Le utopie degli altri

Un po’ perché mi piace, un po’ perché credo che sia un utile esercizio: seguire e leggere blog e siti di persone le cui idee non condivido, anzi, le cui idee sono all’opposto delle mie (le mie: quelle poche che ho chiare sinora).

Lo faccio perché le visioni degli altri offrono spesso utili spunti per mettere alla prova le mie e per testare e migliorare la mia conoscenza dei “nemici”, ma soprattutto per cercare di capire il modo di funzionamento dei sistemi di pensiero, i loro schemi, le loro caratteristiche comuni, e quale prospettiva ottimale, per riuscirci, se non una dall’esterno? C’è tanto da imparare nell’analizzare in modo spassionato il proprio “nemico”.

Purtroppo da molti anni ormai i social network, Twitter e Facebook in primis, hanno decimato quei blog che un tempo erano una folta popolazione. Molti hanno chiuso, altri sono spariti, o hanno semplicemente cessato le pubblicazioni, restando aperti a prender polvere.
Tra questi c’è un blog chiamato radical wind… si tratta di un blog la cui gestrice si autodefinisce “femminista radicale”. L’ho seguito per diverso tempo prima che, d’improvviso, cessasse di pubblicare chiudendo pure la possibilità di commentare.
Propongo la traduzione di uno degli ultimi e più recenti post, una sorta di summa del pensiero dell’autrice (il post ha ottenuto oltre cento commenti in risposta).
È piuttosto lungo, ma la lettura integrale vale la pena. Intanto per il discorso di cui sopra (il confronto con idee altrui, e in questo caso da una prospettiva effettivamente radicale come si dichiara, che la si condivida o meno), e poi perché io l’ho trovato divertente, al pari di certi romanzi di fantascienza.
E infine, confrontarsi con uno scritto del genere permette di toccare con mano una lezione semplice, ma mai abbastanza esperita o riconosciuta: ovvero, che le utopie degli uni sono le distopie degli altri, e viceversa. Sembra elementare, ma non lo è.

Il post originale che ho tradotto si trova qui.

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UTOPIA: che aspetto avrebbe una società femminile?

STRUTTURE SOCIALI

La posizione degli uomini nella società

Prima di fare qualunque altra cosa, la primissima misura da adottare è di rimuovere immediatamente tutti gli uomini delle posizioni di comando, e di fatto da qualunque posizione sociale o professionale.

Assassini seriali, torturatori seriali, magnaccia, pornografi, colpevoli di violenza domestica grave, stupratori seriali, pianificatori di genocidi e biocidi, pedocriminali di tutto il Mondo verrebbero semplicemente eutanasizzati: le decisioni in tal senso verrebbero prese dalle donne in un tribunale mondiale di massa per i crimini patriarcali. Questa è attualmente la miglior soluzione e il metodo più legittimo ed etico per ridurre la popolazione maschile a livelli più ragionevoli. Altrimenti uomini del genere resterebbero per sempre una minaccia per donne, bambini, animali, per la Terra e la società in quanto tale, e noi sappiamo che non avrebbero modo di astenersi dal loro comportamento violento dopo aver raggiunto uno stadio così avanzato di sadismo e sociopatia. Sarebbe folle consumare spazio, risorse ed energia per tenerli vivi in prigione.

Tutte le proprietà, le risorse e le terre degli uomini (vivi o eutanasizzati) verrebbero confiscate loro e restituite alla cura e alla supervisione femminili – la proprietà della terra verrebbe abolita. Non si può possedere la terra!

Tutti gli uomini almeno sopra i quindici anni di età (o più giovani se particolarmente asociali) dovranno vivere separati da donne e bambini, per conto loro in piccole capanne, isolati gli uni dagli altri e dispersi in modo che le donne possano tenerli d’occhio (non potranno mai riunirsi in gruppi o branchi, sarà illegale). Sarà illegale anche per gli uomini adulti imporre la loro presenza a donne, ragazze e bambini. Gli uomini dovranno arrangiarsi per conto proprio: per il cibo, per il bucato, ecc. A nessun maschio sopra l’età della pubertà sarà permesso di ricevere alcun tipo di servizio da una donna. La loro aspettativa di vita probabilmente scenderà a quarant’anni, ma è così che le cose devono essere. L’aspettativa di vita delle donne, senza uomini, salirebbe almeno a centotrent’anni.

Anche i rapporti sessuali tra uomini e donne saranno ovviamente illegali, così come l’inizio di qualunque contatto verbale o fisico nei confronti di donne, ragazze o bambini, a meno che non sia la donna a iniziarli per ragioni specifiche. Non ho idea di cosa si potrebbe fare dei bambini maschi. Ovviamente conoscete la mia opinione, ma diciamo che sarà lasciato alla madre decidere cosa farne prima che il ragazzo raggiunga l’età per abbandonare il circolo della famiglia femminile.

Per tenere occupati tutti gli uomini e i ragazzi post-pubescenti, li manderemo a pulire i grandi ammassi di detriti, inquinanti e rifiuti tossici che gli uomini hanno diffuso nel Mondo e con cui l’hanno quasi ucciso. Gran parte del danno fatto alla Terra è irreversibile, tuttavia, con grande sforzo e ingegno, le donne troveranno metodi sostenibili, naturali e semplici per guarire una gran quantità dei danni causati dagli uomini, e per far fare a loro il lavoro sporco. A nessun uomo sarà permesso di prendere alcuna decisione senza una guida femminile. Sappiamo cosa accade quando gli uomini prendono le decisioni per conto loro! DISASTRI.

Famiglia, cura dei bambini e riproduzione

I diritti dei padri cesseranno d’esistere. Non esiste una cosa come la paternità… come noi tutte sappiamo è un mito. Gli uomini perderanno necessariamente tutti i poteri di dominare e controllare le capacità riproduttive delle donne.

È il diritto inalienabile di ogni donna controllare ogni fase della sua riproduzione e della creazione della vita. L’aborto sarà possibile a ogni stadio della gravidanza, tuttavia ci saranno difficilmente cose come le gravidanze indesiderate, visto che non ci sarà più nessun uomo per imporcele. L’aborto sarà comunque riconosciuto per il trauma, la mutilazione e la perdita della vita che è. Il numero di bambini e la popolazione umana diminuirà naturalmente a livelli sostenibili, e così il numero dei maschi che nasceranno. Le donne saranno libere di sperimentare la partenogenesi o la procreazione con due ovuli femminili.

La famiglia nucleare sarà abolita, in particolare i diritti di proprietà e il potere assoluto dei genitori sui figli. I bambini saranno considerati come persone bisognose di autonomia e tutte le forme di punizione, di autorità o di manipolazione educativa sui bambini saranno parimenti abolite. Crescere e curare i bambini sarà una responsabilità collettiva delle donne, e la maternità e soprattutto la capacità di essere empatici verso i bambini sarà presa molto sul serio, come qualcosa che bisogna (re)imparare e studiare per anni prima di essere pienamente competenti per questo enorme compito.

Le scuole come le conosciamo, cioè come centri di reclusione punitiva per essere indottrinati al dominio dei maschi e alla subordinazione delle donne (e anche come sistema di selezione per gli esecutori elitari delle istituzioni patriarcali) saranno abolite. I ragazzi non staranno vicini alle ragazze, certamente non per la maggior parte del tempo e mai dopo la pubertà. E ovviamente a nessun maschio adulto sarà permesso di stare vicino ai bambini.

Non ci saranno cose come “insegnanti” con una posizione di autorità sui bambini. Le “guide” potranno imparare da bambini e studenti così come gli studenti da loro. Potremo imparare qualunque cosa vogliamo, dai linguaggi alle scienze all’arte alla musica alla medicina alla magia al nuoto eccetera senza restrizioni d’età o tempo, basta che la cosa sia adatta alle nostro capacità. L’apprendimento sarà autonomo, con una guida quando necessario, invece che obbligato e dettato dall’alto. Non ci sarà bisogno di ricompense esterne, voti o punizioni dato che il processo di apprendimento sarà così soddisfacente in se stesso e affascinante da essere autosufficiente. Potrei andare ancora avanti a lungo: l’apprendimento non-patriarcale è davvero incantevole.

Strutture sociali tra le donne

Tutte le relazioni di autorità, dominazione e subordinazione saranno abolite tra le donne di tutte le età. Saremo capaci di riconoscere a vicenda la forza, l’esperienza, la capacità di far da guida e le abilità (o la mancanza delle stesse) senza che questo implichi superiorità, inferiorità, venerazione o mancanza di rispetto. Ci troveremo le une e le altre bellissime. Vivremo la nostra amicizia, il nostro amore e il nostro affetto per le donne senza alcun ostacolo.

LE ISTITUZIONI MASCHILI

Tutte le istituzioni maschili oppressive saranno abolite dopo che gli uomini le avranno abbandonate. Ovviamente noi non le manterremo. Torneranno al nulla a cui appartengono, proprio come un cattivo lontano ricordo.

Forze armate

Non più forze armate, non più eserciti, non più guerre! Sarà illegale per gli uomini portare le armi. La pace globale sarà una conseguenza immediata. La maggior parte delle armi sarà distrutta (o riciclata in qualcos’altro), come le armi di distruzione di massa, mine antiuomo, carri armati, mitragliatrici, tutti i tipi di bombardieri terrestri, marini e aerei, e tutte le cose disgustose inventate dagli uomini. Per quanto riguarda le restanti armi, come pistole o spade, le donne avranno diritto al loro uso esclusivo per difenderci dagli uomini, e dal rischio che loro si riprendano il potere su di noi.

Lo Stato

Stati, frontiere, nazioni, leggi saranno aboliti e totalmente eliminati. Le leggi che menzionano liste di atti vietati saranno mantenute solo per gli uomini. Le donne non hanno bisogno di leggi per autocontrollarsi. Le leggi sono state create dall’elite maschile per proteggere la proprietà da altri uomini. Le leggi sono rigide e statiche, e questo perché il loro scopo è di mantenere al suo posto il potere patriarcale. La nostra società sarà in costante evoluzione, riadattamente, rinnovamento creativo, e tuttavia radicata nella realtà e adattata ai nostri bisogni e circostanze.

