Nudo contro tutti

Stephen Gough, scozzese suddito di Sua Maestà Britannica, non ha mai ucciso, stuprato, rubato in vita sua. E, che io sappia, non ha mai neanche provato a farlo.
Stephen Gough a oggi (Autunno 2014) ha trascorso ben dieci anni in prigione, quasi un quarto della sua vita, e pare continuerà così ancora a lungo.
Il tempo che ha passato in cella, anche se non consecutivamente, è sicuramente più lungo di chi ha rubato, di molti autori di violenze, sessuali e non, e anche di diversi assassini.
Il suo reato? Circolare nudo.
Stephen Gough è chiamato il “Giramondo Nudo” (the Naked Rambler). Ama traversare a piedi il suo paese, e non accetta di farlo vestito. Rivendica il diritto di farlo senza indossare nulla (se non un cappellaccio, uno zainone e un pajo di scarpe).
Per questo la sua presenza viene ripetutamente segnalata da solerti cittadini, con conseguente intervento delle solerti forze dell’ordine, e la condanna, da parte di altrettanto solerti magistrati, a varî mesi di prigione. Scontata la pena, Stephen Gough esce all’aperto, si allontana, si spoglia, e tutto ricomincia. Così sono trascorsi i suoi ultimi dieci anni.

Naked Rambler jailed

Stephen Gough, il Giramondo Nudo

Della vicenda di Stephen Gough se ne parla in patria, ma più come bizzarra curiosità che altro.
All’estero non ne ho mai sentito parlare.
La sua vicenda l’ho conosciuta passivamente, grazie ai siti che seguo in inglese di notizie relative alle libertà individuali. Altrimenti sarebbe restata nell’oscurità anche per me.

Personalmente, lo dico in modo chiaro e semplice, la sua mi sembra la storia di una tremenda ingiustizia, anche solo per il lungo tempo di prigione che gli è valsa.
Il suo è un comportamento del tutto innocuo, il cui unico “torto” è quello di cozzare violentemente contro le usanze della nostra parte del Mondo, e che gli ha valso un tempo di privazione della libertà comminato solo ai peggiori criminali.
Ingiustizia maggiore per il fatto che la sua vicenda, la sua lunga prigionia, non sollevano le consuete ondate di indignazione riservate invece ad altri individui che si trovano schiacciati dal martello della legge o delle usanze maggioritarie.
Per il Giramondo Nudo non troverete petizioni su internet, appelli di personalità della spettacolo, grida indignate che surriscaldano i social network. L’enorme ingiustizia che a mio avviso subisce è aggravata da una delle maggiori condanne nei nostri tempi dell’ipervisibilità, quella dell’oblio, della dimenticanza, dell’invisibilità. Che stia pure in prigione, dice la società, di questo bizzarro individuo non ce ne può importare di meno.

Gli eroi della dissidenza, le vittime della persecuzione, nei nostri tempi attuali, devono rispondere a caratteristiche ben precise.
Le vittime certificate devono essere preferibilmente donne e trovarsi in paesi lontani e “nemici dell’Occidente”; niente di meglio, poi, se si tratta di paesi musulmani: è uno dei cascami dell’11 Settembre. Paesi nemici dell’Occidente: sarà più facile raccogliere indignazione per le donne vittime dell’Iran che non, per dire, della teocrazia saudita, essendo quest’ultima fedele alleato del nostro Impero. La difesa delle donne di questi paesi è poi il modo migliore per unire tutto lo spettro politico, dalla sinistra “amica della donne” alla destra islamofoba.
Dalle Pussy Riot a Malala (insignita del premio Nobel per la pace assieme a un uomo il cui nome nessuno ricorda) passando per le condannate a morte in Iran (dove i condannati maschî ammontano a centinaja l’anno), l’Occidente ama indignarsi per le donne perseguitate, per poter ripetere a se stesso quanto invece, in teoria, sia aperto e libero e democratico.

Eppure in una democrazia, quella del Regno Unito, abbiamo un uomo che, quasi nell’oblio generalizzato, ha trascorso dieci anni dietro le sbarre di una prigione solo per l’eccentrica ma innocua ed eroicamente ostinata abitudine a non indossare i vestiti.
Non è una contraddizione che la cosa avvenga in un paese formalmente democratico. Dopotutto, per fare appena un esempio, solo quattro o cinque decennî fa era sempre in paesi formalmente democratici che gli omosessuali venivano “curati” tramite elettroshock e castrazione chimica. La formalità democratica aiuta poco quando sono i dettami culturali a segnare ciò che è lecito e illecito, ciò che è tollerabile e ciò che è intollerabile. Una democrazia può, quando sono i dettami culturali a parlare, perseguitare determinati individui come la più dura delle dittature.
Ci sono paesi in cui, per cultura, le donne non possono e non devono mostrare il volto, e ci sono paesi, i nostri, in cui il Giramondo Nudo è condannato, per cumulo di pena, alla detenzione perpetua: personalmente fatico a vedere la differenza tra le due situazioni. Ma il confronto può aiutare a capire come mai sia difficile superare determinati blocchi culturali. Se nel libero Occidente nessuno si sogna di mobilitarsi per il Giramondo Nudo e la sua persecuzione come possiamo pretendere che, dall’oggi al domani, altri paesi capiscano che sia un’altrettale ingiustizia punire le donne che non si velano o che, come in Arabia Saudita, si azzardino a guidare un’automobile? La difficoltà è pari in entrambi i luoghi.

Con la differenza che il libero Occidente si fregia dell’apertura alla diversità, all’individualismo, all’anticonformismo. E allora cosa di più libero, di più individualista, di più anticonformista del Giramondo Nudo?
Ma anche questa, in realtà, è parte della sua condanna.
Il Giramondo Nudo non ha alle spalle una cultura o una religione che possano dare una parvenza di liceità alle sue esigenze. Nell’Occidente che si vuole attento e aperto alle esigenze dei non conformi e degli individui, nelle democrazie liberali in cui in teoria dovrebbe essere l’individuo e non il collettivo il punto di partenza, il Giramondo Nudo, che ha solo se stesso come difesa, non riesce a trovare spazio alcuno.
Già è difficile difendere, specie dopo l’11 Settembre e il montare della paura per i migranti, la possibilità degli stranieri di conservare le proprie usanze, anche quando innocue, in terra d’Occidente. Non è difficile capire come mai l’unico spazio concesso al Giramondo Nudo siano i pochi metri di una cella di prigione.

Il Giramondo Nudo smaschera, per chi voglia vederla, mette a nudo con la sua nudità l’ipocrisia fondamentale di una società, la nostra, che si vuole libera e aperta, ma che è ancora del tutto prigioniera di tabu culturali radicatissimi, tanto quanto le “culture oppressive” che l’Occidente afferma di combattere, a volte (spesso?) anche con la forza delle armi.

