Prostituzione: il “modello nordico” varca l’Oceano

Ormai più di quattro anni fa scoprivo l’esistenza del “modello svedese”, quello che in seguito sarebbe diventato più noto come “modello nordico”: un approccio legislativo alla prostituzione che cerca di reprimerla ridefinendo il fenomeno come “violenza contro le donne” e di conseguenza punendo il cliente.

Scrivevo nel 2010:

Il modello svedese ha suscitato una certa attenzione all’estero, e con lentezza si sta estendendo: Norvegia e Islanda, altre due nazioni nordiche, si sono accodate nel 2009. Il Regno Unito potrebbe essere il prossimo a seguire.
Per quanto riguarda l’Italia, personalmente non escludo che entro tre o quattro anni possa venir adottato; specie tenendo conto che l’alternativa opposta, la regolarizzazione e accettazione della prostituzione (com’è in Olanda, Germania o Austria tra gli altri), nel nostro paese attualmente non ha spazio di manovra alcuna, né credo l’otterrà nel breve termine, forse nemmeno nel medio.

Le cose sono andate un po’ diversamente.
In Italia, a tutt’oggi, non mi pare ci sia alcun dibattito di rilievo al proposito. Il tentativo francese di adottare il “modello nordico”, che io sappia, non è andato a buon fine.
Attualmente, in Europa, si sta tentando di introdurre il “modello nordico” in Gran Bretagna e in Irlanda del Nord.
Nel frattempo, è il Canadà ad averlo adottato, giusto questa settimana.

Traduco il pezzo (l’originale si trova qui).

***

Ieri [6 novembre] il governo canadese ha finalmente approvato il disegno di legge C-36, una revisione controversa e assai dibattuto delle leggi nazionali sulla prostituzione. Secondo la nuova legge, la prostituzione di per sé non illegale, ma lo è pagare per servizî sessuali o pubblicizzarli. Come nel cosiddetto “modello nordico”, questo si suppone sia un miglioramente rispetto ai precedenti modi di criminalizzazione del sesso consensuale tra adulti.

Solo i più maldestri tra i progressisti tuttavia lo vedono veramente come un miglioramenteo. Statalisti e conservatori lamentano ancora il fatto che vendere servizî sessuali non comporti necessariamente del tempo di prigione. Dico “non necessariamente” perché ci sono ancora molti modi in cui le stesse lavoratrici del sesso possono venire perseguite in base alla nuova legge, che considera un reato “comunicare per la vendita di servizí sessuali”, in rete o in qualunque altro luogo pubblico. Questo è in parte il motivo per cui le lavoratrici del sesso e i loro alleati si oppongono alla nuova legge. Cosa c’è di buono nell’eliminare le pene per la vendita di servizî sessuali se si può ancora venire arrestati per aver pubblicizzato o promosso la prostituzione? E come si può pensare che le lavoratrici del sesso possano guadagnarsi da vivere in sicurezza se i loro clienti devono temere costantemente l’arresto?

La risposta, ovviamente, è che non possono. Il desiderio che muove la legge C-36 è di “eliminare la domanda” per la prostituzione in modo che finalmente venga sradicata. Aggiungi a questo lo stereotipo secondo cui tutte le lavoratrici del sesso sono intrinsecamente delle vittime ed ecco dove si finisce. La nuova legge canadese può significare meno lavoratrici del sesso – in maggioranza donne – perseguite per prostituzione, ma questo a spese dell’idea che le donne siano esseri umani pienamente autonomi capaci di prendere delle decisioni per se stesse. Si accompagna anche al corrispondente aumento nel numero di (per la maggioranza) uomini che verranno perseguiti per aver acquistato dei servizî sessuali, con poca o nessuna possibilità nella riduzione del potere dello stato di polizia.

“Questa è una legge estremamente preoccupante… e ignora flagrantemente le chiare evidenze degli effetti negativi della criminalizzazione del lavoro sessuale”, ha detto la dottoressa Kate Shannon, direttrice dell’Iniziativa per la Salute Sessuale e di Genere e professoressa associata di medicina presso l’Università della Columbia Britannica. “Sappiamo troppo bene dopo due decenni di donne scomparse e uccise in Canada e grazie a un’ampia ricerca da parte della nostra e di altre squadre che criminalizzare qualunque aspetto del lavoro sessuale ha effetti devastanti sulla sicurezza, la salute e i diritti umani delle lavoratrici del sesso.”

Le precedenti leggi del paese sulla prostituzione (che criminalizzavano la vendita di servizî sessuali) erano state abrogate dalla Corte Suprema del Canada nel 2013 precisamente perché violavano i diritti delle lavoratrici del sesso alla “vita, la libertà e alla sicurezza della persona”, garantite dalla Carta Canadese dei Diritti e delle Libertà. Ma i proponenti della nuova legge sembrano poco preoccupati da ciò. “Ovviamente noi non vogliamo rendere la vita sicura a chi si prostituisce”, ha detto il senatore conservatore Donald Plett nelle udienze preliminari per la legge C-36 la scorsa Estate. “Noi vogliamo eliminare la prostituzione. Questo è l’intento della legge”.

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Nudo contro tutti

Stephen Gough, scozzese suddito di Sua Maestà Britannica, non ha mai ucciso, stuprato, rubato in vita sua. E, che io sappia, non ha mai neanche provato a farlo.
Stephen Gough a oggi (Autunno 2014) ha trascorso ben dieci anni in prigione, quasi un quarto della sua vita, e pare continuerà così ancora a lungo.
Il tempo che ha passato in cella, anche se non consecutivamente, è sicuramente più lungo di chi ha rubato, di molti autori di violenze, sessuali e non, e anche di diversi assassini.
Il suo reato? Circolare nudo.
Stephen Gough è chiamato il “Giramondo Nudo” (the Naked Rambler). Ama traversare a piedi il suo paese, e non accetta di farlo vestito. Rivendica il diritto di farlo senza indossare nulla (se non un cappellaccio, uno zainone e un pajo di scarpe).
Per questo la sua presenza viene ripetutamente segnalata da solerti cittadini, con conseguente intervento delle solerti forze dell’ordine, e la condanna, da parte di altrettanto solerti magistrati, a varî mesi di prigione. Scontata la pena, Stephen Gough esce all’aperto, si allontana, si spoglia, e tutto ricomincia. Così sono trascorsi i suoi ultimi dieci anni.

Naked Rambler jailed

Stephen Gough, il Giramondo Nudo

Della vicenda di Stephen Gough se ne parla in patria, ma più come bizzarra curiosità che altro.
All’estero non ne ho mai sentito parlare.
La sua vicenda l’ho conosciuta passivamente, grazie ai siti che seguo in inglese di notizie relative alle libertà individuali. Altrimenti sarebbe restata nell’oscurità anche per me.

