osservatorio censura (e affini)

Ho deciso di aprire un nuovo blog: osservatorio censura (e affini).
Sono ormai anni che seguo notizie sulla libertà d’espressione e i tentativi di reprimerla, notizie che ricavo quasi esclusivamente da siti di lingua inglese.
Ho valutato che sarebbe un peccato non fornire anche al pubblico italiano tale messe di notizie. Il nuovo blog le presenta in forma stringata, veloce, e (si spera?) a getto continuo…
Si tratta di notizie che provengono da tutto il Mondo, senza sottilizzare o distinguere tra censura “giusta” o “sbagliata” o “questo non è censura”: la censura è censura, in ogni caso, chiunque colpisca e ovunque, in nome di qualunque causa.
Spero dunque di fornire un servizio utile e gradito e, perché no?, a contribuire, anche se in miniera minimale, alla libertà d’espressione nel Mondo.

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Vietare il (neo)nazismo?

Nelle scorse settimane in Germania è partito un tentativo (e non il primo) per mettere fuorilegge il Partito Nazionaldemocratico Tedesco (NPD), partito di estrema destra, considerato erede del nazismo. Attualmente il partito non ha alcun seggio nel parlamento federale.
In Grecia pare che Alba Dorata, partito di estrema destra anch’esso considerato neonazista, abbia attualmente un consenso intorno al 15%. Si è anche discusso se sia il caso di metterlo fuorilegge, ma la discussione è rimasta tale. Intanto c’è chi afferma che il partito abbia diverse connessioni con membri delle forze dell’ordine.
In Italia, tra un mese, si celebrerà la giornata della memoria. Come già l’anno scorso, si faranno più forti le richieste perché anche il paese in cui viviamo si doti di una legge contro il negazionismo.

Vietare il nazismo e le sue filiazioni per legge? Cioè, vietarne le idee, le parole, le associazioni di persone che le esprimano pubblicamente?

Auspicare che in società formate da decine di milioni di persone, con idee d’ogni tipo, non ci sia neanche un ammiratore di Hitler è pura utopia. Che ce ne siano alcune decine, centinaia, o anche qualche migliaio sarà comunque inevitabile.
Restano pur sempre minime frazioni del totale.
E finché restano tali, lo Stato avrà tutto l’agio di perseguitarli con la massima forza, perché il piccolo numero oppone scarsa resistenza.
Ma saranno persecuzioni inutili, proprio perché il piccolo numero, specie se composto da individui socialmente marginali, non riuscirebbe comunque a diffondere con efficacia le proprie idee.
La facilità con cui lo Stato ottiene dall’opinione pubblica il nulla osta alla repressione degli estremisti comprova come questi ultimi abbiano davvero poche possibilità di imporsi alla società.
Quando il neonazismo è ultraminoritario e perseguitarlo è facile, in realtà non occorrerebbe farlo, perché non è una minaccia.
Quando il neonazismo comincia ad acquistare consistenza, il tentativo di vietarlo diventa inutile in un altro senso: è un tentativo inefficace.
Ci si può provare, non ci si riesce.
Una volta che la corrente s’è ingrossata, arginarla è sempre più difficile, e anzi si rischia di farle accumular pressione e rendere ancora più difficile il contrasto. A questo punto il neonazista potrà riconfermare al pubblico la propria tesi, cioè che l’elite malvagia (la casta corrotta asservita ai poteri finanziarï) vuole fermare con mezzi repressivi la giusta rabbia popolare.
La repressione di un estremismo che ormai dilaga nell’opinione pubblica, e che di solito dilaga per lo scollamento tra chi governa e chi è governato, non fa che aumentare questo scollamento, e quindi alimenta l’estremismo, lo legittima.

Ma soprattutto, questo tipo di repressione è una cura che vorrebbe guarire la malattia colpendo i sintomi e ignorando le cause.
È una porta chiusa quando i buoi sono scappati.
Se un partito neonazista si afferma con tanta forza proprio in Grecia non è un caso. Serve dire il perché?
Se la Grecia non fosse precipitata in un baratro economico e sociale (qualunque siano i motivi per cui c’è finita), Alba Dorata rimarrebbe un partitello marginale, interessante tutt’al più per l’umorismo involontario di certe proposte (come quella di “liberare Constantinopoli dai Turchi”).
Una volta creatasi il terreno (economico e sociale) che permette all’idea neonazista di germogliare e prosperare, metterne fuorilegge le parole o gli scritti, o le associazioni che vi si rifanno, servirà a poco o niente.
Metti fuori legge un partito neonazista e sùbito nascerà una nuova formazione che, in maniera più cammuffata e calcolata, ne proseguirà le gesta.
Dopotutto, lo stesso Hitler finì più volte dietro le sbarre delle prigioni tedesche. Dieci anni dopo era al potere in Germania, e il resto è noto.