La nudità del Giramondo Nudo è del tutto innocua, non dovrebbe nemmeno costituire un problema.
La maggior parte dei commenti che ho letto al suo riguardo, in siti inglesi, sono di sovrano disprezzo, disinteresse o derisione.
Altri, invece, tentano goffamente di argomentare e di difendere la persecuzione subita dall’uomo. Si rifanno al principio per cui “la propria libertà finisce dove comincia quella altrui”, e quindi affermano che il Giramondo Nudo “imporrebbe” la visione del suo corpo nudo ad altri, infrangendo così la libertà di non vederlo.
Argomento debole, tanto che mi stupisco possa essere sostenuto con convinzione, come ho visto fare.
Il Giramondo Nudo non depriva nessuno della libertà, non quanto faccia altrettanto chi decida di vestirsi o svestirsi in un determinato modo.
Immaginiamo qualcuno che si dica privato della propria libertà perché costretto a vedere gente per strada con la pelle troppo scura. Immaginiamo qualcuno che si dica privato della propria libertà perché costretto a vedere donne per strada a volto scoperto. La logica è la stessa.
Il Giramondo Nudo chiede solo di agire sul proprio corpo, il bastione fondamentale della libertà individuale. Non pretende che altri siano nudi, vestiti o quant’altro. È chi pretende che lui sia vestito che lo depriva della sua libertà.
La persecuzione subita dal Giramondo Nudo parla di quanta ancora strada ci sia da fare, persino nel libero Occidente, per riconoscere alfine che la libertà di gestione del proprio corpo non possa che essere assoluta, primo tassello di una società compiutamente libera, aperta, democratica.
Attualmente ancora in buona parte dell’Occidente si fatica a riconoscere il diritto, per fare due esempî, a distruggere il proprio corpo quando lo si ritenga necessario (eutanasia) o il diritto ad affittarlo per produrre piacere nei corpi altrui (prostituzione). Nessuna meraviglia che la strada di lotta solitaria imboccata dal Giramondo Nudo sia tutta in salita. Nessuno stupore se, purtroppo per la sua pervicace e ammirevole ostinazione, dovesse trovarsi a trascorrere l’intera sua vita in una cella di prigione.

Qualche giorno fa la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo ha emesso una sentenza relativa al caso del Giramondo Nudo, rigettando la sua istanza, e confermando la liceità del suo imprigionamento.
Questo un passaggio della sentenza:

L’imprigionamento del ricorrente è conseguenza della sua ripetuta violazione della legge penale con piena conoscenza di tale conseguenza, tramite una condotta che il richiedente sa bene andare contro non solo contro gli standard del comportamento pubblico accettato in ogni moderna società democratica ma è anche a rischio di essere allarmente e moralmente o in altro modo offensivo verso altri inavvertiti membri della società impegnati nelle loro attività ordinarie

Questa non è una difesa dei diritti degli individui. Questa è una difesa delle pretese della maggioranza.
È certo indubbio che attualmente, nelle società cosiddette democratiche, la maggioranza degli individui, per motivi che sarebbe molto interessante sviscerare psicologicamente, ha un’acuta intolleranza per la nudità altrui, a meno che non sia confinata in situazioni ben definite e rigidamente sorvegliate. Ma la coesistenza di tabu culturali e formalismo democratico non rende i primi automaticamente giusti. Anzi. Già ho fatto l’esempio dei tempi in cui l’omosessualità, all’interno delle società formalmente democratiche, era perseguitata anche con pratiche mediche prossime alla tortura.
Le istituzioni, se volessero essere compiutamente libere e democratiche, non dovrebbe occuparsi di contrastare chi viola in maniera innocua i presunti standard di moralità, per quanto ampiamente maggioritarî, bensì dovrebbero tutelare quelle minoranze, anche se composte come in questo caso di un singolo individuo, minoranze che, per qualsivoglia motivo, non siano in sintonia con gli standard dominanti. L’alternativa è la dittatura della maggioranza, e la persecuzione per chi, di volta in volta, si trovi dal lato sbagliato degli standard morale. Un tempo si perseguitavano gli atei o gli omosessuali; oggi il Giramondo Nudo; domani chissà.
È davvero questo il libero Occidente?

Così si è espresso il Giramondo Nudo una volta venuto a sapere della sentenza della Corte Europea:

Mi aspettavo avrebbero adottato una visione più ampia. Non l’hanno fatto. Ma quale grande impresa ha mai successo senza dover superare i tanti ostacoli che si trova davanti? Perché dev’essere diverso per me? Non ho altra scelta che continuare.
Come può la natura espressa in forma umana essere indecente? Come può qualunque persona sana sentirsi offesa dal vedere il corpo umano? Eppure sono queste credenze assurde che formano gli assunti impliciti delle innumerevoli azioni penali e condanne eseguite contro di me, risultanti in nove anni di isolamento nelle prigioni britanniche.
Intolleranza e ignoranza vanno di pari passo, nello stesso modo in cui lo fanno verità e libertà. Non possiamo essere intolleranti e liberi. Non possiamo ignorare la libertà e aspettarci che la giustizia sia il risultato. E un Mondo ingiusto ci riguarda tutti, che lo siamo o meno consapevoli.
Chi mi ha cresciuto mi ha fatto credere di vivere in un paese che celebra l’eccentricità e la differenza, non solo perché aggiungono varietà e colore a quella che sarebbe altrimenti un conformismo sterile, depressivo, costrittivo e a volte semplicemente noioso, ma anche un paese che mostra una profonda stima per i modi in cui è il non ortodosso, nella sua vera essenza, a manifestare l’originalità e l’energia creativa in quanto tali… e che senza la libertà di esprimere la nostra individualità e unicità, nei nostri modi, qualcosa muore dentro di noi, e il Mondo intorno a noi può diventare meno vivo.

La mia massima solidarietà, per quel poco che può valere, al Giramondo Nudo, e che il futuro gli possa regalare un Mondo in cui possa vivere la sua libertà in armonia con le libertà di tutti.

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Ancora sul velo…

Vuole il fato che proprio in questi giorni, in cui torna alla ribalta la questione del divieto di "velo islamico integrale" in Europa, mi sia capitato di leggere in un libro qualcosa di molto interessante al riguardo.
È una storia che si svolge in India, paese in cui vivono più di cento milioni di musulmani. È la storia di una donna che dimostra di saper bene quel che vuole, sin da età molto giovane (età in cui, alle nostre longitudini, sarebbe bollata come "solo una bambina"). Sa quello che vuole e sa lottare per ottenerlo o mantenerlo. Per questo suo volere caparbio si scontra col marito, che per motivi di conformità sociale vorrebbe invece quasi imporle determinati costumi.
L'oggetto del contendere ruota intorno all'islam, e al modo di intenderne pratiche e precetti. Ma i ruoli sono del tutto diversi da quel che ci si aspetterebbe, anzi, quasi rovesciati. Per questo la storia è interessante, anche se personalmente non condivido granché delle aspirazioni di questa donna, e soprattutto mi sono distanti idee come quelle di "fede" e "peccato".
 Questa dunque non è la storia che tutti si immaginerebero, di un marito che vuole imporre veli & segregazioni alla moglie, tutt'altro…

Cresciuta in una famiglia colta dell'India settentrionale, Hamida Khala aveva ricevuto un'ottima educazione sotto la guida di suo padre, e desiderava indossare il burqa (soprabito col velo) come segno di maturità. A tredici anni fu fidanzata a un burocrate vedovo e molto più anziano di lei, considerato «progressista». Hamida acconsentì a condizione che, se il marito le avesse chiesto di smettere di osservare la purdah, lei sarebbe ritornata dalla sua famiglia. Cominciò a vivere con lui all'età di quindici anni e si trasferì con lui a Calcutta, lontano dalla sua famiglia. Come impiegato dello stato il marito lavorava con colleghi inglesi, indù, musulmani, la cui vita sociale era organizzata caratteristicamente intorno a coppie che insieme frequentavano cene e feste. Il marito cominciò a mostrare risentimento per la scelta della reclusione fatta dalla moglie, che ostacolava la sua partecipazione a tale vita sociale e dunque la sua carriera; nonostante alcuni colleghi organizzassero feste in cui le donne sedevano in stanze separate, molti si rifiutavano infatti di fare altrettanto. Infine ci fu chi fece uno scherzo.
Una notte le donne erano sedute a tavola occupando posti alterni accanto a posti liberi. All'improvviso un gruppo di uomini entrò e si sedette nei posti rimasti vuoti. Hamida ricorda questo evento con enorme dolore:

Ciò che provai non te lo posso esprimere. Intorno a me c'erano solo tenebre. Non potevo vedere nulla, gli occhi mi si riempirono di lacrime […] Non ricordo che cosa mangiai […] Tutti i miei tentativi, i miei sforzi di mantenere la purdah erano finiti. Mi sentii senza fede, perché avevo peccato. Mi ero trovata di fronte a tanti uomini, tutti questi amici di mio marito mi avevano vista. La mia purdah era stata infranta, la purdah che era la mia fede.

