Grecia: tutto il potere agli indignati?

In realtà avrei voluto scriverne già l’anno scorso, poi tra una cosa e l’altra non l’ho fatto, ma vedo che nonostante tutto la mia perplessità vale tutt’ora.
Quando la Grecia stava emettendo i primi serî scricchiolî, ma la bancarotta e/o l’abbandono dell’Euro erano reputati più che altro ipotesi fantasiose, avevo fatto qualche giretto in rete, in cerca di scenarî sugli effetti di un eventuale tracollo monetario ellenico.
Ne ho trovati diversi, e anche minuziosi, ma praticamente tutti consideravano unicamente agli effetti economici; di norma dipinti come catastrofici, tra l’altro.
E anche ora, dopo il fallimento delle ultime elezioni, e mentre nessuno ha idea di cosa produrranno le prossime, tra un mese, e la bancarotta e l’uscita dall’Euro sembrano praticamente inevitabili: sento parlare unicamente di eventuali effetti economici. Solo di effetti economici.
È questo che mi perplime, e non poco: davvero si ritiene che un collasso economico greco, specie se rovinoso, potrà non aver alcun effetto politico?

Per effetto politico non intendo un semplice cambio di governo, anche tumultuoso e a furor di piazza. No. Intendo qualcosa di ben più radicale.
Già le misure d’austerità adottate finora non sembrano aver ben disposto larghi strati della popolazione.
In caso di bancarotta o uscita dall’Euro, gli scenarî economici parlano di disoccupazione e prezzi alle stelle, e crollo del potere d’acquisto, con scarti a doppia cifra. Ci sarà gente che non avrà di che lavorare, di che mangiare. E non poca gente. E non per qualche settimana.
Non solo: non è da ieri che la democrazia rappresentativa e partitica sembra sempre meno convincente nelle sue capacità di risolvere i problemi. Poco importa se risulta inefficente soprattutto nei paesi, come Grecia o Italia, dove più che una democrazia rappresentativa abbiamo una democrazia clientelare, nepotistica e dinastica, e un’economia che vive o, meglio, vivacchia su corruzione, sommerso ed evasione fiscale.
Nel resto d’Europa ci saranno democrazie che tutto sommato non se la cavano male, ma in Grecia e paesi circumvicini sono ormai molti quelli che, a torto o a ragione, riconducono tutti i mali attuali alla democrazia e alla politica, tanto da arrivare a definirle come politica e democrazia false, contrapposte alla democrazia e alla politica “vere­”, quelle partecipate, assembleari, fatte dal basso, la democrazia più o meno diretta, quella “del popolo” e della rete contro quella mediata “dei partiti”.
Insomma, un lento processo di erosione ha scredito la politica nelle sue strutture formali e tradizionali, che sembrano sempre più vuote, inutili o addirittura dannose, e questo non più soltanto tra quelle frange volutamente antisociali che sognano la rivoluzione. E ora ecco che l’economia fallisce, nelle case i piatti restano vuoti, e il lavoro non c’è più.
Colpi letali cominciano a scuotare un albero già roso all’interno.
È così difficile ipotizzare per la Grecia uno sbocco violento? Uno sbocco violenti incontrollabile per le istituzioni? Che arrivi a travolgerle ? O che costringa di rimando le istituzioni, o parte di esse, o chi per esse, a rispondere con la forza?
Ma se così accadesse, quali sarebbe le ulteriori conseguenze?

Due possibilità, due scenarî fantapolitici.
Nel primo, il più banale, le istituzioni restano in sella ricorrendo alla forza, e quindi sospendendo le formalità democratiche. Un colpo di stato o qualcosa di simile, insomma, più probabilmente col ricorso ai militari, meno probabilmente opera dei militari stessi. Una svolta autoritaria giustificata dall’emergenza, per evitare la guerra civile. E siccome difficilmente tutta la popolazione accetterà di buon grado questa svolta, di forza per mantenere la calma ne dovrà essere usata molta, con tutte le conseguenze del caso.
Secondo scenario: le istituzioni vengono travolte, e il potere se lo prendono i protestatarî. Magari parte delle istituzioni li appoggiano pure.
Ebbene, sì: gli indignati al potere.
A questo punto va considerata una cosa: gli indignati, o i movimenti a essa affini, da Occupy Wall Street sino agli italiani 5 Stelle e i varî epigoni più o meno affini in giro per il Mondo, attualmente, sono gli unici portatori di una proposta politica ed economica alternativa, presentabile e perecepita come nuova, e già dotata di un favore non così minoritario tra la popolazione, e in buona parte del ceto intellettuale.
Attenzione. Sto parlando unicamente in termini di consenso politico attuale e possibile. Non sto dicendo che quella dei movimenti di cui sopra sia una proposta valida, sensata, applicabile nel concreto. Personalmente la penso in tutt’altro modo, anzi, e nutro forte scetticismo nei confronti di questi movimenti, sia nei (vaghi) contenuti che portano avanti, sia nei modi con cui sono portati avanti, sia soprattutto nella realizzabilità effettiva delle loro proposte.
Per la politica parlano di democrazia diretta; per l’economia le voci non sono (ancora) coerenti, ma nel complesso scorgo pulsioni verso una sorta di socialismo localista, se non autarchico; e c’è infine chi invoca la decrescita.

