A proposito del traffico di esseri umani…

In parte attinente ad alcune tematiche accennate nello scorso post, ho tradotto un pezzo del quotidiano inglese Guardian.
Risale ormai al mese scorso, ma m’è stato segnalato praticamente due giorni fa.
È utile, tra il resto, per capire come serva sempre una notevole cautela verso le cifre riportate a proposito delle emergenze sociali.
L’originale si trova qui.

***

La verità sulla tratta di esseri umani: non è solo una questione di sfruttamento sessuale
Gruppi femministi e gruppi religiosi definiscono la tratta come lavoro sessuale forzato, una semplificazione che impedisce di aiutare le vittime del lavoro forzato

Eliminare la “tratta di esseri umani” [trafficking] è probabilmente la causa sociale più nota, meglio finanziata e più amata del XXI secolo, che non richiede un accordo tra suoi promotori su ciò a cui desiderano mettere fine. Cosa significa “tratta”? Quante persone sono “trafficate”? Guardando dietro la superficie della lotta alla tratta si trovano statistiche fuorvianti e decenni di dibattiti su leggi e protocolli. Per quanto riguarda il problema in sé, la mancanza di accordo su come definire la “tratta” non ha rallentata la lotta degli attivisti. Anzi, la lotta è diventata definire la tratta.

Negli ultimi quindici anni, le campagne contro la tratta si sono guadagnate le posizioni più visibili tra le missioni femministe, religiose e relative ai diritti umani, godendo il sostegno di organizzazioni così ideologicamente distanti come Equality Now, ONG per i diritti delle donne, e la Heritage Foundation, gruppo conservatore d’analisi politiche. L’idea dominante odierna sulla tratta ha preso piede solamente all’inizio di questo secolo, spinta in particolar modo dalla promozione di gruppi per i diritti delle donne che hanno cercato di ridefinire la tratta soprattutto come “sfruttamento sessuale” di donne e bambini. E infatti è questa la definizione che gruppi come la Coalizione Contro la Tratta delle Donne [Coalition Against Trafficking in Women] sono riusciti a far mettere per iscritto nelle prime leggi internazionali (pdf) relative alla tratta. Quando si sente parlar di tratta, a molti viene in mente una certa immagine, quella che gruppi per i diritti delle donne – e, sempre più, gruppi evangelici cristiani come Shared Hope International, International Justice Mission and Love146 – usano esplicitamente nelle loro campagne.

In effetti, è per l’influsso di questi gruppi che la stessa questione della tratta ha cominciato a migrare: da una relativa oscurità alle sessioni delle Nazioni Unite, alle autostrade degli Stati Uniti, dove i guidatori ora trovano manifesti contro la tratta che mostrano oscure fotografie di giovani ragazze, immagini pensate per “aumentare la consapevolezza”. Usare immagini del genere con l’obiettivo di porre fine allo “sfruttamento sessuale” può sembrare contraddittorio, visto che le ragazze fotografate vengono presentate in quello che altrimenti sembrerebbe un contesto semi-pornografico. Un manifesto che ho visto l’agosto di quest’anno su una strada interstatale in Louisiana mostrava una ragazza madida di sudore, dagli occhî spalancati e le parole “NON IN VENDITA – FERMIAMO LA TRATTA DI ESSERI UMANI” stampate rosse sulla sua faccia.

Ma cosa – e chi – viene combattuto in ciò che quest’immagine contiene?

Statistiche accurate sulla tratta sono difficili da recuperare, cosa che non frena alcuni gruppi contro la tratta dall’usarne comunque. Ad esempio, Shared Hope International, che porta avanti aggressivamente delle leggi contro la tratta in quarantuno stati dell’Unione, afferma che “almeno 100.000 minori ne sono vittima” ogni anno negli Stati Uniti, e probabilmente fino a 300.000, una cifra che è stata citata (ripetutamente) dalla CNN. In realtà, la cifra è una stima da un rapporto dell’Università della Pennsylvania del 2001 (pdf) su quanti giovani siano “a rischio” di ciò che gli autori chiamano “sfruttamento sessuale commerciale di un minore”, basato sul numero di giovani senza casa. Non si tratta però del numero di quanti giovani siano vittime di “tratta”, o siano coinvolti nel traffico sessuale.

In queste statistiche la prostituzione è spessa confusa con la “tratta”, in parte perché la definizione di tratta che è stata messa in risalto si riferisce esclusivamente allo “sfruttamento sessuale”. Di fatto, questa confusione si è insinuata nel recupero dei dati. Secondo un rapporto dell’Alleanza Globale contro il Traffico di Donne:

“Quando le statistiche sulla tratta sono disponibili, di solito si riferiscono al numero dei migranti o delle prostitute locali, più che a casi di traffico di esseri umani.”

