Il pollo

Con Pensare altrimenti Diego Fusaro, il filosofo ribbbelle scaglia un furibondo (e assai ripetitivo) attacco al capitalismo, al libero mercato, al liberismo, eccetera, colpevoli a suo dire d’aver annullato (rio destino!) in una pappa indistinta e anonima tutte le possibili differenze tra individui, famiglie, comunità, nazioni, un tempo gagliarde e vive, oggi sbiadite e amorfe.
Lo fa con un librettino pubblicato da Einaudi; Einaudi che è proprietà di Mondadori; Mondadori che a sua volta è proprietà di (nientemeno) Silvio Berlusconi.
E qui sta l’inghippo.
Delle due l’una: o il capitalismo, qui rappresentato dal Berlusca, è così pollo da vendere la corda concettuale con cui presto o tardi rischia di finire realmente impiccato; o il pollo è l’autore, che non si rende conto di come le sue parole siano in qualche modo spuntate.
Considerando la sorte analoga di altri libri di altri autori dello stesso fiorente genere (da Naomi Klein a Latouche e giù giù sino al nostro Fusaro), mi verrebbe da dire ciò: che il libero mercato è così potente e flessibile da riuscire a trasformare in merce persino il genere letterario dell’anticapitalismo. I libri anticapitalisti fanno parte del mercato delle idee, si vendono, producono fatturato, permettono accumulazione di capitale. Nel frattempo, là fuori nel Mondo, fuori delle biblioteche e delle librerie dei rivoluzionarî, il neoliberismo è più forte che mai, ogni giorno che passa.
E allora forse il pollo non è né l’editore né l’autore (entrambi ci guadagnano). Forse il pollo è il lettore.

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Meglio non essere mai nati?

ArtofSuppression

David Benatar
Better Never to Have Been – The Harm of Coming into Existence
Oxford University Press, USA, 2008 (256 pp.)

Meglio non essere mai nati, dice il sudafricano Benatar.
Lo fa con un solido (almeno nell’intento) libro di filosofia analitica, non con piagnistei di stampo continentale sul destino rio che opprime le umane genti.

Attenzione, però.
Il titolo può trarre in inganno: il libro non vuole difendere il suicidio, che considera solo incidentalmente, bensì promuovere l’antinatalismo.
Benatar distingue difatti tra vite degne d’essere vissute e degne d’essere iniziate; e fa notare come la distinzione sia già patrimonio del pensiero comune: molti scelgono di continuare a vivere anche con gravi menomazioni, ma altrettanti esiterebbero a mettere al mondo figli con le stesse identiche.
Benatar parte da qui per cercare di dimostrare razionalmente che è dovere morale non mettere al Mondo nessun essere umano (anzi, nessun essere cosciente) perché esistere è comunque un danno rispetto al non venire all’esistenza.
Vivere è un male e prevenire è meglio che curare.
Il ragionamento non è nemmeno troppo complesso: per Benatar esisterebbe un’asimmetria tra chi esiste e chi non esiste rispetto ai beni e ai mali; in particolare chi non viene all’esistenza evita i mali, e questo è un bene, ma non sarebbe un male che in tal modo sia anche privato di possibili beni. Lo dimostra anche il fatto, secondo l’autore, che comunemente non si considera un dovere portare alla luce chi potrebbe godere di molti beni; proprio perché tale privazione non è un male.
La conclusione è che sarebbe sempre meglio evitare di portare all’esistenza nuovi individui: tanto, non esistendo, non ci perderebbero nulla, proprio perché non esistono; mentre esistendo, subirebbero comunque dei danni, per piccoli che siano.

Benatar concede che si possa comunque operare dei bilanci tra i beni e i mali di una vita, e che potrebbe essere accettabile portare all’esistenza individui la cui vita contenga più beni che mali.
Tuttavia ritiene che di norma la vita sia molto peggio di quanto si creda. Questa è la parte più debole del libro, tra l’altro una parte piuttosto ampia, in cui ricorre ad argomenti psicologici di dubbio valore (come del resto tutti gli argomenti psicologici): secondo Benatar, che parla di “sindrome di Pollyanna”, chi afferma di essere soddisfatto della propria esistenza s’inganna e non ha un giudizio obiettivo sulla quantità di mali da cui essa è affetta. Come si possa parlar di mancata obiettività rispetto ai mali e ai beni della propria vita, a me sfugge.