Ovviamente si parla di idee, parole, scritti e associazioni.
Gli atti violenti dei neonazisti dovrebbero essere perseguiti. Ma come tutti gli altri atti violenti, né più né meno. Così come dovrebbero esserne libere le idee, come tutte le idee, né più né meno.
E personalmente apprezzo poco uno Stato che, senza incontrare opposizione alcuna, ma giubilo compiaciuto da parte di pubblico e opinionisti, può e riesce a schiacciare le idee, le parole e le associazioni di quelle che vengono viste e presentate come “spregevoli minoranze”.
È una pratica politica che, se posso dirlo, i nazisti originali sapevano fare benissimo.

Cose turche (e armene)

Quattro pensieri sulla disputa Turchia-Francia, a proposito della criminalizzazione messa in opera da quest’ultima contro chi negherà il genocidio armeno (o presunto tale, appunto per chi lo nega), secondo una legge in approvazione per il prossimo anno (2012).

1)
La definizione di genocidio è tutt’altro che pacifica, gli stessi storici ne dibattono.
C’è il problema della scelta dei parametri (morti, deportazioni, coinvolgimenti delle istituzioni, stato di guerra, risposte delle vittime, tempi di svolgimento, ecc.) e le soglie degli stessi.
Una volta stabiliti parametri & soglie, resta difficile capire se una situazione specifica vi corrisponda o meno.
Per dire: in quel terribile garbuglio che sono stati i conflitti dell’ex Jugoslavia di circa vent’anni fa, dove si fermava la guerra “normale” e dove cominciava il genocidio, o gli eventuali tentati genocidî? La progressiva e imponente contrazione demografica (e disgregazione culturale) dei cosiddetti nativi americani in seguito all’avanzata della frontiera degli Stati Uniti, calo avvenuto nel corso di secoli, possiamo chiamarlo genocidio? Si può parlare di genocidî per epoche in cui tale concetto era assente? E così via.
Non sono problemi semplici. La possibilità di dare una definizione inoppugnabile di “genocidio” è pari a quella di altri concetti storici quali “rivoluzione”, “progresso”, “invasione”, “terrorismo”, e tanti altri, dove giocano più le interpretazioni che i fatti.
Non è facile ma nemmeno impossibile stabilire quanti individui siano morti e dove in un determinato arco di tempo e a opera di chi. Molto di più se per quei morti si tratti di genocidio, o “semplice” strage, o atto di guerra, o esito involontario di altre (pur discutibili) politiche, e così via.
Ma soprattutto: le difficoltà di stabilire e poi applicare dei parametri per individuare i genocidî sono sin dall’inizio intrecciate con le (volute o meno, poco importa) implicazioni politiche del presente rispetto al modo in cui si scrive la Storia del passato, prossimo o remoto.
La definizione e l’individuazione dei genocidî è di per sé opera molto meno neutrale di quanto si vorrebbe o di come viene proposta.

2)
Si capisce quindi perché è poco sensato operativamente (mancanza di criterî oggettivi) e discutibile moralmente (implicazioni politiche attuali) affidare alle leggi dello Stato e alla giustizia dei tribunali la definizione di cosa sia genocidio, e la punizione per chi neghi i fatti storici su che il potere statale riconosce di volta in volta come tali, su cui appone questo bollino di speciale protezione rispetto al dibattito pubblico.
Lo Stato andrebbe ad affermare che su determinati (e non su altri) sanguinosi fatti del passato la sua è l’ultima parola, rispetto cui la ricerca storica e le opinioni individuali non possano e non debbano avere più nulla da aggiungere, obiettare, rivedere.
E come già detto al punto uno: il problema non sta tanto (o solo) dal lato dei fatti, ma primariamente da quello dell’interpretazione.
Molte delle leggi contro i cosiddetti negazionismi non colpiscono, come si potrebbe credere, solo coloro che negano che determinati fatti siano avvenuti, ma anche determinate interpretazioni degli stessi, cioè quelle che sono definite cme “giustificazioni o minimizzazioni”.
Uno storico potrebbe ammettere che, cent’anni fa, l’allora governo Turco fu responsabile della morte di centinaia di migliaia di armeni, ma al contempo potrebbe negare, sulla base di determinate argomentazioni (stato di guerra, situazione non asimmetrica, mancanza di obiettiva volontà politica sterminazionista), che si tratti di genocidio, nel senso tecnico del termine.
La posizione ufficiale turca sulla questione armena è in effetti questa: sono avvenute deportazioni e morti, ma non tali che si possa parlare di genocidio.
Questa posizione del governo turco è sbagliata nel merito e moralmente ripugnante? Può essere. Io non sono uno storico: so pochissimo di quei particolari fatti, non avrei quindi modo di giudicare. Al massimo potrei farmi un’idea vaga. O fidarmi di determinati storici, o di altri, o tener conto della presenza d’opinioni divergenti. Oppure constatare la presenza di un consenso stabilito, e quindi ancora interrogarmi se sia fondato o meno. Eventualmente sollevare i miei dubbî al proposito. E così via.
Ma appunto: di problemi di questo tipo dovrebbero occuparsene storici e studiosi, rispondendo eventualmente alla propria coscienza o alle obiezioni e i dubbî del pubblico generico, ma non ai governi, agli Stati, ai tribunali.

