Gnosticismo e complottismo 3/3

Gnosticismo001

{…alla prima parte…}
{…alla seconda parte…}

per l’ultima parte
tornano le immagini
e si riannodano i fili
tra la prima e la seconda

Dal brodo di coltura dei teorizzatori della “crisi della civiltà”, variegato ed esteso, emerge anche la Scuola di Francoforte, che declina il tema secondo ottica e linguaggio marxisti.
Il problema per i francofortesi è semplice e al contempo, almeno per chi è di fede marxista, molto enigmatico: come mai le masse operaie non accennano a fare finalmente la rivoluzione contro la barbarie capitalista ma, anzi, nei paesi più industrializzati sembrano via via goderne i frutti, scendervi a patti, apprezzarne i benefici?

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I francofortesi Adorno & Horkheimer (l’immagine è stata vilmente presa da wikipedia)

La risposta, e qui si torna da capo, assume venature gnostiche: le masse non si ribellano perché si ingannano, sono ingannate, vivono un benessere fittizio, sono obnubilate da quella grande droga che è l’industria culturale. Se solo sapessero, se solo avessero la chiara visione che invece è raggiunta dell’alto intellettuale…

Eppure è proprio la società di massa, nei decenni più recenti, a dimostrarsi estremamente ricettiva e accogliente per discorsi del genere, che cominciano a proliferare lungo svariate forme e canali.
Ovviamente se questo avviene è perché lo permettono le condizioni storiche, sociali ed economiche. In breve, materiali.

~ cause materiali ~

Per spiegare l’avvento dello gnosticismo nei primi secoli dell’era cristiana, Jonas di condizioni sociali e materiali non parla tantissimo.
Cita, è vero, una trasformazione nello statuto dell’individuo: da cittadino integrato nell’organismo della polis a suddito escluso da ogni gestione del potere nelle monarchie ellenistiche sorte in seguito alle conquiste di Alessandro il Grande.

Alessandro il Grande, ritratto due secoli dopo la sua morte.

Alessandro il Grande, ritratto due secoli dopo la sua morte.

Ma Jonas evoca anche, dietro le quinte, uno scontro tra il razionalismo dell’Occidente greco e la spiritualità mistica e mitologica dell’Oriente. Due dimensioni quasi essenzializzate, spiriti di civiltà di stampo ottocentesco, idee incarnate nei popoli.
Due principî che, a quanto pare, nella sintesi alessandrina non si sarebbero mai del tutto amalgamati.
Per Jonas lo gnosticismo sarebbe parte di una più ampia rivolta sociale e culturale dell’Oriente (mesopotamico) contro l’Occidente (greco-romano), rivolta di cui farebbe parte anche l’insorgere del cristianesimo.
Riformulando la questione in chiave più materiale: un riscatto delle masse religiose contro le elité intellettuali greco-romane.

È per il periodo contemporaneo che Jonas non nomina alcun fattore sociale.
L’emergere dell’esistenzialismo, identificato da Jonas come una possibile versione moderna dello gnosticismo, è interamente frutto di un movimento di idee.
Cosa ancor più singolare se si considera che Jonas pubblica poco dopo l’immensa macelleria dei due conflitti mondiali.

Eppure è proprio a fattori sociali che bisogna rifarsi per capire le ragioni del gran successo di metafore gnostiche nella cultura pop (Matrix e la sua prole); e della progressiva diffusione nelle masse di quella versione demetafisicizzata e dereligiosizzata dello gnosticismo che sono il complottismo; e poi di tutte quelle nuove di forme di antagonismo politico che di complottismo sono imbevute con gradazione variabile: gli indignati, gli occupanti di Wall Street e simili, il Tea Party americano, l’italico grillismo, e così via.
Le cause stanno, molto banalmente, nel vacillare, se non nello sfarinarsi, delle istituzioni storiche e consolidate: lo Stato moderno, la società liberale, la democrazia rappresentativa.

Un'occupante (occupatrice?) di Wall Street denunzia il potere come illusione di libertà.

Un’occupante (occupatrice?) di Wall Street denunzia il potere come illusione di libertà e costruzione menzognera.

Lo scollamento tra larghe porzioni delle masse e le istituzioni consolidate implica anche il rigetto delle narrazioni simboliche di quest’ultime, ora denunciate come ingannevoli, e la ricerca di nuovi simboli e nuove narrazioni.
Si fa pervasivo il senso d’alienazione nei confronti di chi detiene e gestisce il potere e dei centri tradizionali di produzione simbolica.
La gerarchia tra vero e falso, per chi crede in queste due categorie, si inverte.
L’informazione “ufficiale” è bollata automaticamente come menzognera e quella “alternativa” come veritiera, e questo a prescindere dai contenuti.