Mi stupisce poi che Benatar non consideri, se non di sfuggita, un argomento che personalmente considero molto forte contro la moralità dell’esistere, ovvero non il danno che si provoca a sé stessi bensì ad altri, umani o animali che siano.
Piaccia o meno, già il mero sussistere di un essere vivente riposa sulla distruzione e la consumazione, spesso condotti con elevati livelli di sofferenza, di altri viventi, e in numero non piccolo. Pare pure che tra tutte le specie viventi l’essere umano sia l’unico a porsi il problema su come sopravvivere senza far troppo male ai suoi simili e ad altri esseri viventi, e questo solo in tempi relativamente recenti… e non nemmeno è chiaro con quanto successo concreto.
Mettere al Mondo un nuovo individuo forse significa, come dice Benatar, produrre qualcuno che subirà inevitabilmente dei danni; a me sembra ben più certo che il nuovo venuto di danni ne produrrà ad altri, che lo si voglia o meno. E non so fino a che punto questi danni possano davvero venir ridotti in maniera accettabile.
Da questo punto di vista forse, sì, corpi celesti d’assoluto silenzio come Mercurio o Plutone potrebbero esser visti come “migliori” rispetto alla sanguinosa Terra.

Se per Benatar mettere al mondo figli è sempre un torto nei confronti degli stessi, non invoca tuttavia leggi draconiane e coercitive che impongano sterilità o aborti universali.
Il suo è più che altro un appello morale all’estinzione volontaria dell’umanità, possibilmente operata per gradi, in modo da garantire meno sofferenza possibile agli ultimi uomini che, soli e privi di sostegno, avrebbero l’impegno di segnare la parola fine sull’ultima pagina della nostra specie.
A muovere Benatar non è l’anelito “misantropico” di certa ecologia, quella che sostiene che l’uomo sia talmente dannoso per l’ambiente che sarebbe meglio eliminarlo dalla faccia della Terra; bensì, dice, un intento “filantropico”: cessare la riproduzione umana per salvare dal danno dell’esistere le possibili future generazioni.
Tuttavia Benatar in più punti afferma come esistere sia un danno non solo per gli esseri umani, ma per tutti gli esseri viventi in grado di avere un grado minimo di percezione dell’esistere, cioè, pare di intendere, anche determinate specie animali.
Se il suo è un appello benintenzionato, non è chiaro perché l’uomo dovrebbe egoisticamente avvantaggiarsi della possibilità dell’estinzione volontaria, abbandonando a se stesse tutte le altre specie animali, che prolificherebbero come sempre hanno fatto, portando in tal modo all’esistenza, e quindi danneggiando, la propria prole.
Forse Benatar non tocca questo punto perché, a suo dire, se esistere è un male, ritiene che pure uccidere lo sia. Benatar non vuole esaltare l’omicidio, tutt’altro. L’unico mezzo lecito per evitare il male d’esistere è non creare nuovi individui. Eventuali sterminî di massa privi del consenso degli interessati li ritiene moralmente errati.
Tuttavia, dico io, a differenza dell’uomo, gli (altri) animali, restano totalmente in balìa dell’esistere. Sarebbe quindi interessante sapere se, secondo Benatar, sarebbe lecita, oltre all’estinzione volontaria della specie umana, anche una concomitante generosa opera di sterilizzazione totale del pianeta Terra.
Magari sbaglio, ma forse è la sua spiccata prossimità a tematiche tipiche dell’animalismo che lo tiene alla larga da simili conclusioni.

Trovo infine curioso che non prenda in considerazione la seguente possibilità.
Per Benatar uno dei maggiori problemi dati dall’esistere è la sofferenza. A tratti ne sembra quasi ossessionato.
Ebbene, l’Universo è tutto tranne che piccolo, e altrettanto è vasto l’arco del Tempo (e teorie minoritarie ritengono che entrambi potrebbero essere addirittura infiniti). Se l’esistenza di creature coscienti è, come afferma, Benatar, un danno per le stesse, l’eventuale estinzione volontaria della specie umana quanta differenza può fare sul totale dell’Universo, dei miliardi delle sue galassie e dei miliardi e miliardi di pianeti che possiamo immaginare carichi di vita, ovvero, dal suo punto di vista, di danno e sofferenza?

Adolescenti sino a 25 anni?

 È ormai da qualche anno che in rete ogni tanto noto commenti (o anche articoli: il più recente è questo) secondo cui l’adolescenza durerebbe sino a 25 anni o giù di lì, cioè sarebbe attorno a quell’età che si raggiunge la “maturità” (qualsiasi cosa significhi questa parola: personalmente a me spesso sfugge).
La questione non sarebbe sociale, ma fattuale, neurobiologica: ci sarebbero dati scientifici secondo cui è intorno ai 25 anni che terminerebbe lo sviluppo della corteccia prefrontale, la parte del cervello deputata alle gestione delle scelte.
Non ho letto gli studî in questione. So che molto spesso, quando le ricerche scientifiche si diffondono nella coscienza comune dopo essere state travasate e filtrate dai media generalisti non è raro che a quel punto siano ormai qualcosa di molto diverso dall’originale. Non per eventuali complotti, ma per una mera mutazione (e semplificazione) spontanea dell’informazione lungo i diversi passaggi.
Soprattutto, a questo punto contano meno i fatti stabiliti dalle ricerche scientifiche, e molto di più le conseguenze normative che se ne vogliono trarre, il lato da cui si tenta di tirare la coperta, il modo in cui ci si appella ai fatti per distribuire il potere all’interno della società.

