Gerarchie del pensiero

Françoise Héritier
Dissolvere la gerarchia – Maschile/Femminile II
302 pp., Raffaello Cortina Editore, 2004
(Masculin-Féminin II. Dissoudre la hiérarchie, 2002)

***

Il libro è una raccolta di articoli precedentemente pubblicati altrove, o interviste rielaborate.
Le ripetizioni sono parecchie, e la cosa non è piacevole.
Inoltre, manca un indice analitico.
Questo riguardo alla confezione editoriale.

Passando ai contenuti.
Il libro fornirebbe dati e spunti anche interessanti sulla diseguaglianza tra uomo e donna, una diseguaglianza storicamente gerarchica, portando anche alcune proposte e idee per superarla.
Spunti e proposte che, in alcuni casi, pure condividerei, anche se con gradazione variabile. In ogni caso resta sempre utile confrontarsi con prospettive più o meno nuove, o diverse dalle proprie.

Il problema è che le fondamenta del volume sono molto fragili, se non assenti.

L’autrice sembra ignorare del tutto un minimo di rigore metodologico.
Sciorina informazioni in lungo e in largo, spaziando tra continenti e millenni, ma riporta troppo di rado le fonti dei suoi dati. E quando le fonti ci sono, molto spesso sono articoli giornalistici… mai avrei creduto di leggere una studiosa universitaria che definisce il giornalismo di massa “parola degna di fede”, da usare come fonte affidabile!
Oltre ai dati ci sono libere elucubrazioni su fenomeni che difficilmente potranno mai essere provati o smentiti, e che pure l’autrice aggettiva noncurante come “indubitabili”, “innegabili”, “inoppugnabili” e così via: per dire, possiamo davvero permetterci conclusioni granitiche su come i nostri antenati cavernicoli, decine e decine di migliaia di anni fa, nella preistoria profonda, concepissero la differenza tra uomini e donne? La domanda non intimorisce l’autrice che in poche pagine, con ragionamenti a tavolino e nessun riferimento archeologico, biologico o comunque materiale, ci svela come stessero veramente le cose. Complimenti.
In genere l’argomentare sembra viziato dalla volontà di adesione a determinate conclusioni prestabilite, in base a cui vengono scelti i dati riportati (di solito di natura etnografica), che sono tra l’altro quasi sempre aneddotici, e in cui pare giocare più peso l’interpretazione dell’autrice che non il materiale di partenza.
Il materiale, inoltre, è riportato senza badare troppo al contesto di provenienza: ma ha senso affiancare l’opinione di Aristotele sulla femminilità nel IV secolo a.C. con quella odierna degli abitanti del Kalahari, interpretandole per concludere che dicono la stessa cosa? Secondo l’autrice sì, perché sono casi singoli di una visione universale del femminile propria di tutta l’umanità, al di là di tempo e spazio. Potrebbe essere, ma questa universalità non la dimostri sulla base proprio di quei due casi (e pochi altri) che tramite l’universalità vuoi spiegare, altrimenti cadi nella più flagrante delle petizioni di principio.

{ la cosa ironica è che l’autrice, in un capitolo su Simone de Beauvoir, rivolge a quest’ultima severe critiche di metodo (fonti non citate, ragionamenti circolari) che dovrebbe prima dedicare a se stessa… }

Il massiccio ricorso ad argomenti circolari e la scarsa attenzione riservata al contesto materiale è tuttavia coerente con l’assunto di base di tutto il libro, ovvero che siano le idee e i processi mentali classificatorî della mente umana (cioè la cultura) a determinare – quasi a senso unico – i fatti bruti del sociale e non viceversa.
Secondo l’autrice è la mentalità sessista che produce la sottomissione materiale della donna e non il contrario.
All’origine di diseguaglianza e gerarchia ci sarebbe la facoltà esclusiva della donna di portare nel ventre i figli e partorirli. Questo perché mettere al mondo e allattare e accudire la prole è, sul piano concreto, un fardello inevitabilmente vincolante? No, secondo l’autrice il meccanismo di sottomissione discende primariamente dal piano dell’immaginario: la diversità femminile è data dalla possibilità non solo di partorire, ma partorire sia figli maschî che femmine; l’uomo maschio, incapace di accettare quest’anomalia concettuale, cioè che la donna produca il figlio maschio, e quindi l’apparente monopolio della donna sulla fecondità, si sarebbe mosso per assoggettare quest’ultima, sottrarle ogni diritto, e ricondurre così donna e fecondità sotto il proprio pieno potere.
Affascinante, peccato che, come detto sopra, l’autrice non porti alcuna prova su questo processo storico-culturale, che non siano riflessioni da tavolino ed etnografia aneddotica (senza quasi citarne le fonti). Soprattutto, però l’autrice afferma recisamente che, dal punto di vista materiale (ad es. nella forza e resistenza muscolare), non ci sarebbe alcuna differenza tra maschio e femmina; ma così non si capisce come il maschio abbia potuto imporre, storicamente, la sua volontà di dominio sulla donna, senza che questa abbia mai tentato di ribellarsi o, se l’abbia fatto, perché sia stato senza successo.
Questo massimalismo culturale caratterizza anche l’interpretazione che l’autrice dà all’evoluzione in senso egualitario (negli ultimi decenni) dei rapporti tra uomo e donna. Personalmente riterrei sia efficacemente spiegabile con una costellazione di fattori materiali, di cui i principali: l’invenzione degli elettrodomestici, che riducono il peso dei lavori di casa; l’ampia diffusione di lavori sempre meno logoranti dal punto di vista fisico; l’invenzione di anticoncezionali sempre più efficaci, che liberano le donne dai ceppi delle gravidanze continue; la transizione demografica, legata alla diffusione dell’istruzione di massa, che porta dalle famiglie numerose a quelle con due o tre figli, o al figlio unico; l’affermazione dello Stato sociale.
Tutto questo viene praticamente ignorato dall’autrice in favore di fattori ideali: sarebbe stata determinante dapprima la scoperta dei gameti, che dimostra l’eguale contributo genetico di maschî e femmine alla generazione di figli e figlie; e poi la pillola, che avrebbe, anch’essa, rinforzato e dimostrato tale eguaglianza. Dall’idea di eguaglianza sarebbe iniziato un (lento) cammino verso un’eguaglianza concreta, non il contrario e a prescindere dalla condizioni materiali di realizzazione.
Il culturalismo fervido e ardito dell’autrice credo si riassuma nel suggerimento che non è un caso se il secolo della scoperta dei gameti concide col secolo dei Lumi e dei diritti dell’uomo, come se la prima scoperta abbia innescato i secondi… Affascinante: ma dimostrabile in qualche modo?