Il marito si scusò profondamente con lei insistendo sul fatto di non aver saputo nulla dello scherzo, ma riconobbe che la sua vita avrebbe dovuto cambiare se voleva continuare a vivere con lui. La donna scrisse al padre chiedendogli consiglio. Egli le rispose che se il suo matrimonio fosse stato messo in crisi, avrebbe dovuto abbandonare la purdah, aggiungendo che il suo estremo tipo di segregazione non rappresentava un'antica tradizione islamica; poteva comportarsi con discrezione e modestia anche dopo esserne uscita. Dopo aver letto testi sacri per conto suo, concluse che si poteva vivere una devota vita musulmana anche senza rigida segregazione. Si diede delle regole di modestia per il comportamento e l'abbigliamento (bluse dalle maniche lunghe, occhi abassati, niente trucco o gioielli), che seguì per tutto il resto della vita, mentre usciva e imparava a occuparsi dell'amministrazione della casa e di impegni sociali. Il marito la sostenne mostrando rispetto per la sua religiosità.

(Martha C. Nussbaum, Diventare persone – Donne e universalità dei diritti, pp.269-270)

La natura dell’Oriente, la natura dell’Occidente

Vuole la leggenda che al Mondo esistano due Contrade, l'Occidente e l'Oriente, e che opposto e simmetrico sia il modo loro di rapportarsi alla Natura, ovverossia al grande insieme selvaggio e spontaneo dei viventi, alle bestie del mare, della terra e del cielo, e alle piante di cui uomini e bestie si nutrono, e al vento, alla luce, al fuoco e alle acque.
L'Occidente avrebbe da tempo, o forse sin dalle sue origini, tradìto un antico patto, facendo se stesso, e con sé l'Uomo, signore, anzi, tiranno della Natura e dei viventi, ridotti a meri oggetti del suo utile e piacere; parti intercambiabili della grande macchina dell'industria che, lasciatasi alle spalle ogni valore, procede nell'incessante e insensata trasformazione, o distruzione, del Pianeta.
L'Oriente, dal canto suo, ancora coltiverebbe dentro di sé l'antico segreto dell'armonia di Uomo e Natura, quest'ultima entità ancora percepita nella sua totalità come sacra e degna del primo rispetto, fonte e matrice della vita che protegge e da proteggere. Una tensione, questa dell'Oriente, inesausata che oggi ancora resiste alle contaminazioni dell'Occidente tecnocratico.
Occidente: dominio, conflitto, divisione, cinismo, razionalismo > l'Uomo insensibile che sfrutta la Natura.
Oriente: accordo, armonia, unità, rispetto, emotività > l'Uomo sensibile che cura la Natura.

Orbene.
Martha C. Nussbaum, filosofessa contemporanea, compila una lista di quelle che lei chiama "capacità", ovvero garanzie materiali e spirituali minime per un'esistenza umana che i governi dovrebbe garantire, a dispetto i latitudine e culture.
La lista, di dieci punti, è compilata anche grazie ai contributi, consigli e confronti da varie parti del globo.
Uno dei punti più controversi risulta l'ottavo, relativo alla Natura.
Così recita:

Essere in grado di vivere in relazione con gli animali, le piante e con il mondo della natura provando interesse per esso e avendone cura.

(Martha C. Nussbaum, Diventare persone – Donne e universalità dei diritti, p.99)

La controversia riguarda proprio se sia doveroso conservare la Natura, o se piuttosto non sia più sensato dare priorità all'Uomo e alle sue sofferenze.
La controversia porta in risalto due aree geografiche che di norma si fanno rientrare nei cosiddetti "Occidente" e "Oriente".
Ecco come la Nussbaum riporta il contrasto:

Si tratta della capacità di vivere in fruttuosa relazione con gli animali e con il mondo naturale. Originariamente non compresa nel mio elenco, vi è stata inclusa per le insistenze dei partecipanti svedesi al progetto, che sostenevano si trattasse di qualcosa senza la quale, per loro, la vita non sarebbe veramente umana […] C'erano partecipanti dall'Asia meridionale che, non pensando minimamente che si trattasse di qualcosa di molto importante, rifiutavano gli animali energicamente, ritenendone l'inclusione nella lista in contrasto con la sofferenza umana, una specie di espressione romantica del partito dei Verdi.

(Martha C. Nussbaum, Diventare persone – Donne e universalità dei diritti, p.190)

Lady Killer

Ed è giunto anche il tempo in cui di Sakineh non gliene frega più niente a nessuno.
Chissà che fine ha fatto. Davvero, non se ne parla proprio più.
Sarebbe interessante ora prendere qualcuno o qualcuna delle migliaia che, dentro e fuori la rete, consumavano con rabbia e sentimento la tastiera per la vita della donna iraniana, e chiedere se sanno quale sia la sua situazione attuale, se sia viva o morta, libera o in cella, giustiziata oppure no.
Temo di immaginare la risposta. O meglio, l'assenza di risposte.

Ma mentre l'affare di Sakineh si stava avviando al suo lento tramonto, sepolta e obliata in favore di nuovi appelli, nuovi scandali, nuove "battaglie di civiltà", ci fu chi cercò, a mo' di controcanto critico, di far girare petizioni per un'altra donna prossima a essere giustiziata, Teresa Lewis.
Ma la Lewis, curiosamente accusata per gli stessi reati di Sakineh, non è nel braccio della morte iraniano, bensì in quello degli Stati Uniti. Gli appelli per la Lewis volevano far leva appunto su tale disparità, ma evidentemente proprio la disparità geografica (e geopolitica) ha avuto la meglio: un certo movimento per la Lewis esiste, come evidenziato dall'articolo sottostante, ma la visibilità mediatica ottenuta, in confronto a quella per Sakineh, è praticamente inconsistente.

La Lewis e Sakineh sono entrambe donne.
Ci si muove e ci si mobilita per donne condannate.
Innegabile che la campagna per Sakineh sia stata potentemente informata anche da questioni di genere: il pericoloso Iran è identificato con l'Islam, e l'Islam è "la religione che opprime le donne".
Difendere Sakineh è difendere le donne, tutte.
Eppure, non so nei paesi islamici, ma almeno in "Occidente", di fronte alla giustizia penale, le donne sono sicuramente sottorappresentate, ovvero meno colpite dalle sentenze dei tribunali.
Qualcuno parlerà di differenze culturali, d'educazione, magari addirittura biologiche, ormonali: l'uomo aggressivo e testosteronico è portato al dominio, alla violenza, al crimine; la donna, invece, fonte della maternità e protettrice dei suoi cuccioli, è incline alla cura, all'accoglienza, alla comprensione e alla conciliazione, meno portata a imporsi violando la legge.
Personalmente ritengo invece che sia altro ad avere il suo peso: in società in cui la donna è ancora tenuta legata all'ambiente familiare, tenuta lontana dal lavoro, dalla carriera, o marginalizzata anche negli ambienti di lavoro, esclusa da situazioni di socialità aperta e dinamica, a cui vengono concesse di rado le redini delle situazioni, le occasioni di reato diventano automaticamente ben minori che rispetto agli uomini.
Autonomia e libertà su se stessi significano rischio, anche di violare la legge. Una società che ancora comprime l'autonomia femminile, comporta necessariamente meno reati femminili.
Grandi poteri esigono grandi responsabilità. Essere giudicati meno responsabili, di converso, significa anche avere meno potere, nel bene come nel male.
Forse c'è anche di più. Come mostra l'articolo sottostante, se negli USA le donne compiono il 10% degli omicidi, comprendono però solo il 2% delle condanne a morte.
C'è una disparità, perché la giustizia tende a essere meno severa con le donne, a meno che non compiano reati che infrangono il modello della moglie fedele e madre affettuosa.
In questi ultimi casi, invece, si grida al mostro.
O ci si rifugia nell'incredulità: è un caso che in Italia il processo per il delitto di Cogne si sia trascinato per anni, e si sia cercato a tutti i costi un colpevole che fosse esterno alla famiglia, magari un albanese di passaggio (la variante del tempo della fobia dei rumeni)?
Dietro le sbarre e sulla sedia elettrica troviamo meno donne non perché queste siano più virtuose e meno inclini al crimine, ma perché ancora la società le vede e le vuole lontane dall'agire nel Mondo, con tutti i vantaggi e le brutture che il Mondo offre.

