Il femminicidio finlandese

Già un mese fa, a inizio aprile 2012, per qualche giorno s’è parlato parecchio del cosiddetto “femminicidio”.
In realtà era il piccolo culmine di un discorso che, nei media e nella rete, stava lentamente salendo da diverso tempo.
Fatti di sangue coinvolgenti donne, quasi sempre vittime di omicidio o tentato tale, riportati con regolarità dai media, con un’attenzione e uno spazio crescenti, ma soprattutto presentati come parte di una narrazione organica e coerente e, quindi, da ricondurre a uno sfondo comune, a un’eventuale causa comune.
Qualche giorno fa, fine aprile-inizio maggio 2012, ecco un altro picco nel discorso, e un piccolo salto di qualità, cogli appelli alla politica e/o la richiesta urgente che la società “faccia qualcosa”.
Forse è il caso di provare a fare il punto della situazione, e magari farsi qualche domanda, anche considerando che il discorso pubblico in merito potrebbe tenersi ben vivo nei mesi a venire, o addirittura salire ulteriormente in diffusione e intensità.

ricerche effettuate tramite Google per il termine “femminicidio” negli ultimi dodici mesi (cliccare per ingrandire)

Il discorso in rete mi pare caratterizzato da una certa uniformità nei media consolidati e un maggior conflitto d’opinioni nel pubblico (commentatori di quotidiani, tenutarî e commentatori di blog).
In generale, però, mi sembra largamente condivisa la volontà e la necessità di ricondurre il fenomeno a cause proprie della società tutta. Inevitabile, visto che i media avevano implicitamente presentati i singoli fatti come un insieme organico, come capitoli di una storia unica, impostando così una cornice difficile da contrastare. Le opinioni divergono quindi su quali siano le cause di questo fenomeno.
In realtà già il primo punto mi trova scettico, cioè che si tratti di un fenomeno emblematico di più ampie tendenze sociali.
Le cause che ho visto più spesso evocate sono le seguenti: la cultura maschilista arretrata che concepisce la donna come possesso; l’educazione italiana, spesso esemplificata dalla mamma chioccia (o castrante), educazione incapace di abituare i figli al rifiuto e all’autonomia emotiva; il profilerare, specie nella pubblicità, di immagini femminili semipornografiche, sessualizzate e oggettificanti.
La terza causa, in realtà m’è sembrata evocata meno spesso delle altre due. E la seconda meno della prima.
E forse è inutile dire che la prima e la seconda potrebbero essere etichettate come spiegazioni rispettivamente “femminista” (è colpa del maschilismo italiano) e “maschilista” (è colpa dell’educazione mammista italiana). L’etichettatura è sicuramente grossolana e semplicistica, ma comunque specchio del dibattito in corso, che di per sé non sembra tendere a eccessivi livelli di raffinatezza, bensì a smuovere emotivamente e polarizzare per identità contrastanti: è in corso una guerra che produce morti, bisogna decidere se stare da una parte o dall’altra, non si accettano compromessi, tentennamenti, obiezioni o domande.
Vale la pena sottolineare che le due ipotesi, quella “femminista” e quella “maschilista” identificano solo grossomodo una demografia di sostenitori divisa per genere sessuale: anche se in minoranza, si sentono voci di donne avanzare l’ipotesi “maschilista”, o voci di uomini quella “femminista.
Ma soprattutto bisogna sottolineare con forza che nel discorso ufficiale, a parte qualche sparuta eccezione, predomina in maniera schiacciante la prima ipotesi, quella che chiama in causa l’italico maschilismo e che presuppone al fondo una netta contrapposizione di genere, tra la donna vittima e il maschio aggressore, quest’ultimo implicitamente spalleggiato dall’intera popolazione maschile o dalla sua gran parte.
La petizione che nasce e circola in rete è in tal senso significativa fin dal suo titolo, ovvero Mai più complici; petizione scritta da donne, che evidentemente si presentano come portavoci di tutte le donne, per chiedere  “agli uomini [tutti] di camminare e mobilitarsi con noi, per cercare insieme forme e parole nuove capaci di porre fine a quest’orrore”.

