bene, anche per quanto segue: non sto dicendo che Zuckerberg voglia fare o farà qualcosa di bello & giusto. In tutto questo post farò (o tenterò di fare) un discorso di fredda analisi, senza esprimere (troppi) giudizî di merito. Anche se le mie opinioni in tal senso, ovviamente, ce le ho. Ma queste possono venire dopo. Intanto si tratta di guardare le cose per capire quale direzione prenderanno più facilmente.
Praticamente, Zuckerberg ha lanciato l'idea di aprire il suo social network, o forse un social network parallelo, ai minori, nello specifico minori infratredicenni. Cosa attualmente non prevista dalle linee guida facebookiane, né da quelle di altri siti social.
 Ovviamente la proposta ha incontrato un certo scetticismo, per usare un eufemismo. Immagino che risulti poi specialmente incomprensibile
in Italia, paese in cui mi trovo gente sostenere candida che ci vorrebbero leggi per proibire a tutti minori di anni diciotto l'uso tout court di internet e/o cellulare, il tutto con solidissime & articolate argomentazioni tipo "non ne hanno bisogno", "noi siamo cresciuti senza" o "perché è sbagliato e basta".
Ma non è della tecnofobia e del misoneismo italiani che voglio parlare…
 La proposta ha incontrato scetticismo, dicevo. Ebbene, io credo invece che sia molto molto avanti, che Zuckerberg abbia capito molto bene come si muoveranno le cose o meglio, come già si stanno muovendo, e che, dal suo punto di vista di imprenditore macinasoldi, fa più che bene a muoversi in anticipo, per poter essere in prima linea quando l'idea che ha lanciato sarà diventata ormai senso comune. E lo diventerà. E qui spiego perché.

 Il punto di partenza è uno studio di qualche settimana fa, che rivela quello che dopotutto è il segreto di Pulcinella, cioè che su Facebook sono già presenti migliaia e migliaia di accounti di infratredicenni, in flagrante contrasto con le linee guida. Scandalo. I bimbi lanciati inermi negli insidiosi flutti di internet.
 La reazione naturale di amministratori e capoccia, almeno fino a oggi, sarebbe stata quella di promettere maggiori controlli e più severi, fare verifiche a tappeto ed estromettere spietati da Facebook le vivaci frotte di ragazzini. Ad esempio è quello che fa YouTube, che cancella sistematicamente quegli account che si rivelino palesemente gestiti da utenti un po' troppo giovani.
 Ecco, ora Zuckerberg ha reagito in modo diverso, dando una di quelle risposte che fanno saltare le classificazioni. Per questo la sua è la scelta vincente.
 Una scelta soprattutto che credo non sia basata sul nulla, anzi. I capoccia di Facebook sanno sicuramente come funzionano le cose tra internet, famiglie e minori, checché ne dicano gli stereotipi propalati dagli "esperti" e dipinti dai media di massa.
Gli stereotipi, solitamente, descrivono il minore che si attacca a internet, che si fa gli account, che si iscrive a FacciaBuco e compagni, tutto questo in barba al genitore, anzi, contro la volontà del genitore. Si va in internet in fuga dalla famiglia, con la famiglia che fatica a seguire la fuga del minore in rete.
I varî articoli giornalistici italiani (e non solo italiani) in materia battono sempre qui il chiodo: i genitori non sanno cosa facciano i figli su internet. Dando per scontato non tanto che questo sia un problema, ma innanzi tutto che sia un fatto.
 I fatti invece sono parecchio diversi…