3)
Immaginiamo se, intorno al 2080, la Finlandia stabilisse per legge che è reato negare il genocidio rwandese del 1994.
Cambierebbe qualcosa per le centinaia di migliaia di persone morte in Africa, un evento che allora risalirà a generazioni addietro?
Tanto per capire quanto sia grottesco che un governo, quello francese, legiferi oggi su fatti avvenuti a migliaia di chilometri e quasi cent’anni di distanza.
Ovviamente le implicazioni, come già detto sono altre: le implicazioni della politica-spettacolo dello Stato forte che “combatte il razzismo” e “sta dalla parte delle vittime”, operazione in questo caso a costo minimo, trattandosi di fatti di quasi un secolo fa e d’un altro continente; le implicazioni dei rapporti internazionali (Turchia-Europa; “Oriente”-“Occidente”), un gioco delicato che si muove anche, com’è sempre avvenuto, dietro al codice cifrato dell’appropriazione statale di pezzi di Storia.
La legge che punisce il genocidio ormai dimenticato è come il monumento posto al confine della Grande Guerra, è come la corona d’alloro lasciata ai “caduti della patria”, è come la mostra celebrativa dei popoli sterminati in quelle che ora sono ex colonie, è come il film educativo proiettato nelle scuole su cui poi scrivere un bel tema in classe pieno di pensiero edificanti e di fratellanza per l’umano genere, quelli che il docente vuol sentirsi dire.
Con la differenza che monumenti, corone d’alloro e mostre varie costano, ma almeno non servono a far scattare manette per reati d’opinione.
E poi c’è la questione dei risarcimenti, ineludibile nella temperia odierna, in cui la vittima è sacra e tutto le è dovuto. Un governo che riconosca la responsabilità dei suoi predecessori in genocidî o simili si rassegna a spalancare la porta a parenti e, in questo, discendenti, pronti a chiedere compensazioni. Cospicue compensazioni, com’è regola del caso.
E qui mi chiedo: ha davvero senso che un individuo riceva tanto denaro o beni da poter permettersi di non lavorare per il resto della propria vita per fatti, per quanto deplorevoli, subiti dal nonno o dal bisnonno, parenti che magari non ha nemmeno mai conosciuto?
Forse converrebbe anche a me lanciarmi sùbito alla ricerca di qualche antenato perseguitato…

4)
La controparte della Francia che vuole vietare il negazionismo del genocidio armeno non è la Turchia che non riconosce tale genocidio.
La controparte è il famoso (o famigerato) Articolo 301 del codice penale turco che punisce gli insulti alla Turchia o a tutto ciò che è turco.
Ne è il complemento, opposto nei contenuti ma uguale nello spirito, nelle origini, negli obiettivi.
Si tratta in entrambi casi di leggi secondo cui il potere pubblico debba e possa avere la prima e ultima parola su questioni di opinioni e interpretazioni, storiche e non.
Si tratta, fondamentalmente, di leggi che stabiliscono reati d’opinione, di leggi che si giovano degli strumenti coercitivi della forza pubblica, strumenti reali, attuali e presenti, usati contro rischî paventati e incerti di violenze future (il razzismo, la disgregazione nazionale), attraverso la chiusura d’autorità di eventuali dibattiti su violenze del passato lontano, se non remoto.
Si tratta di leggi non dissimili, anzi, identiche nello spirito a quelle sul vilipendio alla bandiera, sulla lesa maestà, o su bestemmie e blasfemia laddove le religioni piegano al proprio servizio il potere pubblico.
E non stupisce giungano da paesi, Francia e Turchia, dove particolarmente forte, all’origine, storicamente e ancora oggi, è l’idea moderna che lo Stato sia e debba costituire una religione civile, fatta di altari, simboli, cerimonie, atti di fede pubblici e pubblici sacrifici.