Chi non si mobilita è un complice. A questo punto però non è ancora molto chiaro in cosa dovrebbe consistere, materialmente, questa mobilitazione.
Ma nell’impostazione generale del discorso e nel proliferante dibattito in rete è un’altra la cosa che ho visto spesso fare, e che ho trovato assai discutibile.
Si tratta della confusione flagrante tra due piani, quello dell’analisi dei fatti e quello del giudizio di valore.
Nell’interrogarsi e discutere sulle cause di questi omicidî, ho notato che determinate ipotesi vengono automaticamente squalificate come “giustificazioni per chi uccide le donne”.
In pratica sarebbe corretto affermare che le uccisioni di donne sono l’effetto diretto di una mentalità maschile diffusa, sono prodotti da un problema sistemico di tutta la società; e sarebbe invece scorretto affermare che si tratta di casi singoli, probabilmente ognuno con cause proprie, ma comunque cause che restano individuali (raptus improvvisi e imprevedibili; cecità indotta da gelosia o angoscia d’abbandono; incapacità di frenare la propria violenza).
Il problema è che qui correttezza e scorrettezza non sono misurate sui fatti.
Se un uomo uccide una donna, le cause precise e concrete dell’evento stanno nella testa del colpevole e nel contesto immediato del quotidiano che circonda lui e la vittima, che si spera gli inquirenti sapranno districare; se poi esista un contesto più ampio, questo eventualmente ce lo dirà chi studia la società, si spera lavorando seriamente e con rigore.
Questo significa analisi dei fatti. E finché i fatti non vengono indagati direttamente, non c’è molto da dire, a parte le ipotesi da bancone del bar (o salotto tv, o da forum/blog internettiano).
Il giudizio di valore è un’altra cosa. E non si può escludere a priori un’ipotesi a favore di un’altra solo perché quella sembra essere un alibi morale mentre questa no. Specie poi se si desidera che la responsabilità individuale, soprattutto in tribunale, resti ferma anche a prescindere dal contesto sociale.
Non si dovrebbe neanche rammentare che il richiamo alle “colpe della società” sono servite a lungo (almeno secondo alcuni) proprio per giustificare, e condonare, i colpevoli d’ogni tipo di delitto: “Vostro onore, è vero che ho ucciso la mia donna, ma che ci volete fare, è la società maschilista che mi ha portato ad agire così, è il sistema del patriarcato che ha armato le mie mani, e le ha mosse il testosterone cui mi condannano i miei cromosomi. Potete forse considerarmi colpevole?”
Che una causa ipotetica suoni come giustificazione è una questione di prospettiva.

In realtà si capisce che la questione è soprattutto di tipo politico, se non ideologico, per affermare prima di una qualunque analisi dei fatti la prospettiva secondo cui, sì, queste 100-120 donne uccise ogni anno sono vittime non solo dei loro assassini, ma d’un sistema culturale più ampio.

Eppure non servono nemmeno grandi ricerche per farsi almeno un’idea vaga su qual è l’ipotesi più fondata.
Basta un po’ di banale, gelida statistica: 100-120 vittime l’anno possono essere indubbiamente una tragedia enorme per chi vive direttamente l’evento ma, su una popolazione femminile di 30.000.000 (trenta milioni) sono ben lungi dal costituire un fenomeno. O, soprattutto, da permettere di ipotizzare cause sistemiche.
Eppure ho letto, nelle settimane passate, commenti parlare di “massacro”, “ecatombe”, “strage”, “eccidio” o addirittura “sterminio”.
Ma allora cosa dovremmo dire, per fare il primo esempio che mi viene in mente, dei suicidî femminili che, annualmente, di vittime ne mietono dieci volte di più, ovvero circa un migliaio l’anno?