L'originale dell'articolo sottostante si trova qui.
I grassetti sono mie aggiunte. I link sono quelli presenti nell'originale.

Lady Killer
Come la prevista esecuzione di Teresa Lewis sfida i nostri punti di vista su genere e pena capitale

Di Dahlia Lithwick
21 Settembre 2010

  Praticamente tutti i resoconti giornalistici su Teresa Lewis – la prima donna che potrebbe venir giustiziata in Virgina da almeno cento anni – cominciano sottolineando che lei sarà appunto la prima donna da almeno cento anni a venir giustiziata in Virginia. Dopo però nessuno sa bene cos'altro dire sul genere sessuale di Lewis o come questo si colloca nel più ampio dibattito sulla pena capitale. Ecco allora una cosa: se Lewis fosse un uomo, la sua esecuzione difficilmente farebbe notizia. Ed eccone un'altra: nonostante il suo genere, Lewis è effettivamente una candidata eccellente per la pena capitale.

Non voglio intendere che io creda che Teresa Lewis debba essere giustiziata (e per la cronaca, non lo credo). Intendo solo che il suo caso chiarisce molte cose dei problemi che spesso offuscano il dibattito nazionale sulla pena capitale. Sono tantissime le condanne a morte scandalose, le esecuzioni e i proscioglimenti che annoverano inquirenti disonesti, reparti della scientifica corrotti, periti forensi incapaci, disuguaglianze razziali nelle sentenze o avvocati pubblici della difesa ridotti all'impotenza. Ma il caso della Lewis non ci parla affatto dei tanti dubbii di metodo che molti di noi hanno sulla correttezza della pena capitale. Ci parla piuttosto dei dubbii che abbiamo quando si tratta di uccidere delle donne.

La Lewis fu condannata a morte nel 2003 per aver assoldato due assassini che uccidessero suo marito, Julian Clifton Lewis, e il suo figliastro, Charles Lewis. Stando all'accusa, la Lewis convinse i due assassini a prender parte al suo piano usando sesso (tra cui, si presume, l'offerta di rapporti sessuali con la di lei figlia sedicenne) e denaro (promise di dividere con loro il premio dell'assicurazione sulla vita del figlio e del marito). Comprò lei le armi e le munizioni usate negli omicidi. Fu lei che, si presume, lasciò aperta la porta sul retro agli assassini, aspettando poi più di un'ora prima di chiamare la polizia, mentre il marito moriva dissanguato. Fu lei a frugare nelle tasche del marito morente in cerca di denaro che poi divise con gli uomini che avevano premuto il grilletto.

La Lewis confessò in seguito il suo intrigo. Suo rappresentante fu un abile avvocato che valutò come cosa migliore che il sanguinoso caso non arrivasse davanti a una giuria. I suoi due complici nel complotto in cambio dell'ammissione della colpa ottennero l'ergastolo, senza possibilità di avere libertà su parola. Anche lei ammise la colpevolezza. Non ci furono prove di inadempienze sistematiche o pregiudizi nei suoi confronti. È bianca. E non si è proclamata innocente. Eppure non riesco a trovare così tanta gente che invochi la sua esecuzione, prevista per Giovedì. Tutt'altro, più di 5.500 persone hanno firmato una petizione che chiede di commutare la sentenza al governatore della Virginia (petizione respinta Venerdì scorso). Lo scrittore John Grisham, associazioni sulla salute mentale e l'Unione Europea, tutti si sono schierati con lei.

C'è una altra questione in ballo nel caso di Teresa Lewis che a prima vista non sembra riguardare il genere: il suo QI è tra 70 e 71, sul limite della definizione legale di ritardo mentale. Stando a chi l'ha conosciuta per tutta la vita, Lewis non ha mai vissuto da sola, non riesce ad acquistare alimentari utili per più di una giornata alla volta, e non ha mai saputo gestire i propri soldi. Per lei questo ha significato sposarsi molto presto (a sedici anni) e una vita alle dipendenze degli uomini. Legata all'affermazione che la Lewis avrebbe problemi mentali, c'è la prova che soffre di dipendenza da antidolorifici e che le è stata diagnosticato un disturbo da personalità dipendente, che si manifesta anche nel bisogno di avere costantemente attenzione e conferme da parte degli uomini.

Cos'ha a che fare il genere della Lewis coi suoi problemi mentali? Probabilmente nulla. I suoi avvocati hanno messo in atto una forte linea difensiva per evitare che le venisse tolta la vita; e sostengono che tale linea non abbia nulla a che fare col fatto che lei sia una donna. Gli avvocati contestano che il giudice ignorasse che Matthew Shallenberger, uno dei due uomini che azionarono concretamente il grilletto fatale, si è vantato di essere il vero cervello dell'intrigo. Shallenberger, che ha un QI di 113, dopo l'arresto ha scritto a un amico che la Lewis era "proprio quello che cercavo: una puttana schifosa che ha sposato suo marito per i soldi e sapevo che sarebbe cascata ai miei piedi." Shallenberger, suicidatosi in cella nel 2006, disse anche a un investigatore privato nel 2004: "Del momento in cui la vidi, capii che era una che si poteva facilmente manipolare. Dal momento che la vidi, io già avevo un piano su come usarla per fare un po' di soldi." È difficile immaginare un uomo fare simili affermazioni sull'essere attirato in un'impresa criminale da una giovane donna brillante.

Il giudice che comminò la sentenza non considerò molte di queste prove, visto anche che un processo non c'è stato. Considerò la Lewis il cervello dell'intera impresa e comunque quasi tutte le prove che sia stato Shallenberger a trascinarcela sono venute a galla dopo la sentenza. Quando questa fu pronunciata, il giudice definì la Lewis la "testa di questo serpente" (lascio alle specialiste di studii femminili l'interpretazione di questa metafora). Col senno di poi sembra chiaro che sia la sua sentenza di morte che la petizione per la grazia incorporano presupposti sul genere sessuale che il sistema della giustizia penale non esprime esplicitamente. La Lewis ha ricevuto una dura sentenza perché ha usato la sessualità e l'adulterio per tramare un progetto omicida contro i suoi cari, e ora lei cerca di evitare la pena di morte perché la sua sessualità ha fatto di lei una vittima in modi squisitamente femminili.

