Meglio non essere mai nati?

ArtofSuppression

David Benatar
Better Never to Have Been – The Harm of Coming into Existence
Oxford University Press, USA, 2008 (256 pp.)

Meglio non essere mai nati, dice il sudafricano Benatar.
Lo fa con un solido (almeno nell’intento) libro di filosofia analitica, non con piagnistei di stampo continentale sul destino rio che opprime le umane genti.

Attenzione, però.
Il titolo può trarre in inganno: il libro non vuole difendere il suicidio, che considera solo incidentalmente, bensì promuovere l’antinatalismo.
Benatar distingue difatti tra vite degne d’essere vissute e degne d’essere iniziate; e fa notare come la distinzione sia già patrimonio del pensiero comune: molti scelgono di continuare a vivere anche con gravi menomazioni, ma altrettanti esiterebbero a mettere al mondo figli con le stesse identiche.
Benatar parte da qui per cercare di dimostrare razionalmente che è dovere morale non mettere al Mondo nessun essere umano (anzi, nessun essere cosciente) perché esistere è comunque un danno rispetto al non venire all’esistenza.
Vivere è un male e prevenire è meglio che curare.
Il ragionamento non è nemmeno troppo complesso: per Benatar esisterebbe un’asimmetria tra chi esiste e chi non esiste rispetto ai beni e ai mali; in particolare chi non viene all’esistenza evita i mali, e questo è un bene, ma non sarebbe un male che in tal modo sia anche privato di possibili beni. Lo dimostra anche il fatto, secondo l’autore, che comunemente non si considera un dovere portare alla luce chi potrebbe godere di molti beni; proprio perché tale privazione non è un male.
La conclusione è che sarebbe sempre meglio evitare di portare all’esistenza nuovi individui: tanto, non esistendo, non ci perderebbero nulla, proprio perché non esistono; mentre esistendo, subirebbero comunque dei danni, per piccoli che siano.

Benatar concede che si possa comunque operare dei bilanci tra i beni e i mali di una vita, e che potrebbe essere accettabile portare all’esistenza individui la cui vita contenga più beni che mali.
Tuttavia ritiene che di norma la vita sia molto peggio di quanto si creda. Questa è la parte più debole del libro, tra l’altro una parte piuttosto ampia, in cui ricorre ad argomenti psicologici di dubbio valore (come del resto tutti gli argomenti psicologici): secondo Benatar, che parla di “sindrome di Pollyanna”, chi afferma di essere soddisfatto della propria esistenza s’inganna e non ha un giudizio obiettivo sulla quantità di mali da cui essa è affetta. Come si possa parlar di mancata obiettività rispetto ai mali e ai beni della propria vita, a me sfugge.

Mi stupisce poi che Benatar non consideri, se non di sfuggita, un argomento che personalmente considero molto forte contro la moralità dell’esistere, ovvero non il danno che si provoca a sé stessi bensì ad altri, umani o animali che siano.
Piaccia o meno, già il mero sussistere di un essere vivente riposa sulla distruzione e la consumazione, spesso condotti con elevati livelli di sofferenza, di altri viventi, e in numero non piccolo. Pare pure che tra tutte le specie viventi l’essere umano sia l’unico a porsi il problema su come sopravvivere senza far troppo male ai suoi simili e ad altri esseri viventi, e questo solo in tempi relativamente recenti… e non nemmeno è chiaro con quanto successo concreto.
Mettere al Mondo un nuovo individuo forse significa, come dice Benatar, produrre qualcuno che subirà inevitabilmente dei danni; a me sembra ben più certo che il nuovo venuto di danni ne produrrà ad altri, che lo si voglia o meno. E non so fino a che punto questi danni possano davvero venir ridotti in maniera accettabile.
Da questo punto di vista forse, sì, corpi celesti d’assoluto silenzio come Mercurio o Plutone potrebbero esser visti come “migliori” rispetto alla sanguinosa Terra.

Se per Benatar mettere al mondo figli è sempre un torto nei confronti degli stessi, non invoca tuttavia leggi draconiane e coercitive che impongano sterilità o aborti universali.
Il suo è più che altro un appello morale all’estinzione volontaria dell’umanità, possibilmente operata per gradi, in modo da garantire meno sofferenza possibile agli ultimi uomini che, soli e privi di sostegno, avrebbero l’impegno di segnare la parola fine sull’ultima pagina della nostra specie.
A muovere Benatar non è l’anelito “misantropico” di certa ecologia, quella che sostiene che l’uomo sia talmente dannoso per l’ambiente che sarebbe meglio eliminarlo dalla faccia della Terra; bensì, dice, un intento “filantropico”: cessare la riproduzione umana per salvare dal danno dell’esistere le possibili future generazioni.
Tuttavia Benatar in più punti afferma come esistere sia un danno non solo per gli esseri umani, ma per tutti gli esseri viventi in grado di avere un grado minimo di percezione dell’esistere, cioè, pare di intendere, anche determinate specie animali.
Se il suo è un appello benintenzionato, non è chiaro perché l’uomo dovrebbe egoisticamente avvantaggiarsi della possibilità dell’estinzione volontaria, abbandonando a se stesse tutte le altre specie animali, che prolificherebbero come sempre hanno fatto, portando in tal modo all’esistenza, e quindi danneggiando, la propria prole.
Forse Benatar non tocca questo punto perché, a suo dire, se esistere è un male, ritiene che pure uccidere lo sia. Benatar non vuole esaltare l’omicidio, tutt’altro. L’unico mezzo lecito per evitare il male d’esistere è non creare nuovi individui. Eventuali sterminî di massa privi del consenso degli interessati li ritiene moralmente errati.
Tuttavia, dico io, a differenza dell’uomo, gli (altri) animali, restano totalmente in balìa dell’esistere. Sarebbe quindi interessante sapere se, secondo Benatar, sarebbe lecita, oltre all’estinzione volontaria della specie umana, anche una concomitante generosa opera di sterilizzazione totale del pianeta Terra.
Magari sbaglio, ma forse è la sua spiccata prossimità a tematiche tipiche dell’animalismo che lo tiene alla larga da simili conclusioni.

Trovo infine curioso che non prenda in considerazione la seguente possibilità.
Per Benatar uno dei maggiori problemi dati dall’esistere è la sofferenza. A tratti ne sembra quasi ossessionato.
Ebbene, l’Universo è tutto tranne che piccolo, e altrettanto è vasto l’arco del Tempo (e teorie minoritarie ritengono che entrambi potrebbero essere addirittura infiniti). Se l’esistenza di creature coscienti è, come afferma, Benatar, un danno per le stesse, l’eventuale estinzione volontaria della specie umana quanta differenza può fare sul totale dell’Universo, dei miliardi delle sue galassie e dei miliardi e miliardi di pianeti che possiamo immaginare carichi di vita, ovvero, dal suo punto di vista, di danno e sofferenza?

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