Bullismo in Giappone – Un approccio antropologico

Libro sul bullismo in Giappone.
L’autore si chiama Sugeno Tateki (菅野盾樹) mentre il titolo, tradotto, suona Bullismo – Antropologia della classe scolastica (いじめ 学級の人間学).

Già pubblicato nel 1986, questa è una versione ampliata del 1997. In realtà è identica a quella precedente, non fosse per l’aggiunta di tre capitoli che, tra l’altro, si limitano quasi solo a ribadire il già scritto.
L’autore è laureato in filosofia e docente della stessa.
Forse è per questo che le quasi trecento pagine del volume sono soprattutto libere riflessioni sull’argomento, a volte estrapolate da aneddoti di fonte giornalistica, molto più di rado confortate da statistiche, tra l’altro citate in maniera molto rapida e a conferma delle tesi dell’autore.
Insomma, le basi empiriche sono esili, ma c’è da dire che tutto questo lo stesso autore lo ammette nella postfazione, anche se un po’ di soppiatto.

Nonostante lo spessore (fisico) del volume, la tesi principale è riassumibile in pochi concetti. Stando all’autore il bullismo scolastico nasce dall’incontro di due fattori:
1) Una tendenza intrinseca nella socialità umana alla persecuzione degli elementi minoritarî del gruppo
2) Il sistema scolastico di massa, organizzato per gruppi omogenei (le classi scolastiche) e irregimentati.
Il secondo fattore, storico, amplificherebbe il primo, transtorico, portandolo agli eccessi che la cronaca giornalistica tanto volentieri racconta.
Personalmente potrei condividere l’idea, ma resta il già citato problema della carenza delle basi empiriche.
Per quanto riguarda il primo fattore, Sugeno si rifà all’antropologia strutturalista, in particolare a Edmund Leach, esplicitamente citato: l’uomo classificherebbe le cose del Mondo (ad esempio gli animali) basandosi sull’individuazione di elementi ambigui, non classificabili, simbolicamente identificati con la sporcizia e l’impurità, i quali assolverebbero una funzione di capro espiatorio utile per mantenere compatto il gruppo. L’autore riporta quindi numerosi casi di bullismo in cui le vittime verrebbero appunto identificate come sporche o impure, o perseguitate tramite “rituali” che ribadirebbero tali etichette.
C’è da dire che pur di far rientrare tutti i casi in questo schema alcuni esempî risultano un po’ tirati pei capelli, cosa tipica delle spiegazioni monocausali…
Probabilmente anche per questo nel libro non c’è traccia alcuna di analisi differenziali: in base al tipo di scuola, o alla geografia (città vs provincia), o al reddito, o all’ambiente familiare, o al genere, o alla fascia d’età e così via. Ma questo è tipico di molta intellighenzia giapponese, che percepisce come scontata l’omogeneità sociale nipponica; o forse è tipico in genere degli studî sul bullismo, non solo nipponici.
È un peccato, perché prima di concludere che il bullismo è tipico della natura umana e/o dell’ambiente scolastico, sarebbe proprio da verificare se sia o meno uniformemente diffuso in tutte le scuole, in tutti i gradi scolastici, a parità di reddito, di area geografica e così via…

Due punti notevoli invece differenziano il lavoro di Sugeno da altri consimili.
Il primo è la definizione del bullismo come una forma di discriminazione (差別).
Un’impostazione originale, che in parte rivela l’approccio progressista dell’autore, e che lo porta a includere come bullismo anche quei casi in cui la vittima non soffre o addirittura non si percepisce come tale. È un’impostazione verso cui provo molte perplessità, come sempre quando si parla di vittime inconsapevoli di esserlo, da definire come tali da terzi (di solito in posizione d’autorità).
Il secondo punto è l’insistenza dell’autore sul ruolo degli insegnanti.
Ma non nel senso di responsabilità, bensì di partecipazione al bullismo, come istigatori, o perpetratori o anche (più di rado) vittime.
Qui Sugeno fa una delle poche annotazioni storiche sul dibattito giapponese riguardo al bullismo: se inizialmente (a partire dai primi anni Ottanta) si parlava soprattutto delle vicende, del retroterra, del carattere di bulli e bullizzati, da un certo punto in poi invece si è levato un fuoco di fila spietato contro scuole e docenti, rei principali per non prevenire (se non direttamente insabbiare) il bullismo. Questo tipo di pretesa perché gli insegnanti perché “facciano qualcosa” Sugeno non la vede di buon occhio: presupporrebbe irrealisticamente un ruolo neutro e gestionale da parte dei docenti nei confronti della classe scolastica e di quel che vi succede, ruolo che invece, secondo l’autore, è fin dall’inizio di inevitabile coinvolgimento non neutrale. L’insegnante non può essere arbitro, perché già giocatore.
{ Piccola divagazione. L’annotazione storica sulla messa in accusa della scuola la trovo molto interessante. Personalmente la vedo come probabile sintomo locale di un fenomeno trasversale a molti paesi industriali avanzati, cioè un forte e crescente conflitto tra gestione privatistica (e non più comunitaria) dei figli e gestione pubblica degli stessi, in questo caso da parte di scuole e insegnanti: la rabbia e il sospetto preventivo verso la scuola che insabbia il bullismo, i feroci processi mediatici contro insegnanti maltrattanti o abusanti (spesso ingiustamente accusati), l’intolleranza genitoriale verso il docente che assegna il brutto voto al pargolo potrebbero essere visti tutti come sintomi del logoramento, in alcuni casi della rottura comunicativa tra spazio privato familiare e realtà pubbliche. Ma il discorso sarebbe molto più ampio. }