Il ricorso alla statistica produce spesso un’immediata obiezione.
Si dice: d’accordo, contando a freddo le cifre sull’intera popolazione, forse le vittime non sono così tante; sono però la punta visibile di un iceberg sommerso fatto di violenze maschili e di disprezzo della donna che attraversano l’intero corpo sociale; si parte dalla pubblicità con le cosce al vento e si va su su sino allo stalking, allo stupro, e all’omicidio, e quest’ultimo non è disgiunto dal resto, è solo l’ultimo inevitabile anello di una tragica catena di misoginia.
Può essere. L’obiezione ha una sua logica. Ma anch’essa si rivela debole alla prova dei fatti, come ora cercherò di mostrare.
Al di là delle cause evocate, mi pare si dia per scontato che questi omicidî di donne siano un problema soprattutto italiano, in quanto appunto prodotto finale della condizione della donna in Italia che, rispetto agli altri paesi d’Europa, non è certo delle migliori. Anche in questo caso le cifre non mentono: per indipendenza economica e accesso al lavoro delle donne, l’Italia non brilla.
Ma per i cosiddetti femminicidî, come stanno le cose?
La petizione che ho già citato afferma recisamente che “un paese che consente la morte delle donne è un paese che si allontana dall’Europa e dalla civiltà”. In Europa non si uccidono le donne, par di capire.
Eppure tra giornalisti ed esperti, almeno tra quelli che ho letto in questi giorni sull’argomento, nessuno ha mai anche solo provato a operare un confronto effettivo con l’estero.
Ma si sa che i proclami fanno effetto, mentre le indagini richiedono tempo e pazienza.

E allora la ricerca me la sono fatta io.
I dati li ho ricavati da un documento del Ministero dell’Interno, che a sua volta li prende dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Mi auguro siano sufficientemente attendibili.
I dati riguardano i morti per omicidio nei paesi dell’Unione Europea tra il 1982 e il 2002. È un periodo sufficientemente lungo per consentire delle considerazioni generali.
Con questi numeri ho prodotto due grafici.
Il primo riguarda il numero di donne uccise o, più precisamente, il tasso di donne uccise ogni centomila abitanti.
Tra tutti i paesi disponibili, ho limitato il confronto a Italia, Francia, Germania, Svezia e Finlandia. Francia e Germania in quanto tra i maggiori paesi europei. Svezia e Finlandia perché noti per le loro politiche particolarmente attente riguardo alle istanze femminili e femministe.

Direi che i dati parlano da soli.
L’Italia si attesta nella media degli altri paesi, anzi, persino un po’ più in basso rispetto a Francia, Germania e Svezia. La civile Germania, a inizio anni Ottanta, aveva un tasso di donne uccise doppio rispetto a quello dell’arretrata Italia, per dire.
Soprattutto va notato che il tasso italiano è più o meno simile a quello attuale, e si sta parlando di dati che partono da trent’anni addietro. Il cosiddetto “recente aumento di femminicidî in Italia” di cui si parla in queste settimane è verosimilmente nient’altro che una fluttuazione periodica, inevitabile quando ci si focalizza solo su una manciata d’anni. Nel complesso la situazione italiana è stabile, e non da poco tempo.
Notevole invece la performance finlandese. E si tratta di un record anche a confronto con gli altri paesi dell’Unione Europea. Un tasso, a seconda dei momenti, siano a quattro o cinque volte superiore a quello italiano.
Il paese in cui si uccidono più donne, in Europa, non è la maschilista Italia, bensì la femminista Finlandia.
La patria europea del femminicidio non è l’Italia, ma la Finlandia.
Questo dovrebbe farci concludere, come immagino alcuni vorranno fare, che “il femminismo militante in politica aumenta le morti delle donne”? I maschî finlandesi uccidono le donne come reazione alla loro emancipazione?
Non direi, visto che la Svezia, che come femminismo militante ha pochi paragoni in Europa, mostra un tasso di donne uccise ben inferiore alla confinante Finlandia, e in linea col resto dell’Unione.
Se ci sono delle cause, vanno trovate altrove.
Il punto è che la Finlandia sconta un tasso d’omicidî molto molto alto sia per gli uomini che per le donne. La Finlandia è il paese dell’Unione in cui si uccide di più. Giocoforza sono tante anche le vittime femminili.
E, almeno da quanto ho letto in giro, pare che tra le cause ci sia il consumo eccessivo di alcool combinato con l’ampia disponibilità di armi da fuoco.

Il secondo grafico confronta il tasso di omicidî diviso per i generi delle vittime: quanti uomini muoiono in più rispetto alle donne nei varî paesi?