~ Il mercato dell’anticapitalismo ~

Qui c’è da notare qualcosa di assai paradossale, e curioso.
Innanzi tutto, negli anni in cui ampia parte della società si aliena dalle proprie istituzioni, l’intellettuale alienato ritrova una sua funzione entro la società.
Il discorso che deplora la caduta dei valori e preconizza la rovina della civiltà trova infine risonanza presso il grande pubblico, che gli fa spazio perché possa alzare la voce.
Fin qui niente di strano.
Quel che è ironico, e ancora in gran parte inavvertito, è che tale reintegrazione, tale entrata in risonanza col grande pubblico, avviene attraverso il mercato, proprio quel mercato che viene posto molto in alto nella lista dei malanni della contemporaneità, se non in cima, al primissimo e indiscusso posto, la fonte prima di tutti gli altri mali.

No Logo, di Naomi Klein, un classico del pensiero anticonsumista. In vendita nelle librerie di tutto il globo.

No Logo, di Naomi Klein, un classico del pensiero anticonsumista e no global, nonché un best-seller: in vendita nelle librerie di tutto il globo.

Il pensatore lamenta la miseria disumanizzante della società dello spettacolo, la società dell’apparire e dell’apparenza, la società ove tutto è merce, ma intanto il suo lamento si diffonde stampato in libri lanciati con studiata precisione dai grandi editori e acquistabili sugli scaffali di librerie simili a supermercati; è ridotto in pillole comodamente assimilabili nelle rubriche di riviste patinate, fianco a fianco con le deprecabili pubblicità che offendono le donne; si diffonde tramite i salotti televisivi, tra un sponsor e l’altro; risuona in affollate conferenze inanellate in turnée globali come quelle dei migliori gruppi pop.
Il lamento sentito e meditato contro la società ove tutto è merce è, esso stesso, merce di gran valore per un pubblico acculturato disposto a pagare bene per attingere al sapere del pensatore anticapitalista.
I nomi sono noti, pure nelle divergenze di modalità, finalità, temi e soprattutto spessore: Serge Latouche, Zygmunt Bauman, Slavoj Žižek, l’italiano Umbero Galimberti… ma la lista sarebbe lunga.

La libreria-supermercato: cercando tra i gialli e i fantasy si può trovare anche lo scaffale di letteratura anti-sistema che denunzia il nostro asservimento al denaro e al potere. Passare alla cassa per acquistare.

La libreria-supermercato: cercando tra gialli, i fantasy e colorati volumi per l’infanzia, si può trovare anche lo scaffale di letteratura anti-sistema che denunzia il nostro asservimento al denaro, al potere, al mercato. Passare alla cassa per acquistare.

Una ricca offerta editoriale cui si affiancano i già ampiamente citati prodotti della cultura pop, che replicano gli stessi temi per via di metafore narrative, e che riproducono pure la stessa incongruenza tra forma e contenuto, tra dettame e metodo, tra mezzo e fine.
Sono i film che ci svelano le perversioni gelide e velenose di tecnologia, denaro, mercato, culto dell’immagine, dell’apparenza dell’artificioso, invitandoci a rigettarle, film che cantano il ritorno all’umano, al naturale, all’autentico, alla semplicità ancestrale.
Film che per cantare l’umano, il semplice e il naturale sfruttano a fondo e con ammirevole perizia le più avanzate tecnologie per generare mondi virtuali di schiacciante potenza visiva e barocco frastuono; film che possono nascere solo grazie agli enormi capitali concentrati nella più grande potenza economica e militare del pianeta; e che capitali ancora più immensi drenano dalle tasche di milioni di spettatori assai vogliosi di affluire nella sala buia, nella caverna dove sentiranno proclamare, tramite coloratissime ombre che s’agitano su uno schermo, che la loro vita e la società tutta sono un unico immenso inganno, che devono svegliarsi, che la verità è la fuori… ma fuori dove?