 L’idea dell’adolescenza sino a circa 25 anni l’ho vista tirare in ballo per difendere e richiedere eventuali limitazioni delle libertà individuali.
Dopotutto, attualmente, l’adolescenza in quanto minore età è vista soprattutto come un’età di (presunti?) limiti di fatto ed effettive limitazioni per legge. Affermare che l’adolescenza prosegue sino a 25 anni (lo dice la scienza!) implicherebbe estendere limiti e limitazioni sino a quell’età.
Bisognerebbe quindi alzare la maggiore età, e i riconoscimenti legali a essa connessi, sino a 25 anni? Devono diventare i 25 la nuova maggiore età?

L’idea è che, prima di permettere agli individui di compiere le proprie scelte, si deve attendere che il cervello sia sufficientemente sviluppato allo scopo. E fino a 25 anni non è così. Quindi fino a 25 è lecito, se non opportuno, che la possibilità di scelta venga legalmente limitata, o comunque posta sotto sorveglianza.
Il ragionamento è apparentemente semplice e corretto, ma presenta un’enorme falla.
Per capirlo bastano dei paragoni con altri àmbiti di sviluppo individuale diversi da quello della capacità di scelta.
Ad esempio lo sviluppo linguistico.
Immaginiamo un ragionamento del genere: per far imparare al bambino a parlare si deve prima aspettare che il suo sviluppo linguistico sia giunto al termine.
Oppure lo sviluppo muscolare: per far fare sport al bambino, o anche solo attività di movimento, si deve prima attendere che lo sviluppo muscolare sia giunto al termine.
Non serve una grande fantasia per capire che in questo modo non si otterrebbe sviluppo alcuno, ma solo bambini e quindi adulti con grossi problemi linguistici e motorî.
L’individuo si sviluppa interagendo con l’ambiente, ed è così che si costruiscono le sue capacità, i cui diversi esiti  non sono integralmente già dati nella materia di base.
Sembra ormai stabilito che si nasce con la capacità di apprendere il linguaggio e una lingua. Ma in assenza di interazione con l’ambiente questa capacità resta inattiva; non solo: se entro una certa età non è mai stata sollecitata ed esercitata, rischia di restare castrata per sempre.

Riguardo all’apprendimento linguistico sono cose che chiunque ammetterebbe, ma riguardo alla capacità di scelta mi sembra non ci sia altrettanta disponibilità. Anzi, tutt’altro.
Perché?

Si nasce con la capacità di imparare qualsiasi lingua umana ma, nella stragrande maggioranza dei casi, se ne impara una sola; e apprendere una seconda lingua in età adulta richiede tempo e fatica, e l’esito non è scontato. Il cervello oppone una resistenza ignota in età infantile.
Se già la lingua è spesso veicolo di appartenenza identitaria, qualcosa che si trasmette unicamente tramite l’inculturazione lungo le generazioni, lo stesso vale per quali scelte si impara a compiere o rifiutare, cioè per le scale di valori; anzi, le scale di valori sono ancor più fondamentali nel sostanziare l’indentità collettiva: la lingua è mero simbolo arbitrario di appartenenza, mentre le scelte e le scale di valori strutturano la convivenza concreta degli individui e i modi in cui il potere si distribuisce tra gli stessi e tra i sottogruppi che formano i grandi gruppi umani.

Quel che si gioca nell’idea di estendere l’adolescenza sino a 25 anni non è la capacità degli individui di portare a termine le proprie scelte, ma la possibilità di controllare, da parte di chi gestisce lo sviluppo altrui, quali scelte debbano essere inculcate e quali no.
Qui si può capire l’ambiguità della parola “maturità”, o del concetto di “fare le scelte giuste”.
In senso neutro si potrebbero intendere come la capacità di valutare i mezzi rispetto ai fini, cioè di scegliere i mezzi più efficaci per raggiungere i proprî fini, quali essi siano; ma in senso normativo significa scegliere quei fini che altri ritengono doverosi, significa attenersi al lecito e all’illecito collettivamente definiti.

