Indagine conoscitiva su infanzia e adolescenza in Italia: diamo i numeri

Due giorni fa accendo la radio, al pomeriggio, e trovo una conduttrice presentare dei “dati poco rassicuranti”, e dal tono si capiva che doveva essere un eufemismo.
Nei pochi secondi intercorsi prima che spegnessi, sento dire: “Il 64% dei ragazzi tra i 12 e i 18 anni beve alcool”. Questo è uno dei dati poco rassicuranti.
La trasmissione riferiva, come hanno fatto molti altri mezzi lo stesso giorno, l’annuale Indagine conoscitiva sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia, realizzata da Eurispes in collaborazione con Telefono Azzurro, riferita al 2012.
Ho spento sùbito la radio per un gran moto di fastidio, non dovuto però alla presunta drammatica condizione dei “nostri ragazzi”, ma al modo in cui, lungo tutto il giorno, ho visto e sentito riportare questi numeri.

Non scrivo su questa indagine perché meriti, proprio essa, un’attenzione speciale.
Di ricerche su infanzia e/o adolescenza se ne fanno diverse e questa è una fra tante, una tra le ancor più numerose indagini statistiche su varie questioni sociali.
La prendo soprattutto come un’occasione, un esempio per alcune considerazioni sul modo in cui queste indagini vengono organizzate, effettuate, e soprattutto divulgate.
Di fatto, nella maggior parte dei casi, i dati vengono raccolti e soprattutto presentati in maniera discutibile, decisamente fuorviante, con l’intento (consapevole o meno, questo è da stabilire) di costruire un’immagine il più possibile negativa e allarmante.

Sarebbe bello esaminare passo passo l’indagine presentata due giorni per tentare di snidare cosa si cela dietro queste cifre “poco rassicuranti”.
Tempo e spazio sconsigliano l’impresa.
Mi limito quindi a due soli esempî, che però credo possano far da modello generale da applicare, se si vuole, anche al resto.

Ovviamente non ho avuto modo di leggere il rapporto intero dell’indagine, che non mi risulta liberamente accessibile in rete.
Mi baso su quanto ho trovato sulla stampa, cioè resoconti giornalistici, cercando di leggere tra le righe i non detti, e sperando inoltre di non sbagliare troppo.
Smentite, correzioni e controargomentazione sono ovviamente sempre benvenute.

I due esempî che ho scelto sono il consumo di alcool e i maltrattamenti nella coppia.

Il paragrafo sul consumo di alcool parte con questa frase:

Sono più della metà, il 64 per cento, i ragazzi italiani tra i 12 e i 18 anni che bevono alcolici.

Perché la frase è fuorviante? Perché lascia intendere che questo bere sia un fatto abituale. O almeno, personalmente prendo così l’espressione “che bevono alcolici”, e immagino così farebbe anche un lettore comune. Ma le cose stanno diversamente e lo precisa la seconda frase:

Un’abitudine per il 10,6 per cento, un fatto quotidiano per il 2,5 per cento e occasionale per il 50,9 per cento. [i grassetti sono miei]

Ordunque.
La frazione degli adolescenti che beve alcoolici quotidianamente è obiettivamente minima: 2,5%. Chi li beve abitualmente (ma, da quanto si può desumere, non tutti i giorni) è già maggiore, ma non eccessiva: 10,6%. Poi abbiamo una metà che li beve occasionalmente.
Non è dato sapere cosa significhi questo occasionalmente, visto che non sono esplicitate le domande con cui è stata fatta l’indagine. In questo occasionalmente può esserci di tutto, dal mezzo bicchiere di champagne che il genitore concede al figlio solo a capodanno, a una birra ogni tot mesi in occasione di una festa.
Tuttavia, resta molto discutibile impacchettare in un solo insieme chi beve quotidianamente, abitualmente e occasionalmente, ottenendo così, grazie al generoso apporto della terza categoria (gli occasionali) l’alta percentuale del 64%, definita come “ragazzi italiani tra i 12 e i 18 anni che bevono alcolici”. Cosa impedisce di immaginare accorpamenti differenti? Ad esempio, con gli stessi identici dati: “Ben l’86,9% dei ragazzi non beve alcoolici o li beve occasionalmente; solo il 13,1% li beve abitualmente o quotidianamente.” Fa tutto un altro effetto, no?
Forse ben peggio è che i dati non sono disaggregati per età.
Ovviamente parlare di “ragazzi tra i 12 e i 18 anni” che bevono fa una certa impressione: oddìo, i dodicenni che si sbronzano! Ma dove andremo a finire?! Però non vien detto nulla su come sia distribuito lungo gli anni, ad esempio, quel piccolo 2,5% che beve quotidianemente. E se fosse soprattutto (come sospetto sia probabile) schiacciato verso la maggiore età? Sarebbe ancora così allarmante e preoccupante?
Infine, non viene fatto alcun confronto con gli anni precedenti.
Ora, se il fenomeno fosse in aumento, ho il vago sospetto che sarebbe stato riferito. Così viene fatto per i casi negativi, ma solo per quelli; riguardo alle cosiddette fughe da casa l’articolo dice:

Quasi il 30 per cento degli adolescenti nel 2012, un dato “triplicato” rispetto al 2011 quando ad andarsene di casa era stato il 9,6 per cento dei ragazzi.