Il motivo per cui è così difficile scindere la pena capitale dai pregiudizi di genere è che l'intero meccanismo della pena capitale è pesantamente pregiudiziale nei confronti del genere, e lo è sempre stato. La pena capitale è praticamente uno dei sistemi più sessisti ancora presenti in America. Da quando la pena capitale fu ristabilita nel 1977, solo 11 delle 1224 persone giustiziate sono state donne. Victor Streib, professore di legge all'Università dell'Ohio Settentrionale ed esperto sui pregiudizi di genere, mette in luce che nel 1996, mentre le donne comprendevano il 13% degli arresti per omicidio, subivano solo il 2% delle condanne a morte. "È come se le vite delle donne avessero un valore maggiore, " dice. "E le donne sono trattate diversamente anche quando sono vittime."

Ma chi mai richiederebbe davvero una parità di genere nelle esecuzioni decretate dallo Stato? C'è qualcuno in giro che sta celebrando l'abbattimento del muro di genere ottenuto dalla Lewis questa settimana? Difficile immaginare che anche la più zelante femminista si metta a insistere che, se le donne commettono il 10% degli omicidi, devono comporre il 10% di cui viene giustiziato per tale reato. La miglior risposta femminista alla scarsa frequenza della pena capitale delle donna probabilmente sarebbe lottare per renderla altrettanto rara anche per gli uomini.

Il fatto è che i pregiudizi di genere tagliano trasversalmente il sistema della giustizia penale. Se le donne sono condannate a morte meno di frequente che gli uomini, spesso anche i reati per cui sono condannate hanno le loro radici in antiquati stereotipi di genere. Quando le donne sono condannate a morire, dicono gli esperti, di solito è per i motivi più sessisti. Spesso i loro crimini riguardano l'assassino del marito o di un figlio, che porta ad assumere che si tratta di madri cattive e mogli snaturate. Gli esperti dicono che gli uomini nel braccio della morte, in confronto, hanno nella maggior parte dei casi ucciso degli estranei, di solito durante la commissione di un altro reato. Perché questo doppio standard? Probabilmente perché, dai giorni dei puritani, gli Americani hanno rabbrividito di fronte a storie di donne mostruose e bestiali che hanno ucciso i loro cari. Culturalmente ci si aspetta che le donne bianche siano "gentili, sottomesse, virtuose e dedite alla cura degli altri", scrive Phyllis Goldfarb, docente di legge all'Università George Washington. E quando invece commettono un assassinio, lei scrive, "giustiziarle sembra del tutto adeguato."

Se ancora c'è chi dubita del fatto che l'intera storia di Teresa Lewis abbia a che fare unicamente con questioni di genere, ecco l'ultimo argomento, estremamente caricato in termini di genere, che ha potentemente mosso i suoi sostenitori: la Lewis, è stato riferito, è stata una prigioniera modello, che esercita un "infusso tranquillizzante" sulle sue compagne di prigione, pur trovandosi in isolamento e quindi essere poter essere vista. La Lewis a quanto pare canta per loro e le consiglia, ed è divenuta una sorta di modello pastorale per le prigioniere di fede cristiana. Ovviamente anche ciò gioca sugli stereotipi di genere: la Lewis come un'immagine materna e dedita alla cura, completa di canzioni rassicuranti e tenere attenzioni. È tornata ad essere quella "donna naturale" descritta da Phyllis Goldfarb. Quando invece è un uomo nel braccio della morte a essere definito "rieducato" e quindi non più meritevole della pena capitale, "tranquillizzante" e "dedito alla cura" non sono gli aggettivi usati di solito per descriverlo.

Non riesco a vedere alcuna utilità nell'uccidere Teresa Lewis giovedì mattina. Di fatto il suo reato è orrendo, ma lei non è quel tipo di mostro incorreggibile spesso presentato come il migliore argomento per la pena capitale. Allo stesso tempo, quelli di noi così pronti a vederla come una creatura rieducata, piena d'amore e di cura, dovrebbero fermarsi e considerare se le concederemmo tutta questa redenzione se fosse un maschio.

Chi è senza peccato…

C'è chi dice che Səkinə Məhəmmədi-Aştiani (la tizia che, almeno stando ai nostri media, rischia la lapidazione in Iran) sarebbe stata fortunata , rispetto ad altre (e altri) nella stessa situazione, perché "suo figlio è riuscito ad avere gli agganci giusti con la stampa così che la vicenda è diventata nota a livello internazionale".
In parte sì, ma ovviamente c'è anche un altro fattore in gioco.
Sulla Aştiani è stato montato su un caso incredibile perché si trova in Iran, e non altrove.
Si fosse trovata in un altro paese le cose sarebbero andate ben diversamente.
Ad esempio in Arabia Saudita dove, per dire, un certo Ali Sabat ha rischiato la pena di morte per stregoneria. Pare che a tutt'oggi, evitata la decapitazione, stia ancora dietro le sbarre a scontare il suo crimine: aver predetto la fortuna in TV.
Avete mai sentito parlare di Ali Sabat? O di qualunque altra persona delle decine che ogni anno vengono condannate a morte in Arabia Saudita? Vi è mai stato chiesto di firmare qualche petizione in proposito? Avete mai visto toccanti servizi in tv al proposito? Roboanti dichiarazioni di esponenti politici? No? Niente di strano.
L'Arabia Saudita, nonostante qualche screzio dovuto ai tramacci dell'11 Settembre, resta un noto scendiletto politico degli Stati Uniti, un fedele alleato nella regione, e dunque ci si può benissimo disinteressare di quel che vi accade, nonostante sia una monarchia assoluta e un regime teocratico e oscurantista ben peggiore di quello iraniano. E nonostante anche in Arabia Saudita viga la lapidazione.
L'Iran, invece… be', sappiamo benissimo che ora come ora i rapporti tra Iran e "Occidente" sono tutt'altro che idilliaci. Ed ecco che le lapidazioni iraniane diventano più cattive di altre, anche se poi le pietre pesano uguale in tutto il Mondo; e così i corpi di chi ci finisce sotto.

In questo caso, però, c'è però un altro confronto che si può fare, meno ovvio, più interessante.
Molti molti anni fa, l'autista della corriera su cui allora effettuavo abitualmente la tratta stava dicendo la sua sul cosiddetto "delitto di Novi Ligure", e affermò con candida decisione che dei colpevoli si sarebbe dovuto "fare saponette". Immagino non pochi la pensassero come lui.
Ora, 
la Ashtiani è stata accusata di adulterio e di complicità in omicidio, l'omicidio del marito.
Di queste accuse, nella martellante campagna per evitare la condanna, non se ne parla quasi.
Della Ashtiani conosciamo soprattutto il volto, che ci fissa negli occhi, direttamente, fermo e triste e avvolto in un nero chador; la conosciamo e la chiamiamo col nome proprio, come se fosse una di noi, al nostro stesso livello, una vicina di casa, una parente, un'amica; sappiamo che sta per essere uccisa da un paese islamico dittatoriale che opprime la donna con un presidente folle e antisemita che vuole la bomba atomica per distruggere gli ebrei; o almeno questa è la nostra narrativa corrente dell'Iran.
Si sa parla ben poco invece delle accuse per cui la Ashtiani potrebbe venir giustiziata, e soprattutto non sappiamo nulla di nulla, ma proprio nulla, sulla vittima dell'omicidio in questione, il marito. Cosa sorprendente se pensiamo che la nostra cultura ha ormai eretto fin quasi al parossismo la difesa della vittima (e spesso la sua vendetta) a feticcio indiscutibile. Cosa sintomatica.