Le donne potranno muoversi liberamente.

Le strutture sociali e le assemblee decisionali non supereranno il numero di circa trecento donne (che rappresenteranno solo se stesse). Tenere un numero basso per la cooperazione è importante perché maggiori sono le dimensioni dell’unità e più la cooperazione orizzontale diventa difficile e arriva a richiedere una gerarchia verticale. Le possibilità per un’organizzazione pacifica e cooperativa tra le donne sono infinite – finché si rispetti l’integrità individuale di altre donne – il gruppo non dovrà mai prevaricare l’individuo ma essere una fonte di supporto e di efficiente organizzazione della vita e dello spazio collettivi. Ci saranno facilmente associazioni e scambi tra differenti gruppi e individui perché le donne possano collaborare regionalmente e globalmente se necessario. Non ci saranno limiti d’età nella partecipazione e nella formazione delle decisioni per donne e ragazze, ciò implicando un adattamento del formato alle differenti età e capacità.

Medicina

Gli uomini saranno permanentemente banditi da ogni tipo di pratica medica. Tutte le istituzioni misogine e genocide come ginecologia, psichiatria, ostetricia, le grandi case farmaceutiche, la tortura di esseri viventi in nome della “sperimentazione scientifica” saranno abolite. La visione maschile, frammentata, oggettificante e sadica del corpo umano sarà parte della storia, sostituita da una medicina biofila. La scienza medica non sarà più monopolizzata da una piccola elite ma disponibile per tutte a qualunque età quando appropriata. Il ruolo delle dottoresse sarà di guidare il paziente lungo la propria guarigione, senza mai esercitare l’autorità o prendere decisioni a sue spese. Spazi speciali per la guarigione (quando si rende necessaria la chirurgia e così via) saranno così belli, caldi e accoglienti che anche solo standoci ci si sentirà meglio. Le condizioni dell’anima e della vita di una persona saranno considerate parti del corpo e i sintomi saranno sempre compresi con metodo olistico. Non ci saranno più prodotti chimici, sintetici e tossici con effetti collaterali spesso peggiori della malattia che pretendono di guarire.

La salute perfetta sarà comunque lo stato normale delle donne, man mano che impareremo tramite l’esperienza e l’osservazione come dovremo mangiare e fare per rimanere in salute in ogni stagione e momento. La maggior parte delle donne riscopriranno i nostri poteri guaritori, di divinazione e di comunicazione extra-sensoriale.

Religione

Le religioni patriarcali crolleranno insieme al sistema oppressivo maschile. Le ideologie religiose, insieme alle loro gerarchie e vuoti rituali cesseranno di esistere. Credo che un Mondo femminile sarebbe spirituale. La connessione spirituale non è basata sulla fede ma sull’osservazione critica e sull’esperienza, su una vera connessione personale con gli elementi, gli esseri e gli spiriti che ci circondano, e sul vero potere magnetico degli esseri.

Economia (legata all’ecologia)

Ovviamente la schiavità, lo sfruttamento delle donne da parte dell’uomo e il sistema capitalista maschile saranno anch’essi aboliti. L’aspetto più importante dell’economia maschile è il suo essere basata sull’accumulazione competitiva di risorse da parte degli uomini (uccidendo, distruggendo, mercificando, assumendo il controllo, estrando il massimo ammontare possibile di vita) e sulla produzione di beni velenosi, che creano dipendenza, programmati per l’obsolescenza – tutto questo per vincere nel gioco patriarcale di ottenere un dominio sempre superiore su donne e ragazze.

Questa relazione necrofila col Mondo e l’ambiente sarà abolita e sostituita con un’ecologia e con principî economici biofili. Ciò comprenderà ogni singolo processo delle attività della nostra vita, dalla costruzione delle case al consumo del cibo alle comunicazioni, ai viaggi, alla produzione di mobili, al cucinare, eccetera. Tutto sarà accuratamente progettato e pensato in modo da non mettere in pericolo la sopravvivenza di alcuna specie, da non inquinare mai l’ambiente, da non richiedere mai l’uso di materiali tossici e non riciclabili, da non richiedere lavoro salariato o sfruttamento. Ciò ovviamente avrà il suo impatto sulla natura e sulla scala delle nostre attività. Il “lavoro” (sfruttamente e divisione del lavoro) così come noi lo conosciamo sparirà. Sarà la responsabilità di ogni individuo o gruppo di sostenere se stessa in maniera più o meno autonoma.

Dovremo imparare a osservare il nostro ambiente e comprendere in maniera profonda le interconnessioni di tutti gli esseri che ci circondano, e anche il nostro impatto su di essi prima di decidere se e come trasformarli. Le nostre vite non hanno più o meno valore di quelle di un coniglio, una mosca, un albero, una pianta, un pesce, una conchiglia o una pietra. Per esempio, se prendiamo le foglie da alcune piante, è importante non sradicare l’intera pianta, o prenderne solo quelle parti che possano poi ricrescere. Oppure prendere solo alcune piante (o conchiglie, o cos’altro) dove ce ne sono molte, in modo da rispettare la sopravvivenza delle specie. Se tagliamo degli alberi per costruirci le nostre case, li ripiantiamo. Ci sono inoltri infiniti modi per ottenere la maggior parte dei materiali per l’energia, il cibo o la produzione usandoli nella maniera più efficiente. Costruire case in modo che non richiedano riscaldamento in Inverno o il condizionamento dell’aria in Estate. È ormai ampiamente riconosciuto che l’energia come l’elettricità può essere infinitamente rinnovabile se usiamo il potere del vento, del magnetismo, dell’acqua… e tutto può essere realizzato in maniera autonoma da ogni persona.

Impararemo a essere nuovamente autonome e a farci i nostri vestiti, il nostro cibo, mobili, saponi, prodotti detergenti… o forse li farò qualcun altro ma la maggior parte delle cose possono essere fatte a mano e questo è molto più gratificante.

In un mondo biofilo, non esiste spazzatura, non esiste inquinamento. Tutto è concepito come parte del ciclo della vita. Ciò non significa che dovremo tenere lo stesso spazzolino da denti per cinquant’anni o che non miglioreremo mai le nostre macchine, la tecnologia o le infrastrutture, bensì che non esistono cose come rifiuti o residui tossici. Tutti i materiali dovranno essere innocui, riciclabili o biodegradabili, da rendere alla terra quando non ne avremo più bisogno.

Agricoltura industriale e coltivazione delle terre

Le modifiche genetiche delle piante, i pesticidi, la monocultura, l’aratura dei campi e il conseguente inaridimento del suolo saranno considerati criminali. Il nostro diritto all’autosostentamento non sarà più sequestrato da gigantesche multinazionali – visto che non esisteranno più.

L’agricoltura dovrà essere sempre su piccola scala, locale e quanto più possibile modellata su condizioni come quelle in natura, di auto crescita e auto rinnovamento (meno si lavora e si interviene e meglio è), ed essere specificamente concepita in modo da nutrire e sostenere la flora e la fauna selvatiche e l’equilibrio ambientale invece che esaurirli. Anche qui le possibilità sono infinite e abbiamo così tanto da imparare.

E, detto seriamente, uccidere animali che hai allevato nelle fattorie o tenerli prigionieri è crudele. Io sono per la liberazione di tutti gli animali d’allevamento e domestici. Decideranno loro se vorranno vivere con noi oppure no, e dovranno essere liberi di andare e venire come desiderano. Probabilmente in pochi decenni, dopo che la popolazione umana si sarà stabilizzata, la popolazione maschile sarà diminuita e noi avremo fatto seri sforzi per la riforestazione e il ripristino della fauna e della flora sulla Terra, probabilmente sarà più lecito cacciare animali occasionalmente. Attualmente, considerando il tasso di estinzione delle specie animali, trovo criminale cacciare o pescare. E comunque noi non abbiamo bisogno di mangiare così tanta carne.

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Il femminismo non esiste

Il titolo del post è provocatorio. O forse no.

In un forum che frequento, dove si parla di tutt’altro, nella sezione off topic, viene posta la seguente domanda: “c’è qualcun@ [sic!] che si definisce femminista?”
E giù una discussione infinita su cosa significhi esattamente il termine. Su chi o cosa o come possa definirsi “ver@ femminista”. Discussione infinita, involuta, oziosa. Che non porta da nessuna parte.
A un certo punto chi aveva dato il via alla discussione precisa: essere femminista significa essere per la parità tra uomo e donna. Va bene. Ma così è troppo facile: chi sosterrebbe il contrario? A parte poche frange estreme al giorno d’oggi quasi nessuno, almeno nel cosiddetto “Occidente” dichiarerebbe di desiderare la sottomissione della donna all’uomo.
Un’indagine del mese scorso rileva percentuali dell’80-90%, nei paesi “occidentali”, di chi ritiene che l’uguaglianza tra i sessi nel proprio paese sia molto importante: si arriva al picco del 94% in Canadà e l’Italia, col suo 82%, non si difende male.

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Tutto bene sotto il Sole?
Chissà. Il punto è che parlare in senso astratto e generico di parità vuol dire molto poco, forse nulla. Per questo la discussione in merito non porta da nessuna parte. Per questo si può immaginare che chi, con percentuali bulgare, si dichiara a favore dell’uguaglianza sarebbe pronto ad accapigliarsi se si scendesse più sul concreto, se si dovesse decidere come implementare questa benedetta eguaglianza.