Anche qui i dati sono piuttosto chiari.
Nella macabra uguaglianza degli assassinî, vince la Germania, paese in cui la quantità di donne e uomini uccisi tende a equipararsi.
È in Italia, invece, che la sperequazione è maggiore.
L’Italia, nell’Unione Europea, è il paese in cui vengono uccisi molti più uomini che donne o, se si vuole, molte meno donne che uomini.
La linea relativa all’Italia, si noterà, subisce una lenta ma costante ascesa a partire dagli anni Novanta. Ma come si capisce dal primo grafico, non dipende da un aumento di donne uccise, bensì da un calo di vittime maschili.
E in ogni caso si tratta di una variazione che la porta in linea col resto dell’Europa, quell’Europa che, almeno così ci dicono, dovrebbe tollerare meno dell’Italia le donne uccise.

A questo punto si può tornare alle domande principali, e magari provare delle risposte.
Se gli omicidî di donne sono frutto di una cultura maschilista, l’unica è ammettere che in Italia c’è molto meno maschilismo che nel resto d’Europa, visto che nel resto d’Europa si uccidono più donne, e visto anche che in Italia si uccidono molte meno donne che uomini.
Oppure, in alternativa, se si ritiene che invece l’Italia sia un paese effettivamente maschilista (e personalmente ritengo lo sia, almeno per buona parte), bisogna ammettere che questo non è legato al numero di donne uccise, le quali, altrimenti, dovrebbero essere molto più numerose che nel resto d’Europa.
O il maschilismo italiano non ha nulla a che vedere col numero di donne uccise, oppure l’Italia è meno maschilista del resto d’Europa. Non ci sono molte alternative.

La domanda diventa quindi questa: perché mai in Italia un fenomeno statisticamente minoritario, costante nel complesso, e meno grave che nel resto d’Europa, ha assunto un’importanza così di primo piano, producendo una tale mobilitazione mediatica, col tentativo connesso di produrre un’altrettanta mobilitazione politica?
La domanda potrebbe restare in eterno sospesa.
Risolverla significherebbe riuscire a spiegare come mai succeda che la società, di punto in bianco, subisca violente eruzioni allarmatistiche che si dileguano con altrettale rapidità, imponendo all’attenzione pubblica paure, reali o fittizie che siano, che poi vengono sùbito dimenticate. La lista dei casi potrebbe esserelunga: si va dal bullismo su YouTube agli stupratori rumeni (o qualunque altra categoria d’immigrati) ai pitbull assassini, e così via.
Quel che resta a tutt’oggi inspiegato è cosa spinga in determinati periodi determinati allarmi a emergere e altri a restare dominio di pochi specialisti e attivisti.