Personalmente, lo dico in modo chiaro e semplice, la sua mi sembra la storia di una tremenda ingiustizia, anche solo per il lungo tempo di prigione che gli è valsa.
Il suo è un comportamento del tutto innocuo, il cui unico “torto” è quello di cozzare violentemente contro le usanze della nostra parte del Mondo, e che gli ha valso un tempo di privazione della libertà comminato solo ai peggiori criminali.
Ingiustizia maggiore per il fatto che la sua vicenda, la sua lunga prigionia, non sollevano le consuete ondate di indignazione riservate invece ad altri individui che si trovano schiacciati dal martello della legge o delle usanze maggioritarie.
Per il Giramondo Nudo non troverete petizioni su internet, appelli di personalità della spettacolo, grida indignate che surriscaldano i social network. L’enorme ingiustizia che a mio avviso subisce è aggravata da una delle maggiori condanne nei nostri tempi dell’ipervisibilità, quella dell’oblio, della dimenticanza, dell’invisibilità. Che stia pure in prigione, dice la società, di questo bizzarro individuo non ce ne può importare di meno.

Gli eroi della dissidenza, le vittime della persecuzione, nei nostri tempi attuali, devono rispondere a caratteristiche ben precise.
Le vittime certificate devono essere preferibilmente donne e trovarsi in paesi lontani e “nemici dell’Occidente”; niente di meglio, poi, se si tratta di paesi musulmani: è uno dei cascami dell’11 Settembre. Paesi nemici dell’Occidente: sarà più facile raccogliere indignazione per le donne vittime dell’Iran che non, per dire, della teocrazia saudita, essendo quest’ultima fedele alleato del nostro Impero. La difesa delle donne di questi paesi è poi il modo migliore per unire tutto lo spettro politico, dalla sinistra “amica della donne” alla destra islamofoba.
Dalle Pussy Riot a Malala (insignita del premio Nobel per la pace assieme a un uomo il cui nome nessuno ricorda) passando per le condannate a morte in Iran (dove i condannati maschî ammontano a centinaja l’anno), l’Occidente ama indignarsi per le donne perseguitate, per poter ripetere a se stesso quanto invece, in teoria, sia aperto e libero e democratico.

Eppure in una democrazia, quella del Regno Unito, abbiamo un uomo che, quasi nell’oblio generalizzato, ha trascorso dieci anni dietro le sbarre di una prigione solo per l’eccentrica ma innocua ed eroicamente ostinata abitudine a non indossare i vestiti.
Non è una contraddizione che la cosa avvenga in un paese formalmente democratico. Dopotutto, per fare appena un esempio, solo quattro o cinque decennî fa era sempre in paesi formalmente democratici che gli omosessuali venivano “curati” tramite elettroshock e castrazione chimica. La formalità democratica aiuta poco quando sono i dettami culturali a segnare ciò che è lecito e illecito, ciò che è tollerabile e ciò che è intollerabile. Una democrazia può, quando sono i dettami culturali a parlare, perseguitare determinati individui come la più dura delle dittature.
Ci sono paesi in cui, per cultura, le donne non possono e non devono mostrare il volto, e ci sono paesi, i nostri, in cui il Giramondo Nudo è condannato, per cumulo di pena, alla detenzione perpetua: personalmente fatico a vedere la differenza tra le due situazioni. Ma il confronto può aiutare a capire come mai sia difficile superare determinati blocchi culturali. Se nel libero Occidente nessuno si sogna di mobilitarsi per il Giramondo Nudo e la sua persecuzione come possiamo pretendere che, dall’oggi al domani, altri paesi capiscano che sia un’altrettale ingiustizia punire le donne che non si velano o che, come in Arabia Saudita, si azzardino a guidare un’automobile? La difficoltà è pari in entrambi i luoghi.

Con la differenza che il libero Occidente si fregia dell’apertura alla diversità, all’individualismo, all’anticonformismo. E allora cosa di più libero, di più individualista, di più anticonformista del Giramondo Nudo?
Ma anche questa, in realtà, è parte della sua condanna.
Il Giramondo Nudo non ha alle spalle una cultura o una religione che possano dare una parvenza di liceità alle sue esigenze. Nell’Occidente che si vuole attento e aperto alle esigenze dei non conformi e degli individui, nelle democrazie liberali in cui in teoria dovrebbe essere l’individuo e non il collettivo il punto di partenza, il Giramondo Nudo, che ha solo se stesso come difesa, non riesce a trovare spazio alcuno.
Già è difficile difendere, specie dopo l’11 Settembre e il montare della paura per i migranti, la possibilità degli stranieri di conservare le proprie usanze, anche quando innocue, in terra d’Occidente. Non è difficile capire come mai l’unico spazio concesso al Giramondo Nudo siano i pochi metri di una cella di prigione.

Il Giramondo Nudo smaschera, per chi voglia vederla, mette a nudo con la sua nudità l’ipocrisia fondamentale di una società, la nostra, che si vuole libera e aperta, ma che è ancora del tutto prigioniera di tabu culturali radicatissimi, tanto quanto le “culture oppressive” che l’Occidente afferma di combattere, a volte (spesso?) anche con la forza delle armi.

La nudità del Giramondo Nudo è del tutto innocua, non dovrebbe nemmeno costituire un problema.
La maggior parte dei commenti che ho letto al suo riguardo, in siti inglesi, sono di sovrano disprezzo, disinteresse o derisione.
Altri, invece, tentano goffamente di argomentare e di difendere la persecuzione subita dall’uomo. Si rifanno al principio per cui “la propria libertà finisce dove comincia quella altrui”, e quindi affermano che il Giramondo Nudo “imporrebbe” la visione del suo corpo nudo ad altri, infrangendo così la libertà di non vederlo.
Argomento debole, tanto che mi stupisco possa essere sostenuto con convinzione, come ho visto fare.
Il Giramondo Nudo non depriva nessuno della libertà, non quanto faccia altrettanto chi decida di vestirsi o svestirsi in un determinato modo.
Immaginiamo qualcuno che si dica privato della propria libertà perché costretto a vedere gente per strada con la pelle troppo scura. Immaginiamo qualcuno che si dica privato della propria libertà perché costretto a vedere donne per strada a volto scoperto. La logica è la stessa.
Il Giramondo Nudo chiede solo di agire sul proprio corpo, il bastione fondamentale della libertà individuale. Non pretende che altri siano nudi, vestiti o quant’altro. È chi pretende che lui sia vestito che lo depriva della sua libertà.
La persecuzione subita dal Giramondo Nudo parla di quanta ancora strada ci sia da fare, persino nel libero Occidente, per riconoscere alfine che la libertà di gestione del proprio corpo non possa che essere assoluta, primo tassello di una società compiutamente libera, aperta, democratica.
Attualmente ancora in buona parte dell’Occidente si fatica a riconoscere il diritto, per fare due esempî, a distruggere il proprio corpo quando lo si ritenga necessario (eutanasia) o il diritto ad affittarlo per produrre piacere nei corpi altrui (prostituzione). Nessuna meraviglia che la strada di lotta solitaria imboccata dal Giramondo Nudo sia tutta in salita. Nessuno stupore se, purtroppo per la sua pervicace e ammirevole ostinazione, dovesse trovarsi a trascorrere l’intera sua vita in una cella di prigione.

