Padroni della vita, padroni della morte

Chiunque conosca anche solo un po’ come funzionano i sondaggi sa benissimo che difficilmente ne esistono di neutri.
Per dire, basta impostare le domande in maniera diversa per ottenere risultati diversi, a volte molto diversi.

Non stupisce quindi che un sondaggio (fatto negli Stati Uniti) sull’eutanasia produca percentuali diverse con domande diverse. Stavo quasi per dire: con domande che descrivono la stessa cosa in termini diversi.
In realtà non è proprio così.
Ma vediamo le domande.
La prima chiede se si possa “permettere ai medici di terminare la vita di un paziente tramite un metodo indolore” (“allowing doctors to end the patient’s life by some painless means”), mentre la seconda se si possa permettere “ai medici di aiutare un paziente a commettere suicidio” (“doctors helping a patient commit suicide”).
Se ci atteniamo alle sottili distinzioni della bioetica, le due cose non sono proprio uguali, non solo come formulazione: la prima è una domanda sull’eutanasia, la seconda sul suicidio assistito.
Una volta tanto la wikipedia di lingua italiana spiega la differenza in maniera concisa e precisa: il suicidio assistito…

differisce dall’eutanasia per il fatto che l’atto finale di togliersi la vita – somministrandosi le sostanze necessarie in modo autonomo e volontario – è compiuto interamente dal soggetto stesso e non da soggetti terzi, che si occupano di assistere la persona per gli altri aspetti: ricovero, preparazione delle sostanze e gestione tecnica/legale post mortem”.

L’esito dell’operazione però è lo stesso in entrambi i casi: il paziente termina la sua vita, e lo fa grazie all’aiuto/intervento di un altro individuo, cioè il medico.
Ebbene, che percentuali mostra il sondaggio di cui sopra?
– Permettere ai medici di terminare la vita di un paziente tramite un metodo indolore (eutanasia): 70% degli intervistati favorevoli.
– Permettere ai medici di aiutare un paziente a commettere suicidio (suicidio assistito): 51% degli intervistati favorevoli.
Va aggiunto che la prima domanda menzionava anche che alla richiesta di eutanasia partecipano pure i familiari: ovviamente nel senso che dicono la loro sull’eutanasia del paziente, non che vogliono morirci insieme…

Ebbene, cosa si può trarre da questi risultati?
Quando si elucubra in libertà su singoli fatti come questi spesso lo si fa solo per confermare e ribadire le proprie opinioni preconcette: “Visto? Se la gente ha queste opinioni è perché la società va proprio nella direzione che pensavo! Lo dicevo io!”
Cosa poco utile, se non poco onesta.
Anche con questo rischio, provo comunque a fare un po’ di mie considerazioni.

Nella prima domanda, quella sull’eutanasia, in primo piano balza il potere del medico di terminare una vita altrui col proprio agire. Dietro consenso del paziente, certo. Ma è il medico che tiene le redini dell’operazione.
Inoltre si affianca il consenso dei familiari, che per quanto (si presume!) prossimi al paziente, non sono il paziente. La vita di lui “appartiene” parzialmente anche loro, ma solo affettivamente ed emotivamente.
La seconda domanda, sul suicidio assistito, rimette invece al centro l’azione del soggetto sulla propria vita, la possibilità che ne disponga interamente e direttamente (seppure con ausilio medico), anche rinunciandovi, anche contrariamente al parere di chiunque altro.
Ebbene, è la prima opzione quella che incontra più favore presso l’opinione pubblica.
Praticamente a me sembra che per la maggior parte della gente la cosa più importante è che un individuo in ultima istanza non debba decidere per se stesso su se stesso.
Questo ovviamente non significa necessariamente che non possa mai porre termine alla sua vita. Può farlo. Ma è più accettabile che lo faccia con la mediazione di un’autorità (il medico), che in quanto autorità riconosciuta dal potere pubblico incarna il (presunto?) volere collettivo; e se c’è il consenso dei familiari.
La vita dell’individuo è così parzialmente ostaggio del volere altrui.
Si può comprendere (come non si potrebbe?) che le necessità emotive dei familiari, di tenere i proprî cari su questa Terra, siano fortissime: ma devono tramutarsi in forza di legge?
(Poi, qui ci sarebbe da chiedersi perché limitarsi ai familiari, cioè ai legami biologici, alla mera condivisione di pezzi di cromosomi: perché un fratello dovrebbe avere più voce in capitolo di un amico intimo? Ma questo discorso porterebbe lontano…)