Proviamo a disaggregare temi e àmbiti di possibile pertinenza del pensiero/azione femminista:
– Aborto e diritti riproduttivi: dalla riproduzione assistita fino al cosiddetto utero in affitto, e via così: quali limiti? quali diritti? quali divieti?
– Divorzio e diritto di famiglia: esistono privilegi femminili? è necessario un riequilibrio a favore dei padri?
– Rappresentanza politica e sul lavoro: servono le cosiddette quote rosa?
– Rappresentazione della donna nei media: da limitare/regolare? come?.
– Prostituzione: sfruttamento o libera scelta? vietarla, punire i clienti, legalizzarla?
– Violenza contro le donne: è fenomeno grave? come contrastarlo?
Eccetera eccetera eccetera.
Se si discutesse su questi singoli temi, su ciò che è corretto fare in merito, invece che discutere cosa sia “vero femminismo”, cosa sia o meno “maschilismo”, cioè se ci si astenesse dall’etichettare, si otterrebbero risultati molto più proficui.
Se devo dire la mia: su alcuni dei punti di cui sopra ho le idee vaghe, su altri già più chiare. Ma soprattutto: mi rifiuto di vedere le risposte alle stesse come un pacchetto unico da accettare in blocco, ciò che avviene invece nelle religioni dogmatiche.
Perché il femminismo inteso come religione dogmatica, come pacchetto di posizioni di accettare in blocco, è una grave sciagura dei nostri tempi, come tutte le religioni dogmatiche. E non nego che così sia anche grande forza propulsiva, perché, purtroppo, la maggior parte della gente, maschî o femmine che siano (qui davvero non ci sono differenza di genere), cerca, più che un buon argomentare, una lista di articoli di fede in cui credere, che facciano da bandiera e identità collettiva in cui riconoscersi e da cui escludere gli ipotetici nemici da cui sentirsi minacciati e da combattere…

Chirurgia estetica: e se il vero conformista fosse chi la avversa?

Piú per curiosità che altro, due giorni fa ho dato una rapidissima occhiata in giro per la rete ad alcune discussioni sulla chirurgia estetica, cercando apposta quelle critiche.
Mi piacerebbe informarmi di più sull’argomento, magari sentendo anche un po’ di pareri di chi vi ha fatto ricorso, sulle motivazioni, su com’è vissuta la cosa prima e dopo.
Già il fatto che (almeno cosí mi pare) si mettano poco in risalto le voci delle persone direttamente interessate, e moltissimo quelle di chi critica dall’esterno, già questo mi suggerisce che qualcosa non torna; come sempre quando è dato poco spazio alle voci di chi è coinvolto/a in prima persona, e molto alla sovrastante chiacchiera di presunti “esperti”.

In attesa di informarmi più a fondo (sempre che lo faccia), intanto getto alcuni appunti sparsi.
Una sorta di critica della critica.

Il ricorso alla chirurgia estetica noto che è assai criticato, anzi, visti certi toni, addirittura detestato. Chi ricorre alla chirurgia estetica sbaglia: è da disprezzare, o una vittima da compatire.
Trattandosi di un innocuo uso privato del proprio corpo c’è da stupirsi di tanto accanimento (o forse no…).

L’argomento che sento andare per la maggiore contro la chirurgia estetica è che sarebbe un sintomo di conformismo: a furia di bisturi diventeremo tutti uguali! Schiavi della moda, schiavi della massa! O schiavi di presunti “modelli imposti dai media”.

Chi ricorre al bisturi lo farebbe quindi per adeguarsi a un modello fisico standardizzato: tradire se stessi e le proprie particolarità fisiche per adeguarsi a dei canoni collettivi, o comunque a dei dettami esterni a se stessi.
Chi ricorre al bisturi non accetterebbe la condizione attuale del proprio corpo perché forzato o comunque spinto dalle esigenze estetiche della massa.
La sua non è una vera scelta!
Personalmente trovo fallace la distinzione tra scelte “vere” e “false”. O meglio, la trovo fallace se fatta verso altri. Quando qualcuno parla di “scelte false” altrui sotto sotto intende “scelte fatte da un’altra persona che io non condivido”. È un tattica retorica per sminuire le scelte altrui che non piacciono in mancanza di altri argomenti. L’unico a poter affermare che una scelta sia “falsa” è il soggetto stesso che l’ha compiuta, se cosí la giudica in retrospettiva.

Ma non è questo il punto.
Il punto è che se si rifiuta la chirurgia estetica perché sintomo di conformismo, allora si dovrebbe fare lo stesso in altri casi; però non viene fatto: in questi altri casi gli interventi chirurgici sono comunemente ben accolti. Questo credo suggerisca che l’argomento del conformismo in realtà nasconde altri motivi per l’avversione. Motivi che ritengo essere l’opposto di quanto dichiarato.
Immaginiamo ad esempio una persona gravemente “sfigurata” in seguito a un incidente. Perché metto “sfigurata” tra virgolette? Ovviamente perché, se un corpo sia sfigurato o meno è una considerazione estetica, considerazione che dipende da un giudizio che, per quanto collettivo e ampiamente condiviso, non è oggettivo. La bellezza è nell’occhio di chi guarda, fosse pure l’occhio del 99% della specie umana.
Perché una persona “sfigurata” dovrebbe operarsi per tornare “normale”, se non sapesse che altrimenti la sua vita sociale potrebbe risultarne assai danneggiata? In realtà so bene che in molti casi si tratta di poter avere un aspetto in cui riconoscersi, cioè sia una questione di sintonia interna. Ma se si giudica a priori che chi ricorre alla chirurgia estetica lo fa in ossequio al giudizio altrui e non a una volontà propria, cosa impedirebbe di applicare questo cinico pregiudizio anche a chi è stato esteticamente menomato da un incidente?
E poi, diciamolo onestamente, gran parte della gente tende istintivamente a evitare chi suo malgrado si ritrova “sfigurato”. Sbaglia a farlo? Be’, in una gran quantità di casi analoghi si ritiene non sia corretto: ad esempio discriminare una persona per il colore della pelle, che è una componente dell’aspetto non è reputata una bella cosa; di sicuro, diversamente dal passato, le leggi non lo permettono.
Se la società discrimina il nero (o il giallo o, perché no?, il bianco), si ritiene sia la società a sbagliare.
Se la società discrimina chi resta sfigurato da un incidente, si ritiene sia la società a sbagliare.
Ma allora, se una persona “sfigurata” da un incidente si sottopone a operazioni, anche difficili e dolorose, per recuperare un aspetto “normale”, per avvicinarsi di nuovo a quello che si giudica sia un corpo “corretto”, si può dire o no che lo faccia per adeguarsi a dei canoni collettivi su come dev’essere il giusto aspetto di un essere umano?
Attenzione, non sto parlando di menomazioni che pregiudichino la funzionalità materiale del corpo, come può essere la perdita di un arto o di uno o piú dei cinque sensi. Mi riferisco unicamente a menomazioni estetiche.
Perché in questo caso non si può parlare di persona vittima del conformismo, preda di una scelta “falsa”, sottomessa ai canoni imposti dalla collettività?

Ma in realtà basta riflettere un po’ per capire che chi condanna la chirurgia estetica non condanna il conformismo, bensí condanna proprio la diversità e la possibilità, che ne sta alla base, di manipolare il proprio corpo a piacimento, di farne un campo di sperimentazione anche estetica, sperimentazione non dettata dalla semplice necessità.
Alla fine, ho notato, gran parte dei discorsi di condanna della chirurgia estetica puntano sulla “mostruosità” del risultato, spesso illustrato da gallerie di volti modificati in sala operatoria con esiti non proprio piacevoli. Ma piacevoli secondo chi? Secondo i canoni collettivi, verrebbe quasi da dire. Canoni collettivi e di normalità che chi si è fatto rimodellare dal bisturi ha rifiutato.
E allora si capisce come mai non vengano criticati gli interventi per chi ha subíto incidenti, e invece si lancino strali verso quelli puramente estetici: perché i primi sono un ritorno ai canoni di normalità, cioè un’accettazione, anche dolorosa, del conformismo; mentre per i secondi si critica la fuga dalla normalità, cioè la fuga dal conformismo.
E allora si capisce che chi avversa la chirurgia estetica in realtà, sotto sotto, forse quello che desidera è proprio il conformismo.

E aggiungiamo un’ultima cosa, e forse il quadro diventerà anche piú chiaro.
La critica alla chirurgia estetica si concentra quasi unicamente, anzi, potrei dire esclusivamente sulle donne.
Sono le donne che si modellano a venir condannate, a venir bollate come narcisiste, insicure, arroganti, o semplicemente povere stupide vittime di forze piú grandi di loro (l’immortale mito della fragilità femminile).
In questi casi gli insulti verso le donne, altrimenti aborriti, sono piú che benvenuti dal consesso sociale.
Donne in parte strumentalizzate, in questa condanna, come simbolo di un generale tradimento del corpo naturale: la donna come incarnazione della Natura da custodire, e al contempo come custode essa stessa della naturalità, donna custode della moralità, custode dell’esistente che va accettato senza interventi inevitabilmente sacrileghi.
Ma soprattutto donne deprivate della possibilità di pieno controllo del proprio corpo, ostaggio di una sorveglianza sociale e collettiva che giudica in anticipo le loro scelte (o meglio, determinate loro scelte) come “false”.
La “vera” donna è quella che lavora e si impegna e si sacrifica, non la civetta frivola che si imbelletta.
Finisce così soprattutto condannata la donna che decida di intervenire direttamente sulla propria materia fisica, anche con operazioni chirurgiche, a puro scopo di piacere personale: è una donna che osa troppo; è una donna traviata; è una donna che non si conforma, una deviante; una donna che non sa stare al proprio posto.

A proposito del traffico di esseri umani…

In parte attinente ad alcune tematiche accennate nello scorso post, ho tradotto un pezzo del quotidiano inglese Guardian.
Risale ormai al mese scorso, ma m’è stato segnalato praticamente due giorni fa.
È utile, tra il resto, per capire come serva sempre una notevole cautela verso le cifre riportate a proposito delle emergenze sociali.
L’originale si trova qui.

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La verità sulla tratta di esseri umani: non è solo una questione di sfruttamento sessuale
Gruppi femministi e gruppi religiosi definiscono la tratta come lavoro sessuale forzato, una semplificazione che impedisce di aiutare le vittime del lavoro forzato

Eliminare la “tratta di esseri umani” [trafficking] è probabilmente la causa sociale più nota, meglio finanziata e più amata del XXI secolo, che non richiede un accordo tra suoi promotori su ciò a cui desiderano mettere fine. Cosa significa “tratta”? Quante persone sono “trafficate”? Guardando dietro la superficie della lotta alla tratta si trovano statistiche fuorvianti e decenni di dibattiti su leggi e protocolli. Per quanto riguarda il problema in sé, la mancanza di accordo su come definire la “tratta” non ha rallentata la lotta degli attivisti. Anzi, la lotta è diventata definire la tratta.