Ora, la democrazia diretta può funzionare nel paesello svizzero. Una nazione non la porti avanti con la democrazia diretta, non se vuoi fare politiche di lungo termine, non se vuoi evitare che saltino fuori gli inevitabili capi e capetti che, in nome del popolo o di maggioranze arbitrarie, slegati da garanzie e bilanciamenti di potere, finiscano a fare il bello e il cattivo tempo. Basta conoscere per sommi capi il decorso della Rivoluzione Francese per sapere come finisce in questi casi. O in alternativa si (ri)stabiliscono sistemi per mediare tra i capetti e la base, e per impedire che i primi o le maggioranze distruggano le minoranze, ma allora non è più democrazia diretta, ma la solita vecchia democrazia rappresentativa liberale, e si torna punto e a capo.
Localismo, autarchia e decrescita, da quel poco che so di economia mi sembra abbiano difficoltà intrinseche nello stare in piedi.
A meno che non si torni agli anni Cinquanta (se non prima, anche molto prima), con l’unica differenza che tutti i paesi d’Europa nel frattempo hanno diversi milioni di persone in più sul groppone, milioni di persone da sfamare.
Non credo proprio ci siano gli spazî per tornare ai tempi della sussistenza, e temo manchi anche la voglia generale, dato che la frugalità è soprattutto uno slogan retorico dall’intellettualità urbana e benestante, che difficilmente l’apprezzerà quando vi sarà costretta, e altrettanto il resto della popolazione, quella che lavora seriamente, per la quale il problema non è certo la troppa ricchezza, ma il fatto che quella attuale sta sparendo dall’oggi al domani.

Il punto è che un sistema economico inefficiente o addirittura balzano, basato su teorie belle a tavolino ma claudicanti nel concreto, non distrugge automaticamente la legittimità di chi ha le redini del potere. Specie se si è appena usciti da un sistema economico e politico molto più screditato.
In casi del genere ci vuole parecchio tempo, e parecchî disastri, per un nuovo rivolgimento politico, e nuovi esperimenti per salvare la baracca. Prima che succeda, chi il potere l’ha strappato dai precedenti governanti, saprà ricorrere a ogni strumento per tenerselo stretto, pur di “salvare la rivoluzione”. Le accuse a sabotatori e nemici della rivoluzione sono uno strumento eccellente in casi del genere, specie se la rivoluzione stessa era da principio imbevuta di teorie complottiste: è colpa dell’Euro, è colpa delle banche, è colpa dei politici…
Gli esempî delle rivoluzioni russa e cinese sono illuminanti in tal senso.
Tutto questo per dire che, secondo me, anche una rivoluzione greca degli indignati, se riuscisse a rovesciare lo status quo e andare al potere, pur con tutte le sue buone intenzioni sul potere al popolo e la decrescita felice, libertà e abbondanza (frugale) per tutti, sarebbe ben presto costretta a ricorrere alla forza, e a una forza sempre più indiscriminata, pur di far fronte a una situazione ancora o ancor più ingestibile.

La domanda qui diventa: immaginando che questo scenario si realizzi, come reagirebbe l’Europa?
Si terrà in seno un paese che ha ormai rinunciato alla democrazia, che ha scelto svolte autoritarie, o che sta provando a fare una (secondo me inevitabilmente effimera) “democrazia autogestita”? E nel caso, ancor più radicale, la Grecia optasse per una rivoluzione economica, abbandonando il liberismo, e avviandosi verso l’ecosocialismo o l’autarchismo o il decrescitismo, cioè adottando o provando ad adottare un sistema sostanzialmente incompatibile col resto dell’Europa, e col resto di quel mondo in cui la Grecia è attualmente inserita?
Sempre ovviamente che l’Europa resti intatta di fronte all’inevitabile onda d’urto del tonfo greco.
Onda d’urto economica ma, se il mio scenario immaginario non è scorretto, anche politica.
Cosa esclude, difatti, rivolte analoghe anche all’estero, specie in quei paesi i cui conti pubblici venissero trascinati nell’abisso dalla Grecia?
Inutile dire che uno dei primi candidati a seguire la strada di un’eventuale rivolta ellenica sarebbe proprio l’Italia…

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