Dunque, perché proprio ora l’allarme femminicidio, e non cinque o dieci o venti anni fa?
Provo tuttavia ad azzardare alcune ipotesi.
Non c’è dubbio che l’allarme femminicidio germina sull’onda lunga del dibattito sulla condizione femminile in Italia, alla ribalta nel discorso pubblico ormai da qualche anno.
Il nuovo dibattito pubblico sulla donna è partito e si è mosso lungo diversi filoni principali, cavalcati da diverse parti politiche. Tra gli altri: la questione del lavoro, dell’indipendenza economica, delle risorse dedicate in tal senso dallo Stato; la questione dell’immaginario pubblico: le pubblicità, gli spettacoli televisivi, le narrazioni giornalistiche, spesso imputati di “svilire l’immagine della donna”, ridurla a “oggetto sessuale”, a rinchiuderla in “stereotipi”; la questione, non certo di oggi, della violenza sulle donne: la violenza domestica, la violenza sessuale, e le donne uccise.
Questi filoni non sono necessariamente contrapposti e tuttavia, a rischio di tagliare l’analisi coll’accetta, è possibile ricondurli alla destra o alla sinistra, specie nelle contromisure auspicate.
La sinistra ha battuto soprattutto il tasto del lavoro e la richiesta d’interventi pubblici in tal senso (sostegno alla maternità, ecc); ha poi giocato, almeno sino allo scorso governo, e in maniera alquanto spregiudicata, sulla questione dell’immagine femminile, e su una rumorosa condanna alla pubblica esibizione di carni, rumorosa tanto da bordeggiare un moralismo che anche nella stessa sinistra non è stato sempre ben digerito.
La destra tuttavia non è certo stata a guardare, anzi: mi sorprende che spesso si dimentichi come ad esempio la nuova legge sullo stalking e tutta una serie di inasprimenti penali in materia di violenza sessuale siano stati promossi con fervore proprio dal governo Berlusconi e dalla sua ministra Carfagna, forse anche per l’esigenza forte di ripulirsi un’immagine non proprio lindissima, almeno per l’opinione pubblica corrente, in termini di “rispetto della donna”.
Fatto sta che, a qualche mese dal tramonto del governo Berlusconi e del suo licenzioso caravanserraglio, e dal probabile tramonto definitivo di tutto ciò che il berlusconismo ha rappresentato, anche in termini d’immaginario collettivo (quello che parte sin da Drive In e tramite le veline arriva al famigerato bunga bunga), ora la battaglia principe per i diritti femminili è quella sul femminicidio, cioè su fatti atroci esposti all’orrore della pubblica opinione per chiedere nuove fattispecie di reato, inasprimenti delle pene, “carte etiche” per i media, cioè misure di legge, ordine e controllo di tipo sostanzialmente repressivo, per difendere una donna vista come vittima debole bisognosa di tutele speciali.
E dunque, l’allarme femminicidio come vittoria di un discorso di destra?
Forse, ma si deve comunque tener conto che la lotta alla violenza sulla donne è stata e resta una bandiera tradizionale anche della sinistra, con una differenza non tanto sul merito ma sui metodi di contrasto. Laddove la destra chiede sbarre e catenacci, la sinistra solitamente chiede (anche) educazione e una nuova cultura.
Più probabilmente l’allarme femminicidio è un sintomo dei pochi risultati concreti che la grande mobilitazione femminile di questi ultimi anni ha ottenuto ricorrendo a sistemi ordinarî, di qui la necessità di buttare sul piatto carichi più pesanti, di giocare le carte dei cadaveri, del sangue, della morte.
O ancora, forse, si tratta del ricorso a un argomento capace di raccogliere con facilità (chi mai, specie negli apparati mediatici ufficiali, oserebbe sminuire la gravità di una strage di donne?) un consenso altrimenti molto più arduo da ottenere in una situazione piuttosto frammentata.
In ogni caso, l’allarme femminicidio lo vedo soprattutto come segno di disorientamento o comunque debolezza da parte dell’attuale movimento femminil-femminista, dove le proposte concrete o mancano o non riescono ad avere sufficiente efficacia.

Ma non è nemmeno scontato che questo allarme non riesca a contribuire al raggiungimento di qualche scopo, anche se di poco e anche se quelli cui è stato associato restano parecchio fumosi. Come già detto, non si capisce in cosa dovrebbe consistere concretamente la “mobilitazione degli uomini”; “cambiare la cultura del paese” è una frase facile a dirsi ma che in pratica significa tutto e niente.
Forse ci sarà qualche inasprimento delle pene. Ci sarebbero sicuramente già stati se vivessimo non sotto un governo tecnico ma uno politico, uno di quelli solerti nel dimostrare al popolo votante di “fare qualcosa” e combattere il male.
In ogni caso, col tempo, lentamente, forse molto lentamente, non dubito che sulla condizione femminile l’Italia arriverà ad allinearsi agli altri paesi.
Aumenterà l’occupazione femminile. Sempreché tutto il sistema economico non imploda, ovviamente, e allora non resteranno che macerie da raccogliere, per maschî e femmine al contempo.
Un po’ alla volta spariranno quelle pubblicità e immagini pubbliche reputate “lesive della dignità della donna”, “sessualizzanti”, “oggettificanti” e così via. Ma questo è un trend che ormai da tempo coinvolge tutti i paesi industrializzati, e a cui l’Italia si sta solo aggiungendo, da buona ultima.
Gli omicidî di donne tuttavia non caleranno.
Perché, come si è visto, è già fenomeno minimo e ormai stabile da decennî, e slegato dal contesto sociale.
Semplicemente, una volta che saranno risolte le questioni femminili sentite come più pressanti nella quotidianità diffusa (il lavoro, le immagini pubbliche), non se ne parlerà più. Perché allora, dal punto di vista politico, non sarà più un’arma utile cui far ricorso.

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26 Responses to Il femminicidio finlandese

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  3. Eccellente articolo. Non sono d’accordo sull’idea che l’Italia sia un Paese maschilsita, direi che in parte è maschilista e in parte femminista, con la seconda quota prevalente.
    Dissento sulla conclusione finale; gli omicidi di donne sono destinati ad aumentare nei prossimi decenni proiprio per effetto collaterale di queste politiche misandriche che sono destinate ad alimentare il conflitto sociale con una dinamica intergenere.
    Compliementi comunque.