Qualche giorno fa la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo ha emesso una sentenza relativa al caso del Giramondo Nudo, rigettando la sua istanza, e confermando la liceità del suo imprigionamento.
Questo un passaggio della sentenza:

L’imprigionamento del ricorrente è conseguenza della sua ripetuta violazione della legge penale con piena conoscenza di tale conseguenza, tramite una condotta che il richiedente sa bene andare contro non solo contro gli standard del comportamento pubblico accettato in ogni moderna società democratica ma è anche a rischio di essere allarmente e moralmente o in altro modo offensivo verso altri inavvertiti membri della società impegnati nelle loro attività ordinarie

Questa non è una difesa dei diritti degli individui. Questa è una difesa delle pretese della maggioranza.
È certo indubbio che attualmente, nelle società cosiddette democratiche, la maggioranza degli individui, per motivi che sarebbe molto interessante sviscerare psicologicamente, ha un’acuta intolleranza per la nudità altrui, a meno che non sia confinata in situazioni ben definite e rigidamente sorvegliate. Ma la coesistenza di tabu culturali e formalismo democratico non rende i primi automaticamente giusti. Anzi. Già ho fatto l’esempio dei tempi in cui l’omosessualità, all’interno delle società formalmente democratiche, era perseguitata anche con pratiche mediche prossime alla tortura.
Le istituzioni, se volessero essere compiutamente libere e democratiche, non dovrebbe occuparsi di contrastare chi viola in maniera innocua i presunti standard di moralità, per quanto ampiamente maggioritarî, bensì dovrebbero tutelare quelle minoranze, anche se composte come in questo caso di un singolo individuo, minoranze che, per qualsivoglia motivo, non siano in sintonia con gli standard dominanti. L’alternativa è la dittatura della maggioranza, e la persecuzione per chi, di volta in volta, si trovi dal lato sbagliato degli standard morale. Un tempo si perseguitavano gli atei o gli omosessuali; oggi il Giramondo Nudo; domani chissà.
È davvero questo il libero Occidente?

Così si è espresso il Giramondo Nudo una volta venuto a sapere della sentenza della Corte Europea:

Mi aspettavo avrebbero adottato una visione più ampia. Non l’hanno fatto. Ma quale grande impresa ha mai successo senza dover superare i tanti ostacoli che si trova davanti? Perché dev’essere diverso per me? Non ho altra scelta che continuare.
Come può la natura espressa in forma umana essere indecente? Come può qualunque persona sana sentirsi offesa dal vedere il corpo umano? Eppure sono queste credenze assurde che formano gli assunti impliciti delle innumerevoli azioni penali e condanne eseguite contro di me, risultanti in nove anni di isolamento nelle prigioni britanniche.
Intolleranza e ignoranza vanno di pari passo, nello stesso modo in cui lo fanno verità e libertà. Non possiamo essere intolleranti e liberi. Non possiamo ignorare la libertà e aspettarci che la giustizia sia il risultato. E un Mondo ingiusto ci riguarda tutti, che lo siamo o meno consapevoli.
Chi mi ha cresciuto mi ha fatto credere di vivere in un paese che celebra l’eccentricità e la differenza, non solo perché aggiungono varietà e colore a quella che sarebbe altrimenti un conformismo sterile, depressivo, costrittivo e a volte semplicemente noioso, ma anche un paese che mostra una profonda stima per i modi in cui è il non ortodosso, nella sua vera essenza, a manifestare l’originalità e l’energia creativa in quanto tali… e che senza la libertà di esprimere la nostra individualità e unicità, nei nostri modi, qualcosa muore dentro di noi, e il Mondo intorno a noi può diventare meno vivo.

La mia massima solidarietà, per quel poco che può valere, al Giramondo Nudo, e che il futuro gli possa regalare un Mondo in cui possa vivere la sua libertà in armonia con le libertà di tutti.

L’arte del divieto

ArtofSuppression

Christopher Snowdon
The Art of Suppression – Pleasure, Panic and Prohibition since 1800
2011

Il libro di Snowdon insegna che ogni proibizionismo ha una storia a sé, ma se proprio si vuole trovare una regola comune è che viene vietato ciò che non può difendersi.
Considerazioni di salute, dannosità e via dicendo non sono il principale fattore in gioco.
A parità di danno, se una pratica sociale è sufficientemente diffusa avrà buone possibilità di resistere ai tentativi di divieto, o addirittura di non suscitarne.
Ciò che è minoritario, invece, avrà la peggio.
Vige la legge del piú forte, sarebbe da dire, e proprio dove si dichiara di difendere i deboli.

Un buon esempio è quello del Proibizionismo per antonomasia: anni Venti, Stati Uniti, alcoolici.
Viene approvato sull’onda delle misure d’emergenza del tempo di guerra e dura solo una decina d’anni o poco più perché tanta parte della popolazione non era granché “convinta” della bontà del divieto, cioè beveva ancora parecchio, e continuò a farlo anche anche in regime di divieto.
Com’è noto, a beneficiarne fu la criminalità, ma quando giunse la Grande Depressione questo non era più tollerabile: il proibizionismo costava e non sortiva effetti. Quindi si fece marcia indietro.
Rapporti di forza, appunto.
Difatti, nel caso degli (altri) stupefacenti, dall’eroina sino alle più recenti droghe sintetiche, il consumo è stato a lungo molto meno diffuso e culturalmente meno radicato degli alcoolici, e questo nonostante molti stupefacenti abbiano costi sanitarî e sociali di gran lunga inferiori al bere. Conseguenza: il moderno probizionismo delle droghe comincia grossomodo a inizio Novecento e prosegue sino ai giorni nostri. Oltre un secolo, con celle e prigioni particolarmente piene soprattutto negli ultimi trenta-quarant’anni.

Snowdon conclude il suo libro in maniera molto chiara, ovvero con un appello alla decriminalizzazione degli stupefacenti.
Il dibattito in materia è ancora assai acceso, e c’è chi nega recisamente i vantaggi di una depenalizzazione in termini di salute pubblica, benessere sociale, lotta alla criminalità.
Personalmente concordo con Snowdon.
L’autore, inoltre, distingue tra decriminalizzazione e legalizzazione, caldeggiando più la prima che non la seconda. La seconda, afferma, abbasserebbe talmente il prezzo delle sostanze da renderle praticamente diffuse ovunque, e forse questo, almeno per quelle più pesanti, non sarebbe comunque una buona idea.
È ribadito comunque che l’approccio punitivo resta controproducente.

Resta la domanda sul perché, nonostante i suoi evidenti fallimenti, il proibizionismo attecchisca così facilmente nelle politiche pubbliche e nell’opinione comune.
Snowdon nota che, a tutt’oggi, le sostanze psicotrope legali e non soggette a controllo medico, cioè sostanzialmente libere, sono solamente tre: caffeina, alcool, nicotina. E le ultime due stanno subendo un assedio non da poco, che potrebbe tradursi in un divieto nel medio termine.
Sarebbe facile ricorrere a spiegazioni di tipo psicologico o culturale. Personalmente non mi convincono molto.
Le prime somigliano troppo alla ricerca di un capro espiatorio identificato con gli individui dotati di una mentalità punitrice e intransigente. Una ricerca in cui percepisco una mentalità non cosí dissimile da quella del proibizionista.
Ma una spiegazione culturale forse non è da scartare del tutto. Negli ultimi duecento anni le forme di proibizionismo piú severe e duratura provengono dai paesi anglosassoni, soprattutto dagli Stati Uniti. Si potrebbe pensare: perché sono i paesi dominanti a livello globale. Eppure, ad esempio, il Proibizionismo sull’alcool si ebbe negli Stati Uniti e non nel Regno Unito, nonostante diversi tentativi d’espostarlo dai primi al secondo, e ai tempi in cui Londra possedeva il piú grande impero della storia.
La spiegazione culturale, dunque, chiamerebbe in causa le particolari forme di cristianesimo protestante diffuse negli Stati Uniti, la cui rigida morale si replicherebbe per osmosi anche nei movimenti laici o progressisti di riforma sociale.