La distinzione tra fini leciti e illeciti viene solitamente inquadrata nella (e giustificata con la) necessità di rispettare un presunto sviluppo naturale che tenderebbe verso determinati fini e non altri.
Si ipotizza cioè che gli individui abbiano uno sviluppo endogeno, indipendente dall’ambiente, e che l’ambiente anzi tenderebbe a deviare e corrompere; lo sviluppo spontaneo andrebbe protetto da influenze esterne, nocive in quanto tali, in quanto esterne.
Un esempio classico è quello dell’orientamento sessuale: determinate concezioni religiose o psicologiche presumono che se lo sviluppo individuale seguisse il suo corso “naturale”, saremmo tutti necessariamente e unicamente attratti da invidui umani dell’altro sesso, possibilmente a scopo riproduttivo; variazioni nell’oggetto del desiderio o un differente uso della sessualità (a fine ludico, genericamente affettivo o altro) o un disinteresse per la sessualità sarebbero frutto di influenze esterne che avrebbe deviato e danneggiato il corretto sviluppo dell’individuo. Influenze esterne che devono essere evitate, e che esigono quindi una sorveglianza sull’individuo.

Il mito dello sviluppo endogeno viene evocato ogni qualvolta ci sia il rischio che in una società si diffondano pratiche, idee, messaggi, abitudini contrarî a quelli dominanti, o a quelli ritenuti “sani” e “giusti” dai gruppi dominanti.
Che maschî e femmine si debbano comportare in modi diversi o uguali, che a una certa età certe cose non si facciano e a un’altra sì, mentre alcune cose sono accettabili sempre oppure mai, che si possano o debbano scoprire o coprire determinate parti del corpo, in pubblico o in privato, che verso la Morte siano leciti determinati atteggiamenti e non altri… tutte queste cose e molte altre, a seconda dei momenti vengono ritenute come culturali o naturali, quando nella stragrande maggioranza dei casi sono incapsulate nell’apparato di comportamento dell’individuo tramite una fitta e costante interazione con l’ambiente; oppure, tramite lo stesso processo, disattive e frenate in quei casi, comunque non rari, in cui la loro origine sia biologica.

La necessità di mantenere (e soprattutto giustificare) un controllo forte sullo sviluppo degli individui impone di non legittimare troppo il relativismo, o di non legittimarlo affatto, cioè di tenere ben fermo il mito dello sviluppo endogeno.
Per questa ragione società come quelle in cui attualmente viviamo ben accolgono l’idea che gli individui vadano “protetti” il più a lungo possibile per evitare che sviluppino la capacità di operare scelte in ambienti e modi non controllati da istituzioni e regole formali o, meglio, in maniera libera.
Si tratta di società, le nostre, in cui nell’ultimo secolo e mezzo circa si sono imposte gigantesche istituzioni per la formazione standardizzata e uniforme di milioni di individui: la scuola, la leva obbligatoria, la famiglia nucleare, i mass media concentrati e verticali.
Tuttavia questo paradigma entra in grossa crisi nel momento in cui i media si frantumano prima con l’avvento delle televisioni private, poi con la rete informatica globale e sullo sfondo dell’individualismo consumistico; ancor più nel momento in cui società relativamente omogenee in quanto a norme culturali più generali devono affrontare consistenti flussi migratorî da culture lontane dotate di scale di valori anche radicalmente diverse.

In questa contingenza, la necessità di un maggior controllo sulla formazione degli individui favorisce una diffusa accettazione del mito dello sviluppo endogeno per giustificare la sottrazione degli individui ad ambienti non controllati e non standardizzati.
Per questa ragione si ritiene che (diversamente dal modo in cui si impara a parlare) la capacità di compiere scelte possa svilupparsi in maniera naturale, spontanea, automatica, a patto che sia preservata da eccessive interazioni col Mondo.
Un’artificiosità specifica viene spacciata come naturale per giustificarne la necessità, e respingere le artificiosità concorrenti e incontrollate.
Tuttavia, in mancanza di un accordo su quale sia l’inculturazione “giusta”, mancanza inevitabile in una società che si voglia equamente multiculturale, manca anche la possibilità di riempire in maniera sostanziale questo sviluppo controllato.

Il paragone con lo sviluppo linguistico può di nuovo aiutare a capire in maniera più chiara cosa intendo.
Immaginiamo una società in cui si ritenga che gli individui sviluppino automaticamente (naturalmente, spontaneamente) le proprie capacità linguistiche senza alcuna interazione con l’ambiente; e che anzi questo sviluppo, durante il suo decorso, non vada disturbato con l’interazione con una lingua specifica, e che solo al suo termine sia lecito chiedere all’individuo, come scegliendola da un menù, quale lingua adottare come propria.
Immaginiamo una società in cui nello stesso territorio vivano cinesi, arabi, anglofoni, e quant’altro; in cui i bambini vengano sottratti alle famiglie alla nascita, e quindi accuditi da adulti a cui sia strettamente vietato parlare coi bambini, per evitare che una delle diverse lingue del territorio contamini la loro crescita linguistica, cioè non “imponga” loro una lingua piuttosto che un’altra; e che solo una volta arrivati a… quanto? cinque anni? otto? dieci? di più?… che solo a questo punto si chieda loro: “Ora che il vostro cervello si trova nell’età adatta per parlare correttamente una lingua, e che la vostra preferenza non è condizionata da una lingua particolare con cui siete cresciuti, e quindi è una scelta libera, quale scegliete?”
Il fatto che non sia nemmeno possibile porre questa domanda, perché i bambini, cresciuti in regime di privazione linguistica non la capirebbero, dimostra l’assurdità della cosa.
 Dimostra come sia un mito l’idea che la libertà dell’individuo derivi dal sottrarlo da (presunte) influenze che ne alterino lo sviluppo verso direzioni indesiderate (ma indesiderate da chi, poi?).