Tornando in argomento, le soluzioni al bullismo prospettate da Sugeno sono di due ordini.
Una soluzione radicale, di sapore quasi libertario, consisterebbe nello smantellare il sistema scolastico.
Se è la scuola a far da brodo di coltura per le peggiori forme di quel bullismo in nuce dell’umano consorzio, si elimini la scuola.
Qui Sugeno fa notare che, dopotutto, la scuola di massa è un’istituzione relativamente giovane (in Giappone, come in molti altri paesi, data all’ultimo quarto del XIX secolo), e nulla obbliga a immaginarla come eterna. Sugeno non sta facendo proposte nuove: la descolarizzazione della società è stata sostenuta almeno a partire dagli anni Settanta da numerosi pensatori, di cui Ivan Illich resta forse solo il più noto.
Sugeno si rende tuttavia conto di come una descolarizzazione sia difficilmente realizzabile nell’attuale.
La seconda soluzione consiste quindi in interventi e iniziative che in qualche modo tamponino e prevengano le degenerazioni peggiori del bullismo.
Per Sugeno il sistema migliore è che nelle scuole di bullismo se ne parli, se ne parli agli studenti e tra gli studenti: portare a galla il problema, estrarlo dal subconscio collettivo rendendolo visibile alla consapevolezza dei ragazzi, vittime e aggressori, sì che si possa sciogliere.
Dopo aver sottolineato che anche gli aggressori vanno ascoltati, perché vittime della propria emotività, e anch’essi sofferenti nel bullismo, Sugeno ribadisce la sua perplessità nel dare agli insegnanti stessi gli strumenti di contrasto, vedendo con più favore l’introduzione nelle scuole di consulenti esterni specializzati. In ogni caso l’autore sostiene con una certa chiarezza l’inefficacia, anzi, la dannosità di soluzioni di tipo disciplinare e autoritario. Probabilmente è anche da questo che deriva la sua sfiducia nel ruolo del docente.
Tra l’altro, credo che in questa seconda soluzione emerga ancor più l’approccio progressista o, meglio, liberal di Sugeno, che va a ricalcare concetti e termini tipici dell’approccio “di sinistra” anglosassone alle questioni sociali: “creare consapevolezza” (raise awareness), “migliorare l’autostima” dei ragazzi (improve self-esteem) e così via.
Se condivido il rigetto per soluzioni di tipo autoritario, non posso tuttavia tacere una certa perplessità per quelle di stampo per così dire culturale, spesso belle dichiarazioni d’intenti ma scarsamente incisive sul piano concreto, con la loro convinzione che bastino le parole per (o siano le stesse a) cambiare la realtà.
In ogni caso l’autore accenna anche ad alcuni interventi concreti per rendere meno totalizzante il sistema scolastico giapponese, tra cui la riduzione delle dimensioni delle classi (che in Giappone arrivano tranquillamente a contare anche quaranta alunni), o una maggior facilità per i ragazzi nel cambiare scuola.

Del tutto assente dal libro, invece, un’interrogazione (che personalmente troverei basilare) sui motivi per cui la società odierna, dapprima in Giappone e pochi altri paesi e in seguito nel resto del Mondo, ha sviluppato questo vivo interesse, a volte quasi ossessivo, per bullismo e tematiche affini.
Interessante invece, dal punto di vista storico, l’accenno (nei capitoli aggiuntivi del 1997) su come fu a metà anni Novanta che in Giappone ci si accorse con sorpresa che anche in altri paesi (l’autore nomina Svezia e Regno Unito) si conducessero da tempo ricerche sul bullismo. L’Italia e gli Stati Uniti ci sarebbero arrivati solo diversi anni dopo.

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