Index librorum venetorum prohibitorum

Dunque, tutta la faccenda di Battisti in esilio, Battisti da far rientrare in Italia, Battisti l'omicida latitante o l'eroe perseguitato, e il Brasile che non capisce l'esigenza italiana di giustizia o il Brasile che resiste all'Italia fascista (a seconda delle versioni), io tutta 'sta faccenda non l'ho punto seguita, se non addocchiando qualche titolo sui siti dei quotidiani.
 Bene. Detto questo, però, la faccenda dei libri degli "amici di Battisti", libri da espellere dalle biblioteche, su questa mi sono interessato già di più.
In fondo è anche semplice.
Nel 2004, quando Battisti (se non sbaglio) si trovava ancora in Francia, viene sottoscritta una petizione a sua favore, ed è firmata anche da diversi scrittori. Nomi di varia portata, tra cui i più noti immagino siano Valerio Evangelisti e Tiziano Scarpa.
Sono scrittori, e gli scrittori scrivono libri, e i libri stanno nelle biblioteche. Tra le biblioteche ce ne sono anche di pubbliche, anzi, lo siano
la maggior parte immagino.
Ora, nel 2011, salta fuori la richiesta, da parte di due individui, tra cui un consigliere comunale di Martellago (VE), tale Paride Costa, di rimuovere i libri dei suddetti scrittori firmatarii dalle biblioteche pubbliche e scolastiche della provincia di Venezia.
L'assessore alla Cultura della Provincia di Venezia con delega alla Biblioteche, Raffaele Speranzon, accoglie l'iniziativa con favore, e annuncia che "come consigliere comunale a Venezia, presenterò una mozione perché Venezia dia l'esempio per prima".

 Ora, preciso che la notizia non è una bufala, né è gonfiata dai media, come invece in molti altri casi avviene.
Chi ha un account Facebook può verificare sulla pagina di Paride Costa, la cui bacheca è accessibile a tutti.
Ma già il Gazzettino, quotidiano del Nord-Est, pubblica la lettera con cui si chiede la rimozione dei libri dalle biblioteche. Disponibile alla lettura di tutti.

Ora, da parte mia: una domanda, e una considerazione.

La domanda.
Ma davvero in Italia consiglieri comunali e assessori che si alzano la mattina e decidono di buttar fuori delle biblioteche il tal libro, qualunque sia il motivo, hanno il potere di farlo?
Immagino che molti si perderanno a discutere sui motivi e i libri e gli scrittori di questo caso specifico, discussione che secondo me va completamente fuori strada.
Oppure, ancora, si scandalizzeranno per la scarsa cultura democratica mostrata da consiglieri e assessori di cui sopra. Qui siamo già più vicini al bersaglio. Ma il punto, ripeto, è chiedersi se consiglieri e assessori abbiano o meno questo potere effettivo; e, nel caso ce l'abbiano, se ci siano mezzi per contrastarlo, e quali.
Il mio sospetto forte è che in realtà qui sia all'opera una tecnica politica usata e abusata da tutti, a tutti i livelli e in tutti gli schieramenti, da Berlusconi a Beppe Grillo con tutto quel che c'è in mezzo.
Ovvero: sparare una proposta che si sa liscerà il pelo i proprio seguaci, e indignerà quelli avversari; ma soprattutto, proposta che si sa essere irrealizzabile.
Intanto si fa un po' di rumore e si ottiene qualche minuto di riflettore sul sempre convulso palco mediatico-politico. E poi, quando l'irrealizzabile proposta verrà cassata, si potrà frignare d'esser vittime del sistema cattivo, della burocrazia, del buonismo, della magistratura, della politica politicante, dell'opposizione, del governo, ecc ecc.
Un ottimo sistema per sgomitare, urlare "Ehi, ci sono anch'io!", ma senza assumersi alcuna responsabilità concreta.
Poi, certo, magari Costa e Speranzon credono davvero di poter bandire libri dalle biblioteche pubbliche a loro piacimento solo perché siedono sulla poltrona di comune e provincia. E allora c'è da intristirsi.
 Oppure, magari, questo potere ce l'hanno effettivamente; non credo sia così, ma se lo fosse ci sarebbe da inquietarsi un po'.

La considerazione.
Visto che ho usato il termine "vittime".
Sempre sul Gazzettino, il primo articolo che riporta la notizia è stato anche aperto ai commenti. Ne ha raccolti più di 170. Ne ho letti un po'.
La maggior parte sono contrarii al bando dei libri in questione, nonché, molti, a quello dei libri in genere. Ok.
Quelli favorevoli, guarda un po', adducono a motivo il "rispetto delle vittime del terrorismo", e tiritere classiche tipo "nessuno pensa alle vittime", "io sto dalla parte delle vittime", ecc.
Anche la lettera che richiede il ritiro dei libri si riempie la bocca con "i familiari delle vittime", dichiarando di voler stare "dalla parte dei buoni", neanche il mondo fosse un romanzo fantasy o il telefilm poliziottesco da prima serata.
Ecco, questa è l'occasione, una delle tante, per ribadire ciò che questo blog spesso e volentieri sottolinea, cioè che chi alza alta la bandiera delle vittime e della loro difesa non sempre ma molte volte, in buona o in mala fede, si sta semplicemente apprestando a produrne delle altre.

Difendila!