Questa confusione voluta tra prostituzione e tratta distingue i numerosi gruppi femministi e religiosi contro la tratta da quelli che lavorano direttamente con chi è coinvolto in lavori forzati d’ogni tipo, che riguardino o meno il sesso. I nodi di questa divaricazione su chi meriti di definire la tratta stanno per venire al pettine per chi voterà in California, sotto forma della Proposition 35 che, se passerà questo novembre, stabilirà pene e multe più alte per chi commette ciò che gli autori della legge definiscono come trafficanti di esseri umani a scopi sessuali, in opposizione a chi il traffico lo fa a scopi di lavoro. Obbligherà inoltre chi sarà condannato per traffico di esseri umani a registrarsi come un criminale sessuale e a sottoporsi per tutta la vita al monitoraggio delle proprie attività in rete. E questo a prescindere che nel caso in questione c’entrino il sesso o la rete. [nota mia: la Proposition 35 è poi stata approvata il 6 novembre 2012 con l’81.1% dei sì, anche se a tutt’oggi, 8 novembre, sono state intentate delle azioni legali per limitarne determinati effetti]

Non c’è dubbio che la California ospiti diverse imprese dove, secondo Freedom Network (le organizzazioni che fanno parte di Freedom Network utilizzano un approccio contro la tratta basato sui diritti umani), è noto si faccia ricorso al lavoro forzato: imprese dell’agricoltura, della ristorazione, dell’edilizia, alberghiere, dell’abbigliamento, del sesso. Ma ciò che accomuna i lavoratori di queste imprese non è lo “sfruttamento sessuale a scopi commerciali”, bensì l’erosione dei diritti del lavoro e le progressive restrizioni nelle politiche immigratorie, che rendono numerose persone vulnerabili alla coercizione e agli abusi. Cindy Liou, avvocato nello staff dell’Asian Pacific Islander Legal Outreach, un progetto che ha base nella California del Nord e che ha lavorato con centinaia di sopravvissuti alla tratta di esseri umani, sta invitando i californiani a votare no alla proposta referendaria:

“Ridefinisce la tratta in un modo scorretto, confusionario e terribile. Ed è molto problematico perché lo fa alle spese delle vittime della tratta, visto che ignora le vittime della tratta a scopo di lavoro.”

In effetti, la cosiddetta “tratta a scopi sessuali” forma solo una piccola percentuale del lavoro forzato nel suo complesso, come stimato dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Nel suo rapporto per il 2012, l’ILO classifica lo “sfruttamento sessuale forzato” come distinto da altre forme di lavoro forzato e questo per certi versi è utile, dato che non tutto il lavoro forzato riguarda il sesso, ma per altri versi aggiunge ulteriore confusione al problema (perché ciò che distingue la tratta a scopi sessuali dagli abusi sessuali è che avvenga in un luogo o in un rapporto lavorativo). Ciò nonostante, delle quasi ventun milioni di persone che l’ILO stima siano lavoratori forzati, quattro milioni e mezzo sono ciò che l’ILO definisce “vittime di sfruttamento sessuale forzato”. Ovvero, oltre tre quarti delle persone che, in tutto il Mondo, si stima siano impiegate forzatamente non sono coinvolte in “sfruttamento sessuale forzato”. Dall’altra l’ILO stime che due milioni e duecentomila persone in tutto il Mondo siano lavoratori forzati nelle prigioni o nelle forze armate. Persone le cui storie difficilmente finiranno sui cartelloni delle autostrade.
[nota mia, venuta in mente ora: a proposito del lavoro forzato in àmbito militare, è notevole che molte campagne umanitarie, relative soprattutto a paesi africani, si concentrino soprattutto sullo scandalo dei bambini soldato, cioè dei minori di diciotto anni arruolati a forza; come se, una volta superati i diciotto anni, non fosse possibile venire obbligati a combattere o come se, anche se avvenisse, questo non costituisse alcun problema]

Ma, come per lo scalpore suscito dalla “tratta a scopi sessuali”, sarebbe errato lasciare che il volume della pubblica indignazione misuri quanto sia importante un problema, e questo al di là di come la questione venga definita (o mal definita). Allo stesso modo, la pretesa di “cifre reali” ci può trascinare ancora più a fondo nel pantano ideologico che informa la questione della tratta. Jo Doezema, ricercatore della Paulo Longo Research Initiative e autore di Schiavi sessuali e padroni del discorso: la costruzione della tratta di esseri umani [Sex Slaves and Discourse Masters: The Construction of Trafficking], avverte:

“Anche riconoscere che il dibattito sul significato della tratta coinvolge la politica e l’ideologia non va abbastanza in là: lascia ancora intatta l’idea che la tratta di esseri umani possa essere definita in maniera soddisfacente, se solo prevalessero la volontà politica, un pensiero chiaro e un approccio concreto.”

Ovvero, non possiamo valutare la gravità della “tratta” se definiamo il problema tramite una semplice e coerente contabilità delle “vittime”. Ciò che va perso in questo incessante ridefinire e conteggiare sono i fattori complessi dietro a ciò che attualmente è quasi unanimamente chiamato “tratta”. Ciò che soprattutto va perso è una qualunque comprensione e riconoscimento delle sfide che devono affrontare milioni di persone che lavorano, lottano e sopravvivono in condizioni abusive, ma le cui esperienze non troveranno mai spazio in un cartellone pubblicitario.

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