Chirurgia estetica: e se il vero conformista fosse chi la avversa?

Piú per curiosità che altro, due giorni fa ho dato una rapidissima occhiata in giro per la rete ad alcune discussioni sulla chirurgia estetica, cercando apposta quelle critiche.
Mi piacerebbe informarmi di più sull’argomento, magari sentendo anche un po’ di pareri di chi vi ha fatto ricorso, sulle motivazioni, su com’è vissuta la cosa prima e dopo.
Già il fatto che (almeno cosí mi pare) si mettano poco in risalto le voci delle persone direttamente interessate, e moltissimo quelle di chi critica dall’esterno, già questo mi suggerisce che qualcosa non torna; come sempre quando è dato poco spazio alle voci di chi è coinvolto/a in prima persona, e molto alla sovrastante chiacchiera di presunti “esperti”.

In attesa di informarmi più a fondo (sempre che lo faccia), intanto getto alcuni appunti sparsi.
Una sorta di critica della critica.

Il ricorso alla chirurgia estetica noto che è assai criticato, anzi, visti certi toni, addirittura detestato. Chi ricorre alla chirurgia estetica sbaglia: è da disprezzare, o una vittima da compatire.
Trattandosi di un innocuo uso privato del proprio corpo c’è da stupirsi di tanto accanimento (o forse no…).

L’argomento che sento andare per la maggiore contro la chirurgia estetica è che sarebbe un sintomo di conformismo: a furia di bisturi diventeremo tutti uguali! Schiavi della moda, schiavi della massa! O schiavi di presunti “modelli imposti dai media”.

Chi ricorre al bisturi lo farebbe quindi per adeguarsi a un modello fisico standardizzato: tradire se stessi e le proprie particolarità fisiche per adeguarsi a dei canoni collettivi, o comunque a dei dettami esterni a se stessi.
Chi ricorre al bisturi non accetterebbe la condizione attuale del proprio corpo perché forzato o comunque spinto dalle esigenze estetiche della massa.
La sua non è una vera scelta!
Personalmente trovo fallace la distinzione tra scelte “vere” e “false”. O meglio, la trovo fallace se fatta verso altri. Quando qualcuno parla di “scelte false” altrui sotto sotto intende “scelte fatte da un’altra persona che io non condivido”. È un tattica retorica per sminuire le scelte altrui che non piacciono in mancanza di altri argomenti. L’unico a poter affermare che una scelta sia “falsa” è il soggetto stesso che l’ha compiuta, se cosí la giudica in retrospettiva.

Ma non è questo il punto.
Il punto è che se si rifiuta la chirurgia estetica perché sintomo di conformismo, allora si dovrebbe fare lo stesso in altri casi; però non viene fatto: in questi altri casi gli interventi chirurgici sono comunemente ben accolti. Questo credo suggerisca che l’argomento del conformismo in realtà nasconde altri motivi per l’avversione. Motivi che ritengo essere l’opposto di quanto dichiarato.
Immaginiamo ad esempio una persona gravemente “sfigurata” in seguito a un incidente. Perché metto “sfigurata” tra virgolette? Ovviamente perché, se un corpo sia sfigurato o meno è una considerazione estetica, considerazione che dipende da un giudizio che, per quanto collettivo e ampiamente condiviso, non è oggettivo. La bellezza è nell’occhio di chi guarda, fosse pure l’occhio del 99% della specie umana.
Perché una persona “sfigurata” dovrebbe operarsi per tornare “normale”, se non sapesse che altrimenti la sua vita sociale potrebbe risultarne assai danneggiata? In realtà so bene che in molti casi si tratta di poter avere un aspetto in cui riconoscersi, cioè sia una questione di sintonia interna. Ma se si giudica a priori che chi ricorre alla chirurgia estetica lo fa in ossequio al giudizio altrui e non a una volontà propria, cosa impedirebbe di applicare questo cinico pregiudizio anche a chi è stato esteticamente menomato da un incidente?
E poi, diciamolo onestamente, gran parte della gente tende istintivamente a evitare chi suo malgrado si ritrova “sfigurato”. Sbaglia a farlo? Be’, in una gran quantità di casi analoghi si ritiene non sia corretto: ad esempio discriminare una persona per il colore della pelle, che è una componente dell’aspetto non è reputata una bella cosa; di sicuro, diversamente dal passato, le leggi non lo permettono.
Se la società discrimina il nero (o il giallo o, perché no?, il bianco), si ritiene sia la società a sbagliare.
Se la società discrimina chi resta sfigurato da un incidente, si ritiene sia la società a sbagliare.
Ma allora, se una persona “sfigurata” da un incidente si sottopone a operazioni, anche difficili e dolorose, per recuperare un aspetto “normale”, per avvicinarsi di nuovo a quello che si giudica sia un corpo “corretto”, si può dire o no che lo faccia per adeguarsi a dei canoni collettivi su come dev’essere il giusto aspetto di un essere umano?
Attenzione, non sto parlando di menomazioni che pregiudichino la funzionalità materiale del corpo, come può essere la perdita di un arto o di uno o piú dei cinque sensi. Mi riferisco unicamente a menomazioni estetiche.
Perché in questo caso non si può parlare di persona vittima del conformismo, preda di una scelta “falsa”, sottomessa ai canoni imposti dalla collettività?