Mala tempora currunt.
Sì, forse siam messi male se mi ritrovo a difendere Oliviero Toscani (rendiamoci conto) e il suo (secondo me orrido) calendario con le fighe. Qui "fighe" non sta per "belle donne e formose", indica proprio l'organo genitale femminile della specie Homo sapiens sapiens.
Un'immagine vale più di mille parole e allora, bando a pudori & scandali, ecco qua un'immagine, almeno per capire di cosa si parla:

VeraPelle106
Qualcuno troverà la foto artistica, altri schifosa, altri altro ancora, e ad altri non dirà nulla. Be', è una foto. Le reazioni soggettive sono il minimo.
Ebbene, c'è chi la pensa diversamente o, meglio, c'è chi pensa che quest'immagine abbia un potere oggettivo, anzi, quasi magico. Più che magico, stregonesco: malefico. Pericoloso.
 Ora che l'ho pubblicata qui, anche questo blog, il mio blog, è diventato diretto complice di molti mali: violenza sulle donne, diseducazione nei confronti dei bambini, anoressia, bulimia, eccetera eccetera. Stranamente mancano solo il bullismo, gli incidenti con le minicar e i sassi dal cavalcavia.
Non mi invento niente: chi tira in campo tutto e il contrario di tutto è l'assessora all'educazione di Firenze, Rosa Maria di Giorgi, che parte dalla violenza sessuale e arriva all'anoressia.

Ora, io, se posso dirlo pacatamente, mi sono un po' rotto di come certe parole d'ordine siano diventate, più che un grimaldello che apre ogni porta, un manganello con cui le istituzioni si legittimano proclamandosi salvatrici degli oppressi e difensori dei deboli, per portare avanti campagne che, in casi come questi, sono inutilmente simboliche, di propaganda, e tristemente olezzanti di neopuritanesimo.
La dignità violata, l'oggettificazione, l'umiliazione, la degradazione, il rafforzamento degli stereotipi… parole d'ordine che, visto come ormai son state caricate e ben inchiodate nel discorso comune, hanno ottenuto il potere di disinnescare sul nascere ogni possibile obiezione, per non ascoltarla.
C'è un subdolo ricatto morale: chi osa porre dubbi se davvero qui si stia combattendo la violenza o non piuttosto, costruendo piccole violenze di Stato per far politica di facciata e ideologica, chi osa porre questi dubbi più che ignorato, rischia di vedersi automaticamente assimilato alle schiere dei violentatori, se non peggio.

Prendiamo quest'idea dell'"oggettificazione", concetto così scivoloso, così sfuggente.
Richiederebbe ben più d'un trattato per essere sviscerato come si deve, figuriamoci quindi cosa può combinare infilato nel comunicato del politico di turno.
Eppure, con molta sicurezza e poca (pochissima) considerazione degli individui di cui parla, dice la Di Giorgi sul calendario: "Il concetto di femminilità viene elaborato in maniera subdola. La pubblicità, purtroppo, sta alla base dei modelli che ispirano i nostri giovani e ragazze".
Ora, una considerazione così bassa dei "nostri giovani" (e già il fatto che si usi l'aggettivo "nostri"…), concepiti come macchinette che replicano passivamente la pubblicità della tivvù, privi di volontà propria, cani di Pavlov da catena di montaggio, a me sembra un'oggettificazione non da poco. Sono gli oggetti quelli che reagiscono come macchine, non gli esseri umani. La Di Giorgi ritiene che "i nostri giovani" siano più simili a oggetti che a individui?
E non mi metto a citare tutte le caterve di studii che hanno provato a capire se e quanto e come i media influenzino effettivamente gli spettatori, grandi o piccoli, studii che han concluso ben poco… si sa che discorsi fondati sui fatti concreti, quando c'è di mezzo la politica, son fuori luogo.

Ma andiamo avanti. Altro spunto.
Il calendario di Toscani è composto di foto.
Le foto necessitano di modelli.
Modelle, in questo caso.
Dodici ragazze che hanno accettato di farsi fotografare le pudenda. Bene.
Visto che viviamo (per ora…) in un paese libero (più o meno), in cui una ragazza se lo desidera può farsi fotografare nuda, senza che ciò sia reato (ed è giusto che non lo sia), senza che debba essere costretta a farlo (ed è giusto che non debba esserlo), io mi domando: perché nessuno prende in considerazione l'opinione delle fotografate?
Alla faccia della considerazione per la donna, la sua libertà, le sue opinioni, la sua voce, la sua individualità! Si critica il calendario perché riduce la modella al suo organo sessuale? E allora perché contestatori & contestatrici non provano a dar voce alle donne che vi hanno partecipato? O forse temono che la loro voce non sia allineata con la sempre più montante impostazione neopuritana?
Non sarà che forse, sotto sotto, chi invoca la censura appartiene a quella triste schiera che in ogni donna discinta, anche per sua libera scelta, vede una "puttana", termine usato come se fosse un insulto?
Il calendario di Toscani, forse potrebbe essere un esempio di famigerata "oggettificazione". Ma anche chi lo attacca si difende bene in tal senso.

