Morto un proibizionismo se ne fa un altro

Oggi, 6 Novembre 2012, gli Stati Uniti rieleggeranno Obama presidente. O almeno così si dice.
Quel che non si dice, o di cui si parla molto poco, e per nulla fuori dai confini americani, sono i varî referenda che diversi stati proporranno agli elettori in concomitanza col voto presidenziale. Due di essi avranno una portata epocale: nello stato di Washington e in Colorado si voterà per decriminalizzare la cannabis. La marijuana. L’erba. Nonostante il fallimento di analoghi tentativi in anni recenti, questa sembra la volta buona: la maggioranza, anche se risicata, voterà “sì”.
Ovviamente gli apparati istituzionali tenteranno in tutti i modi di disinnescare i risultati del voto, ma poco conta. Conterebbe poco anche se i due referenda dovessero entrambi fallire. Lo farebbero di stretta misura: dieci o venti anni fa i “no” sarebbero invece stati maggioranza schiacciante.
Quel che conta è il cambiamento in atto, e non da oggi.
Il succedersi delle generazioni ha ormai sgretolato senza possibilità di rimedio il massiccio muro del proibizionismo sugli stupefacenti, perlomeno riguardo alle droghe leggere. L’accettazione, nei tempi più recenti, della cannabis a fine medico era già un segnale dell’avvenuta rinormalizzazione sociale della sostanza: non più qualcosa di maligno sempre e comunque, a prescindere da ogni contesto, bensì qualcosa di cui esiste l’abuso, ma anche un possibile uso.

Sono forse ottimista a immaginare che entro l’attuale decennio si scriverà la parola fine per quella Guerra alle Droghe che ogni anno fagocita miliardi di dollari, intasa le celle del sistema carcerario più vasto del Mondo, quello degli Stati Uniti, travolge e distrugge vite, individui e famiglie a decine di migliaia nelle Americhe, in Africa, in Asia.
Lentamente il proibizionismo sugli stupefacenti si spegnerà proprio a partire dagli Stati Uniti, là dove ha avuto inizio, col resto del Mondo che al solito andrà a rimorchio, accogliendo col dovuto ritardo di anni le onde di novità che partono dal centro dell’impero globale.

Tuttavia è il caso di guardare indietro e ripassare come partì la Guerra alle Droghe.
Oggi fanno sorridere, e questo è forse uno dei maggiori segnali di cambiamento, le leggende che circolavano quando tutto cominciò.
All’inizio degli anni Trenta del secolo andato, su impulso attivo delle istituzioni poliziesche, i giornali strillavano titoli su giovani che accoppavano i genitori a colpi di mannaia dopo aver fumato l’erba malvagia. Evil weed: veniva chiamata proprio così, e senza alcuna ironia. Sono le storie d’atrocità (atrocity tales), terribili fatti di sangue, spesso gonfiatissimi se non inventati di sana pianta, che sempre accompagnano come chiari sintomi i panici morali in atto: per l’oggetto o la pratica o il gruppo sociale che la cronaca associa a stragi e delitti efferati si preparano tempi duri e spesso leggi severe, severissime. Così è stato per l’Erba Malvagia.
All’inizio degli anni Trenta del secolo andato, ho scritto. La data non è casuale. Si era appena chiuso un altro probizionismo, quello sull’alcool: un fallimento così clamoroso da esser durato, nella sua fase più attiva e virulenta, appena una diecina d’anni (anche se i movimenti per la temperanza datano la loro attività più vivace già dall’ultimo quarto dell’Ottocento).
Il meccanismo di successione è chiaro, l’avvento della Guerra alle Droghe non richiede spiegazioni raffinatissime: fallito il proibizionismo dell’alcool, gli apparati repressivi che ci sono cresciuti si ritrovano a rischio disoccupazione e per sopravvivere cercano e trovano un nuovo facile bersaglio: l’Erba Malvagia. Nuovo carburante perché la macchina poliziesca possa continuare a marciare, a macinare colpevoli e innocenti.
C’è chi dipende dalle droghe, c’è chi dipende dalla repressione sociale.
Col tempo il nuovo bersaglio si rivele una scelta proficua. Lungo gli anni Settanta, in parallelo con l’ascesa del conservatorismo neoliberista, la Guerra alle Droghe esplode tutta la sua potenza, mostrandosi molto utile come dispositivo di controllo sociale domestico nei confronti delle minoranze razziali, in particolare quella nera; come strumento d’intervento economico, politico e militare all’estero, in America Latina. E soprattutto, sempre all’interno, come tampone nei confronti della disoccupazione cronica che affligge l’economia, grazie alla doppia espansione del sistema carcerario e di quello criminale: la Guerra alle Droghe crea decina di migliaia di posti di lavoro, tra le guardie e tra i ladri.

Eppure sono bastate poche generazioni e questa grande macchina ha cominciato a perdere fiato. Il cambio di mentalità, certo. Le ragioni deboli e fasulle su cui si è retta, ragione d’ordine politico e più volte smentite dalla ricerca medica e scientifica. Non da ultimo, la montante marea di una spesa pubblica ingestibile e impopolare, che sconsiglia il mantenimento di apparati repressivi elefantiaci.
Resta appunto da vedere se il tramonto, ormai in corso, della Guerra alle Droghe, non aprirà il sipario su nuovi atti del dramma proibizionista, i cui meccanismi si ricicleranno, con la stessa cieca ferocia, concentrandosi su nuovi obiettivi.

Azzardo tre ipotesi.

