Cose turche (e armene)

Quattro pensieri sulla disputa Turchia-Francia, a proposito della criminalizzazione messa in opera da quest’ultima contro chi negherà il genocidio armeno (o presunto tale, appunto per chi lo nega), secondo una legge in approvazione per il prossimo anno (2012).

1)
La definizione di genocidio è tutt’altro che pacifica, gli stessi storici ne dibattono.
C’è il problema della scelta dei parametri (morti, deportazioni, coinvolgimenti delle istituzioni, stato di guerra, risposte delle vittime, tempi di svolgimento, ecc.) e le soglie degli stessi.
Una volta stabiliti parametri & soglie, resta difficile capire se una situazione specifica vi corrisponda o meno.
Per dire: in quel terribile garbuglio che sono stati i conflitti dell’ex Jugoslavia di circa vent’anni fa, dove si fermava la guerra “normale” e dove cominciava il genocidio, o gli eventuali tentati genocidî? La progressiva e imponente contrazione demografica (e disgregazione culturale) dei cosiddetti nativi americani in seguito all’avanzata della frontiera degli Stati Uniti, calo avvenuto nel corso di secoli, possiamo chiamarlo genocidio? Si può parlare di genocidî per epoche in cui tale concetto era assente? E così via.
Non sono problemi semplici. La possibilità di dare una definizione inoppugnabile di “genocidio” è pari a quella di altri concetti storici quali “rivoluzione”, “progresso”, “invasione”, “terrorismo”, e tanti altri, dove giocano più le interpretazioni che i fatti.
Non è facile ma nemmeno impossibile stabilire quanti individui siano morti e dove in un determinato arco di tempo e a opera di chi. Molto di più se per quei morti si tratti di genocidio, o “semplice” strage, o atto di guerra, o esito involontario di altre (pur discutibili) politiche, e così via.
Ma soprattutto: le difficoltà di stabilire e poi applicare dei parametri per individuare i genocidî sono sin dall’inizio intrecciate con le (volute o meno, poco importa) implicazioni politiche del presente rispetto al modo in cui si scrive la Storia del passato, prossimo o remoto.
La definizione e l’individuazione dei genocidî è di per sé opera molto meno neutrale di quanto si vorrebbe o di come viene proposta.

2)
Si capisce quindi perché è poco sensato operativamente (mancanza di criterî oggettivi) e discutibile moralmente (implicazioni politiche attuali) affidare alle leggi dello Stato e alla giustizia dei tribunali la definizione di cosa sia genocidio, e la punizione per chi neghi i fatti storici su che il potere statale riconosce di volta in volta come tali, su cui appone questo bollino di speciale protezione rispetto al dibattito pubblico.
Lo Stato andrebbe ad affermare che su determinati (e non su altri) sanguinosi fatti del passato la sua è l’ultima parola, rispetto cui la ricerca storica e le opinioni individuali non possano e non debbano avere più nulla da aggiungere, obiettare, rivedere.
E come già detto al punto uno: il problema non sta tanto (o solo) dal lato dei fatti, ma primariamente da quello dell’interpretazione.
Molte delle leggi contro i cosiddetti negazionismi non colpiscono, come si potrebbe credere, solo coloro che negano che determinati fatti siano avvenuti, ma anche determinate interpretazioni degli stessi, cioè quelle che sono definite cme “giustificazioni o minimizzazioni”.
Uno storico potrebbe ammettere che, cent’anni fa, l’allora governo Turco fu responsabile della morte di centinaia di migliaia di armeni, ma al contempo potrebbe negare, sulla base di determinate argomentazioni (stato di guerra, situazione non asimmetrica, mancanza di obiettiva volontà politica sterminazionista), che si tratti di genocidio, nel senso tecnico del termine.
La posizione ufficiale turca sulla questione armena è in effetti questa: sono avvenute deportazioni e morti, ma non tali che si possa parlare di genocidio.
Questa posizione del governo turco è sbagliata nel merito e moralmente ripugnante? Può essere. Io non sono uno storico: so pochissimo di quei particolari fatti, non avrei quindi modo di giudicare. Al massimo potrei farmi un’idea vaga. O fidarmi di determinati storici, o di altri, o tener conto della presenza d’opinioni divergenti. Oppure constatare la presenza di un consenso stabilito, e quindi ancora interrogarmi se sia fondato o meno. Eventualmente sollevare i miei dubbî al proposito. E così via.
Ma appunto: di problemi di questo tipo dovrebbero occuparsene storici e studiosi, rispondendo eventualmente alla propria coscienza o alle obiezioni e i dubbî del pubblico generico, ma non ai governi, agli Stati, ai tribunali.

