Adolescenti sino a 25 anni?

 È ormai da qualche anno che in rete ogni tanto noto commenti (o anche articoli: il più recente è questo) secondo cui l’adolescenza durerebbe sino a 25 anni o giù di lì, cioè sarebbe attorno a quell’età che si raggiunge la “maturità” (qualsiasi cosa significhi questa parola: personalmente a me spesso sfugge).
La questione non sarebbe sociale, ma fattuale, neurobiologica: ci sarebbero dati scientifici secondo cui è intorno ai 25 anni che terminerebbe lo sviluppo della corteccia prefrontale, la parte del cervello deputata alle gestione delle scelte.
Non ho letto gli studî in questione. So che molto spesso, quando le ricerche scientifiche si diffondono nella coscienza comune dopo essere state travasate e filtrate dai media generalisti non è raro che a quel punto siano ormai qualcosa di molto diverso dall’originale. Non per eventuali complotti, ma per una mera mutazione (e semplificazione) spontanea dell’informazione lungo i diversi passaggi.
Soprattutto, a questo punto contano meno i fatti stabiliti dalle ricerche scientifiche, e molto di più le conseguenze normative che se ne vogliono trarre, il lato da cui si tenta di tirare la coperta, il modo in cui ci si appella ai fatti per distribuire il potere all’interno della società.

 L’idea dell’adolescenza sino a circa 25 anni l’ho vista tirare in ballo per difendere e richiedere eventuali limitazioni delle libertà individuali.
Dopotutto, attualmente, l’adolescenza in quanto minore età è vista soprattutto come un’età di (presunti?) limiti di fatto ed effettive limitazioni per legge. Affermare che l’adolescenza prosegue sino a 25 anni (lo dice la scienza!) implicherebbe estendere limiti e limitazioni sino a quell’età.
Bisognerebbe quindi alzare la maggiore età, e i riconoscimenti legali a essa connessi, sino a 25 anni? Devono diventare i 25 la nuova maggiore età?

L’idea è che, prima di permettere agli individui di compiere le proprie scelte, si deve attendere che il cervello sia sufficientemente sviluppato allo scopo. E fino a 25 anni non è così. Quindi fino a 25 è lecito, se non opportuno, che la possibilità di scelta venga legalmente limitata, o comunque posta sotto sorveglianza.
Il ragionamento è apparentemente semplice e corretto, ma presenta un’enorme falla.
Per capirlo bastano dei paragoni con altri àmbiti di sviluppo individuale diversi da quello della capacità di scelta.
Ad esempio lo sviluppo linguistico.
Immaginiamo un ragionamento del genere: per far imparare al bambino a parlare si deve prima aspettare che il suo sviluppo linguistico sia giunto al termine.
Oppure lo sviluppo muscolare: per far fare sport al bambino, o anche solo attività di movimento, si deve prima attendere che lo sviluppo muscolare sia giunto al termine.
Non serve una grande fantasia per capire che in questo modo non si otterrebbe sviluppo alcuno, ma solo bambini e quindi adulti con grossi problemi linguistici e motorî.
L’individuo si sviluppa interagendo con l’ambiente, ed è così che si costruiscono le sue capacità, i cui diversi esiti  non sono integralmente già dati nella materia di base.
Sembra ormai stabilito che si nasce con la capacità di apprendere il linguaggio e una lingua. Ma in assenza di interazione con l’ambiente questa capacità resta inattiva; non solo: se entro una certa età non è mai stata sollecitata ed esercitata, rischia di restare castrata per sempre.

Riguardo all’apprendimento linguistico sono cose che chiunque ammetterebbe, ma riguardo alla capacità di scelta mi sembra non ci sia altrettanta disponibilità. Anzi, tutt’altro.
Perché?

Si nasce con la capacità di imparare qualsiasi lingua umana ma, nella stragrande maggioranza dei casi, se ne impara una sola; e apprendere una seconda lingua in età adulta richiede tempo e fatica, e l’esito non è scontato. Il cervello oppone una resistenza ignota in età infantile.
Se già la lingua è spesso veicolo di appartenenza identitaria, qualcosa che si trasmette unicamente tramite l’inculturazione lungo le generazioni, lo stesso vale per quali scelte si impara a compiere o rifiutare, cioè per le scale di valori; anzi, le scale di valori sono ancor più fondamentali nel sostanziare l’indentità collettiva: la lingua è mero simbolo arbitrario di appartenenza, mentre le scelte e le scale di valori strutturano la convivenza concreta degli individui e i modi in cui il potere si distribuisce tra gli stessi e tra i sottogruppi che formano i grandi gruppi umani.

Quel che si gioca nell’idea di estendere l’adolescenza sino a 25 anni non è la capacità degli individui di portare a termine le proprie scelte, ma la possibilità di controllare, da parte di chi gestisce lo sviluppo altrui, quali scelte debbano essere inculcate e quali no.
Qui si può capire l’ambiguità della parola “maturità”, o del concetto di “fare le scelte giuste”.
In senso neutro si potrebbero intendere come la capacità di valutare i mezzi rispetto ai fini, cioè di scegliere i mezzi più efficaci per raggiungere i proprî fini, quali essi siano; ma in senso normativo significa scegliere quei fini che altri ritengono doverosi, significa attenersi al lecito e all’illecito collettivamente definiti.