Per quanto riguarda il futuro dei proibizionismi, Snowdon si dichiara molto pessimista.
Già ho detto che segnala come a tutt’oggi solo caffeina, nicotina e alcool restino tutto sommato legali.
Per quanto riguarda gli stupefacenti, in particolar modo quelli leggeri, credo invece che si sia sull’orlo di un cambiamento.
L’uso è ormai diffuso presso una buona parte della popolazione, e il proibizionismo piú rigido in materia fatica sempre piú a esser compreso.
Quest’anno, 2013, Colorado e Oregon hanno approvato, tramite referendum, la depenalizzazione della cannabis; altri stati credo che seguiranno negli anni a venire.
Il governo federale sta inoltre meditando un allentamento delle politiche di carcerazione draconiana, specialmente in materia di stupefacenti, che sono state invece dominanti a partire da fine anni Settanta e inizio Ottanta.
La crisi economica morde e non è piú cosí facile sprecare miliardi di dollari in ottuse politiche legge-e-ordine per soddisfare l’elettorato conservatore o quello semplicemente impaurito.

Non è mai facile decifrare, nel procedere della Storia, dove penda il bilancio tra divieti e libertà.
Sicuramente si può dire che spesso all’aprirsi di nuove libertà sorgono in parallelo nuovi divieti, fino a poco tempo prima insospettati, ma sempre percepiti come giusti e validi al loro imporsi.
In questo momento di transizione non trovo implausibile immaginare un futuro prossimo in cui gli stupefacenti leggeri saranno d’uso libero o quantomeno controllato, ma sarà vietato il consumo di tabacco, e severamente sorvegliato quello di “cibi non sani”.
Dubito però che i nuovi proibizionismi avranno piú successo di quelli vecchî, perlomeno rispetto agli obiettivi dichiarati…

Vietare il (neo)nazismo?

Nelle scorse settimane in Germania è partito un tentativo (e non il primo) per mettere fuorilegge il Partito Nazionaldemocratico Tedesco (NPD), partito di estrema destra, considerato erede del nazismo. Attualmente il partito non ha alcun seggio nel parlamento federale.
In Grecia pare che Alba Dorata, partito di estrema destra anch’esso considerato neonazista, abbia attualmente un consenso intorno al 15%. Si è anche discusso se sia il caso di metterlo fuorilegge, ma la discussione è rimasta tale. Intanto c’è chi afferma che il partito abbia diverse connessioni con membri delle forze dell’ordine.
In Italia, tra un mese, si celebrerà la giornata della memoria. Come già l’anno scorso, si faranno più forti le richieste perché anche il paese in cui viviamo si doti di una legge contro il negazionismo.

Vietare il nazismo e le sue filiazioni per legge? Cioè, vietarne le idee, le parole, le associazioni di persone che le esprimano pubblicamente?

Auspicare che in società formate da decine di milioni di persone, con idee d’ogni tipo, non ci sia neanche un ammiratore di Hitler è pura utopia. Che ce ne siano alcune decine, centinaia, o anche qualche migliaio sarà comunque inevitabile.
Restano pur sempre minime frazioni del totale.
E finché restano tali, lo Stato avrà tutto l’agio di perseguitarli con la massima forza, perché il piccolo numero oppone scarsa resistenza.
Ma saranno persecuzioni inutili, proprio perché il piccolo numero, specie se composto da individui socialmente marginali, non riuscirebbe comunque a diffondere con efficacia le proprie idee.
La facilità con cui lo Stato ottiene dall’opinione pubblica il nulla osta alla repressione degli estremisti comprova come questi ultimi abbiano davvero poche possibilità di imporsi alla società.
Quando il neonazismo è ultraminoritario e perseguitarlo è facile, in realtà non occorrerebbe farlo, perché non è una minaccia.
Quando il neonazismo comincia ad acquistare consistenza, il tentativo di vietarlo diventa inutile in un altro senso: è un tentativo inefficace.
Ci si può provare, non ci si riesce.
Una volta che la corrente s’è ingrossata, arginarla è sempre più difficile, e anzi si rischia di farle accumular pressione e rendere ancora più difficile il contrasto. A questo punto il neonazista potrà riconfermare al pubblico la propria tesi, cioè che l’elite malvagia (la casta corrotta asservita ai poteri finanziarï) vuole fermare con mezzi repressivi la giusta rabbia popolare.
La repressione di un estremismo che ormai dilaga nell’opinione pubblica, e che di solito dilaga per lo scollamento tra chi governa e chi è governato, non fa che aumentare questo scollamento, e quindi alimenta l’estremismo, lo legittima.

Ma soprattutto, questo tipo di repressione è una cura che vorrebbe guarire la malattia colpendo i sintomi e ignorando le cause.
È una porta chiusa quando i buoi sono scappati.
Se un partito neonazista si afferma con tanta forza proprio in Grecia non è un caso. Serve dire il perché?
Se la Grecia non fosse precipitata in un baratro economico e sociale (qualunque siano i motivi per cui c’è finita), Alba Dorata rimarrebbe un partitello marginale, interessante tutt’al più per l’umorismo involontario di certe proposte (come quella di “liberare Constantinopoli dai Turchi”).
Una volta creatasi il terreno (economico e sociale) che permette all’idea neonazista di germogliare e prosperare, metterne fuorilegge le parole o gli scritti, o le associazioni che vi si rifanno, servirà a poco o niente.
Metti fuori legge un partito neonazista e sùbito nascerà una nuova formazione che, in maniera più cammuffata e calcolata, ne proseguirà le gesta.
Dopotutto, lo stesso Hitler finì più volte dietro le sbarre delle prigioni tedesche. Dieci anni dopo era al potere in Germania, e il resto è noto.

Ovviamente si parla di idee, parole, scritti e associazioni.
Gli atti violenti dei neonazisti dovrebbero essere perseguiti. Ma come tutti gli altri atti violenti, né più né meno. Così come dovrebbero esserne libere le idee, come tutte le idee, né più né meno.
E personalmente apprezzo poco uno Stato che, senza incontrare opposizione alcuna, ma giubilo compiaciuto da parte di pubblico e opinionisti, può e riesce a schiacciare le idee, le parole e le associazioni di quelle che vengono viste e presentate come “spregevoli minoranze”.
È una pratica politica che, se posso dirlo, i nazisti originali sapevano fare benissimo.