Immaginiamo quindi se un delitto analogo fosse capitato qui, da noi.
Partono i titoli dei giornali e i servizi dei tiggì a urlare: "Strage della follia! Donna uccide brutalmente il marito per spassarsela con l'amante!!"
Magari non è vero niente, magari la verità è assai parziale, magari lei è innocente, è ancora tutto da stabilire, magari lei è colpevole in tutto o in parte, magari chissà quali terribili intrecci di sentimenti, disperazioni, alienazioni possono esserci dietro un delitto del genere.
Tutto ciò non importa nulla.
I media e il pubblico, si sa, sono rapidi a decretare le condannea individuare ed esibire a lettere di fuoco colpevoli & vittime, buoni & cattivi, e a rinvenire le cause del Male, magari aiutati dagli immancabili opinionisti da salotto: decadenza della società, fine della famiglia, perdita dei valori, egoismo edonismo materialismo dilaganti, ai miei tempi queste cose non succedevano, non si crede più in niente, come stanno crescendo i giovani sbroc sbroc sbroc.
Possiamo benissimo immaginari servizi e racconti truculenti sul numero di coltellate e il sangue schizzato ovunque, e scavi morbosi nella vita della colpevole alla ricerca di tracce della follia (e della rassicurante diversità da Noi Sani e Normali), e piagnucolosi resoconti sulla vita spezzata della povera vittima (uno di noi!), con contorno di interviste ai parenti sconvolti: "Cosa prova in questo momento? Sospettava che sarebbe potuto succedere? Crede che riuscirà a perdonare la colpevole?"
E se poi magari, arrivati al processo (dopo anni…), viene fuori una pena mite, perché si devono applicare delle attenuanti, o addirittura si stabilisce che la colpevole non è tale, è innocente, che la sua confessione è stata frutto di un uso disinvolto della carcerazione preventiva, che le prove sono più che traballanti, se non artefatte, che venivano presentate granitiche dai media ma non lo erano affatto… che un colpevole è ancora trovare.
Come sopra: tutto ciò non importa nulla.
La condanna è già avvenuta nella pubblica piazza, spiccata da un pubblico di milioni che del caso in questione non conoscono nulla direttamente, ma che pensano di aver già capito e decretato tutto grazie a narrazioni costruite.
Una condanna mite o un'assoluzione non sarà che una nuova occasione per poter schiumare rabbiosi contro i "giudici buonisti che assolvono assassini e li mandano a spasso dopo qualche mese qui i criminali fanno carriera alle vittime non ci pensa più nessuno arriverà il momento che ci facciamo giustizia da soli sbroc sbroc sbroc".
E magari si accodano i politici a deplorare la sentenza, e proporre pene più dure, smantellamento di garanzie e attenuanti, tolleranza zero, ecc ecc ecc.

Ecco, se la Ashtiani fosse stata colpevole, o anche solo accusata, degli stessi identici reati in Italia probabilmente sarebbe già stata lapidata virtualmente su giornali e tivvù, e dal pubblico belante. Niente petizioni, niente mobilitazioni, niente mazzi di rose, niente discorsoni di premî nobel o presidenti della repubbliche.
Gli stessi che oggi cliccano generosi su Facebook per riempire (inutilissime) pagine di solidarietà alla Ashtiani, con altrettanta foga e sicurezza di stare dalla parte del Bene cliccherebbero su pagine che chiedono ergastolo, pena di morte o tortura per altre e altri anonimi e anonime Ashtiani italiani (o stranieri regolari o irregolari) che passano nei nostri tribunali, i tribunali reali e quelli mediatici.
E sarebbe a questo punto davvero interessante vedere come i media iraniani l'hanno presentata, la Ashtiani e la sua storia. Se anche lì è diventata un caso nazionale, ma a rovescio rispetto a come è discusso da noi o, meglio, nello stesso modo in cui, da noi, sono presentati i nostri assassini nazionali, presunti o accertati che siano.
O se invece, nel paese di Persia, lontana dai nostri clamori, quella dell'Ashtiani è una faccenda confinata ai trafiletti, scivolata quasi nell'indifferenza generale; così come nell'indifferenza scivolano la stragrande maggioranza di assassini e assassinati al Mondo, e gli efferati criminali condannati a morte o i poveracci innocenti sbattuti in cella per calcolo o errore… tutti sottratti alla fortuna o alla sventura dei riflettori mediatici, laddove la cinica opportunità politica non abbia alcun interesse a farne casi emblematici per cui stracciarsi le vesti, per farne dei mostri da distruggere o degli innocenti da salvare.

Quando i buoni sono cattivi (4)

Ultima parte…

A differenza di molti svedesi, specialmente nell'elite intellettuale, Nordström non crede che il progetto svedese stia arrancando. Mi ha guidato lungo un riassunto accelerato del miracolo economico che ha dato forza alle riforme progressiste del XX secolo. Nel XIX secolo la Svezia era molto povera, con un terzo della popolazione era alcoolizzata. "Eravamo una piccola Russia". Negli anni Venti nacque l'idea di una socialdemocrazia che portasse dalla culla alla tomba, in cui un'alleanza tra industriali, sindacati e Stato avrebbe generato uno stato sociale universale. È stato in questo momento che ha cominciato a circolare per la prima volta l'idea della "casa della gente", una socialdemocrazia in cui la ricchezza delle industrie veniva ridistribuita per il bene comune.
 
Durante la guerra la Svezia restò neutrale, e non venne né occupata, né bombardata, e al suo termine era uno dei pochi paesi d'Europa con una industria manifatturiera pienamente funzionante. Esportando qualunque cosa, dai cuscinetti a sfere alle centraline telefoniche, s'avviò veloce per una duratura ascesa verso la prosperità. Negli anni Settanta veniva citata tra le prime tre più ricche nazioni al Mondo. Il denaro che affluiva veniva reindirizzato verso la costruzione di quello che forse era il più ambizioso sistema di previdenza sociale al Mondo, con un'assistenza assai generosa per bambini, malati e pensionati. Nel 1973, contemporaneamente a un periodo di tasse proibitivamente alte, la crisi petrolifera colpì l'economia. Tre decenni di crescita si arrestarono e negli anni Ottanta il governo cominciò ad allentare il suo rigido controllo sui mercati.
 
Ringiovanita, l'economia riprese ad espandersi, ma nell’animo svedese era penetrato un senso di disincanto, specialmente nella sinistra utopista. I numerosi dubbi e scontenti pare siano venuti a convergere con l'assassinio di Olof Palme, quello che resta l'evento determinante nella storia della Svezia del dopoguerra. Il suo impatto fu più grande, relativamente parlando, dell'assassinio di Kennedy. Mankell una volta ha scritto un racconto su Wallander, titolato <i>La piramide</i>, in cui esaminava le ansie liberate dall'omicidio di Palme, e Palme compare anche ne <i>L'uomo del tormento</i>. Nei prossimi mesi di quest'anno, inoltre, Mankell mettere in scena un pezzo teatrale che ha scritto su Palme, titolato <i>Politik</i>.
 
Palme era una figura singolare. Nato in una famiglia della classe alta, scelse le vesti della modestia e della frugalità, pur conservando al contempo un senso nobiliare del diritto: è famoso per aver preteso che il traghetto tornasse al porto, quando perse l'ultimo disponibile durante un viaggio verso la sua seconda casa. Era un internazionalista che difendeva fieramente gli interessi svedesi, e un neutralista che corteggiava l'Unione Sovietica mentre parteggiava con discrezione per l'Occidente. Si poneva all'intersezione tra due differenti, spesso contrarie, correnti del pensiero liberale: la doppia tensione verso un positivo intervento statale e una crescente libertà individuale.
 
Mentre una sera tornava a casa con sua moglie lungo Sveavägen (l'equivalente svedese di Piccadilly, per intenderci) Palme fu ucciso da un misterioso uomo armato che sparì nella notte. In mancanza di un sospetto, e a causa di indagini disastrose da parte della polizia, si spalancò una congerie di teorie del complotto, alcune incoraggiate dalla stessa polizia, in cui fu tirato dentro chiunque, dai banditi curdi, a Saddam Hussein, alla C.I.A.
 