 Attingo per quanto segue al blog apophenia, gestito da Danah Boyd, probabilmente il migliore su questioni di internet & minori; attingo in particolare a un pezzo di un annetto fa.
Il limite dei 13 anni per farsi un account su quasi tutti i siti internet è fissato dal COPPA, legge degli Stati Uniti. Siccome quasi tutti i maggiori siti, specie quelli social d'ampia diffusione, sono negli U.S.A., il resto del Mondo si adegua.
Il COPPA non vieterebbe l'ingresso agli infratredicenni: tuttavia, se un sito volesse accogliere questi ultimi, dovrebbe anche accollarsi un bel po' di burocrazia, visto che dovrebbe richiedere anche i permessi dei genitori, con tanto di documenti riconoscibili e via dicendo. Per questo tutti i siti preferiscono tagliare la testa al toro, cioè tagliar fuori gli infratredicenni, e semplificarsi così la vita legale.
 Però nei fatti le cose vanno diversamente, e non ci vuole molto a immaginarselo: gli infratredicenni che si iscrivono a YouTube, MySpace (esiste ancora?), Facebook, Habbo (esiste ancora?), Twitter e così via, sono tanti, come già detto sopra.
Il punto è che non lo fanno in barba ai genitori. No, tutt'altro.
Nella stragrande maggioranza dei casi sono i genitori stessi a spingere i figlioletti a farsi l'account, specie se già i genitori di account hanno uno. L'obiettivo non dovrei neanche dirlo: poterli controllare meglio. Dopotutto è la stessa ragione per cui un sacco di genitori cellularizzano precocemente la progenie: "Così so sempre dove trovarti".
È la tanto chiacchierata sicurezza, in versione fai-da-te.
 E un sacco di genitori sanno molto bene che i siti, formalmente, non sarebbero accessibili ai minori di anni 13, o comunque lo imparano quando constatano la mascherina dell'anno di nascita non sale oltre una certa data. Ma a questo punto sono i genitori stessi a dire ai figli di barare sui dati personali, almeno su quelli anagrafici, per poter avere così l'account.
 Ed ecco che, almeno in una buona parte dei casi, le coorti di bimbi presenti su Facebook e simili non sono colà all'insaputa dei genitori, bensì piuttosto con la complicità di questi ultimi; genitori che, oltre le foglie di fico delle burocrazie statali, sperimentano in creativa autonomia come usare le ultime novità internettiane a mo' di guinzaglio tecnologico.
Si capisce allora che la proposta del boss di Facebook è solo la richiesta che sia riconosciuto un fatto compiuto.
E penso non ci vorrà molto prima che anche le istituzioni gli diano retta.
 Quando avverrà, ecco che si rovescerà l'attuale discorso internet-minori che vede la rete come un pericolo, o un posto pericoloso, da cui difendere i pargoli, e si arriverà piuttosto a vedere la rete come un mezzo formidabile per difendere premurosamente (o controllare più occhiutamente che mai: tutto dipende dei punti di vista) i pargoli; ovviamente internet integrato con tutti i tecnodispositivi del caso, fissi e mobili, geolocalizzanti e traccianti.
Non credo sia fantascienza ipotizzare che questo rovesciamento avverrà relativamente a breve (cinque o dieci anni?) e che infine si arriverà a definire come a rischio non il minore in rete, ma quello fuori della rete.
 Vuoi più sicurezza per tuo figlio? Collegalo a internet. Fagli un account. Iscrivilo a Facebook.
Il figlio sconnesso diventerà come il figlio che non va a scuola: irregolare, anormale, refrattario, pericoloso, da riportare sui binarî giusti. Sarà un caso che per l'occasione Zuckerberg abbia accennato alle potenzialità educative del suo social network?
 E in una situazione in cui, col beneplacito delle istituzioni e l'assenso delle famiglie, sarà  ormai scontato che la sicurezza, la crescita e l'educazione del minore viaggiano tramite internet, si aprirà naturalmente tutto un campo ancora quasi vergine da sfruttare economicamente. Chiaro quindi che Zuckerberg per primo abbia cercato di muoversi in avanti.

 Sfruttamento economico. E sfruttamento politico.
 Credo sarà con altrettanta celerità che la politica, specie certa politica, capirà i vantaggi dell'ammissione ufficiali dei più piccoli in internet. Ammissione ufficiale e conseguente necessità di organizzare la situazione, regolare, sorvegliare. Eventualmente punire.
 Tra i varî possibili scenarî ne abbozzo due. Sono scenarî più idealtipici che altro, e non è neanche detto si escludano a vicenda. In ogni caso le conseguenze per gli abitanti adulti della rete saranno non indifferenti.
La prima possibilità, forse meno probabile della seconda, è che si tenti di creare dei ghetti digitali con varchi controllati. Isole di connessione con cui tenere da una parte i minori e dall'altra parte gli adulti. Attualmente impraticabile, per la struttura stessa della rete, ma forse possibile se si arriverà a introdurre sistemi di identificazione univoca e obbligatoria per tutti i netizen, grandi e piccoli. Una misura di sapore quasi "cinese" per una rete praticamente blindata. Ma sono idee che negli Stati Uniti, anche se in forma sperimentale, e per ora volontaria, stanno venendo già ipotizzate. Ovviamente per motivi sicurezza, contro i cosiddetti "cybercriminali". E quale occasione migliore per giocare con carico moltiplicato la carta della sicurezza che non la presenza massiccia e infine ufficiale dei bambini in rete? Dopotutto, nullaè mai abbastanza per la sicurezza dei più piccoli, no?
 La sicurezza, appunto.La seconda possibilità sarebbe quella di lasciare grandi e piccoli a muoversi e interagire negli spazî comuni della rete, per garantirsi così però un'ottima giustificazione per dotare governi & polizie di strumenti d'intervento ben più pesanti e immediati di quelli attuali per sorvegliare, dirigere e limitare l'agire del comune cittadino in rete.
Se la prima possibilità porterebbe a dei ghetti di rete separati con controlli preventivi alle frontiere resi possibili da una schedatura digitale di massa, la seconda possibilità porterebbe a un'internet epurata a priori di ogni elemento "inappropriato", simile un po' a un simpatico asilo con gli orsetti puffettosi, in cui si possa dire solo quanto ci vogliamo bene e quanto ci piace stare tutti insieme. Un'internet radicalmente epurata in conformità con quell'ideologia, tipica dei nostri tempi, che identifica il mondo migliore, più giusto e più sano per tutti con il mondo "a misura di bambino".
Dando per scontato, ovviamente, che si sia già tutti un accordo su cosa significhi "a misura di bambino", e non che ci possano essere idee diverse a riguardo.
Ma proprio in questa vaghezza, come dovrebbe essere noto, si nasconde il trucco che permette la formazione di un saldo consenso su un vuoto contenutistico che la politica, a quel punto, può utilizzare per giustificare qualunque mezzo e qualunque fine…

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