Morto un proibizionismo se ne fa un altro

Oggi, 6 Novembre 2012, gli Stati Uniti rieleggeranno Obama presidente. O almeno così si dice.
Quel che non si dice, o di cui si parla molto poco, e per nulla fuori dai confini americani, sono i varî referenda che diversi stati proporranno agli elettori in concomitanza col voto presidenziale. Due di essi avranno una portata epocale: nello stato di Washington e in Colorado si voterà per decriminalizzare la cannabis. La marijuana. L’erba. Nonostante il fallimento di analoghi tentativi in anni recenti, questa sembra la volta buona: la maggioranza, anche se risicata, voterà “sì”.
Ovviamente gli apparati istituzionali tenteranno in tutti i modi di disinnescare i risultati del voto, ma poco conta. Conterebbe poco anche se i due referenda dovessero entrambi fallire. Lo farebbero di stretta misura: dieci o venti anni fa i “no” sarebbero invece stati maggioranza schiacciante.
Quel che conta è il cambiamento in atto, e non da oggi.
Il succedersi delle generazioni ha ormai sgretolato senza possibilità di rimedio il massiccio muro del proibizionismo sugli stupefacenti, perlomeno riguardo alle droghe leggere. L’accettazione, nei tempi più recenti, della cannabis a fine medico era già un segnale dell’avvenuta rinormalizzazione sociale della sostanza: non più qualcosa di maligno sempre e comunque, a prescindere da ogni contesto, bensì qualcosa di cui esiste l’abuso, ma anche un possibile uso.

Sono forse ottimista a immaginare che entro l’attuale decennio si scriverà la parola fine per quella Guerra alle Droghe che ogni anno fagocita miliardi di dollari, intasa le celle del sistema carcerario più vasto del Mondo, quello degli Stati Uniti, travolge e distrugge vite, individui e famiglie a decine di migliaia nelle Americhe, in Africa, in Asia.
Lentamente il proibizionismo sugli stupefacenti si spegnerà proprio a partire dagli Stati Uniti, là dove ha avuto inizio, col resto del Mondo che al solito andrà a rimorchio, accogliendo col dovuto ritardo di anni le onde di novità che partono dal centro dell’impero globale.

Tuttavia è il caso di guardare indietro e ripassare come partì la Guerra alle Droghe.
Oggi fanno sorridere, e questo è forse uno dei maggiori segnali di cambiamento, le leggende che circolavano quando tutto cominciò.
All’inizio degli anni Trenta del secolo andato, su impulso attivo delle istituzioni poliziesche, i giornali strillavano titoli su giovani che accoppavano i genitori a colpi di mannaia dopo aver fumato l’erba malvagia. Evil weed: veniva chiamata proprio così, e senza alcuna ironia. Sono le storie d’atrocità (atrocity tales), terribili fatti di sangue, spesso gonfiatissimi se non inventati di sana pianta, che sempre accompagnano come chiari sintomi i panici morali in atto: per l’oggetto o la pratica o il gruppo sociale che la cronaca associa a stragi e delitti efferati si preparano tempi duri e spesso leggi severe, severissime. Così è stato per l’Erba Malvagia.
All’inizio degli anni Trenta del secolo andato, ho scritto. La data non è casuale. Si era appena chiuso un altro probizionismo, quello sull’alcool: un fallimento così clamoroso da esser durato, nella sua fase più attiva e virulenta, appena una diecina d’anni (anche se i movimenti per la temperanza datano la loro attività più vivace già dall’ultimo quarto dell’Ottocento).
Il meccanismo di successione è chiaro, l’avvento della Guerra alle Droghe non richiede spiegazioni raffinatissime: fallito il proibizionismo dell’alcool, gli apparati repressivi che ci sono cresciuti si ritrovano a rischio disoccupazione e per sopravvivere cercano e trovano un nuovo facile bersaglio: l’Erba Malvagia. Nuovo carburante perché la macchina poliziesca possa continuare a marciare, a macinare colpevoli e innocenti.
C’è chi dipende dalle droghe, c’è chi dipende dalla repressione sociale.
Col tempo il nuovo bersaglio si rivele una scelta proficua. Lungo gli anni Settanta, in parallelo con l’ascesa del conservatorismo neoliberista, la Guerra alle Droghe esplode tutta la sua potenza, mostrandosi molto utile come dispositivo di controllo sociale domestico nei confronti delle minoranze razziali, in particolare quella nera; come strumento d’intervento economico, politico e militare all’estero, in America Latina. E soprattutto, sempre all’interno, come tampone nei confronti della disoccupazione cronica che affligge l’economia, grazie alla doppia espansione del sistema carcerario e di quello criminale: la Guerra alle Droghe crea decina di migliaia di posti di lavoro, tra le guardie e tra i ladri.

Eppure sono bastate poche generazioni e questa grande macchina ha cominciato a perdere fiato. Il cambio di mentalità, certo. Le ragioni deboli e fasulle su cui si è retta, ragione d’ordine politico e più volte smentite dalla ricerca medica e scientifica. Non da ultimo, la montante marea di una spesa pubblica ingestibile e impopolare, che sconsiglia il mantenimento di apparati repressivi elefantiaci.
Resta appunto da vedere se il tramonto, ormai in corso, della Guerra alle Droghe, non aprirà il sipario su nuovi atti del dramma proibizionista, i cui meccanismi si ricicleranno, con la stessa cieca ferocia, concentrandosi su nuovi obiettivi.

Azzardo tre ipotesi.

1.
La prima, manco a dirla, riguarda il tabacco.
Qui il processo di denormalizzazione è ormai avanzato: divieto di pubblicità, divieto ai minori, divieto nei luoghi pubblici. Negli anni più recenti si discute di vietare ai minori i film con personaggi fumatori; di vietare il tabacco a tutti i nati dopo un certo anno, anche una volta adulti, per creare una nuova generazione “libera dal fumo”; di vietare le sigarette elettroniche non tanto perché dannose, ma perché “somigliano alle sigarette” e quindi minaccerebbero il processo di denormalizzazione di queste ultime.
Col tabacco ormai ci troviamo esattamente su quella soglia che separa il divieto per non danneggiare gli altri dal divieto che vuole esplicitamente “salvare” i fumatori da se stessi, col sostegno di un’opinione pubblica che giudica il fumatore “stupido”, “cattivo”, moralmente indegno, liberamente disprezzabile con l’approvazione collettiva.

2.
La seconda ipotesi riguarda quel campo complesso e accidentato che è la sessualità.
Non immagino tanto, non immagino certo il ritorno a un puritanesimo che replichi lo storicamente noto. Difficile immaginare ad esempio un’inversione di percorso nella pur fragile accettazione sociale dell’omosessualità (mi permetto di aggiungere: e meno male).
Se l’asse del genere sessuale, maschile-femminile, va via via perdendo forza come fonte della normatività in campo sessuale e relazionale (è su quest’asse che si basava il tabù dell’omosessualità), ora la nuova rotta segue l’asse del potere e delle disparità, reali e presunte che siano: sono le relazioni su cui grava l’ombra di un potere dispari a essere fonte di massimo sospetto e disagio, a rischio d’essere aprioristicamente percepite come sfruttamento, a esigere l’intervento di regole, paletti, divieti preventivi. Da qui, un esempio tra i tanti possibili, il nuovo approccio alla prostituzione, di provenienza scandinava, che definisce automaticamente qualunque scambio tra sesso e denaro come “violenza contro le donne”, un approccio che punisce i clienti del sesso a pagamento esattamente come la Guerra alle Droghe punisce i consumatori di stupefacenti. Un approccio che probabilmente otterrà gli stessi risultati: fallimentari.
Sempre domani, in California, si vota tra gli altri un referendum per nuove leggi repressive contro la prostituzione e i reati sessuali. Il referendum pare passerà con una maggioranza schiacciante. Tra le novità, chi sarà condannato per determinati reati riguardanti la prostituzione, una volta scontata la pena si ritroverà nel registro pubblico dei reati sessuali, che già ospita diecine di migliaia di nomi. Finire sul registro, negli Stati Uniti, implica sostanzialmente la morte sociale (chi è interessato a capire meglio la curiosa e complessa questione del registro per i reati sessuali negli Stati Uniti, può leggere un articolo che avevo tradotto tempo fa in due parti).