Ma in realtà basta riflettere un po’ per capire che chi condanna la chirurgia estetica non condanna il conformismo, bensí condanna proprio la diversità e la possibilità, che ne sta alla base, di manipolare il proprio corpo a piacimento, di farne un campo di sperimentazione anche estetica, sperimentazione non dettata dalla semplice necessità.
Alla fine, ho notato, gran parte dei discorsi di condanna della chirurgia estetica puntano sulla “mostruosità” del risultato, spesso illustrato da gallerie di volti modificati in sala operatoria con esiti non proprio piacevoli. Ma piacevoli secondo chi? Secondo i canoni collettivi, verrebbe quasi da dire. Canoni collettivi e di normalità che chi si è fatto rimodellare dal bisturi ha rifiutato.
E allora si capisce come mai non vengano criticati gli interventi per chi ha subíto incidenti, e invece si lancino strali verso quelli puramente estetici: perché i primi sono un ritorno ai canoni di normalità, cioè un’accettazione, anche dolorosa, del conformismo; mentre per i secondi si critica la fuga dalla normalità, cioè la fuga dal conformismo.
E allora si capisce che chi avversa la chirurgia estetica in realtà, sotto sotto, forse quello che desidera è proprio il conformismo.

E aggiungiamo un’ultima cosa, e forse il quadro diventerà anche piú chiaro.
La critica alla chirurgia estetica si concentra quasi unicamente, anzi, potrei dire esclusivamente sulle donne.
Sono le donne che si modellano a venir condannate, a venir bollate come narcisiste, insicure, arroganti, o semplicemente povere stupide vittime di forze piú grandi di loro (l’immortale mito della fragilità femminile).
In questi casi gli insulti verso le donne, altrimenti aborriti, sono piú che benvenuti dal consesso sociale.
Donne in parte strumentalizzate, in questa condanna, come simbolo di un generale tradimento del corpo naturale: la donna come incarnazione della Natura da custodire, e al contempo come custode essa stessa della naturalità, donna custode della moralità, custode dell’esistente che va accettato senza interventi inevitabilmente sacrileghi.
Ma soprattutto donne deprivate della possibilità di pieno controllo del proprio corpo, ostaggio di una sorveglianza sociale e collettiva che giudica in anticipo le loro scelte (o meglio, determinate loro scelte) come “false”.
La “vera” donna è quella che lavora e si impegna e si sacrifica, non la civetta frivola che si imbelletta.
Finisce così soprattutto condannata la donna che decida di intervenire direttamente sulla propria materia fisica, anche con operazioni chirurgiche, a puro scopo di piacere personale: è una donna che osa troppo; è una donna traviata; è una donna che non si conforma, una deviante; una donna che non sa stare al proprio posto.

Gnosticismo e complottismo 3/3

Gnosticismo001

{…alla prima parte…}
{…alla seconda parte…}

per l’ultima parte
tornano le immagini
e si riannodano i fili
tra la prima e la seconda

Dal brodo di coltura dei teorizzatori della “crisi della civiltà”, variegato ed esteso, emerge anche la Scuola di Francoforte, che declina il tema secondo ottica e linguaggio marxisti.
Il problema per i francofortesi è semplice e al contempo, almeno per chi è di fede marxista, molto enigmatico: come mai le masse operaie non accennano a fare finalmente la rivoluzione contro la barbarie capitalista ma, anzi, nei paesi più industrializzati sembrano via via goderne i frutti, scendervi a patti, apprezzarne i benefici?