Quest’impostazione ha determinate conseguenze, che poi sono quelle tipiche delle prospettive cultural-idealistiche.
Innanzi tutto la possibilità praticamente illimitata di adeguare i fatti alla propria interpretazione, anche laddove potrebbero contrastarla.
Ad esempio l’esclusione istituzionale (parziale o totale) della donna dai mondi del diritto, della produzione e dell’indipendenza economica, del potere politico, esclusione che vigeva in passato, è correttamente presentata come una forma di sottomissione concreta. Oggi che questi vincoli storici stanno venendo superati si dice che comunque si perpetua un dominio “mascherato”, “simbolico”, “occulto”, “inavvertito”, “inconscio”; e quest’ultimo non viene rintracciato in àmbiti concreti come, per dire, l’accesso al mondo del lavoro, bensì in ogni interstizio e pratica del quotidiano o dell’immaginario e, in ultima analisi, nella mente degli individui, a cui del resto programmaticamente tutto viene ricondotto.
In tal modo però qualunque atto e interazione quotidiana tra generi (o qualunque espressione pubblica) è sempre passibile di venir ricondotta – a posteriori – in quell’interpretazione che vi vede un dominio gerarchico in azione.
Si tratta di una logica che, del resto, permea buona parte dell’attuale dibattito pubblico – alto o spicciolo – sulle questioni di genere, logica che è causa prima dell’interminabilità delle diatribe che vorrebbero decidere se la liberazione sessuale femminile sia “vera libertà” o “schiavitù mascherata”; se la minigonna sia una forma di autonomia o di sottomissione al desiderio dominante maschile; se promuovere la maternità significhi valorizzare la donna o incatenarla maggiormente alle sue funzioni biologiche; se la donna in carriera sia un’ammirevole donna liberata o una patetica emula dell’arrivismo maschile; se le tecnologie riproduttive aumentino la libertà di scelta o vincolino la donna al tecnocapitalismo maschile [sic!], e così via; diatribe interminabili ma soprattutto non solubili, mancando un metodo controllabile che dia risultati intersoggettivamente verificabili, e non passibili di continue reinterpretazioni ad hoc che spacciano surrettiziamente il soggettivo per l'(inters)oggettivo, confondendo questi due piani.
Il metodo dell’autrice si rivela soprattutto una delle tante riedizioni della scivolosa ideologia della “falsa coscienza”, e lo illustra molto bene come affronta la questione della prostituzione o, se si vogliono altri termini, dello scambio tra servizî sessuali e beni economici. A prescindere da tutte le situazioni di miseria e schiavitù effettiva in cui è flagrante la mancanza di volontarietà della donna che dà il suo corpo in affitto, l’autrice afferma che anche tutte le altre situazioni non sono comunque giustificabili, e che in questo àmbito la libertà e la volontarietà della donna, anche quando esplicitamente dichiarate, sono inconsistenti perché “illusorie” e ingranaggi inconsapevoli del grande meccanismo di dominio maschile.
A questo punto della lettura mi è sorta inevitabile la domanda: come risponderebbe, come si giustificherebbe, come potrebbe dimostrare il contrario, l’autrice, se venisse accusata che il suo essere docente universitaria, ricercatrice, opinionista e scrittrice di saggistica è una libertà “illusoria”, frutto del dominio maschile, a cui dunque dei terzi potrebbero chiederle di rinunciare in nome dell’auspicabile dissolvimento della gerarchia?

Da ultimo non stupisce che questo approccio culturologico, privo di un’adeguata distinzione tra la sfera del soggettivo e dell’intersoggettivo, un approccio quindi totalizzante, conduca a proposte altrettanto totalizzanti, se non prossime al totalitario, come quella di “riscrivere tutti [!] i libri di storia” delle scuole o esercitare un controllo capillare su ogni espressione pubblica affinché non contenga in sé il germe della gerarchia di genere (ma come faremo a distinguerlo, se il metodo dell’autrice permette sempre di vederlo ovunque?).
Se, come ritiene l’autrice, è il pensiero a determinare i rapporti concreti, e se i rapporti concreti esigono una rimodellazione tanto urgente, sembra che il controllo del pensiero sia l’unico sbocco possibile. Non sembra suscitare troppo interesse valutare l’efficacia di questa opzione, la solidità delle sue basi teoriche, e il prezzo che potrebbe comportare, in primis la creazione (o il consolidamento) di una gerarchia tra chi detiene le leve (politiche e giudiziarie) per controllare l’altrui pensiero e chi il controllo si troverebbe a subirlo.

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