3.
Infine, il cibo.
Un campo ancora quasi completamente vergine per le regolazioni statali di ordine morale.
Di ordine morale: perché una cosa è controllare che il cibo non arrivi avvelenato sugli scaffali del supermercato, altra cosa è cercare di ammaestrare il cittadino a mangiar sano e secondo la regola, a mal giudicare chi non segua la regola. Insomma, come sempre: agire per denormalizzare determinate pratiche nella coscienza collettiva.
È notizia di pochi giorni fa l’introduzione, a partire dal 2013, nella catena di supermercati britannici Tesco, di etichette sugli alimenti basate sui semafori: gialli, verdi e rossi per indicare ciò che fa tanto bene o tanto male alla salute.
Misura innocua, si dirà. Ma sono piccoli passi indicativi.
E del resto la crescente ossessione mediatica (che è cosa diversa dall’interesse medico) per anoressia, bulimia, obesità, si pensa forse non parli di un disagio irrisolto per il rapporto tra cibo e corpo, disagio che si va inoculando nel corpo sociale fino al punto in cui sanzioni, divieti e disprezzo per i trasgressori diverranno giusti e necessarî?
C’è già chi suggerisce una guerra al sale che segua le orme di quella al tabacco, per dire.
Di mio, non mi stupirei se entro dieci o quindici anni determinati cibi venissero vietati ai minori di anni quattordici, o anche diciotto. Immagino un certo consenso ci sarebbe già ora. Ovviamente il divieto ai minori è un tipico primo passo verso la denormalizzazione. E inoltre impedire che i minori accedano a qualcosa che è facilmente rinvenibile ovunque richiede ulteriori divieti e limiti, anche per gli adulti. E ovviamente tutta una serie di regole per ciò che si possa o meno rappresentare nei prodotti pubblicitarî, dell’intrattenimento, artistici.
Nuove regole, nuovi apparati per farle rispettare, apparati che poi dovranno giustificare la propria esistenza chiedendo altre regole ancora, innescando il processo autopropellente tipico di tutti i proibizionismi.

Poi il tempo passerà.
Cinquanta, cento o più anni e anche i nuovi proibizionismi si sgonfieranno e tramonteranno.
Ci si guarderà indietro e ci si chiederà di dove venisse tutta quell’urgenza necessità di vietare. Si faticherà a credere alla serietà dei motivi che oggi vengono addotti, come oggi si fatica a credere alla storia del ragazzo che prende a colpi d’accetta la madre dopo essersi fumato un po’ d’erba; o che la masturbazione distrugga la mente e il fisico; o che far studiare le donne minacci la stabilità sociale.
Ovviamente per allora staranno già sorgendo nuovi urgenti proibizionismi, ancora più strani di quelli odierni, e che oggi, ovviamente, nessuno ancora riesce a immaginare come plausibili, come possibili.

Cose turche (e armene)

Quattro pensieri sulla disputa Turchia-Francia, a proposito della criminalizzazione messa in opera da quest’ultima contro chi negherà il genocidio armeno (o presunto tale, appunto per chi lo nega), secondo una legge in approvazione per il prossimo anno (2012).

1)
La definizione di genocidio è tutt’altro che pacifica, gli stessi storici ne dibattono.
C’è il problema della scelta dei parametri (morti, deportazioni, coinvolgimenti delle istituzioni, stato di guerra, risposte delle vittime, tempi di svolgimento, ecc.) e le soglie degli stessi.
Una volta stabiliti parametri & soglie, resta difficile capire se una situazione specifica vi corrisponda o meno.
Per dire: in quel terribile garbuglio che sono stati i conflitti dell’ex Jugoslavia di circa vent’anni fa, dove si fermava la guerra “normale” e dove cominciava il genocidio, o gli eventuali tentati genocidî? La progressiva e imponente contrazione demografica (e disgregazione culturale) dei cosiddetti nativi americani in seguito all’avanzata della frontiera degli Stati Uniti, calo avvenuto nel corso di secoli, possiamo chiamarlo genocidio? Si può parlare di genocidî per epoche in cui tale concetto era assente? E così via.
Non sono problemi semplici. La possibilità di dare una definizione inoppugnabile di “genocidio” è pari a quella di altri concetti storici quali “rivoluzione”, “progresso”, “invasione”, “terrorismo”, e tanti altri, dove giocano più le interpretazioni che i fatti.
Non è facile ma nemmeno impossibile stabilire quanti individui siano morti e dove in un determinato arco di tempo e a opera di chi. Molto di più se per quei morti si tratti di genocidio, o “semplice” strage, o atto di guerra, o esito involontario di altre (pur discutibili) politiche, e così via.
Ma soprattutto: le difficoltà di stabilire e poi applicare dei parametri per individuare i genocidî sono sin dall’inizio intrecciate con le (volute o meno, poco importa) implicazioni politiche del presente rispetto al modo in cui si scrive la Storia del passato, prossimo o remoto.
La definizione e l’individuazione dei genocidî è di per sé opera molto meno neutrale di quanto si vorrebbe o di come viene proposta.

2)
Si capisce quindi perché è poco sensato operativamente (mancanza di criterî oggettivi) e discutibile moralmente (implicazioni politiche attuali) affidare alle leggi dello Stato e alla giustizia dei tribunali la definizione di cosa sia genocidio, e la punizione per chi neghi i fatti storici su che il potere statale riconosce di volta in volta come tali, su cui appone questo bollino di speciale protezione rispetto al dibattito pubblico.
Lo Stato andrebbe ad affermare che su determinati (e non su altri) sanguinosi fatti del passato la sua è l’ultima parola, rispetto cui la ricerca storica e le opinioni individuali non possano e non debbano avere più nulla da aggiungere, obiettare, rivedere.
E come già detto al punto uno: il problema non sta tanto (o solo) dal lato dei fatti, ma primariamente da quello dell’interpretazione.
Molte delle leggi contro i cosiddetti negazionismi non colpiscono, come si potrebbe credere, solo coloro che negano che determinati fatti siano avvenuti, ma anche determinate interpretazioni degli stessi, cioè quelle che sono definite cme “giustificazioni o minimizzazioni”.
Uno storico potrebbe ammettere che, cent’anni fa, l’allora governo Turco fu responsabile della morte di centinaia di migliaia di armeni, ma al contempo potrebbe negare, sulla base di determinate argomentazioni (stato di guerra, situazione non asimmetrica, mancanza di obiettiva volontà politica sterminazionista), che si tratti di genocidio, nel senso tecnico del termine.
La posizione ufficiale turca sulla questione armena è in effetti questa: sono avvenute deportazioni e morti, ma non tali che si possa parlare di genocidio.
Questa posizione del governo turco è sbagliata nel merito e moralmente ripugnante? Può essere. Io non sono uno storico: so pochissimo di quei particolari fatti, non avrei quindi modo di giudicare. Al massimo potrei farmi un’idea vaga. O fidarmi di determinati storici, o di altri, o tener conto della presenza d’opinioni divergenti. Oppure constatare la presenza di un consenso stabilito, e quindi ancora interrogarmi se sia fondato o meno. Eventualmente sollevare i miei dubbî al proposito. E così via.
Ma appunto: di problemi di questo tipo dovrebbero occuparsene storici e studiosi, rispondendo eventualmente alla propria coscienza o alle obiezioni e i dubbî del pubblico generico, ma non ai governi, agli Stati, ai tribunali.