Negli ultimi quindici anni, le campagne contro la tratta si sono guadagnate le posizioni più visibili tra le missioni femministe, religiose e relative ai diritti umani, godendo il sostegno di organizzazioni così ideologicamente distanti come Equality Now, ONG per i diritti delle donne, e la Heritage Foundation, gruppo conservatore d’analisi politiche. L’idea dominante odierna sulla tratta ha preso piede solamente all’inizio di questo secolo, spinta in particolar modo dalla promozione di gruppi per i diritti delle donne che hanno cercato di ridefinire la tratta soprattutto come “sfruttamento sessuale” di donne e bambini. E infatti è questa la definizione che gruppi come la Coalizione Contro la Tratta delle Donne [Coalition Against Trafficking in Women] sono riusciti a far mettere per iscritto nelle prime leggi internazionali (pdf) relative alla tratta. Quando si sente parlar di tratta, a molti viene in mente una certa immagine, quella che gruppi per i diritti delle donne – e, sempre più, gruppi evangelici cristiani come Shared Hope International, International Justice Mission and Love146 – usano esplicitamente nelle loro campagne.

In effetti, è per l’influsso di questi gruppi che la stessa questione della tratta ha cominciato a migrare: da una relativa oscurità alle sessioni delle Nazioni Unite, alle autostrade degli Stati Uniti, dove i guidatori ora trovano manifesti contro la tratta che mostrano oscure fotografie di giovani ragazze, immagini pensate per “aumentare la consapevolezza”. Usare immagini del genere con l’obiettivo di porre fine allo “sfruttamento sessuale” può sembrare contraddittorio, visto che le ragazze fotografate vengono presentate in quello che altrimenti sembrerebbe un contesto semi-pornografico. Un manifesto che ho visto l’agosto di quest’anno su una strada interstatale in Louisiana mostrava una ragazza madida di sudore, dagli occhî spalancati e le parole “NON IN VENDITA – FERMIAMO LA TRATTA DI ESSERI UMANI” stampate rosse sulla sua faccia.

Ma cosa – e chi – viene combattuto in ciò che quest’immagine contiene?

Statistiche accurate sulla tratta sono difficili da recuperare, cosa che non frena alcuni gruppi contro la tratta dall’usarne comunque. Ad esempio, Shared Hope International, che porta avanti aggressivamente delle leggi contro la tratta in quarantuno stati dell’Unione, afferma che “almeno 100.000 minori ne sono vittima” ogni anno negli Stati Uniti, e probabilmente fino a 300.000, una cifra che è stata citata (ripetutamente) dalla CNN. In realtà, la cifra è una stima da un rapporto dell’Università della Pennsylvania del 2001 (pdf) su quanti giovani siano “a rischio” di ciò che gli autori chiamano “sfruttamento sessuale commerciale di un minore”, basato sul numero di giovani senza casa. Non si tratta però del numero di quanti giovani siano vittime di “tratta”, o siano coinvolti nel traffico sessuale.

In queste statistiche la prostituzione è spessa confusa con la “tratta”, in parte perché la definizione di tratta che è stata messa in risalto si riferisce esclusivamente allo “sfruttamento sessuale”. Di fatto, questa confusione si è insinuata nel recupero dei dati. Secondo un rapporto dell’Alleanza Globale contro il Traffico di Donne:

“Quando le statistiche sulla tratta sono disponibili, di solito si riferiscono al numero dei migranti o delle prostitute locali, più che a casi di traffico di esseri umani.”

Questa confusione voluta tra prostituzione e tratta distingue i numerosi gruppi femministi e religiosi contro la tratta da quelli che lavorano direttamente con chi è coinvolto in lavori forzati d’ogni tipo, che riguardino o meno il sesso. I nodi di questa divaricazione su chi meriti di definire la tratta stanno per venire al pettine per chi voterà in California, sotto forma della Proposition 35 che, se passerà questo novembre, stabilirà pene e multe più alte per chi commette ciò che gli autori della legge definiscono come trafficanti di esseri umani a scopi sessuali, in opposizione a chi il traffico lo fa a scopi di lavoro. Obbligherà inoltre chi sarà condannato per traffico di esseri umani a registrarsi come un criminale sessuale e a sottoporsi per tutta la vita al monitoraggio delle proprie attività in rete. E questo a prescindere che nel caso in questione c’entrino il sesso o la rete. [nota mia: la Proposition 35 è poi stata approvata il 6 novembre 2012 con l’81.1% dei sì, anche se a tutt’oggi, 8 novembre, sono state intentate delle azioni legali per limitarne determinati effetti]

Non c’è dubbio che la California ospiti diverse imprese dove, secondo Freedom Network (le organizzazioni che fanno parte di Freedom Network utilizzano un approccio contro la tratta basato sui diritti umani), è noto si faccia ricorso al lavoro forzato: imprese dell’agricoltura, della ristorazione, dell’edilizia, alberghiere, dell’abbigliamento, del sesso. Ma ciò che accomuna i lavoratori di queste imprese non è lo “sfruttamento sessuale a scopi commerciali”, bensì l’erosione dei diritti del lavoro e le progressive restrizioni nelle politiche immigratorie, che rendono numerose persone vulnerabili alla coercizione e agli abusi. Cindy Liou, avvocato nello staff dell’Asian Pacific Islander Legal Outreach, un progetto che ha base nella California del Nord e che ha lavorato con centinaia di sopravvissuti alla tratta di esseri umani, sta invitando i californiani a votare no alla proposta referendaria:

“Ridefinisce la tratta in un modo scorretto, confusionario e terribile. Ed è molto problematico perché lo fa alle spese delle vittime della tratta, visto che ignora le vittime della tratta a scopo di lavoro.”

In effetti, la cosiddetta “tratta a scopi sessuali” forma solo una piccola percentuale del lavoro forzato nel suo complesso, come stimato dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Nel suo rapporto per il 2012, l’ILO classifica lo “sfruttamento sessuale forzato” come distinto da altre forme di lavoro forzato e questo per certi versi è utile, dato che non tutto il lavoro forzato riguarda il sesso, ma per altri versi aggiunge ulteriore confusione al problema (perché ciò che distingue la tratta a scopi sessuali dagli abusi sessuali è che avvenga in un luogo o in un rapporto lavorativo). Ciò nonostante, delle quasi ventun milioni di persone che l’ILO stima siano lavoratori forzati, quattro milioni e mezzo sono ciò che l’ILO definisce “vittime di sfruttamento sessuale forzato”. Ovvero, oltre tre quarti delle persone che, in tutto il Mondo, si stima siano impiegate forzatamente non sono coinvolte in “sfruttamento sessuale forzato”. Dall’altra l’ILO stime che due milioni e duecentomila persone in tutto il Mondo siano lavoratori forzati nelle prigioni o nelle forze armate. Persone le cui storie difficilmente finiranno sui cartelloni delle autostrade.
[nota mia, venuta in mente ora: a proposito del lavoro forzato in àmbito militare, è notevole che molte campagne umanitarie, relative soprattutto a paesi africani, si concentrino soprattutto sullo scandalo dei bambini soldato, cioè dei minori di diciotto anni arruolati a forza; come se, una volta superati i diciotto anni, non fosse possibile venire obbligati a combattere o come se, anche se avvenisse, questo non costituisse alcun problema]

Ma, come per lo scalpore suscito dalla “tratta a scopi sessuali”, sarebbe errato lasciare che il volume della pubblica indignazione misuri quanto sia importante un problema, e questo al di là di come la questione venga definita (o mal definita). Allo stesso modo, la pretesa di “cifre reali” ci può trascinare ancora più a fondo nel pantano ideologico che informa la questione della tratta. Jo Doezema, ricercatore della Paulo Longo Research Initiative e autore di Schiavi sessuali e padroni del discorso: la costruzione della tratta di esseri umani [Sex Slaves and Discourse Masters: The Construction of Trafficking], avverte:

“Anche riconoscere che il dibattito sul significato della tratta coinvolge la politica e l’ideologia non va abbastanza in là: lascia ancora intatta l’idea che la tratta di esseri umani possa essere definita in maniera soddisfacente, se solo prevalessero la volontà politica, un pensiero chiaro e un approccio concreto.”

Ovvero, non possiamo valutare la gravità della “tratta” se definiamo il problema tramite una semplice e coerente contabilità delle “vittime”. Ciò che va perso in questo incessante ridefinire e conteggiare sono i fattori complessi dietro a ciò che attualmente è quasi unanimamente chiamato “tratta”. Ciò che soprattutto va perso è una qualunque comprensione e riconoscimento delle sfide che devono affrontare milioni di persone che lavorano, lottano e sopravvivono in condizioni abusive, ma le cui esperienze non troveranno mai spazio in un cartellone pubblicitario.