E ancora.
La Di Giorgi, dopo aver tirato in ballo anoressia, bulimia, schiavitù del corpo e via sclerando, ci informa che: "All’interno dei progetti per le scuole, le Chiavi della città, abbiamo introdotto corsi che cercano di evitare il dilagare di posizioni distorte sulla donna. Dalla scuole materne alle medie lavoriamo per dare una corretta educazione".
Immagini distorte del corpo, anoressia, bulimia… Altra nuova ma già vecchia solfa, altre parole d'ordine usate come randelli.
Mi limito solo a osservare che c'è qualcosa che non torna, di fondo, quando si vuole combattere una cosa come l'anoressia andando a battere e ribattere, e proprio da parte delle istituzioni, l'idea che esistano corpi giusti e corpi sbagliati, idee sul corpo distorte e idee sul corpo corretto.
Se poi si considera che l'anoressia, per chi la pratica, è (comunque la si voglia giudicare eticamente) una modalità per riappropriarsi del proprio corpo contro una percepita invadenza, e una minaccia di controllo, da parte di, solitamente, genitori e istituzioni

In realtà la questione del calendario, delle immagini, della violenza, e così via, sarebbe molto molto semplice.
Ovvero, che in un paese libero è la violenza concreta, quella che produce direttamente delle vittime, e vittime che si riconoscano tali, a dover essere perseguita e sanzionata, e fermata.
Lo Stato deve tener fuori il becco da tutte le questioni in cui si ipotizzano e vagamente solo effetti indiretti. O in cui il "danno" è quello di una mera offesa a categorie di cittadini o, meglio, a rumorose e interessate (e spesso poco rappresentative) associazioni di categorie.

Ma questi sono ragionamenti a cui, ovviamente, è completamente sorda quella politica che vuole a tutti i costi fermare il calendario malefico.
Non c'è da stupirsi.
Dopotutto, anche se i nomi e le persone cambiano, e cambiano i partiti e le bandiere, e i nemici da combattere, sono ancora e sempre gli stessi che, negli anni Sessanta, si sentivano in dovere di difendere i più deboli, gli indifesi, "i nostri figli" dalla minaccia degli omosessuali predatori.
Sono gli stessi che negli anni Trenta si sentivano in dovere di difendere "le nostre figlie" dalla mescolanza razziale, dai bruti dalla pelle scura.
Sono gli stessi che, nell'Ottocento, si sentivano in dovere di difendere "i nostri figli" da mali terribili come la masturbazione e altri desideri nocivi che rischiavano di far degenerare la fibra morale.
Sono gli stessi che, nel Seicento, si sentivano in dovere di difendere "i nostri bambini" dalle streghe che volevano rapirli per sacrificarli al diavolo.

manifesto fascista

manifesto fascista: contro la violenza sulla donna


ll consiglio comunale di Firenze ha votato all'unanimità contro il calendario di Toscani, per ottenerne il blocco. All'unanimità, tutti d'accordo dalla sinistra (Sinistra Ecologia e Libertà, Partito Democratico) alla destra (Futuro e Libertà, Italia dei Valori).
Ecco, sembrerà sciocco e poco razionale, ma quando la politica si unisce personalmente lo considero sempre un pessimo segno.

Ma in fondo, poi, non è neanche che m'importi poi tantissimo del calendario di Toscani, di per sé. Già di più invece i ragionamenti sottesi a questo tentativo di censura, alcuni dei quali ho cercato di illustrare sopra.
Il punto principale, però è: davvero vogliamo un potere pubblico che, a ogni folata di vento emergenziale, e sulla base di considerazioni soggettive, vaghe, parareligiose, abbia la possibilità di bloccare ed eliminare ciò che arriva nelle edicole e in libreria, fregandosene totalmente della libertà e delle opinioni di chi, al prodotto censurato, ha lavorato?

“Non ci piace”

Notizia minima, forse anche stupida, ma utile per capire certi trend generali, se messa in relazione con altre analoghe e coeve in giro per il pianeta. Si uniscono i puntini e si vede se esce fuori qualche figura, e quale.

A Barcellona si vorrebbe evitare che la gente esca dalla spiaggia per farsi un giro in città così com'è: che si coprano, gli scostumati in costume.
La cosa in pare ricorda analoghe iniziative di sindaci nostrani: con l'avvento dell'Estate ne saltano sempre fuori, a sbizzarrirsi in ordinanze creative, per bandire costume nei centri cittadini; in alcuni casi particolarmente ridicoli il divieto riguardava solo chi non è di bella presenza.
Iniziative dettate da inutili pruriti, o dalla volontà di far conquistare al paesello un po' di pubbicità a gratis sulla stampa nazionale che sotto le ferie non sa bene come riempire le pagine.
Sicuramente la piccola sagra del divieto di costume si ripeterà anche quest'anno. Magari nella variante aggiornata del divieto di burkini.
Come che sia, non è a questo che sto pensando.

Dunque, vediamo un po'.