Questo può far sospettare che le tendenze positive, ad esempio un eventuale calo di adolescenti che bevono alcool, se ci sono si preferisca tralasciarle.

Anche il paragrafo sui maltrattamenti parte sùbito fornendo al lettore l’interpretazione prima dei dati, come se fosse quella corretta con cui leggerli, ovvero:

Quasi un adolescente su tre viene maltrattato dal proprio partner.

Vale lo stesso discorso che con l’alcool. Ovviamente “maltrattare” è termine che invoca immagini e situazioni fortemente negative e, soprattutto, situazioni croniche entro relazioni disfunzionali e squilibrate in termini di potere. Non si può certo parlare di maltrattamenti per una litigata.
Ed ecco come vengono spiegati questi “maltrattamenti”:

Al 29,1 per cento dei ragazzi tra i 12 e i 18 anni è successo che il proprio partner urlasse contro di lui, uno su cinque (20,9 per cento) invece è stato insultato. [i grassetti sono sempre miei]

Orbene, messa così la cosa può volere dire tutto e niente.
Ovviamente molto dipende da come sono state poste le domande nell’indagine. Ma, se proprio bisogna dirlo, che in una relazione non ci siano mai momenti di crisi in cui ci si urla contro, o in cui piovono insulti, be’… forse succede solo nel Mulino Bianco.
Sarebbe invece d’aiuto sapere se queste situazioni sono croniche oppure no. Ma così come sono presentati i dati (forse addirittura già come sono stati raccolti), sembra che non ci sia alcun interesse a scremare i litigi fisiologici da quelli patologici.
Sembra proprio che l’obiettivo sia di ottenere percentuali elevate usando definizioni ampie, e quindi presentarle preventivamente con descrizioni allarmanti, parlando ad esempio di “maltrattamenti”.
Manca inoltre un altro fattore molto importante, cioè se questi “maltrattamenti” (virgolette d’obbligo, a questo punto) siano unidirezionali oppure reciproci, cioè se indichino oppure no relazioni di coppia squilibrate, in cui si possa effettivamente dire che una persona è “maltrattata dal partner” e non che ci sia qualcosa che non funziona in entrambi.
E anche qui mancano dati per capire se l’eventuale problema sia o no in aumento rispetto agli anni precedenti.

Infine, ancora una considerazione sulle tecniche retoriche con cui i dati vengono presentati, cioè su come i numeri riferiti a fenomeni ritenuti negativi sono accompagnati da termini enfatizzanti, mentre quelli riferiti a fenomeni positivi da termini minimizzanti.
Ad esempio sul gioco d’azzardo si legge:

L’8 per cento dei bambini tra i 7 e gli 11 anni gioca a soldi online. Il 15,3 per cento scommette soldi nei giochi offline: solo il 74,1 per cento dichiara di non averlo mai fatto.

Una cifra prossima al 75%, cioè tre quarti, che è una maggioranza notevole, è introdotta da un “solo”. Come a dire che tre quarti sono pochi.
Poi, però, a proposito del telefono cellulare, apprendiamo che:

Ce l’hanno quasi tutti. Il 62 per cento dei bambini italiani ha a disposizione un telefonino proprio, contro il 35,4 per cento che ne è sprovvisto.

Se prima si diceva “solo il 74,1 per cento”, adesso un 62% si trasforma in un “quasi tutti”. Credo non servano ulteriori commenti.

A chi fosse interessato ad approfondire ulteriormente quello che qui ho presentato con alcuni esempî limitati, consiglio due letture:
I bambini inventati – La drammatizzazione della condizione infantile oggi in Italia, del 2001, dello statistico Roberto Volpi. Personalmente non condivido molto le conclusioni un po’ familiste e nataliste dell’autore, ma è l’unico libro che finora ho trovato in italiano che tenti di constrastare in maniera ragionata e informata, con abbondanza di dati, l’allarmismo quotidiano su infanzia e adolescenza.
Threatened Children – Rhetoric and Concern about Child-Victims, di Joel Best. Ha due limiti: è del 1990, quindi le sue analisi si fermano alle soglie degli anni Novanta, e si concentra unicamente agli Stati Uniti. Resta tuttavia un volume eccellente nell’illustrare i meccanismi con cui allarmismi di questo tipo si creano, si trasformano, e vengono sostenuti, con una particolare attenzione alle manipolazioni dei dati statistici da parte di agenzie interessate.

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