Il femminicidio finlandese

Già un mese fa, a inizio aprile 2012, per qualche giorno s’è parlato parecchio del cosiddetto “femminicidio”.
In realtà era il piccolo culmine di un discorso che, nei media e nella rete, stava lentamente salendo da diverso tempo.
Fatti di sangue coinvolgenti donne, quasi sempre vittime di omicidio o tentato tale, riportati con regolarità dai media, con un’attenzione e uno spazio crescenti, ma soprattutto presentati come parte di una narrazione organica e coerente e, quindi, da ricondurre a uno sfondo comune, a un’eventuale causa comune.
Qualche giorno fa, fine aprile-inizio maggio 2012, ecco un altro picco nel discorso, e un piccolo salto di qualità, cogli appelli alla politica e/o la richiesta urgente che la società “faccia qualcosa”.
Forse è il caso di provare a fare il punto della situazione, e magari farsi qualche domanda, anche considerando che il discorso pubblico in merito potrebbe tenersi ben vivo nei mesi a venire, o addirittura salire ulteriormente in diffusione e intensità.

ricerche effettuate tramite Google per il termine “femminicidio” negli ultimi dodici mesi (cliccare per ingrandire)

Il discorso in rete mi pare caratterizzato da una certa uniformità nei media consolidati e un maggior conflitto d’opinioni nel pubblico (commentatori di quotidiani, tenutarî e commentatori di blog).
In generale, però, mi sembra largamente condivisa la volontà e la necessità di ricondurre il fenomeno a cause proprie della società tutta. Inevitabile, visto che i media avevano implicitamente presentati i singoli fatti come un insieme organico, come capitoli di una storia unica, impostando così una cornice difficile da contrastare. Le opinioni divergono quindi su quali siano le cause di questo fenomeno.
In realtà già il primo punto mi trova scettico, cioè che si tratti di un fenomeno emblematico di più ampie tendenze sociali.
Le cause che ho visto più spesso evocate sono le seguenti: la cultura maschilista arretrata che concepisce la donna come possesso; l’educazione italiana, spesso esemplificata dalla mamma chioccia (o castrante), educazione incapace di abituare i figli al rifiuto e all’autonomia emotiva; il profilerare, specie nella pubblicità, di immagini femminili semipornografiche, sessualizzate e oggettificanti.
La terza causa, in realtà m’è sembrata evocata meno spesso delle altre due. E la seconda meno della prima.
E forse è inutile dire che la prima e la seconda potrebbero essere etichettate come spiegazioni rispettivamente “femminista” (è colpa del maschilismo italiano) e “maschilista” (è colpa dell’educazione mammista italiana). L’etichettatura è sicuramente grossolana e semplicistica, ma comunque specchio del dibattito in corso, che di per sé non sembra tendere a eccessivi livelli di raffinatezza, bensì a smuovere emotivamente e polarizzare per identità contrastanti: è in corso una guerra che produce morti, bisogna decidere se stare da una parte o dall’altra, non si accettano compromessi, tentennamenti, obiezioni o domande.
Vale la pena sottolineare che le due ipotesi, quella “femminista” e quella “maschilista” identificano solo grossomodo una demografia di sostenitori divisa per genere sessuale: anche se in minoranza, si sentono voci di donne avanzare l’ipotesi “maschilista”, o voci di uomini quella “femminista.
Ma soprattutto bisogna sottolineare con forza che nel discorso ufficiale, a parte qualche sparuta eccezione, predomina in maniera schiacciante la prima ipotesi, quella che chiama in causa l’italico maschilismo e che presuppone al fondo una netta contrapposizione di genere, tra la donna vittima e il maschio aggressore, quest’ultimo implicitamente spalleggiato dall’intera popolazione maschile o dalla sua gran parte.
La petizione che nasce e circola in rete è in tal senso significativa fin dal suo titolo, ovvero Mai più complici; petizione scritta da donne, che evidentemente si presentano come portavoci di tutte le donne, per chiedere  “agli uomini [tutti] di camminare e mobilitarsi con noi, per cercare insieme forme e parole nuove capaci di porre fine a quest’orrore”.

Chi non si mobilita è un complice. A questo punto però non è ancora molto chiaro in cosa dovrebbe consistere, materialmente, questa mobilitazione.
Ma nell’impostazione generale del discorso e nel proliferante dibattito in rete è un’altra la cosa che ho visto spesso fare, e che ho trovato assai discutibile.
Si tratta della confusione flagrante tra due piani, quello dell’analisi dei fatti e quello del giudizio di valore.
Nell’interrogarsi e discutere sulle cause di questi omicidî, ho notato che determinate ipotesi vengono automaticamente squalificate come “giustificazioni per chi uccide le donne”.
In pratica sarebbe corretto affermare che le uccisioni di donne sono l’effetto diretto di una mentalità maschile diffusa, sono prodotti da un problema sistemico di tutta la società; e sarebbe invece scorretto affermare che si tratta di casi singoli, probabilmente ognuno con cause proprie, ma comunque cause che restano individuali (raptus improvvisi e imprevedibili; cecità indotta da gelosia o angoscia d’abbandono; incapacità di frenare la propria violenza).
Il problema è che qui correttezza e scorrettezza non sono misurate sui fatti.
Se un uomo uccide una donna, le cause precise e concrete dell’evento stanno nella testa del colpevole e nel contesto immediato del quotidiano che circonda lui e la vittima, che si spera gli inquirenti sapranno districare; se poi esista un contesto più ampio, questo eventualmente ce lo dirà chi studia la società, si spera lavorando seriamente e con rigore.
Questo significa analisi dei fatti. E finché i fatti non vengono indagati direttamente, non c’è molto da dire, a parte le ipotesi da bancone del bar (o salotto tv, o da forum/blog internettiano).
Il giudizio di valore è un’altra cosa. E non si può escludere a priori un’ipotesi a favore di un’altra solo perché quella sembra essere un alibi morale mentre questa no. Specie poi se si desidera che la responsabilità individuale, soprattutto in tribunale, resti ferma anche a prescindere dal contesto sociale.
Non si dovrebbe neanche rammentare che il richiamo alle “colpe della società” sono servite a lungo (almeno secondo alcuni) proprio per giustificare, e condonare, i colpevoli d’ogni tipo di delitto: “Vostro onore, è vero che ho ucciso la mia donna, ma che ci volete fare, è la società maschilista che mi ha portato ad agire così, è il sistema del patriarcato che ha armato le mie mani, e le ha mosse il testosterone cui mi condannano i miei cromosomi. Potete forse considerarmi colpevole?”
Che una causa ipotetica suoni come giustificazione è una questione di prospettiva.

In realtà si capisce che la questione è soprattutto di tipo politico, se non ideologico, per affermare prima di una qualunque analisi dei fatti la prospettiva secondo cui, sì, queste 100-120 donne uccise ogni anno sono vittime non solo dei loro assassini, ma d’un sistema culturale più ampio.

Eppure non servono nemmeno grandi ricerche per farsi almeno un’idea vaga su qual è l’ipotesi più fondata.
Basta un po’ di banale, gelida statistica: 100-120 vittime l’anno possono essere indubbiamente una tragedia enorme per chi vive direttamente l’evento ma, su una popolazione femminile di 30.000.000 (trenta milioni) sono ben lungi dal costituire un fenomeno. O, soprattutto, da permettere di ipotizzare cause sistemiche.
Eppure ho letto, nelle settimane passate, commenti parlare di “massacro”, “ecatombe”, “strage”, “eccidio” o addirittura “sterminio”.
Ma allora cosa dovremmo dire, per fare il primo esempio che mi viene in mente, dei suicidî femminili che, annualmente, di vittime ne mietono dieci volte di più, ovvero circa un migliaio l’anno?

Il ricorso alla statistica produce spesso un’immediata obiezione.
Si dice: d’accordo, contando a freddo le cifre sull’intera popolazione, forse le vittime non sono così tante; sono però la punta visibile di un iceberg sommerso fatto di violenze maschili e di disprezzo della donna che attraversano l’intero corpo sociale; si parte dalla pubblicità con le cosce al vento e si va su su sino allo stalking, allo stupro, e all’omicidio, e quest’ultimo non è disgiunto dal resto, è solo l’ultimo inevitabile anello di una tragica catena di misoginia.
Può essere. L’obiezione ha una sua logica. Ma anch’essa si rivela debole alla prova dei fatti, come ora cercherò di mostrare.
Al di là delle cause evocate, mi pare si dia per scontato che questi omicidî di donne siano un problema soprattutto italiano, in quanto appunto prodotto finale della condizione della donna in Italia che, rispetto agli altri paesi d’Europa, non è certo delle migliori. Anche in questo caso le cifre non mentono: per indipendenza economica e accesso al lavoro delle donne, l’Italia non brilla.
Ma per i cosiddetti femminicidî, come stanno le cose?
La petizione che ho già citato afferma recisamente che “un paese che consente la morte delle donne è un paese che si allontana dall’Europa e dalla civiltà”. In Europa non si uccidono le donne, par di capire.
Eppure tra giornalisti ed esperti, almeno tra quelli che ho letto in questi giorni sull’argomento, nessuno ha mai anche solo provato a operare un confronto effettivo con l’estero.
Ma si sa che i proclami fanno effetto, mentre le indagini richiedono tempo e pazienza.

E allora la ricerca me la sono fatta io.
I dati li ho ricavati da un documento del Ministero dell’Interno, che a sua volta li prende dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Mi auguro siano sufficientemente attendibili.
I dati riguardano i morti per omicidio nei paesi dell’Unione Europea tra il 1982 e il 2002. È un periodo sufficientemente lungo per consentire delle considerazioni generali.
Con questi numeri ho prodotto due grafici.
Il primo riguarda il numero di donne uccise o, più precisamente, il tasso di donne uccise ogni centomila abitanti.
Tra tutti i paesi disponibili, ho limitato il confronto a Italia, Francia, Germania, Svezia e Finlandia. Francia e Germania in quanto tra i maggiori paesi europei. Svezia e Finlandia perché noti per le loro politiche particolarmente attente riguardo alle istanze femminili e femministe.

Direi che i dati parlano da soli.
L’Italia si attesta nella media degli altri paesi, anzi, persino un po’ più in basso rispetto a Francia, Germania e Svezia. La civile Germania, a inizio anni Ottanta, aveva un tasso di donne uccise doppio rispetto a quello dell’arretrata Italia, per dire.
Soprattutto va notato che il tasso italiano è più o meno simile a quello attuale, e si sta parlando di dati che partono da trent’anni addietro. Il cosiddetto “recente aumento di femminicidî in Italia” di cui si parla in queste settimane è verosimilmente nient’altro che una fluttuazione periodica, inevitabile quando ci si focalizza solo su una manciata d’anni. Nel complesso la situazione italiana è stabile, e non da poco tempo.
Notevole invece la performance finlandese. E si tratta di un record anche a confronto con gli altri paesi dell’Unione Europea. Un tasso, a seconda dei momenti, siano a quattro o cinque volte superiore a quello italiano.
Il paese in cui si uccidono più donne, in Europa, non è la maschilista Italia, bensì la femminista Finlandia.
La patria europea del femminicidio non è l’Italia, ma la Finlandia.
Questo dovrebbe farci concludere, come immagino alcuni vorranno fare, che “il femminismo militante in politica aumenta le morti delle donne”? I maschî finlandesi uccidono le donne come reazione alla loro emancipazione?
Non direi, visto che la Svezia, che come femminismo militante ha pochi paragoni in Europa, mostra un tasso di donne uccise ben inferiore alla confinante Finlandia, e in linea col resto dell’Unione.
Se ci sono delle cause, vanno trovate altrove.
Il punto è che la Finlandia sconta un tasso d’omicidî molto molto alto sia per gli uomini che per le donne. La Finlandia è il paese dell’Unione in cui si uccide di più. Giocoforza sono tante anche le vittime femminili.
E, almeno da quanto ho letto in giro, pare che tra le cause ci sia il consumo eccessivo di alcool combinato con l’ampia disponibilità di armi da fuoco.