Barcellona non è il villaggetto turistico della riviera adriatica, ma una metropoli da un milione e mezzo d'abitanti. Dal 1979 (quindi da ben trent'anni) è ininterrottamente governata dal Partito Socialista della Catalogna, quindi da ciò che universalmente si identifica e presenta come "sinistra".
Quest'anno, dunque, il comune lancia la campagna per mettere al bando il costume dalle strade della città.

Vogliamo far capire alle persone che e' un'abitudine che non ci piace.

Non ci piace. A noi. Ma chi sono questi "noi"? Il consiglio comunale? La famiglia del sindaco? I membri del consiglio comunale? I cittadini di Barcellona tutti che, in virtù di qualche fenomeno paranormale, parlano direttamente per la bocca dell'autorità, medium che incarna l'autentica volontà popolare?
E se a qualcuno invece vedere gente in costume per le strade piacesse? O se a qualcuno non gliene fregasse proprio niente? Se avesse altri problemi a cui pensare?
E se a me o, peggio ancora, a questi fantomatici "noi" non piacesse, chessò, la gente con la pelle troppo scura? o con gli occhi a mandorla? o chi parla una lingua straniera? o chi ha il naso adunco? O chi si muove in sedia a rotelle? Anche in questi casi il provvido comune si farebbe carico di informare "le persone" (e anche qui non è ben chiaro chi siano, queste "persone") che "non ci piace"?

Non ci sono divieti ne' punizioni, ma crediamo non sia un comportamento civico.
Nelle prossime settimane metteremo questi manifestini su metropolitana, autobus e in tutti gli spazi municipali. Il Sindaco ha inviato una lettera a commercianti, alberghi, bar e ristoranti per stimolarli ad affiggerli anche loro.

Traduzione: non c'è modo di vietarlo perché non è illegale, e ci dispiace molto che non lo sia; o forse non ce ne frega niente; ma intanto mandiamo in stampa i manifesti, e poi li appiccichiamo ovunque nello spazio pubblico.
Il portavoce del comune non dice quanti siano gli attori dell'esecrabile abitudine d'aggirarsi per le altrimenti incontaminate vie cittadine in costume:

Si tratta di una percezione.

Praticamente, il comune di una delle maggiori città spagnole dà il via a una campagna contro un comportamento del tutto legale e senza neanche sapere quanti siano i "trasgressori", campagna che probabilmente non avrà alcun effetto, se non quello di lisciare il pelo all'orgoglio dei neopuritani del "decoro pubblico" e tutto questo spendendo del denaro pubblico.

Ma il punto principale, qui, sta tutto in quel "non è vietato, ma non va bene", "non è illegale, ma noi non lo vogliamo".
Punti di vista legittimi, almeno finché a farsene portavoce non è un organo statale e istituzionale, che in teoria dovrebbe interessarsi solo di ciò che è legale o illegale, cioè dei reati, non dei peccati.

Vediamo alcuni casi analoghi.

A Londra  la polizia collabora coi proprietarî degli internet cafe per evitare che gli utenti accedano a materiale "illegale e offensivo". Nota bene: non solo quello illegale, ma anche quello "offensivo". La definizione è quella di materiale "pornografico, violento, estremista, o comunque offensivo o inappropriato". Il che vuol dire tutto e il contrario di tutto.
Ora, un internet cafe è un'impresa privata, e se il gestore vuole perdere clienti lasciando accessibile solo il sito della Walt Disney, ha tutto il diritto di farlo.
Ma la polizia che diritto ha di impedire ai cittadini di accedere a materiale che magari ad alcuni non piace ("non ci piace", appunto), ma che è (ancora) perfettamente legale?



In Australia sono ormai diversi anni che il governo federale, prima di "destra" e poi di "sinistra", tenta di mettere in piedi un sistema di filtraggio a internet in "stile cinese", cioè centralizzato e obbligatorio per tutti i provider internet, e di conseguenza per tutti gli utenti (a parte quelli sufficientemente edotti per superare i blocchi).
Anche in questo caso, i filtri non prenderebbero solo materiale illegale. Verrebbero oscurati a tutti i netizen australiani anche siti legali, la cui unica colpa è di essere vietati ai minori; e di seguito anche materiale discutibile, ma non passibile di sanzioni legali. Ad esempio siti dedicati al dibattito sull'eutanasia, o siti satirici e parodistici accusati di "razzismo", "incitamento all'odio" e altre colpe assai vaghe.