{ fine }

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2 Responses to Gnosticismo e complottismo 3/3

  1. L’analisi è molto interessante e mette in luce in maniera acuta molte contraddizioni reali. Tuttavia il senso finale del discorso sembrerebbe che poiché le voci critiche o pseudo-critiche della società capitalistico-globalizzata in cui viviamo sono esse stesse soggette alle logiche di mercato che vorrebbero abbattere e poiché sono intrise di irrazionalismo, intellettualismo e fanatismo (oltre che essere anch’esse, appunto, illusioni prodotte dal mercato), per via di tutto ciò, alla fin fine l’unica cosa che ci rimane è tornare in grembo a questa stessa società globalizzata, che o è il migliore dei mondi possibili o il peggiore, ma comunque immodificabile.

    Se così fosse saremmo alla hegeliana fine della storia, perché non c’è mai stato nella storia un sistema politico-economico e culturale immodificabile e immodificato: non lo fu l’Atene del IV e V secolo, non lo fu l’impero di Alessandro, non lo fu l’impero romano, e non lo furono poi il feudalesimo, l’Italia dei Comuni, la monarchia spagnola del “Siglo de Oro”, l’Ancien Régime, il colonialismo e infine il comunismo. Premesso che non è che le cose debbano andare a finire tutte nello stesso modo, perché la società capitalistico-globalizzata, pur se sembra avere una vita assai più lunga di quanto vorrebbero predire i “profeti” del pensiero ad essa avversario, perché essa dovrebbe essere l’unica realtà culturale, politica, sociale ed economica eterna in un orizzonte storico millenario che ha visto tramontare tutte le forme dominanti di società che l’hanno preceduta?

    Questa è una domanda che i sostenitori dello status quo non si fanno mai, o si limitano a constatare che è da tanto che il baraccone è in piedi e ha retto, mentre il comunismo è crollato e tanto basta. Non mi pare una buona argomentazione. Può darsi che il sistema capitalistico-globale si estinguerà solo quando si sarà estinto anche l’uomo. E’ possibile, ma anche in questo caso si sarà confermato il fatto che anche esso è un fatto storico fra tanti altri fatti, e non il fine al quale la storia ha sempre teso.

    Certo, questi no global da operetta useranno pure tecniche commerciali, tipo la vendita del libro, per diffondere le proprie idee, e nella maggioranza dei casi si tratta di pura speculazione. Ma in quale altro modo nella nostra società, è possibile diffondere idee: non con l’andare in giro a interrogare la gente come faceva Socrate, perché lui lo poteva fare nell’Atene dell’antichità, che raggiungeva si è no qualche migliaio di abitanti (e per inciso, anche Socrate venne accusato di usare gli stessi metodi dei criticati sofisti, che si facevano pagare). Non si può neppure ricorrere alla predicazione, come fece Gesù Cristo, perché pure in quella realtà già globalizzata che era l’impero romano, il mondo era comunque ancora sufficientemente piccolo per poter diffondere le idee quasi solo per via orale (e comunque anche le comunità cristiane vivevano delle sovvenzioni e delle offerte dei fedeli).

    Oggi per diffondere le idee devi aprire un sito web o un blog, pubblicare un libro. Tutte cose che in primis costano all’autore. Anche se non lo facesse per lucro, dovrebbe comunque chiedere un contributo per continuare la sua opera. Pena, il silenzio.

    Tu dici “la verità è fuori, ma dove?”. Alla fine del medioevo, le masse e gli intellettuali non sapevano quale sarebbe stato il mondo nuovo che sarebbe poi nato. Sapevano solo rendersi più o meno conto di vivere in quello che un insigne studioso ha chiamato “Autunno del Medioevo”.
    Gli storici tengono sempre presente una cosa che sembra banale a prima vista: chi viveva in un’epoca storica passata – al contrario di noi – non aveva né poteva avere alcuna idea chiara e sicura di come sarebbero andate a finire le cose. “Fuori, verso dove?” è una domanda alla quale noi non possiamo rispondere, ma alla quale solo i posteri daranno l’ardua sentenza, come diceva il poeta. Il fatto quasi certo è che anche noi potremmo star vivendo nell’autunno di un’era. Che quella avvenire possa essere migliore o peggiore, non può saperlo nessuno. Se anche poi questa idea, quasi “millenarista” fosse infondata, è comunque positivo che all’interno di una società si alzino voci critiche, poi si vedrà quali di esse e valida e quale no. Ma se le tacciamo tutte col dogma “dall’orizzonte del mercato non si esce”, allora c’è da chiedersi perché invece secoli fa ci prendemmo tanto disturbo per uscire dall’orizzonte di un sistema sociale e culturale, nonché politico ed economico, che non vedeva altri spazi se non quelli delimitati dall’orizzonte del trono da una parte, e della fede dall’altra. Insomma, non si capisce perché uscimmo da un medioevo, se poi la strada ci doveva portare ad un nuovo medioevo, sorretto non dalla fede verso l’ultraterreno, ma verso il capitale.