Il secondo grafico confronta il tasso di omicidî diviso per i generi delle vittime: quanti uomini muoiono in più rispetto alle donne nei varî paesi?

Anche qui i dati sono piuttosto chiari.
Nella macabra uguaglianza degli assassinî, vince la Germania, paese in cui la quantità di donne e uomini uccisi tende a equipararsi.
È in Italia, invece, che la sperequazione è maggiore.
L’Italia, nell’Unione Europea, è il paese in cui vengono uccisi molti più uomini che donne o, se si vuole, molte meno donne che uomini.
La linea relativa all’Italia, si noterà, subisce una lenta ma costante ascesa a partire dagli anni Novanta. Ma come si capisce dal primo grafico, non dipende da un aumento di donne uccise, bensì da un calo di vittime maschili.
E in ogni caso si tratta di una variazione che la porta in linea col resto dell’Europa, quell’Europa che, almeno così ci dicono, dovrebbe tollerare meno dell’Italia le donne uccise.

A questo punto si può tornare alle domande principali, e magari provare delle risposte.
Se gli omicidî di donne sono frutto di una cultura maschilista, l’unica è ammettere che in Italia c’è molto meno maschilismo che nel resto d’Europa, visto che nel resto d’Europa si uccidono più donne, e visto anche che in Italia si uccidono molte meno donne che uomini.
Oppure, in alternativa, se si ritiene che invece l’Italia sia un paese effettivamente maschilista (e personalmente ritengo lo sia, almeno per buona parte), bisogna ammettere che questo non è legato al numero di donne uccise, le quali, altrimenti, dovrebbero essere molto più numerose che nel resto d’Europa.
O il maschilismo italiano non ha nulla a che vedere col numero di donne uccise, oppure l’Italia è meno maschilista del resto d’Europa. Non ci sono molte alternative.

La domanda diventa quindi questa: perché mai in Italia un fenomeno statisticamente minoritario, costante nel complesso, e meno grave che nel resto d’Europa, ha assunto un’importanza così di primo piano, producendo una tale mobilitazione mediatica, col tentativo connesso di produrre un’altrettanta mobilitazione politica?
La domanda potrebbe restare in eterno sospesa.
Risolverla significherebbe riuscire a spiegare come mai succeda che la società, di punto in bianco, subisca violente eruzioni allarmatistiche che si dileguano con altrettale rapidità, imponendo all’attenzione pubblica paure, reali o fittizie che siano, che poi vengono sùbito dimenticate. La lista dei casi potrebbe esserelunga: si va dal bullismo su YouTube agli stupratori rumeni (o qualunque altra categoria d’immigrati) ai pitbull assassini, e così via.
Quel che resta a tutt’oggi inspiegato è cosa spinga in determinati periodi determinati allarmi a emergere e altri a restare dominio di pochi specialisti e attivisti.

Dunque, perché proprio ora l’allarme femminicidio, e non cinque o dieci o venti anni fa?
Provo tuttavia ad azzardare alcune ipotesi.
Non c’è dubbio che l’allarme femminicidio germina sull’onda lunga del dibattito sulla condizione femminile in Italia, alla ribalta nel discorso pubblico ormai da qualche anno.
Il nuovo dibattito pubblico sulla donna è partito e si è mosso lungo diversi filoni principali, cavalcati da diverse parti politiche. Tra gli altri: la questione del lavoro, dell’indipendenza economica, delle risorse dedicate in tal senso dallo Stato; la questione dell’immaginario pubblico: le pubblicità, gli spettacoli televisivi, le narrazioni giornalistiche, spesso imputati di “svilire l’immagine della donna”, ridurla a “oggetto sessuale”, a rinchiuderla in “stereotipi”; la questione, non certo di oggi, della violenza sulle donne: la violenza domestica, la violenza sessuale, e le donne uccise.
Questi filoni non sono necessariamente contrapposti e tuttavia, a rischio di tagliare l’analisi coll’accetta, è possibile ricondurli alla destra o alla sinistra, specie nelle contromisure auspicate.
La sinistra ha battuto soprattutto il tasto del lavoro e la richiesta d’interventi pubblici in tal senso (sostegno alla maternità, ecc); ha poi giocato, almeno sino allo scorso governo, e in maniera alquanto spregiudicata, sulla questione dell’immagine femminile, e su una rumorosa condanna alla pubblica esibizione di carni, rumorosa tanto da bordeggiare un moralismo che anche nella stessa sinistra non è stato sempre ben digerito.
La destra tuttavia non è certo stata a guardare, anzi: mi sorprende che spesso si dimentichi come ad esempio la nuova legge sullo stalking e tutta una serie di inasprimenti penali in materia di violenza sessuale siano stati promossi con fervore proprio dal governo Berlusconi e dalla sua ministra Carfagna, forse anche per l’esigenza forte di ripulirsi un’immagine non proprio lindissima, almeno per l’opinione pubblica corrente, in termini di “rispetto della donna”.
Fatto sta che, a qualche mese dal tramonto del governo Berlusconi e del suo licenzioso caravanserraglio, e dal probabile tramonto definitivo di tutto ciò che il berlusconismo ha rappresentato, anche in termini d’immaginario collettivo (quello che parte sin da Drive In e tramite le veline arriva al famigerato bunga bunga), ora la battaglia principe per i diritti femminili è quella sul femminicidio, cioè su fatti atroci esposti all’orrore della pubblica opinione per chiedere nuove fattispecie di reato, inasprimenti delle pene, “carte etiche” per i media, cioè misure di legge, ordine e controllo di tipo sostanzialmente repressivo, per difendere una donna vista come vittima debole bisognosa di tutele speciali.
E dunque, l’allarme femminicidio come vittoria di un discorso di destra?
Forse, ma si deve comunque tener conto che la lotta alla violenza sulla donne è stata e resta una bandiera tradizionale anche della sinistra, con una differenza non tanto sul merito ma sui metodi di contrasto. Laddove la destra chiede sbarre e catenacci, la sinistra solitamente chiede (anche) educazione e una nuova cultura.
Più probabilmente l’allarme femminicidio è un sintomo dei pochi risultati concreti che la grande mobilitazione femminile di questi ultimi anni ha ottenuto ricorrendo a sistemi ordinarî, di qui la necessità di buttare sul piatto carichi più pesanti, di giocare le carte dei cadaveri, del sangue, della morte.
O ancora, forse, si tratta del ricorso a un argomento capace di raccogliere con facilità (chi mai, specie negli apparati mediatici ufficiali, oserebbe sminuire la gravità di una strage di donne?) un consenso altrimenti molto più arduo da ottenere in una situazione piuttosto frammentata.
In ogni caso, l’allarme femminicidio lo vedo soprattutto come segno di disorientamento o comunque debolezza da parte dell’attuale movimento femminil-femminista, dove le proposte concrete o mancano o non riescono ad avere sufficiente efficacia.

Ma non è nemmeno scontato che questo allarme non riesca a contribuire al raggiungimento di qualche scopo, anche se di poco e anche se quelli cui è stato associato restano parecchio fumosi. Come già detto, non si capisce in cosa dovrebbe consistere concretamente la “mobilitazione degli uomini”; “cambiare la cultura del paese” è una frase facile a dirsi ma che in pratica significa tutto e niente.
Forse ci sarà qualche inasprimento delle pene. Ci sarebbero sicuramente già stati se vivessimo non sotto un governo tecnico ma uno politico, uno di quelli solerti nel dimostrare al popolo votante di “fare qualcosa” e combattere il male.
In ogni caso, col tempo, lentamente, forse molto lentamente, non dubito che sulla condizione femminile l’Italia arriverà ad allinearsi agli altri paesi.
Aumenterà l’occupazione femminile. Sempreché tutto il sistema economico non imploda, ovviamente, e allora non resteranno che macerie da raccogliere, per maschî e femmine al contempo.
Un po’ alla volta spariranno quelle pubblicità e immagini pubbliche reputate “lesive della dignità della donna”, “sessualizzanti”, “oggettificanti” e così via. Ma questo è un trend che ormai da tempo coinvolge tutti i paesi industrializzati, e a cui l’Italia si sta solo aggiungendo, da buona ultima.
Gli omicidî di donne tuttavia non caleranno.
Perché, come si è visto, è già fenomeno minimo e ormai stabile da decennî, e slegato dal contesto sociale.
Semplicemente, una volta che saranno risolte le questioni femminili sentite come più pressanti nella quotidianità diffusa (il lavoro, le immagini pubbliche), non se ne parlerà più. Perché allora, dal punto di vista politico, non sarà più un’arma utile cui far ricorso.

Gerarchie del pensiero

Françoise Héritier
Dissolvere la gerarchia – Maschile/Femminile II
302 pp., Raffaello Cortina Editore, 2004
(Masculin-Féminin II. Dissoudre la hiérarchie, 2002)

***

Il libro è una raccolta di articoli precedentemente pubblicati altrove, o interviste rielaborate.
Le ripetizioni sono parecchie, e la cosa non è piacevole.
Inoltre, manca un indice analitico.
Questo riguardo alla confezione editoriale.

Passando ai contenuti.
Il libro fornirebbe dati e spunti anche interessanti sulla diseguaglianza tra uomo e donna, una diseguaglianza storicamente gerarchica, portando anche alcune proposte e idee per superarla.
Spunti e proposte che, in alcuni casi, pure condividerei, anche se con gradazione variabile. In ogni caso resta sempre utile confrontarsi con prospettive più o meno nuove, o diverse dalle proprie.