Da ultimo torniamo in Italia, col più recente tentativo nostrano di porre dei paletti a internet.
Già in anni precedenti, governi di vario colore hanno provato claudicanti tentativi di mettere una camicia di forza al babau telematico del momento, dai blog, a YouTube, a Facebook; tentativi quasi sempre falliti, di solito perché i relatori dei provvedimenti vantavano un'insipienza assai rara in questioni internettiane, soprattutto dal lato tecnico.
Questa volta il tentativo si presenta più ragionato nella forma (ma non nei contenuti, assai discutibili come ora vediamo), e quindi può darsi che non abortisca prematuramente come i predecessori.
Trattasi di una autoregolamentazione poco auto e molto regolamentazione, preconfezionata dal governo e calata dall'alto sui provider.
Ce ne sarebbe da dire, ma mi limito al punto attinente agli esemp
î precedenti.
I provider italiani aderenti all'autoregolamentazione dovrebbero farsi carico di rimuovere "i contenuti illeciti o potenzialmente lesivi della dignità umana".
Eccoci di nuovo qua. Se l'idea del Ministro dell'Interno andrà in porto, dalla rete italiana dovrà sparire non solo il materiale illegale, ma anche quello che verrà giudicato "lesivo della dignità umana". Altra definizione in cui potrebbe rientrare qualunque cosa, a seconda di come girerà il vento nel comitato di turno.

Ora, per certi versi può essere rassicurante che, dalla Spagna all'Australia all'Italia, le istituzioni siano costrette a muoversi in questi modi traversi e ambigui nel tentativo di rendere potenzialmente onnipotente il loro raggio d'azione contro qualunque forma di informazione o comportamento degli individui, passibili di venire classificati in qualunque momento come "offensivi" o "lesivi della dignità umana".
Bisogna poi osservare che queste iniziative quasi sempre faticano molto a essere implementate, a testimonianza di una sostanziale tenuta (per ora?) dei sistemi di libertà che sono (o dovrebbero essere) le cosiddette "democrazie occidentali"; per lo meno non nei casi più estremi (quando si tratta di "combattere il terrorismo", o altri tipi di mostri mediatici, il diritto viene calpestato assai facilmente).

Ma dall'altra è notevole la disinvoltura con cui viene arrogato questo potere di intervento non solo contro ciò che viola la legge, ma anche contro ciò che, per usare il linguaggio del comune di Barcellona, "non ci piace".

Da ultimo giova notare come una politica di questo tipo si incarni in maniera del tutto trasversale e internazionale, in Italia come all'estero, nella "destra" come nella "sinistra", nelle fazioni clericali come in quelle laiciste.
Tanto per ricordare che le "minacce alla libertà" non si esauriscono affatto e unicamente nei nostri spauracchi locali e spesso assai provinciali, che siano la giullaresca ed effimera egemonia berlusconiana o la stella tramontante (?) della Chiesa Cattolica in Italia.

La loro battaglia


Scopro oggi che in Russia sarebbe stata proibita la vendita e la distribuzione del Mein Kampf. Scopo dichiarato, fermare i gruppuscoli d’estrema destra sempre più rampanti nel paese eurasiatico.
Sessant’anni fa era stata proprio la Russia, nella sua forma di allora, l’Unione Sovietica, a distruggere concretamente e definitivamente il potere di Hitler, che a quel tempo non era (come oggi) un fantasma di carta stampata, ma una macchina da guerra in carne e acciaio che, in mancanza dell’Armata Rossa, avrebbe potuto benissimo tenere in pugno l’intera Europa ben più della manciata di anni che invece durò.
Non so se a quel tempo fosse vietato vendere e distribuire il libro di Hitler, ma tra Mosca e Berlino in entrambi i paesi le liste dei "libri proibiti" erano senz’altro assai lunghe, e così quelle degli scrittori censurati, minacciati, imprigionati, uccisi, torturati.

C’è un che di ironico che adesso sia proprio Hitler a vedersi censurato. Per Stalin invece ancora nulla, ma magari è questione di tempo.
E c’è un che d’ironico e macabro nella notizia, visto che proprio oggi due donne si son fatte saltare nella metro di Mosca, portando con sé morti a decine. Non so perché, ma sospetto che non avessero mai letto il Mein Kampf. O anche se l’avessero letto, non credo centrerebbe molto col loro gesto. Idem dicasi per gli autori della Strage di Beslan del 2004 (quasi quattrocento morti), o quella Teatro Dubrovka del 2002 (più di cento morti, responsabilità anche dalla scriteriata condotta delle forze speciali russe).
Tutti eventi legati all’annosa guerra che la Russia conduce nel Caucaso: la prima e seconda guerra in Cecenia, che insieme hanno causato diverse decine di migliaia di morti tra i combattenti di entrambi i fronti, e anche più tra i civili. Anche in questo caso, ho il sospetto che la lettura del Mein Kampf centri poco.
Sia Putin che il suo fedele Medvedev hanno dichiarato che i colpevoli dell’attentato di oggi saranno annientati. Promesse di vendetta. Altri morti, certo. Probabilmente senza andare troppo per il sottile sulla colpevolezza presunta o effettiva. Però intanto la vendita e la distribuzione del Mein Kampf è stata vietata. Se annientamento ci sarà, sappiamo che sarà opera dei buoni.