    Un saluto

    P.S. Hai notato che nelle librerie-supermercato si vende anche la Sacra Bibbia con i Vangeli? Sì, quel libro dove si dice che gli ultimi saranno i primi, che un ricco sarà difficile che entri nel regno dei cieli, al contrario del povero, e che bisogna vivere come i gigli dei campi, che non ammassano ricchezze e non si preoccupano del domani? Prendi e passa alla cassa prego!

    Toh! Guarda! C’è anche il “Saggio sulla ricchezza delle nazioni” di Adam Smith. Sì, quello che diceva che nell’economia di mercato c’è una “mano invisibile” che guida gli uomini, indirizzandoli ad un apparente egoismo nel perseguire i propri scopi (il benessere materiale personale), e che invece finisce per regolare armonicamente il tutto, creando un benessere diffuso. Peccato che forse Adam Smith avesse forse una scarsa conoscenza delle condizioni del proletariato inglese della sua epoca o di quello che accadeva nelle colonie di Sua Maestà britannica.

    Ma tu passa alla cassa e paga. Hai visto mai che la “mano invisibile” tocchi pure te?

    • Yupa says:

      Non m’azzarderei mai a immaginare un’eventuale “fine della Storia”, anche solo per tenermi ben distante da Hegel, e ancor più da certi suoi epigoni: la democrazia liberale come stadio ultimo del percorso umano la teorizzò Francis Fukuyama, non il tedesco.
      Penso piuttosto si debba dare maggior credito, almeno su questo, a un altro (post)hegeliano, quel Marx che tenne ben salda la distinzione tra fattori materiali e produzione ideologica, assegnando la priorità ai primi sulla seconda.
      In tal modo si capisce che, forse, nessuno si prese “tanto disturbo per uscire” dal Medioevo, quanto piuttosto fu il Medioevo che si esaurì da sé venuti meno i presupposti materiali che lo sostanziavano: non solo i marxiani “fattori di produzione”; il suggerimento marxiano va ampliato ad altri fattori, ma sempre materiali: il clima, la geografia, la tecnologia…
      Si badi bene, le mie sono impressioni da profano, forse affette da un certo fatalismo istintivo.
      Se davvero le idee su come dovrebbe essere il Mondo possano cambiare la Storia, be’, potrebbe anche essere. Forse sbagliando, io però continuo a pensare che quelle idee poco possono finché non si passa dalla spada alla polvere da sparo, o dall’operaio al robot; e che, per converso, le vecchie idee poco possono resistere quando il cambiamento materiale, frutto di processi automatici, preme alla porta.

      Poi, l’esistenza in sé di voci critiche sull’esistente, per quanto voci discutibili, distorte, superficiali, balzane e via così, non mi sognerei certo di definirla cosa negativa. Personalmente trovo che una voce in più, quale che sia, è sempre una ricchezza rispetto a una voce in meno. E questo vale anche, quindi, per la possibilità di criticare i critici dell’esistente, per scovarne l’eventuale velleitarietà, per verificare se e quanto le singole voci critiche siano efficaci rispetto ai fini che si propongono e, se non lo sono, perché non si pongano il problema.
      E qui devo notare che, be’, il libero mercato contemporaneo mostra una forza notevole nel saper assorbire e trasformare in merce, oltre che le trasgressioni più scandalose, che vengono via via normalizzate, anche le stesse critiche al mercato; una forza che mi pare tali critiche sottovalutino, o nemmeno considerano.
      E questa forza è un bene o un male? Sarebbe infinita la discussione in cerca di una risposta, e io non credo di poterne dare una.

      Ma per riprendere l’inizio del tuo commento, l’eventuale immodificabilità dello stato del Mondo dipende anche da quali caratteristiche delle fasi storiche si isolano per individuare cesure e continuità.
      Io di immodificabile, nelle vicende non solo umane, ma della vita stessa (o forse della materia), vedo la necessità di sottomettere e/o distruggere altri enti per garantire la propria confortevole sopravvivenza: e allora la domanda non è più se l’attuale sistema in cui viviamo sia o meno insuperabile, bensì quale sistema, nel corso della Storia, abbia garantite le possibilità migliori e gli spazî meno angusti per attenuare il meccanismo di distruzione reciproca di cui sopra. Anche in questo, ovviamente, ognuno può dare una risposta diversa.

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