Il problema è che le fondamenta del volume sono molto fragili, se non assenti.

L’autrice sembra ignorare del tutto un minimo di rigore metodologico.
Sciorina informazioni in lungo e in largo, spaziando tra continenti e millenni, ma riporta troppo di rado le fonti dei suoi dati. E quando le fonti ci sono, molto spesso sono articoli giornalistici… mai avrei creduto di leggere una studiosa universitaria che definisce il giornalismo di massa “parola degna di fede”, da usare come fonte affidabile!
Oltre ai dati ci sono libere elucubrazioni su fenomeni che difficilmente potranno mai essere provati o smentiti, e che pure l’autrice aggettiva noncurante come “indubitabili”, “innegabili”, “inoppugnabili” e così via: per dire, possiamo davvero permetterci conclusioni granitiche su come i nostri antenati cavernicoli, decine e decine di migliaia di anni fa, nella preistoria profonda, concepissero la differenza tra uomini e donne? La domanda non intimorisce l’autrice che in poche pagine, con ragionamenti a tavolino e nessun riferimento archeologico, biologico o comunque materiale, ci svela come stessero veramente le cose. Complimenti.
In genere l’argomentare sembra viziato dalla volontà di adesione a determinate conclusioni prestabilite, in base a cui vengono scelti i dati riportati (di solito di natura etnografica), che sono tra l’altro quasi sempre aneddotici, e in cui pare giocare più peso l’interpretazione dell’autrice che non il materiale di partenza.
Il materiale, inoltre, è riportato senza badare troppo al contesto di provenienza: ma ha senso affiancare l’opinione di Aristotele sulla femminilità nel IV secolo a.C. con quella odierna degli abitanti del Kalahari, interpretandole per concludere che dicono la stessa cosa? Secondo l’autrice sì, perché sono casi singoli di una visione universale del femminile propria di tutta l’umanità, al di là di tempo e spazio. Potrebbe essere, ma questa universalità non la dimostri sulla base proprio di quei due casi (e pochi altri) che tramite l’universalità vuoi spiegare, altrimenti cadi nella più flagrante delle petizioni di principio.

{ la cosa ironica è che l’autrice, in un capitolo su Simone de Beauvoir, rivolge a quest’ultima severe critiche di metodo (fonti non citate, ragionamenti circolari) che dovrebbe prima dedicare a se stessa… }

Il massiccio ricorso ad argomenti circolari e la scarsa attenzione riservata al contesto materiale è tuttavia coerente con l’assunto di base di tutto il libro, ovvero che siano le idee e i processi mentali classificatorî della mente umana (cioè la cultura) a determinare – quasi a senso unico – i fatti bruti del sociale e non viceversa.
Secondo l’autrice è la mentalità sessista che produce la sottomissione materiale della donna e non il contrario.
All’origine di diseguaglianza e gerarchia ci sarebbe la facoltà esclusiva della donna di portare nel ventre i figli e partorirli. Questo perché mettere al mondo e allattare e accudire la prole è, sul piano concreto, un fardello inevitabilmente vincolante? No, secondo l’autrice il meccanismo di sottomissione discende primariamente dal piano dell’immaginario: la diversità femminile è data dalla possibilità non solo di partorire, ma partorire sia figli maschî che femmine; l’uomo maschio, incapace di accettare quest’anomalia concettuale, cioè che la donna produca il figlio maschio, e quindi l’apparente monopolio della donna sulla fecondità, si sarebbe mosso per assoggettare quest’ultima, sottrarle ogni diritto, e ricondurre così donna e fecondità sotto il proprio pieno potere.
Affascinante, peccato che, come detto sopra, l’autrice non porti alcuna prova su questo processo storico-culturale, che non siano riflessioni da tavolino ed etnografia aneddotica (senza quasi citarne le fonti). Soprattutto, però l’autrice afferma recisamente che, dal punto di vista materiale (ad es. nella forza e resistenza muscolare), non ci sarebbe alcuna differenza tra maschio e femmina; ma così non si capisce come il maschio abbia potuto imporre, storicamente, la sua volontà di dominio sulla donna, senza che questa abbia mai tentato di ribellarsi o, se l’abbia fatto, perché sia stato senza successo.
Questo massimalismo culturale caratterizza anche l’interpretazione che l’autrice dà all’evoluzione in senso egualitario (negli ultimi decenni) dei rapporti tra uomo e donna. Personalmente riterrei sia efficacemente spiegabile con una costellazione di fattori materiali, di cui i principali: l’invenzione degli elettrodomestici, che riducono il peso dei lavori di casa; l’ampia diffusione di lavori sempre meno logoranti dal punto di vista fisico; l’invenzione di anticoncezionali sempre più efficaci, che liberano le donne dai ceppi delle gravidanze continue; la transizione demografica, legata alla diffusione dell’istruzione di massa, che porta dalle famiglie numerose a quelle con due o tre figli, o al figlio unico; l’affermazione dello Stato sociale.
Tutto questo viene praticamente ignorato dall’autrice in favore di fattori ideali: sarebbe stata determinante dapprima la scoperta dei gameti, che dimostra l’eguale contributo genetico di maschî e femmine alla generazione di figli e figlie; e poi la pillola, che avrebbe, anch’essa, rinforzato e dimostrato tale eguaglianza. Dall’idea di eguaglianza sarebbe iniziato un (lento) cammino verso un’eguaglianza concreta, non il contrario e a prescindere dalla condizioni materiali di realizzazione.
Il culturalismo fervido e ardito dell’autrice credo si riassuma nel suggerimento che non è un caso se il secolo della scoperta dei gameti concide col secolo dei Lumi e dei diritti dell’uomo, come se la prima scoperta abbia innescato i secondi… Affascinante: ma dimostrabile in qualche modo?

Quest’impostazione ha determinate conseguenze, che poi sono quelle tipiche delle prospettive cultural-idealistiche.
Innanzi tutto la possibilità praticamente illimitata di adeguare i fatti alla propria interpretazione, anche laddove potrebbero contrastarla.
Ad esempio l’esclusione istituzionale (parziale o totale) della donna dai mondi del diritto, della produzione e dell’indipendenza economica, del potere politico, esclusione che vigeva in passato, è correttamente presentata come una forma di sottomissione concreta. Oggi che questi vincoli storici stanno venendo superati si dice che comunque si perpetua un dominio “mascherato”, “simbolico”, “occulto”, “inavvertito”, “inconscio”; e quest’ultimo non viene rintracciato in àmbiti concreti come, per dire, l’accesso al mondo del lavoro, bensì in ogni interstizio e pratica del quotidiano o dell’immaginario e, in ultima analisi, nella mente degli individui, a cui del resto programmaticamente tutto viene ricondotto.
In tal modo però qualunque atto e interazione quotidiana tra generi (o qualunque espressione pubblica) è sempre passibile di venir ricondotta – a posteriori – in quell’interpretazione che vi vede un dominio gerarchico in azione.
Si tratta di una logica che, del resto, permea buona parte dell’attuale dibattito pubblico – alto o spicciolo – sulle questioni di genere, logica che è causa prima dell’interminabilità delle diatribe che vorrebbero decidere se la liberazione sessuale femminile sia “vera libertà” o “schiavitù mascherata”; se la minigonna sia una forma di autonomia o di sottomissione al desiderio dominante maschile; se promuovere la maternità significhi valorizzare la donna o incatenarla maggiormente alle sue funzioni biologiche; se la donna in carriera sia un’ammirevole donna liberata o una patetica emula dell’arrivismo maschile; se le tecnologie riproduttive aumentino la libertà di scelta o vincolino la donna al tecnocapitalismo maschile [sic!], e così via; diatribe interminabili ma soprattutto non solubili, mancando un metodo controllabile che dia risultati intersoggettivamente verificabili, e non passibili di continue reinterpretazioni ad hoc che spacciano surrettiziamente il soggettivo per l'(inters)oggettivo, confondendo questi due piani.
Il metodo dell’autrice si rivela soprattutto una delle tante riedizioni della scivolosa ideologia della “falsa coscienza”, e lo illustra molto bene come affronta la questione della prostituzione o, se si vogliono altri termini, dello scambio tra servizî sessuali e beni economici. A prescindere da tutte le situazioni di miseria e schiavitù effettiva in cui è flagrante la mancanza di volontarietà della donna che dà il suo corpo in affitto, l’autrice afferma che anche tutte le altre situazioni non sono comunque giustificabili, e che in questo àmbito la libertà e la volontarietà della donna, anche quando esplicitamente dichiarate, sono inconsistenti perché “illusorie” e ingranaggi inconsapevoli del grande meccanismo di dominio maschile.
A questo punto della lettura mi è sorta inevitabile la domanda: come risponderebbe, come si giustificherebbe, come potrebbe dimostrare il contrario, l’autrice, se venisse accusata che il suo essere docente universitaria, ricercatrice, opinionista e scrittrice di saggistica è una libertà “illusoria”, frutto del dominio maschile, a cui dunque dei terzi potrebbero chiederle di rinunciare in nome dell’auspicabile dissolvimento della gerarchia?

Da ultimo non stupisce che questo approccio culturologico, privo di un’adeguata distinzione tra la sfera del soggettivo e dell’intersoggettivo, un approccio quindi totalizzante, conduca a proposte altrettanto totalizzanti, se non prossime al totalitario, come quella di “riscrivere tutti [!] i libri di storia” delle scuole o esercitare un controllo capillare su ogni espressione pubblica affinché non contenga in sé il germe della gerarchia di genere (ma come faremo a distinguerlo, se il metodo dell’autrice permette sempre di vederlo ovunque?).
Se, come ritiene l’autrice, è il pensiero a determinare i rapporti concreti, e se i rapporti concreti esigono una rimodellazione tanto urgente, sembra che il controllo del pensiero sia l’unico sbocco possibile. Non sembra suscitare troppo interesse valutare l’efficacia di questa opzione, la solidità delle sue basi teoriche, e il prezzo che potrebbe comportare, in primis la creazione (o il consolidamento) di una gerarchia tra chi detiene le leve (politiche e giudiziarie) per controllare l’altrui pensiero e chi il controllo si troverebbe a subirlo.