3)
Immaginiamo se, intorno al 2080, la Finlandia stabilisse per legge che è reato negare il genocidio rwandese del 1994.
Cambierebbe qualcosa per le centinaia di migliaia di persone morte in Africa, un evento che allora risalirà a generazioni addietro?
Tanto per capire quanto sia grottesco che un governo, quello francese, legiferi oggi su fatti avvenuti a migliaia di chilometri e quasi cent’anni di distanza.
Ovviamente le implicazioni, come già detto sono altre: le implicazioni della politica-spettacolo dello Stato forte che “combatte il razzismo” e “sta dalla parte delle vittime”, operazione in questo caso a costo minimo, trattandosi di fatti di quasi un secolo fa e d’un altro continente; le implicazioni dei rapporti internazionali (Turchia-Europa; “Oriente”-“Occidente”), un gioco delicato che si muove anche, com’è sempre avvenuto, dietro al codice cifrato dell’appropriazione statale di pezzi di Storia.
La legge che punisce il genocidio ormai dimenticato è come il monumento posto al confine della Grande Guerra, è come la corona d’alloro lasciata ai “caduti della patria”, è come la mostra celebrativa dei popoli sterminati in quelle che ora sono ex colonie, è come il film educativo proiettato nelle scuole su cui poi scrivere un bel tema in classe pieno di pensiero edificanti e di fratellanza per l’umano genere, quelli che il docente vuol sentirsi dire.
Con la differenza che monumenti, corone d’alloro e mostre varie costano, ma almeno non servono a far scattare manette per reati d’opinione.
E poi c’è la questione dei risarcimenti, ineludibile nella temperia odierna, in cui la vittima è sacra e tutto le è dovuto. Un governo che riconosca la responsabilità dei suoi predecessori in genocidî o simili si rassegna a spalancare la porta a parenti e, in questo, discendenti, pronti a chiedere compensazioni. Cospicue compensazioni, com’è regola del caso.
E qui mi chiedo: ha davvero senso che un individuo riceva tanto denaro o beni da poter permettersi di non lavorare per il resto della propria vita per fatti, per quanto deplorevoli, subiti dal nonno o dal bisnonno, parenti che magari non ha nemmeno mai conosciuto?
Forse converrebbe anche a me lanciarmi sùbito alla ricerca di qualche antenato perseguitato…

4)
La controparte della Francia che vuole vietare il negazionismo del genocidio armeno non è la Turchia che non riconosce tale genocidio.
La controparte è il famoso (o famigerato) Articolo 301 del codice penale turco che punisce gli insulti alla Turchia o a tutto ciò che è turco.
Ne è il complemento, opposto nei contenuti ma uguale nello spirito, nelle origini, negli obiettivi.
Si tratta in entrambi casi di leggi secondo cui il potere pubblico debba e possa avere la prima e ultima parola su questioni di opinioni e interpretazioni, storiche e non.
Si tratta, fondamentalmente, di leggi che stabiliscono reati d’opinione, di leggi che si giovano degli strumenti coercitivi della forza pubblica, strumenti reali, attuali e presenti, usati contro rischî paventati e incerti di violenze future (il razzismo, la disgregazione nazionale), attraverso la chiusura d’autorità di eventuali dibattiti su violenze del passato lontano, se non remoto.
Si tratta di leggi non dissimili, anzi, identiche nello spirito a quelle sul vilipendio alla bandiera, sulla lesa maestà, o su bestemmie e blasfemia laddove le religioni piegano al proprio servizio il potere pubblico.
E non stupisce giungano da paesi, Francia e Turchia, dove particolarmente forte, all’origine, storicamente e ancora oggi, è l’idea moderna che lo Stato sia e debba costituire una religione civile, fatta di altari, simboli, cerimonie, atti di fede pubblici e pubblici sacrifici.

Politici (e politiche) che odiano le donne /2

(qui la prima parte)

Nel precedente post riportavo le parole di un politico francese che, parlando della nuova legge sulla prostituzione, diceva che d’ora in poi il fenomeno sarebbe stato considerato “dal punto di vista della violenza contro le donne”.
E un passo fondamentale, in Svezia, per introdurre la nuova legge, è stato proprio quello di ridefinire la questione in tali termini, in termini di genere.
Il problema della prostituzione non è più la moralità della donna che si prostituisce o il danno che il fenomeno causa “alla famiglia” (argomenti classici dell’opposizione alla prostituzione di stampo religioso/conservatore), bensì la violenza, quella operata dal cliente uomo contro la prostituta donna.

In realtà, in Svezia come altrove, un altro importante fattore del nuovo approccio contro la prostituzione, è stato quello del trafficking, o tratta, o traffico di esseri umani.
Si potrebbe qui fare una lunga divagazione, ma basti segnalare che l’imporsi di un discorso pubblico sulla tratta di esseri umani ha avuto la non piccola utilità per la sinistra politica, in Italia, in Europa, negli Stati Uniti, di impostare una propria posizione sull’immigrazione finalmente digeribile anche dalla gran parte della popolazione che, in tempi di economia traballante e (presunti?) scontri di civiltà, l’immigrazione non la vede affatto di buon occhio, oppure la accoglie con non pochi brontolî.
Se tradizionalmente la destra avversa l’immigrazione, legale o illegale, sulla base del vecchio immaginario degli “stranieri che ci rubano il lavoro e ci stuprano le donne”, ora anche il campo opposto può coltivare un proprio discorso allarmistico in materia, pur se di segno apparentemente inverso: l’immigrazione è un male perché è un commercio di nuovi schiavi.
È qui che si aggancia la questione della prostituzione.
L’immagine tipica della prostituta e quella dell’immigrato/a tendono ora a coincidere, e coincidono sotto il segno della vittima.
Chi si prostituisce, dunque, presenta le seguente caratteristiche:
1) Donna
2) Dapprima straniera vittima dei trafficanti di esseri umani.
3) Ora schiava dei “protettori” e oggetto di violenza dei clienti.