    • vanadium says:

      Secondo l’incremento degli omicidi (sia maschili che femminili) è comunque connesso ad un generale aumento del tasso di criminalità dovuto alla crisi economica e delle misure governative: disoccupazione, scarso potere d’acquisto dei salari, disparità sociale, tagli ai servizi.
      La situazione delle ex-mogli è forse più critica a causa dell’eccesso di privilegi a loro riservato.

      • le politiche antimaschili e il continuo denigrare la figura maschile in ogni consesso, alimenterà un senso di acrimonia del genere maschile verso quello femmnile.
        Nei prossimi decenni assisteremo ad una crescita dell’odio intergenere, di cui il femminismo di oggi ha tutte (e ripeto tutte) le responsabilità, che porterà violenza fuori dei confini del conflitto tra ex coniugi. E questo non è un effetto collaterale di una “sana” attenzione alla vita delle donne, ma bensì è l’intento stesso del femminismo; alimentare il conflitto intergenere per alimentare violenza per poter poi “porvare” il mito della donna vittima ed uomooppressore, per poter giustificare il femminismo stesso, in un ciclo senza fine…

      • Yupa says:

        Non ho sottomano i dati precisi, ma mi pare non ci sia alcun aumento di criminalità in corso (se si escludono le inevitabili fluttuazioni su breve periodo): sono ormai decenni che tutti i paesi industrializzati (in particolare quelli europei) vivono un periodo di bassa criminalità.

    • Yupa says:

      Sul primo punto.
      Bisognerebbe vedere come definiamo i due termini (“femminismo” e “maschilismo”) che, riferendosi a fenomeni sociali e non a oggetti concreti, sono per loro natura condizionati dalla prospettiva di chi li definisce.

      Sul secondo punto.
      Non credo… Stiamo parlando di un fenomeno, quello dell’omicidio, che (a prescindere dal genere delle vittime) è talmente marginale, da essere del tutto sganciato dalle dinamiche macrosociali.
      Come ho spiegato, vedere nell’uccisione delle donne il frutto di tendenze macrosociali, che siano “maschiliste” o “femministe” (o “misandriche” o “misogene”), è in entrambi i casi discutibile per un semplice fattore di scala.
      In ogni caso, i nessi non vanno solo supposti (cosa che può fare qualunque ideologia) ma anche, in qualche modo, provati (cosa assai difficile anche per chi studia la società da professionista).

      • Sul primo punto potremmo essere d’accordo,perchè mentre il maschilismo può essere al più un atteggiamento individuale, o al più culurale di un gruppo di individui, il femminismo è un’ideologia istituzionalizzata. Quindi siamo d’accordo.

        Sul secondo punto ti sbagli. C’è una relazione sia statistica che deterministica tra il tasso d’omiciio femminile e l’aumento delle separazioni. Inoltre uscendo dai confini pericolosi della statistica, la percentuale di omicidi (spesso omicidi-suicidi) con motivazioni riconducibili a crisi familiari è spaventosa. Quindi la relazione è deterministica.

        • Yupa says:

          A parte il fatto che correlazione non implica causa…
          A questo punto avrei la curiosità di conoscere un po’ di dati.
          Che io sappia divorzî e separazioni, in Italia, sono dell’ordine di decine di migliaia l’anno. Non capisco quindi come si possa tracciare una correlazione col centinaio annuale di omicidî che avvengono su queste decine di migliaia (e i casi di omicidio-suicidio sono ancora più rari).
          Bisognerebbe riportare l’andamento di divorzî e separazioni *almeno* degli ultimi due decenni, sovrapporre il parallelo andamento dei fatti di sangue avvenuti in queste situazioni, e confrontare gli ordini di grandezza.
          Credo che di “deterministico” non si troverebbe granché.