Non aiutò il fatto che la principale testimone, Lisbet, vedova di Palme, rifiutò una piena collaborazione col tribunale, per motivi che mai furono spiegati. La sua testimonianza portò alla condanna di un violento teppista di strada, un alcoolizzato di nome Christer Pettersson. Pettersson aveva una precedente condanna per omicidio per cui, tipico esempio della mitezza della giustizia penale svedese, aveva dovuto scontare appena sei mesi di prigione. Fu condannato all'ergastolo, ma subito rilasciato quando la sentenza fu rovesciata in appello.
 
L'incapacità di catturare il vero colpevole comportò che la ferita subita dalla Svezia, o il "trauma nazionale", come spesso viene chiamato, restò aperta per molti anni a venire. Ancora oggi la cicatrice e l'ostinata paranoia complottista continuano a far sentire il loro effetto sull’intelaiatura della tenzone politica.
 
La piú emblematica tra queste polemiche è quella, ancora in corso, sulle incursioni sottomarine nelle acque svedesi durante gli anni Ottanta. L’origine dei sottomarini che si sapeva si nascondevano sotto le coste svedesi, è stata oggetto di una lunga disputa. La maggior parte dei media li ritenevano sovietici, mentre altri sospettavano appartenessero alla N.A.T.O. Ancora una volta ricorre la disturbante immagine di qualcosa d’imprevisto che giace sotto la placida superficie. Mankell non è l’unico a ritenere che queste incursioni, che cita sia in L’uomo del tormento che in Politik, costituissero un grosso scandalo nazionale. Ma in tal caso, allora dovrebbe essere stato Palme, il grande eroe della sinistra, a provare il disagio maggiore. Ci sono prove crescenti che alcune incursioni, se non tutte, erano di sottomarini N.A.T.O., e voci insistenti nei circoli diplomatici affermano che Palme conoscesse e accettasse tali presenze, come mezzo per poter ottenere protezione dall’Unione Sovietica.
 
Sicuramente Palme era un politico flessibile quando aveva bisogno di esserlo, non ultimo nel campo della politica sessuale. Negli anni Settanta filtrarono notizie che il suo ministro della giustizia, Lennart Geijer, fruisse spesso e volentieri della prostituzione. Nonostante le informazioni fossero dettagliate, quando Palme ne venne a conoscenza, negò strenuamente i fatti e il giornale che aveva pubblicato la storia fu costretto a presentare una pagina di scuse. È significativo che uno degli antagonisti in La falsa pista, uno dei romanzi di Mankell, sia un ministro della giustizia degli anni Settanta parte di una rete di prostituzione che abusa sessualmente e fisicamente delle donne… proprio le accuse fatte a Lindberg. Il personaggio, somigliante a Geijer, è accusato di aver ucciso l’idealismo della politica svedese. Sarà quindi interessante vedere come Mankell giudicherà il capo di Geijer, Palme, nella sua nuova prossima opera.
 
Kjell Nordström sostiene che la nostalgia per gli anni di Palme è una tensione per il ritorno a una Svezia più semplice con un maggior controllo statale. “Ci sono persone a cui mancano i bei vecchi tempi in cui potevi organizzare un incontro, negoziare e quindi mettere in pratica le decisioni. Ma noi non siamo piú un piccolo paese omogeneo. Dobbiamo trovare altre strade.”
 
Nordström sospetta anche che questo vagheggiamento di una leggendaria età dell’oro dell’integrità è anche un effetto della crisi d’identità del maschio svedese. “Gli uomini stanno perdendo le proprie posizioni. Le donne hanno fatto giganteschi passi in avanti negli ultimi quarant’anni. Ci sono diversi campi in cui, al giorno d’oggi, è difficile essere un maschio, dove un tempo c’era un linguaggio maschile e dove oggi ci sono donne forti e potenti, sostenute dalla legge.”
 
Il capo di Lindberg era una donna, nota Nordström, e al lavoro era circondato da donne. “Però”, prosegue versandomi un altro bicchiere di vino fresco, “l’accademia di polizia non l’aveva addestrato per vivere e gestire queste condizioni”.
 
Questa, in parole povere, è l’analisi svedese che alla fine vince contro l’ansia complottista e quella sinistra che passa il tempo a torcersi le mani nell’ansia: se c’è il problema, stabiliamo un addestramento migliore per risolverlo. Per certi versi, e forse per molti versi, è un atteggiamento ammirevole. Dopotutto, ci racconta la fiducia progressista nel miglioramento, se non della perfettibilità, dell’umanità. Ma questo approccio pragmatico alla soluzione dei problemi rischia anche di concentrarsi sulla soluzione senza affrontare realmente la sostanza dei problemi.
 
In tal senso quella Svezia che si preoccupa dell’oscurità sotterranea può avere le sue ragioni. Soltanto che sta guardando nella direzione sbagliata. Non deve per forza trattarsi del sistema, o dello Stato, o della polizia, o delle profondità marine. Può trattarsi semplicemente della propria interiorità. Qualunque sia la ragione che ha portato Lindberg, capo della polizia, ad avviarsi con fruste e manette ad un’appuntamento con un’adolescente, sicuramente non l’ha fatto perché gli mancava un addestramento adeguato.

(fine)

Quando i buoni sono cattivi (3)

…prosegue dalle volte precedenti… il discorso si interrompeva sull'anno 2000, quando in Svezia venne introdotta una legge rivoluzionaria, che rendeva legale la vendita del sesso, ma un crimine acquistarlo… a breve, la terza e ultima parte.

Al tempo fu celebrata come una grande sconfitta della prostituzione di strada e della tratta degli esseri umani a fini sessuali, e molti paesi, Inghilterra inclusa, valutarono se copiare il nuovo modello svedese. Sulla scia della legge, la polizia dovette rifocalizzare la propria attenzione e anche riesaminare molti dei propri atteggiamenti nei confronti non solo delle prostitute, ma delle donne in generale. Il poliziotto più attivo, come portavoce nella battaglia per un approccio meno patriarcale era, ovviamente, Lindberg.
 
Molti svedesi con cui ho parlato, hanno suggerito che Lindberg incarnava una diffusa frattura culturale tra retorica ufficiale e comportamento individuale. Come mi ha detto un osservatore privilegiato della scena di Stoccolma: "Alcuni dei politici maschi più decisi sull'eguaglianza di genere sono anche noti come i più attivi inseguitori di donne".
 
Ma Gunnar Pettersson, scrittore e commentatore svedese che vive a Londra, ha una visione differente sul problema rappresentato da Lindberg. "La Svezia possiede due élite", mi ha detto. "L'élite politica ha vedute internazionaliste e neutraliste, mentre l'altra elite, quella industrial-militare, è essenzialmente nazionalista e occidentalista. Tra loro non hanno quasi mai dialogato, specialmente lungo il XX secolo, quando il modello svedese è stato costruito. Il punto, nel caso di Lindberg, è che ha adottato la retorica dell'élite politica mentre apparteneva, per natura e biologia, all'elite industrial-militare, in cui cose come quelle sono considerate stronzate, e le dici solo per far carriera."
 
Se Lindberg abbia una doppia personalità o sia semplicemente un opportunista spudorato, probabilmente è un problema che dovranno risolvere gli psichiatri. Ciò che è di certo più significativo è la falla che questo caso rivela nella logica del politicamente corretto. La teoria che regge la visione del mondo del politicamente corretto è che cambiando il linguaggio si cambia ciò che questo descrive, perché la percezione altera la realtà: espressioni non sessiste, ad esempio, incoraggiano pensieri non-sessisti. Ma se il consenso nei confronti delle opinioni prescritte fosse falso? E se il linguaggio fosse un travestimento, uno strumento conformistico usato per nascondere una verità sottostante e ben più sgradevole?
 