Non serve molta fantasia, in realtà, per immaginare anche altre tipologie.
Oltre alla prostituzione su strada esiste anche quella d’appartamento, quella d’alto bordo, quella che viaggia su internet.
Inoltre, man mano che ci si allontana dal marciapiede e si sale negli attici di lusso dei centri città, o ci si sposta nei villoni di periferia, l’equazione dello sfruttamento a senso unico tende a entrare in crisi fin quasi a rovesciarsi.
Per dire: nel guazzabuglio di corruzione, concussione, cene a sfondo erotico e scambî di favori che ha coinvolto il capo dell’ormai ex governo, chi sfruttava chi? Era il lubrico vecchio satiro che, forte del suo potere economico e politico, elargiva denaro e favori in cambio di sesso giovane? O erano le fanciulle che usavano i loro corpi come arma impropria per aprirsi facili scorciatoie verso la scalata sociale? Da quale parte sta, in questo caso, la vittima? O entrambi i lati sono da considerare colpevoli?
Più in generale: si può davvero dire che la prostituzione sia sempre e invariabilmente un’estorsione di sesso in cambio di denaro? O ci sono casi in cui è valido il contrario, ovvero un’estorsione di denaro in cambio di sesso? Se la differenza c’è, come discriminare?
Si consideri ad esempio quanto segue, casi ignoti per la pubblica opinione, perché fonte di disagio, di vergogna: ovvero i molti disabili, o individui con deformità gravi, che ricorrono proprio alla prostituzione per avere quel conforto fisico che in altro modo difficilmente (o forse mai) potranno ottenere; perché oggettivamente svantaggiati, anche in questo campo, rispetto alle persone “normali”. Ecco, in questi casi: qual è la parte più debole della transazione che scambia sesso con denaro?
È molto, troppo comodo ignorare queste realtà e ridurre l’intero fenomeno del sesso a pagamento a una manifestazione dell’ignobile mentalità predatrice e oppressiva dei maschi machisti e maschilisti.
E poi ci ancora sono altre regioni, molto vaste, ma che di rado ricevono luce dai riflettori del discorso mediatico e pubblico: la prostituzione maschile, omosessuale e non; tutto il mondo della prostituzione transessuale. Mondi che vengono tenuti in ombra: anche qui per pudore, per disagio, per vergogna, per (mancanza di) convenienza politica; mondi che ricevono spazio quasi solo nelle barzellette, nelle battute da caserma.

E c’è anche da chiedersi: ma quanta parta di questa variegata popolazione è sottoposta al giogo degli sfruttatori? Quante e quanti lavorano, per così dire, in proprio? Quanta è locale, e quanta importata (a forza) dall’estero?
Perché alla fine sono i numeri che contano.
Sarebbe facile dire che esiste anche la prostituzione maschile, anche quella autogestita, anche quella in cui è davvero difficile rinvenire tracce di sfruttamento, e così via; ma se la stragrande maggioranza è fatta di sfruttamento dei (delle) più deboli, di effettiva schiavitù, non avrà forse ragione chi chiede l’approccio più repressivo, quello che persegue i clienti?

È di poco tempo fa un’accurata indagine in materia effettuata da due ricercatori americani.
Riguarda il solo Stato di New York, quindi da prendere con cautela. Ma consente di chiedersi se gli stessi o simili risultati non si otterrebbero anche qui, oltre l’Oceano, e in Italia, a volerli cercare.
I due ricercatori, tra l’altro, hanno affrontato un àmbito della prostituzione percepito come particolarmente spinoso, capace di suscitare reazioni viscerali e immediate nel pubblico più sensibile: l’àmbito della prostituzione minorile.
Un àmbito in cui, poi, si dà ancor più per certa l’immagine di cui sopra: quello della ragazzina schiavizzata dal feroce mercato del sesso, vittima impotente di sfruttatori e clienti.
Ebbene, cosa ha scoperto l’indagine in questione?
Alcuni dati:
– Il 45% di questi ragazzi sono maschî. Quasi la metà, dunque.
– Solo il 10% è alle dipendenze di uno sfruttatore. La stragrande maggioranza “lavora in proprio”.
– Il 45% è entrato/a nel giro tramite amici.
– Il 90% sono cittadini/e americani/e. Non stranieri. Non vittime del crudele traffico dai paesi poveri.
Ovviamente questo non significa che la vita di chi, già giovane, si vende per sesso sia rose & fiori, o sia pari a quella dei coetanei di buona famiglia e dei quartieri agiati, tutt’altro. Spesso si tratta di ragazzi e ragazze fuggiti di casa, alla ricerca di un qualunque mezzo per sostentarsi; o per rifornirsi di droghe da cui dipendono.
Sia quel che sia, le conclusioni contraddicono flagrantemente lo stereotipo della ragazzina straniera schiavizzata e imprigionata.

Ma un altro fatto è ben più interessante, e significativo.
Quando i due studiosi hanno cominciato a presentare i loro risultati alle associazioni e alle agenzie dedicate alla lotta alla prostituzione, si sono trovati di fronte a un muro di difficoltà. Se non di ostilità. Di negazionismo.
Dati che confutavano lo steretipo dominante non venivano accettati.
Perché? Sostanzialmente perché non vendono. Sono dati che non vendono presso una realtà di associazioni ed agenzie specializzate a lavorare primariamente sul lato femminile del fenomeno prostituzione, e che trascurano il lato maschile; e quello, ben più scabroso per la pubblica coscienza, della prostituzione transessuale.
La spinta a ridefinire la prostituzione in un’ottica di rigida divisione di genere (l’uomo contro la donna) bloccherebbe automaticamente qualunque dato -e qualunque intervento- che esuli da questa dicotomia prestabilita.
Sono dati quindi che non vendono soprattutto presso la pubblica opinione, e quindi presso i media e la politica, dati scarsamente monetizzabili in termini di industria editoriale e consenso elettorale, e finanziamenti statali.
E poi si parla tanto di sfruttamento dell’immagine femminile

Il quadro consente di chiedersi quanto sia utile e produttivo portare avanti battaglie sociali e imprese politiche sulla base di dati falsati e, nello specifico, se sia davvero sensato ridefinire, come si sta facendo, la prostituzione unicamente nei termini della “violenza contro le donne”, e affrontarla in tal modo.
Si aggiunga poi che molte prostitute, dopo esser state “salvate” da agenzie & operatori specializzati, ritornano sul marciapiede, e ci tornano perché, a conti fatti, vendersi per sesso a quanto pare risulta meno logorante e più remunerativo rispetto ai lavori ritenuti rispettabili dalla società.
E questo dovrebbe ben dire qualcosa su quali mai possano essere le condizioni di lavoro delle alternative alla prostituzione, specie per chi è straniero/a, o comunque ai margini della società.
Se davvero prostituirsi è tanto terribile (e non c’è dubbio che in molti casi lo sia), come devono essere gli eventuali lavori alternativi, per far preferire, tutto sommato, di vendere il proprio corpo a un cliente del sesso e non a una fabbrica o a un campo di pomodori?
Ma di questo poco si parla, e l’opinione pubblica sembra accalorarsi e indignarsi soprattutto per la cosiddetta schiavitù sessuale, in cui vengono frettolosamente ricomprese tutte le forme di commercio sessuale, con vaghe teorie sul denaro che svilisce le relazioni, mentre molta, molta meno attenzione è riservata per le altre eventuali forme di schiavitù, non sessuali, ma forse ben più terribili, e distruttive.
E allora si capisce che il discorso contro la prostituzione che si presenta come nuovo e dalla parte delle vittime, continua invece a essere soprattutto un discorso di tipo morale, del tutto dentro a quella morale che afferma di essersi lasciato alle spalle.
Un discorso che, affermando di “combattere la violenza”, mira piuttosto a un controllo normativo dei corpi degli uomini e delle donne.
Un discorso, tra l’altro, che puntando il proprio obiettivo punitivo verso il “cliente sfruttatore” ha delle sue conseguenze politiche e sociali ben precise, e tutt’altro che positive…

(…continua…)