Gnosticismo006.jpg

I francofortesi Adorno & Horkheimer (l’immagine è stata vilmente presa da wikipedia)

La risposta, e qui si torna da capo, assume venature gnostiche: le masse non si ribellano perché si ingannano, sono ingannate, vivono un benessere fittizio, sono obnubilate da quella grande droga che è l’industria culturale. Se solo sapessero, se solo avessero la chiara visione che invece è raggiunta dell’alto intellettuale…

Eppure è proprio la società di massa, nei decenni più recenti, a dimostrarsi estremamente ricettiva e accogliente per discorsi del genere, che cominciano a proliferare lungo svariate forme e canali.
Ovviamente se questo avviene è perché lo permettono le condizioni storiche, sociali ed economiche. In breve, materiali.

~ cause materiali ~

Per spiegare l’avvento dello gnosticismo nei primi secoli dell’era cristiana, Jonas di condizioni sociali e materiali non parla tantissimo.
Cita, è vero, una trasformazione nello statuto dell’individuo: da cittadino integrato nell’organismo della polis a suddito escluso da ogni gestione del potere nelle monarchie ellenistiche sorte in seguito alle conquiste di Alessandro il Grande.

Alessandro il Grande, ritratto due secoli dopo la sua morte.

Alessandro il Grande, ritratto due secoli dopo la sua morte.

Ma Jonas evoca anche, dietro le quinte, uno scontro tra il razionalismo dell’Occidente greco e la spiritualità mistica e mitologica dell’Oriente. Due dimensioni quasi essenzializzate, spiriti di civiltà di stampo ottocentesco, idee incarnate nei popoli.
Due principî che, a quanto pare, nella sintesi alessandrina non si sarebbero mai del tutto amalgamati.
Per Jonas lo gnosticismo sarebbe parte di una più ampia rivolta sociale e culturale dell’Oriente (mesopotamico) contro l’Occidente (greco-romano), rivolta di cui farebbe parte anche l’insorgere del cristianesimo.
Riformulando la questione in chiave più materiale: un riscatto delle masse religiose contro le elité intellettuali greco-romane.

È per il periodo contemporaneo che Jonas non nomina alcun fattore sociale.
L’emergere dell’esistenzialismo, identificato da Jonas come una possibile versione moderna dello gnosticismo, è interamente frutto di un movimento di idee.
Cosa ancor più singolare se si considera che Jonas pubblica poco dopo l’immensa macelleria dei due conflitti mondiali.

Eppure è proprio a fattori sociali che bisogna rifarsi per capire le ragioni del gran successo di metafore gnostiche nella cultura pop (Matrix e la sua prole); e della progressiva diffusione nelle masse di quella versione demetafisicizzata e dereligiosizzata dello gnosticismo che sono il complottismo; e poi di tutte quelle nuove di forme di antagonismo politico che di complottismo sono imbevute con gradazione variabile: gli indignati, gli occupanti di Wall Street e simili, il Tea Party americano, l’italico grillismo, e così via.
Le cause stanno, molto banalmente, nel vacillare, se non nello sfarinarsi, delle istituzioni storiche e consolidate: lo Stato moderno, la società liberale, la democrazia rappresentativa.

Un'occupante (occupatrice?) di Wall Street denunzia il potere come illusione di libertà.

Un’occupante (occupatrice?) di Wall Street denunzia il potere come illusione di libertà e costruzione menzognera.

Lo scollamento tra larghe porzioni delle masse e le istituzioni consolidate implica anche il rigetto delle narrazioni simboliche di quest’ultime, ora denunciate come ingannevoli, e la ricerca di nuovi simboli e nuove narrazioni.
Si fa pervasivo il senso d’alienazione nei confronti di chi detiene e gestisce il potere e dei centri tradizionali di produzione simbolica.
La gerarchia tra vero e falso, per chi crede in queste due categorie, si inverte.
L’informazione “ufficiale” è bollata automaticamente come menzognera e quella “alternativa” come veritiera, e questo a prescindere dai contenuti.

~ Il mercato dell’anticapitalismo ~

Qui c’è da notare qualcosa di assai paradossale, e curioso.
Innanzi tutto, negli anni in cui ampia parte della società si aliena dalle proprie istituzioni, l’intellettuale alienato ritrova una sua funzione entro la società.
Il discorso che deplora la caduta dei valori e preconizza la rovina della civiltà trova infine risonanza presso il grande pubblico, che gli fa spazio perché possa alzare la voce.
Fin qui niente di strano.
Quel che è ironico, e ancora in gran parte inavvertito, è che tale reintegrazione, tale entrata in risonanza col grande pubblico, avviene attraverso il mercato, proprio quel mercato che viene posto molto in alto nella lista dei malanni della contemporaneità, se non in cima, al primissimo e indiscusso posto, la fonte prima di tutti gli altri mali.