Politici (e politiche) che odiano le donne /2

(qui la prima parte)

Nel precedente post riportavo le parole di un politico francese che, parlando della nuova legge sulla prostituzione, diceva che d’ora in poi il fenomeno sarebbe stato considerato “dal punto di vista della violenza contro le donne”.
E un passo fondamentale, in Svezia, per introdurre la nuova legge, è stato proprio quello di ridefinire la questione in tali termini, in termini di genere.
Il problema della prostituzione non è più la moralità della donna che si prostituisce o il danno che il fenomeno causa “alla famiglia” (argomenti classici dell’opposizione alla prostituzione di stampo religioso/conservatore), bensì la violenza, quella operata dal cliente uomo contro la prostituta donna.

In realtà, in Svezia come altrove, un altro importante fattore del nuovo approccio contro la prostituzione, è stato quello del trafficking, o tratta, o traffico di esseri umani.
Si potrebbe qui fare una lunga divagazione, ma basti segnalare che l’imporsi di un discorso pubblico sulla tratta di esseri umani ha avuto la non piccola utilità per la sinistra politica, in Italia, in Europa, negli Stati Uniti, di impostare una propria posizione sull’immigrazione finalmente digeribile anche dalla gran parte della popolazione che, in tempi di economia traballante e (presunti?) scontri di civiltà, l’immigrazione non la vede affatto di buon occhio, oppure la accoglie con non pochi brontolî.
Se tradizionalmente la destra avversa l’immigrazione, legale o illegale, sulla base del vecchio immaginario degli “stranieri che ci rubano il lavoro e ci stuprano le donne”, ora anche il campo opposto può coltivare un proprio discorso allarmistico in materia, pur se di segno apparentemente inverso: l’immigrazione è un male perché è un commercio di nuovi schiavi.
È qui che si aggancia la questione della prostituzione.
L’immagine tipica della prostituta e quella dell’immigrato/a tendono ora a coincidere, e coincidono sotto il segno della vittima.
Chi si prostituisce, dunque, presenta le seguente caratteristiche:
1) Donna
2) Dapprima straniera vittima dei trafficanti di esseri umani.
3) Ora schiava dei “protettori” e oggetto di violenza dei clienti.

Non serve molta fantasia, in realtà, per immaginare anche altre tipologie.
Oltre alla prostituzione su strada esiste anche quella d’appartamento, quella d’alto bordo, quella che viaggia su internet.
Inoltre, man mano che ci si allontana dal marciapiede e si sale negli attici di lusso dei centri città, o ci si sposta nei villoni di periferia, l’equazione dello sfruttamento a senso unico tende a entrare in crisi fin quasi a rovesciarsi.
Per dire: nel guazzabuglio di corruzione, concussione, cene a sfondo erotico e scambî di favori che ha coinvolto il capo dell’ormai ex governo, chi sfruttava chi? Era il lubrico vecchio satiro che, forte del suo potere economico e politico, elargiva denaro e favori in cambio di sesso giovane? O erano le fanciulle che usavano i loro corpi come arma impropria per aprirsi facili scorciatoie verso la scalata sociale? Da quale parte sta, in questo caso, la vittima? O entrambi i lati sono da considerare colpevoli?
Più in generale: si può davvero dire che la prostituzione sia sempre e invariabilmente un’estorsione di sesso in cambio di denaro? O ci sono casi in cui è valido il contrario, ovvero un’estorsione di denaro in cambio di sesso? Se la differenza c’è, come discriminare?
Si consideri ad esempio quanto segue, casi ignoti per la pubblica opinione, perché fonte di disagio, di vergogna: ovvero i molti disabili, o individui con deformità gravi, che ricorrono proprio alla prostituzione per avere quel conforto fisico che in altro modo difficilmente (o forse mai) potranno ottenere; perché oggettivamente svantaggiati, anche in questo campo, rispetto alle persone “normali”. Ecco, in questi casi: qual è la parte più debole della transazione che scambia sesso con denaro?
È molto, troppo comodo ignorare queste realtà e ridurre l’intero fenomeno del sesso a pagamento a una manifestazione dell’ignobile mentalità predatrice e oppressiva dei maschi machisti e maschilisti.
E poi ci ancora sono altre regioni, molto vaste, ma che di rado ricevono luce dai riflettori del discorso mediatico e pubblico: la prostituzione maschile, omosessuale e non; tutto il mondo della prostituzione transessuale. Mondi che vengono tenuti in ombra: anche qui per pudore, per disagio, per vergogna, per (mancanza di) convenienza politica; mondi che ricevono spazio quasi solo nelle barzellette, nelle battute da caserma.

E c’è anche da chiedersi: ma quanta parta di questa variegata popolazione è sottoposta al giogo degli sfruttatori? Quante e quanti lavorano, per così dire, in proprio? Quanta è locale, e quanta importata (a forza) dall’estero?
Perché alla fine sono i numeri che contano.
Sarebbe facile dire che esiste anche la prostituzione maschile, anche quella autogestita, anche quella in cui è davvero difficile rinvenire tracce di sfruttamento, e così via; ma se la stragrande maggioranza è fatta di sfruttamento dei (delle) più deboli, di effettiva schiavitù, non avrà forse ragione chi chiede l’approccio più repressivo, quello che persegue i clienti?

È di poco tempo fa un’accurata indagine in materia effettuata da due ricercatori americani.
Riguarda il solo Stato di New York, quindi da prendere con cautela. Ma consente di chiedersi se gli stessi o simili risultati non si otterrebbero anche qui, oltre l’Oceano, e in Italia, a volerli cercare.
I due ricercatori, tra l’altro, hanno affrontato un àmbito della prostituzione percepito come particolarmente spinoso, capace di suscitare reazioni viscerali e immediate nel pubblico più sensibile: l’àmbito della prostituzione minorile.
Un àmbito in cui, poi, si dà ancor più per certa l’immagine di cui sopra: quello della ragazzina schiavizzata dal feroce mercato del sesso, vittima impotente di sfruttatori e clienti.
Ebbene, cosa ha scoperto l’indagine in questione?
Alcuni dati:
– Il 45% di questi ragazzi sono maschî. Quasi la metà, dunque.
– Solo il 10% è alle dipendenze di uno sfruttatore. La stragrande maggioranza “lavora in proprio”.
– Il 45% è entrato/a nel giro tramite amici.
– Il 90% sono cittadini/e americani/e. Non stranieri. Non vittime del crudele traffico dai paesi poveri.
Ovviamente questo non significa che la vita di chi, già giovane, si vende per sesso sia rose & fiori, o sia pari a quella dei coetanei di buona famiglia e dei quartieri agiati, tutt’altro. Spesso si tratta di ragazzi e ragazze fuggiti di casa, alla ricerca di un qualunque mezzo per sostentarsi; o per rifornirsi di droghe da cui dipendono.
Sia quel che sia, le conclusioni contraddicono flagrantemente lo stereotipo della ragazzina straniera schiavizzata e imprigionata.

Ma un altro fatto è ben più interessante, e significativo.
Quando i due studiosi hanno cominciato a presentare i loro risultati alle associazioni e alle agenzie dedicate alla lotta alla prostituzione, si sono trovati di fronte a un muro di difficoltà. Se non di ostilità. Di negazionismo.
Dati che confutavano lo steretipo dominante non venivano accettati.
Perché? Sostanzialmente perché non vendono. Sono dati che non vendono presso una realtà di associazioni ed agenzie specializzate a lavorare primariamente sul lato femminile del fenomeno prostituzione, e che trascurano il lato maschile; e quello, ben più scabroso per la pubblica coscienza, della prostituzione transessuale.
La spinta a ridefinire la prostituzione in un’ottica di rigida divisione di genere (l’uomo contro la donna) bloccherebbe automaticamente qualunque dato -e qualunque intervento- che esuli da questa dicotomia prestabilita.
Sono dati quindi che non vendono soprattutto presso la pubblica opinione, e quindi presso i media e la politica, dati scarsamente monetizzabili in termini di industria editoriale e consenso elettorale, e finanziamenti statali.
E poi si parla tanto di sfruttamento dell’immagine femminile

Il quadro consente di chiedersi quanto sia utile e produttivo portare avanti battaglie sociali e imprese politiche sulla base di dati falsati e, nello specifico, se sia davvero sensato ridefinire, come si sta facendo, la prostituzione unicamente nei termini della “violenza contro le donne”, e affrontarla in tal modo.
Si aggiunga poi che molte prostitute, dopo esser state “salvate” da agenzie & operatori specializzati, ritornano sul marciapiede, e ci tornano perché, a conti fatti, vendersi per sesso a quanto pare risulta meno logorante e più remunerativo rispetto ai lavori ritenuti rispettabili dalla società.
E questo dovrebbe ben dire qualcosa su quali mai possano essere le condizioni di lavoro delle alternative alla prostituzione, specie per chi è straniero/a, o comunque ai margini della società.
Se davvero prostituirsi è tanto terribile (e non c’è dubbio che in molti casi lo sia), come devono essere gli eventuali lavori alternativi, per far preferire, tutto sommato, di vendere il proprio corpo a un cliente del sesso e non a una fabbrica o a un campo di pomodori?
Ma di questo poco si parla, e l’opinione pubblica sembra accalorarsi e indignarsi soprattutto per la cosiddetta schiavitù sessuale, in cui vengono frettolosamente ricomprese tutte le forme di commercio sessuale, con vaghe teorie sul denaro che svilisce le relazioni, mentre molta, molta meno attenzione è riservata per le altre eventuali forme di schiavitù, non sessuali, ma forse ben più terribili, e distruttive.
E allora si capisce che il discorso contro la prostituzione che si presenta come nuovo e dalla parte delle vittime, continua invece a essere soprattutto un discorso di tipo morale, del tutto dentro a quella morale che afferma di essersi lasciato alle spalle.
Un discorso che, affermando di “combattere la violenza”, mira piuttosto a un controllo normativo dei corpi degli uomini e delle donne.
Un discorso, tra l’altro, che puntando il proprio obiettivo punitivo verso il “cliente sfruttatore” ha delle sue conseguenze politiche e sociali ben precise, e tutt’altro che positive…

(…continua…)