1.
La prima, manco a dirla, riguarda il tabacco.
Qui il processo di denormalizzazione è ormai avanzato: divieto di pubblicità, divieto ai minori, divieto nei luoghi pubblici. Negli anni più recenti si discute di vietare ai minori i film con personaggi fumatori; di vietare il tabacco a tutti i nati dopo un certo anno, anche una volta adulti, per creare una nuova generazione “libera dal fumo”; di vietare le sigarette elettroniche non tanto perché dannose, ma perché “somigliano alle sigarette” e quindi minaccerebbero il processo di denormalizzazione di queste ultime.
Col tabacco ormai ci troviamo esattamente su quella soglia che separa il divieto per non danneggiare gli altri dal divieto che vuole esplicitamente “salvare” i fumatori da se stessi, col sostegno di un’opinione pubblica che giudica il fumatore “stupido”, “cattivo”, moralmente indegno, liberamente disprezzabile con l’approvazione collettiva.

2.
La seconda ipotesi riguarda quel campo complesso e accidentato che è la sessualità.
Non immagino tanto, non immagino certo il ritorno a un puritanesimo che replichi lo storicamente noto. Difficile immaginare ad esempio un’inversione di percorso nella pur fragile accettazione sociale dell’omosessualità (mi permetto di aggiungere: e meno male).
Se l’asse del genere sessuale, maschile-femminile, va via via perdendo forza come fonte della normatività in campo sessuale e relazionale (è su quest’asse che si basava il tabù dell’omosessualità), ora la nuova rotta segue l’asse del potere e delle disparità, reali e presunte che siano: sono le relazioni su cui grava l’ombra di un potere dispari a essere fonte di massimo sospetto e disagio, a rischio d’essere aprioristicamente percepite come sfruttamento, a esigere l’intervento di regole, paletti, divieti preventivi. Da qui, un esempio tra i tanti possibili, il nuovo approccio alla prostituzione, di provenienza scandinava, che definisce automaticamente qualunque scambio tra sesso e denaro come “violenza contro le donne”, un approccio che punisce i clienti del sesso a pagamento esattamente come la Guerra alle Droghe punisce i consumatori di stupefacenti. Un approccio che probabilmente otterrà gli stessi risultati: fallimentari.
Sempre domani, in California, si vota tra gli altri un referendum per nuove leggi repressive contro la prostituzione e i reati sessuali. Il referendum pare passerà con una maggioranza schiacciante. Tra le novità, chi sarà condannato per determinati reati riguardanti la prostituzione, una volta scontata la pena si ritroverà nel registro pubblico dei reati sessuali, che già ospita diecine di migliaia di nomi. Finire sul registro, negli Stati Uniti, implica sostanzialmente la morte sociale (chi è interessato a capire meglio la curiosa e complessa questione del registro per i reati sessuali negli Stati Uniti, può leggere un articolo che avevo tradotto tempo fa in due parti).

3.
Infine, il cibo.
Un campo ancora quasi completamente vergine per le regolazioni statali di ordine morale.
Di ordine morale: perché una cosa è controllare che il cibo non arrivi avvelenato sugli scaffali del supermercato, altra cosa è cercare di ammaestrare il cittadino a mangiar sano e secondo la regola, a mal giudicare chi non segua la regola. Insomma, come sempre: agire per denormalizzare determinate pratiche nella coscienza collettiva.
È notizia di pochi giorni fa l’introduzione, a partire dal 2013, nella catena di supermercati britannici Tesco, di etichette sugli alimenti basate sui semafori: gialli, verdi e rossi per indicare ciò che fa tanto bene o tanto male alla salute.
Misura innocua, si dirà. Ma sono piccoli passi indicativi.
E del resto la crescente ossessione mediatica (che è cosa diversa dall’interesse medico) per anoressia, bulimia, obesità, si pensa forse non parli di un disagio irrisolto per il rapporto tra cibo e corpo, disagio che si va inoculando nel corpo sociale fino al punto in cui sanzioni, divieti e disprezzo per i trasgressori diverranno giusti e necessarî?
C’è già chi suggerisce una guerra al sale che segua le orme di quella al tabacco, per dire.
Di mio, non mi stupirei se entro dieci o quindici anni determinati cibi venissero vietati ai minori di anni quattordici, o anche diciotto. Immagino un certo consenso ci sarebbe già ora. Ovviamente il divieto ai minori è un tipico primo passo verso la denormalizzazione. E inoltre impedire che i minori accedano a qualcosa che è facilmente rinvenibile ovunque richiede ulteriori divieti e limiti, anche per gli adulti. E ovviamente tutta una serie di regole per ciò che si possa o meno rappresentare nei prodotti pubblicitarî, dell’intrattenimento, artistici.
Nuove regole, nuovi apparati per farle rispettare, apparati che poi dovranno giustificare la propria esistenza chiedendo altre regole ancora, innescando il processo autopropellente tipico di tutti i proibizionismi.

Poi il tempo passerà.
Cinquanta, cento o più anni e anche i nuovi proibizionismi si sgonfieranno e tramonteranno.
Ci si guarderà indietro e ci si chiederà di dove venisse tutta quell’urgenza necessità di vietare. Si faticherà a credere alla serietà dei motivi che oggi vengono addotti, come oggi si fatica a credere alla storia del ragazzo che prende a colpi d’accetta la madre dopo essersi fumato un po’ d’erba; o che la masturbazione distrugga la mente e il fisico; o che far studiare le donne minacci la stabilità sociale.
Ovviamente per allora staranno già sorgendo nuovi urgenti proibizionismi, ancora più strani di quelli odierni, e che oggi, ovviamente, nessuno ancora riesce a immaginare come plausibili, come possibili.

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