          Ah, il punto comunque non è quanti siano gli omicidi-suicidi riconducibili a crisi familiari, ma quante crisi-familiari portino a casi di omicidi-suicidi.
          Sennò facciamo come quello che vede che il 90% dei morti di eroina (esempio inventato) fumava canne e conclude che fumare le canne porti “deterministicamente” a farsi di eroina…

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  6. raffaele says:

    Onestamente, come si fa dire che l’ Italia sia un paese “maschilista”???? L’, Italia è un inferno Femminista e anche negli Usa se ne sono accorti, infatti il New York Times ha pubblicato una articolo in cui si denuncia la situazione tragica dei padri separati in Italia. A parte poi che il termine “maschilismo” non vuol dire nulla se non crimininalizzare le caratteristiche maschili, infatti è un termine e concetto inventato dalla propaganda femminista per accreditarsi moralmente ed ideologicamente.

    • Ma guarda che in USA non stanno messi megli, anzi lì il femminismo è un incubo….ed è infatti il femminismo USA che stiamo importando grazie a modelli “mediatici” tipo Desperate Housewives e altre fiction che pormuovono il modello di donna vincente e maschio perdente, ed ambasciatrici misandriche quali la Clinton….

  7. Andrea Perris says:

    In Spagna da 300 donne uccise ,una al giorno, dopo gli interventi di Zapatero contro i femicidi sono scese a 68…..

    • Yupa says:

      Potrebbe essere un dato interessante, anche se le tendenze si devono sempre considerare sul lungo periodo.
      Posso avere una fonte per queste cifre?

      Il documento che ho esaminato arriva fino al 2002, prima del governo Zapatero, e riporta un tasso piuttosto stabile di donne vittime d’omicidio, dal 1992 sino al 2002, oscillante da un minimo di 0,3 a un massimo di 0,7 su 100.000.
      Il dato relativo al 2011 (leggibile qui) riporta ancora un 0,6.

      Purtroppo in questi giorni non avrei tempo per far ricerche più precise.

  8. Pingback: Il femminismo ha portato ad un raddoppio degli omicidi di donne | Centri Anti Violenza

  9. Anonimo says:

    Siete ridicoli e profondamente ignoranti: adesso la colpa sarebbe del femminismo ed il femminicidio sarebbe un falso mito . Su, trastullatevi con you porn , che é meglio. Di meglio non sapete fare. Poveri ometti .

  10. Pingback: “Femminicidio”: nuovi dati oggettivi a smentita della retorica imperante. | Red Light District Blog

  11. Jonathan says:

    Con grande ritardo ho scoperto questo eccellente articolo, su un tema sul quale avevo fatto anch’io una piccola verifica (che concorda con questi risultati).
    Purtroppo in Italia ci si basa sulle chiacchiere e sulla retorica e quasi mai nessuno va ad approfondire (a cominciare dai giornalisti di professione, solitamente molto meno attendibili ed accurati di tanti “dilettanti” bloggers).

  12. renzo says:

    Ciao,
    mi sono stupito a vedere percentuali variabilissime del tasso omicidi femmine su omicidi totali
    esempi: svizzera 50% maldive 0.8% grecia 5% brasile 8% norvegia 40%..
    con quello che mi ricordo di statistica e excel ho fatto un grafico,
    mettendo come X omicididimaschi/100000 e come Y omicidifemmine/omicidimaschi nei vari paesi del mondo (1= stessa perc maschi / femmine) fonte UNODC http://www.unodc.org/unodc/en/data-and-analysis/homicide.html

    http://postimg.org/image/4cz3j0e3l/

    mi sembra di capire che quando gli omicidi sono tanti la percentuale di donne uccise e’ bassa (tutti sotto 20% fino a 50/10000 maschi), poi quando gli omicidi scendono in generale (ho usato i maschi ma si puo’ approssimare penso), questa percentuale e’ piu variabile fino a arrivare ad estremi come Malta col 300% di donne uccise (dato tolto dal grafico), molto probabilmente perche’ i numeri sono cosi’ bassi che basta niente per cambiare i risultati

    puo anche essere che ho sbagliato tutto 😉 pero’ sembra che quando gli omicidi decrescono in assoluto crescono le percentuali di donne. In italia gli omicidi mi sembra si sono dimezzati in 10 o 20 anni (non ricordo) quindi l’aumento relativo dovrebbe essere “normale” e il fatto che scendano gli omicidi di donne in termini assoluti potrebbe confermare che e’ un trend “positivo”, “evolutivo”.