La distinzione tra fini leciti e illeciti viene solitamente inquadrata nella (e giustificata con la) necessità di rispettare un presunto sviluppo naturale che tenderebbe verso determinati fini e non altri.
Si ipotizza cioè che gli individui abbiano uno sviluppo endogeno, indipendente dall’ambiente, e che l’ambiente anzi tenderebbe a deviare e corrompere; lo sviluppo spontaneo andrebbe protetto da influenze esterne, nocive in quanto tali, in quanto esterne.
Un esempio classico è quello dell’orientamento sessuale: determinate concezioni religiose o psicologiche presumono che se lo sviluppo individuale seguisse il suo corso “naturale”, saremmo tutti necessariamente e unicamente attratti da invidui umani dell’altro sesso, possibilmente a scopo riproduttivo; variazioni nell’oggetto del desiderio o un differente uso della sessualità (a fine ludico, genericamente affettivo o altro) o un disinteresse per la sessualità sarebbero frutto di influenze esterne che avrebbe deviato e danneggiato il corretto sviluppo dell’individuo. Influenze esterne che devono essere evitate, e che esigono quindi una sorveglianza sull’individuo.

Il mito dello sviluppo endogeno viene evocato ogni qualvolta ci sia il rischio che in una società si diffondano pratiche, idee, messaggi, abitudini contrarî a quelli dominanti, o a quelli ritenuti “sani” e “giusti” dai gruppi dominanti.
Che maschî e femmine si debbano comportare in modi diversi o uguali, che a una certa età certe cose non si facciano e a un’altra sì, mentre alcune cose sono accettabili sempre oppure mai, che si possano o debbano scoprire o coprire determinate parti del corpo, in pubblico o in privato, che verso la Morte siano leciti determinati atteggiamenti e non altri… tutte queste cose e molte altre, a seconda dei momenti vengono ritenute come culturali o naturali, quando nella stragrande maggioranza dei casi sono incapsulate nell’apparato di comportamento dell’individuo tramite una fitta e costante interazione con l’ambiente; oppure, tramite lo stesso processo, disattive e frenate in quei casi, comunque non rari, in cui la loro origine sia biologica.

La necessità di mantenere (e soprattutto giustificare) un controllo forte sullo sviluppo degli individui impone di non legittimare troppo il relativismo, o di non legittimarlo affatto, cioè di tenere ben fermo il mito dello sviluppo endogeno.
Per questa ragione società come quelle in cui attualmente viviamo ben accolgono l’idea che gli individui vadano “protetti” il più a lungo possibile per evitare che sviluppino la capacità di operare scelte in ambienti e modi non controllati da istituzioni e regole formali o, meglio, in maniera libera.
Si tratta di società, le nostre, in cui nell’ultimo secolo e mezzo circa si sono imposte gigantesche istituzioni per la formazione standardizzata e uniforme di milioni di individui: la scuola, la leva obbligatoria, la famiglia nucleare, i mass media concentrati e verticali.
Tuttavia questo paradigma entra in grossa crisi nel momento in cui i media si frantumano prima con l’avvento delle televisioni private, poi con la rete informatica globale e sullo sfondo dell’individualismo consumistico; ancor più nel momento in cui società relativamente omogenee in quanto a norme culturali più generali devono affrontare consistenti flussi migratorî da culture lontane dotate di scale di valori anche radicalmente diverse.

In questa contingenza, la necessità di un maggior controllo sulla formazione degli individui favorisce una diffusa accettazione del mito dello sviluppo endogeno per giustificare la sottrazione degli individui ad ambienti non controllati e non standardizzati.
Per questa ragione si ritiene che (diversamente dal modo in cui si impara a parlare) la capacità di compiere scelte possa svilupparsi in maniera naturale, spontanea, automatica, a patto che sia preservata da eccessive interazioni col Mondo.
Un’artificiosità specifica viene spacciata come naturale per giustificarne la necessità, e respingere le artificiosità concorrenti e incontrollate.
Tuttavia, in mancanza di un accordo su quale sia l’inculturazione “giusta”, mancanza inevitabile in una società che si voglia equamente multiculturale, manca anche la possibilità di riempire in maniera sostanziale questo sviluppo controllato.

Il paragone con lo sviluppo linguistico può di nuovo aiutare a capire in maniera più chiara cosa intendo.
Immaginiamo una società in cui si ritenga che gli individui sviluppino automaticamente (naturalmente, spontaneamente) le proprie capacità linguistiche senza alcuna interazione con l’ambiente; e che anzi questo sviluppo, durante il suo decorso, non vada disturbato con l’interazione con una lingua specifica, e che solo al suo termine sia lecito chiedere all’individuo, come scegliendola da un menù, quale lingua adottare come propria.
Immaginiamo una società in cui nello stesso territorio vivano cinesi, arabi, anglofoni, e quant’altro; in cui i bambini vengano sottratti alle famiglie alla nascita, e quindi accuditi da adulti a cui sia strettamente vietato parlare coi bambini, per evitare che una delle diverse lingue del territorio contamini la loro crescita linguistica, cioè non “imponga” loro una lingua piuttosto che un’altra; e che solo una volta arrivati a… quanto? cinque anni? otto? dieci? di più?… che solo a questo punto si chieda loro: “Ora che il vostro cervello si trova nell’età adatta per parlare correttamente una lingua, e che la vostra preferenza non è condizionata da una lingua particolare con cui siete cresciuti, e quindi è una scelta libera, quale scegliete?”
Il fatto che non sia nemmeno possibile porre questa domanda, perché i bambini, cresciuti in regime di privazione linguistica non la capirebbero, dimostra l’assurdità della cosa.
 Dimostra come sia un mito l’idea che la libertà dell’individuo derivi dal sottrarlo da (presunte) influenze che ne alterino lo sviluppo verso direzioni indesiderate (ma indesiderate da chi, poi?).

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