3)
Immaginiamo se, intorno al 2080, la Finlandia stabilisse per legge che è reato negare il genocidio rwandese del 1994.
Cambierebbe qualcosa per le centinaia di migliaia di persone morte in Africa, un evento che allora risalirà a generazioni addietro?
Tanto per capire quanto sia grottesco che un governo, quello francese, legiferi oggi su fatti avvenuti a migliaia di chilometri e quasi cent’anni di distanza.
Ovviamente le implicazioni, come già detto sono altre: le implicazioni della politica-spettacolo dello Stato forte che “combatte il razzismo” e “sta dalla parte delle vittime”, operazione in questo caso a costo minimo, trattandosi di fatti di quasi un secolo fa e d’un altro continente; le implicazioni dei rapporti internazionali (Turchia-Europa; “Oriente”-“Occidente”), un gioco delicato che si muove anche, com’è sempre avvenuto, dietro al codice cifrato dell’appropriazione statale di pezzi di Storia.
La legge che punisce il genocidio ormai dimenticato è come il monumento posto al confine della Grande Guerra, è come la corona d’alloro lasciata ai “caduti della patria”, è come la mostra celebrativa dei popoli sterminati in quelle che ora sono ex colonie, è come il film educativo proiettato nelle scuole su cui poi scrivere un bel tema in classe pieno di pensiero edificanti e di fratellanza per l’umano genere, quelli che il docente vuol sentirsi dire.
Con la differenza che monumenti, corone d’alloro e mostre varie costano, ma almeno non servono a far scattare manette per reati d’opinione.
E poi c’è la questione dei risarcimenti, ineludibile nella temperia odierna, in cui la vittima è sacra e tutto le è dovuto. Un governo che riconosca la responsabilità dei suoi predecessori in genocidî o simili si rassegna a spalancare la porta a parenti e, in questo, discendenti, pronti a chiedere compensazioni. Cospicue compensazioni, com’è regola del caso.
E qui mi chiedo: ha davvero senso che un individuo riceva tanto denaro o beni da poter permettersi di non lavorare per il resto della propria vita per fatti, per quanto deplorevoli, subiti dal nonno o dal bisnonno, parenti che magari non ha nemmeno mai conosciuto?
Forse converrebbe anche a me lanciarmi sùbito alla ricerca di qualche antenato perseguitato…

4)
La controparte della Francia che vuole vietare il negazionismo del genocidio armeno non è la Turchia che non riconosce tale genocidio.
La controparte è il famoso (o famigerato) Articolo 301 del codice penale turco che punisce gli insulti alla Turchia o a tutto ciò che è turco.
Ne è il complemento, opposto nei contenuti ma uguale nello spirito, nelle origini, negli obiettivi.
Si tratta in entrambi casi di leggi secondo cui il potere pubblico debba e possa avere la prima e ultima parola su questioni di opinioni e interpretazioni, storiche e non.
Si tratta, fondamentalmente, di leggi che stabiliscono reati d’opinione, di leggi che si giovano degli strumenti coercitivi della forza pubblica, strumenti reali, attuali e presenti, usati contro rischî paventati e incerti di violenze future (il razzismo, la disgregazione nazionale), attraverso la chiusura d’autorità di eventuali dibattiti su violenze del passato lontano, se non remoto.
Si tratta di leggi non dissimili, anzi, identiche nello spirito a quelle sul vilipendio alla bandiera, sulla lesa maestà, o su bestemmie e blasfemia laddove le religioni piegano al proprio servizio il potere pubblico.
E non stupisce giungano da paesi, Francia e Turchia, dove particolarmente forte, all’origine, storicamente e ancora oggi, è l’idea moderna che lo Stato sia e debba costituire una religione civile, fatta di altari, simboli, cerimonie, atti di fede pubblici e pubblici sacrifici.

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