Ciò comporterebbe una variazione originale nell'antica preoccupazione svedese verso la corruzione ben radicata, variazione che però non si troverebbe nei romanzi di Mankell o Larsson. Le sottigliezze non sono mai state il cavallo di battaglia di questi scrittori, e alcuni svedesi hanno trovato piuttosto limitante la loro visione manichea della Svezia.
 
"Sono sempre stato dubbioso e critico verso persone come Mankell e Larsson", dice Lars Linder, "dato che io non sono un estimatore di queste teorie complottistiche. Sono anch'io un vecchio uomo di sinistra, ma non mi piace quando si prende la vecchia Svezia socialdemocratica come se fosse un paradiso, che adesso sarebbe caduto in mano a persone cattive dotate di legami occulti. È semplicistico e nostalgico. Il tipo di abuso di potere osservabile in persone come Lindberg è molto più interessante."
 
Mankell insiste che L'uomo del tormento, pubblicato l'anno scorso in Svezia e previsto in inglese per l'anno prossimo, sarà sicuramente l'ultimo suo romanzo su Wallander. L'intreccio ha ancora una volta per antagonisti degli estremisti di destra. La Svezia è nota per il suo sistema assistenziale inclusivo, per il suo progressismo liberale e il suo spirito egualitario, ed è anche coerentemente posta da Transparency International tra le nazioni meno corrotte del Mondo. Sembra quindi irrazionale che questo paese si specchî solo per vedere così spesso abusi sulle donne, complotti di destra e corruzioni strutturali. Eppure questi restano problemi a cui la cultura svedese è molto sensibile.
 
Alcuni giorni dopo il processo a Lindberg, il ministro del lavoro, Sven Otto Littorin, ha rassegnato le sue dimissioni una volta saputo che un quotidiano stava per pubblicare una storia in cui si affermava che avrebbe pagato una prostituta quattro anni prima. La sua anonima accusatrice ha detto di essere stata spinta dal caso di Lindberg, perché voleva evitare che un potente sfuggisse alle conseguenze delle proprie azioni. Il ministro ha negato di aver mai pagato per del sesso e il giornale, Aftonbladet, non ha presentato alcuna prova, se non il fatto che la donna avrebbe riconosciuto Littorin vedendolo in televisione. Successivamente diversi commentatori hanno messo in dubbio il resoconto della donna, a quanto pare pieno di incongruenze e imprecisioni.
 
Littorin s'è però dimesso, chiamando in causa l'intrusione della stampa nella sua vita privata. Per la prima volta in decenni la Svezia si è trovata in mezzo a uno scandalo sessuale, qualcosa che gli svedesi credevano fosse una stranezza riservata agli inglesi. Fatto sta che molti commentatori hanno trovato la vicenda di Littorin più rappresentativa del caso di Lindberg rispetto alle mutazioni sociali in corso in Svezia. Per Petra Ostergren segna un notevole slittamento nella morale pubblica svedese e mostra quanto sia compatto il consenso effettivamente raggiunto. Ostergren, femminista e nota critica della legge sulla commercializzazione del sesso, è stata ostracizzata da molte delle sue ex alleate nel movimento femminista.
 
"Cinquant'anni fa Littorin si sarebbe dovuto dimettere se fosse stato omosessuale. Oggi noi l'acquisto del sesso l'abbiamo non solo criminalizzato, ma anche stigmatizzato al punto che s'è dovuto dimettere unicamente a causa di un semplice sospetto. Allo stesso modo in cui l'omosessuale è stato normalizzato, così l'eterosessuale che acquista sesso è stato patologizzato. Per soddisfare il bisogno di normalità della società, c'è la necessità di qualcosa che non sia normale. In questo momento si tratta dell’acquirente di sesso."
 
Ovviamente questo non è il modo in cui molte altre femministe vedono la situazione. Per loro è una questione di ineguaglianza e costrizione. Chi lavora nel sesso, secondo la concezione intellettuale vigente, si trova in una posizione debole, socialmente ed economicamente, e senza alcun potere di negoziazione nei confronti del fruitore. Quindi non può affermare di agire di libera iniziativa, in particolare, ovviamente, se la vittima è stata fatta immigrare clandestinamente e tenuta prigioniera.
 
Ostergren controbatte che la gran maggioranza di chi lavora nel sesso non corrisponde a questa descrizione, e in ogni caso la prostituzione forzata o quella scelta liberamente sono faccende completamente separate. "Siamo in grado di distinguere tra un matrimonio consensuale e uno non consensuale e forzato", afferma. "Perché nella prostituzione non possiamo fare questa distinzione?"
 
Rispondendo alla propria stessa domanda, Ostergren illustra la discutibile moralità che informa alcune iniziative strategiche nella società e nella politica svedesi. Lei ritiene che fondamentalmente ciò che molti svedesi trovano sgradevole nella prostituzione è la sua natura trasgressiva, anti-igenica e incontrollata. E cita l'ampio programma di sterilizzazione sovrinteso dai Socialdemocratici sino agli anni Settanta a dimostrazione di un impulso, presente tra i progressisti, di ripulire e rimuovere forzosamente gli aspetti indesiderabili della società.
 
"È tutto parte di un duraturo progetto mirato alla perfezione e alla modernizzazione", afferma. "Non c'è spazio per la tossicodipendenza, la prostituzione o gli uomini che comprano sesso. C'è il desiderio profondo di voler essere una nazione superiore. E noi amiamo esportare quest'immagine. Amiamo poter fare la morale agli altri."
 
I segreti della Svezia, mi ha spiegato Kjell Nordström, sono eguaglianza, modernità e consenso. Nordström, un professore d'economia alto e stempiato, è una sorta di guru del business, e dirige un istituto di consulenza sul "capitalismo funky" [sic!]. L'ho visitato nel suo ampio appartamento, degno di poter comparire su qualche rivista immobiliare, sulla verde isola di Djurgården, situata nel centro di Stoccolma. È una località magnifica le cui vedute panoramiche, bisogna dirlo, non includono le viscere oscure che tanto ama la narrativa.
 
Nordström è uno dei critici della legge sulla commercializzazione del sesso, sulla base concreta che non funziona. Secondo alcune statistiche, la prostituzione sta quasi tornando ai livelli in cui era al momento dell'introduzione della legge. Ma Nordström è interessato anche ai mezzi concreti con cui gli svedesi possono trovare un accordo sulla questione.
 
"Il conflitto", ha notato amichevolmente, "qui non può proprio esistere. Abbiamo avuto 202 anni di pace, e la pace ti rende un po' strano." Nella prostituzione è l'ineguaglianza, e quindi la sua arretratezza, ciò che offende gli svedesi, spiega. Per ottenere un accordo sulla questione, quindi, "bisogna trattare il sesso commerciale in un modo che sia effettivamente neutrale dal punto di vista del genere".
 

Ho provato a immaginare cosa ciò potesse comportare, ma l'antiquata divisione di genere tra maschi e femmine mi ha sconfitto. Così è toccato a Nordström darmi una spiegazione: "Bisogna avere un bordello in cui uomini e donne lavorino l'uno accanto all'altro. Devi dimostrare che hai modificato il concetto perché venga accettato. Qui la gente non è contro il sesso. È una società in cui puoi effettivamente parlare di sesso, e in cui è facile farlo. Ma non puoi ottenere sesso che sia una forma di sfruttamento perché, per definizione, per comprare un'altra persona devi usare il tuo potere. Quindi è necessario spiegare come mai non si tratti di una forma di sfruttamento".

(…continua…)