In ogni caso, credo che tutto ciò chiarisca come mai il dibattito su eutanasia, testamento biologico, fine vita, e situazioni analoghe, venga spesso schiacciato sulle condizioni dei malati terminali, o si perda in interminabili diatribe per stabilire quale sia una condizione biologica “veramente dignitosa”.
È chiaro che una gran maggioranza di gente ritiene si debba avere (o sia già evidentemente data) una definizione univoca, universale, sostanziale e vincolante di “dignitosità”, e che la vita indegna vada rintracciata nell’estremo deperimento biologico, nella disabilità gravissima, nella sofferenza fisica insopportabile, e che solo in queste condizioni sia comprensibile che un individuo voglia e chieda di terminare la propria vita.
Questo lo vedo confermato dalla beffarda supponenza con cui, spesso, ho sentito ribadire che chi decide di togliersi la vita in grave malattia non lo fa perché “solamente depresso”, la sua è una motivazione “vera”, non una motivazione che, noi, coloro che sanno, riconosceremmo invece come “fasulla” e quindi da non prendere in considerazione.
Ma io mi chiedo: perché una persona che soffre di depressione ma biologicamente sano (ma poi, cos’è la depressione se non uno stato neurologico ed endocrinologico, ovvero fisico? sempre che non si creda nell’esistenza dell’anima, ma allora si parla di fede…), perché chi soffre di depressione, nel caso in cui, per sai quale motivo, non riesca a togliersi la vita da sé, perché non dovrebbe poter chiedere aiuto ad altri, senza che questi ultimi siano poi incriminati per omicidio dalla legge e vituperati come mostri dalla pubblica canèa?
Solo perché la maggioranza della popolazione (o le minoranze che hanno peso e potere…) ha stilato a suo arbitrio una lista di condizioni di malattia abbastanza gravi da meritare l’accesso sereno alla morte? Escludendo così tutte le altre condizioni, ovvero riconsegnando, in tutti gli altri casi, le vite altrui in ostaggio a chi quella lista la può stilare?

E qui forse qualche ragione ce l’ha chi si oppone a ogni forma di suicidio, assistito o meno, e di eutanasia, perché paventa che una legalizzazione anche marginale comporterebbe una discutibile selezione a forza di legge tra cittadini degni e indegni di morire.
E in effetti pare questa sia la tendenza. Che poi origina da altra fortissima tendenza, spesso inavvertita, a proiettare le proprie esperienze, vissuti, affetti e valori, sulle esistenze altrui, e credere (o pretendere) che queste si debbano muovere in ordine a quelli; a non riuscire a concepire invece che, anche in situazioni radicali, le scelte, i vissuti e le esigenze altrui possano divergere dai proprî.
Ci sono individui che, anche in preda alle più orrende malattie terminali, vuoi per incredibile forza d’animo, vuoi per speranza incrollabile, vuoi per fede religiosa, vuoi per chissà quali impescrutabili motivi (ma hanno poi importanza i motivi?), resistono e non rinunciano alla vita: è un loro diritto, e onore alla loro forza, e abbiano tutto il sostegno della scienza medica. C’è chi, col corpo pienamente in salute, e senza disgrazie economiche o d’altro tipo, giunge alla conclusione che il proprio destino è la morte, e anche qui i motivi non contano: perché questa decisione dovrebbe avere meno valore, dovrebbe venir bollata come fasulla, inconcepibile, impossibile, da correggere?
Tuttavia gli oppositori a eutanasia e simili restano nel torto perché, fatto salvo l’inevitabile gioco di convincimenti e dissuasioni che opera sempre quando l’individuo decide delle cose della propria vita (e qui della propria morte) in interazione con altri e con l’ambiente, la selezione tra degni e indegni di morire in àmbito eutanasico non si traduce in costrizioni nazisteggianti per sopprimere gli individui indesiderabili a prescindere dalla loro volontà. Tutt’altro.
Togliere la vita da parte di un’autorità a chi non lo richiede e non lo desidera non si chiama eutanasia, non si chiama suicidio assistito. Ha già un suo nome: si chiama pena di morte.

Solo espandendo il diritto a disporre integralmente della propria vita in qualunque condizione e in qualunque circostanza, in salute e in malattia, a prescindere da opinioni e punti di vista altrui, sarà superato e sciolto il rischio che siano decisioni d’altri a togliere la vita all’individuo.

Forse non è un caso se l’accettazione progressiva di eutanasia e simili stia procedendo di pari passo con l’abbandono da parte degli Stati della pena di morte.
E sarebbe interessante, davvero, verificare quanto spesso invece coincidano, negli individui, l’accettazione della pena di morte e il rifiuto dell’eutanasia legale.

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