    Che dire della stampa italiana.. saremo al 61′ posto per qualcosa no ?

    ciao

    • Yupa says:

      Ciao, grazie dell’interessante contributo.
      La mia ipotesi, che ovviamente andrebbe verificata in base ai dati disaggregati per tipologia di omicidio, è che gli alti tassi di omicidî maschili dipendano da attività criminali violente, visto che la criminalità violenta di solito produce vittime maschili.
      Ad esempio in Italia il calo del tasso di omicidî negli ultimi vent’anni è da attribuire a una diminuzione dei delitti di sangue in àmbito mafioso.
      Forse questo spiega l’alto numero di vittime maschili in paesi come il Brasile, e per converso una maggior “parità di genere” nell’omicidio in paesi come Svizzera e Norvegia, dove non si ha una criminalità organizzata altrettanto violenta.

  13. garibaldina says:

    Mi sembra di ricordare, dai tempi dell’esame di statistica all’Università che, preliminare ad ogni indagine fosse la creazione di campioni omogenei e chiaramente definiti: dati validi , validano, in caso contrario si può sostenere tutto e il contrario di tutto. Questo, appunto, mi sembra l’handicap di questo articolo , irto di percentuali e grafici, ma dalle premesse poco chiare…
    Dunque, cosa si intende per femminicidio? Se non sbaglio, questo termine dovrebbe indicare la violenza di genere, cioè esercitata dal maschio sulla femmina , moglie , fidanzata, compagna, ma anche figlia o conoscenza occasionale (ivi compreso il rapporto con una prostituta). Volendo scendere ancora meglio nel dettaglio, femminicidio è un delitto in cui la motivazione sessuale/ passionale è preponderante, con una presenza minoritaria di spinte economiche, comunque sempre maturate all’interno di una situazione patrimoniale, presente o futura, che si intende tutelare…
    Mi sembra che, già entro queste coordinate, i dati possono essere fortemente ridefiniti, magari anche in senso restrittivo per carità, visto che resterebbero esclusi dal fenomeno le uccisioni, ad esempio di tipo accidentale o legate alla criminalità organizzata…
    Volendo fare il confronto con la situazione di altri Paesi, ovviamente dovremmo farlo sulla base di dati analoghi, evitando di mettere nel mucchio omicidi di donne genericamente intesi… Se poi qualche maschio vuole proprio credere che si possa parlare anche di una violenza di genere rovesciata (donne che uccidono gli uomini) e non di casi sporadici, beh, ci porti i dati… siamo qui ansiose di capire, magari per crescere insieme, uomini e donne, ma soprattutto PERSONE.

    • Yupa says:

      Per quanto riguarda la definizione di “femminicidio”, mi sembra che lei si riferisca a quella originariamente formulata da Diana Russell, definizione ampia che, come anche lei riconosce, è grossomodo sovrapponibile a quella di violenza di genere.
      Tuttavia non si può non tener conto che, nell’ultimo anno e mezzo, specie nel discorso mediatico, per “femminicidio” in Italia si intende il fenomeno di uccisione di donne (quindi non di violenza nel suo senso più ampio del termine) da parte di uomini in àmbito relazionale e per motivi relazionali.
      Fenomeno che è alquanto circoscritto e non in aumento rispetto al passato.
      Un confronto con l’estero dovrebbe certamente essere fatto su questo tipo specifico di omicidî di donne e non sugli omicidî generici ma, essendo le cifre di base relativamente ridotte, dubito che si potrebbero trovare grandi discrepanze: vogliamo credere ad es. che in Germania o in Francia la maggior parte delle donne vittime di omicidio muoiano in ambienti criminali? Poi, certo, le cifre potrebbero anche smentirmi, e le cifre devono venire prima delle considerazioni, non dopo.

      Per quanto riguarda il suo appello finale, non crede che, per “crescere come persone”, un primo passo potrebbe essere rinunciare a ragionare automaticamente in termini di “voi maschi” e “noi donne” (o “noi maschi” e “voi donne”), come invece mi pare di intuire (ma potrei sbagliarmi!) faccia proprio lei stessa?
      Personalmente credo che il Mondo e i viventi che lo popolano e le loro vicende siano troppo varî per essere ridotti a queste due sole categorie, quelle di maschio e femmina.

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