No Logo, di Naomi Klein, un classico del pensiero anticonsumista. In vendita nelle librerie di tutto il globo.

No Logo, di Naomi Klein, un classico del pensiero anticonsumista e no global, nonché un best-seller: in vendita nelle librerie di tutto il globo.

Il pensatore lamenta la miseria disumanizzante della società dello spettacolo, la società dell’apparire e dell’apparenza, la società ove tutto è merce, ma intanto il suo lamento si diffonde stampato in libri lanciati con studiata precisione dai grandi editori e acquistabili sugli scaffali di librerie simili a supermercati; è ridotto in pillole comodamente assimilabili nelle rubriche di riviste patinate, fianco a fianco con le deprecabili pubblicità che offendono le donne; si diffonde tramite i salotti televisivi, tra un sponsor e l’altro; risuona in affollate conferenze inanellate in turnée globali come quelle dei migliori gruppi pop.
Il lamento sentito e meditato contro la società ove tutto è merce è, esso stesso, merce di gran valore per un pubblico acculturato disposto a pagare bene per attingere al sapere del pensatore anticapitalista.
I nomi sono noti, pure nelle divergenze di modalità, finalità, temi e soprattutto spessore: Serge Latouche, Zygmunt Bauman, Slavoj Žižek, l’italiano Umbero Galimberti… ma la lista sarebbe lunga.

La libreria-supermercato: cercando tra i gialli e i fantasy si può trovare anche lo scaffale di letteratura anti-sistema che denunzia il nostro asservimento al denaro e al potere. Passare alla cassa per acquistare.

La libreria-supermercato: cercando tra gialli, i fantasy e colorati volumi per l’infanzia, si può trovare anche lo scaffale di letteratura anti-sistema che denunzia il nostro asservimento al denaro, al potere, al mercato. Passare alla cassa per acquistare.

Una ricca offerta editoriale cui si affiancano i già ampiamente citati prodotti della cultura pop, che replicano gli stessi temi per via di metafore narrative, e che riproducono pure la stessa incongruenza tra forma e contenuto, tra dettame e metodo, tra mezzo e fine.
Sono i film che ci svelano le perversioni gelide e velenose di tecnologia, denaro, mercato, culto dell’immagine, dell’apparenza dell’artificioso, invitandoci a rigettarle, film che cantano il ritorno all’umano, al naturale, all’autentico, alla semplicità ancestrale.
Film che per cantare l’umano, il semplice e il naturale sfruttano a fondo e con ammirevole perizia le più avanzate tecnologie per generare mondi virtuali di schiacciante potenza visiva e barocco frastuono; film che possono nascere solo grazie agli enormi capitali concentrati nella più grande potenza economica e militare del pianeta; e che capitali ancora più immensi drenano dalle tasche di milioni di spettatori assai vogliosi di affluire nella sala buia, nella caverna dove sentiranno proclamare, tramite coloratissime ombre che s’agitano su uno schermo, che la loro vita e la società tutta sono un unico immenso inganno, che devono svegliarsi, che la verità è la fuori… ma fuori dove?

{ fine }

Gnosticismo e complottismo 2/3

Gnosticismo001

{…alla prima parte…}

la seconda parte è piuttosto diversa dalla prima
come contenuti
ed è anche priva di immagini
non me ne sono venute in mente da mettere
magari ne conterrà la terza
la terza parte, intendo

Nella sua analisi sullo gnosticismo antico e, soprattutto, nella ricerca di paralleli contemporanei, tutto ciò che è stato citato sinora Jonas lo ignora.
Ovviamente per meri motivi temporali: il suo libro è del 1958, ed è ancora di là da venire l’epoca del complottismo di massa, del complottismo che vende (paradossalmente integrato in quella cultura di mercato che spesso è tra i suoi più grandi nemici dichiarati: ma di questo parlo più avanti).

~ gnosticismo ed esistenzialismo ~

Sarà anche per formazione e ambienti di frequentazione, ma il riferimento di Jonas è la cultura dotta, e il corrispettivo d’oggi dello gnosticismo lo individua nell’esistenzialismo.
Forse si dovrebbe dire “corrispettivo di ieri”: l’esistenzialismo è ormai tramontato da un pezzo (forse uno di quei movimenti che sembrano destinati a segnare, se non determinare, svolte epocali nel proprio tempo, per poi svelare a posteriori la propria effimera contingenza, o la funzione di tassello in movimenti ben più grandi).
Perché l’esistenzialismo è gnostico?
In realtà Jonas, da buon filosofo, predilige definizioni e metodi che inglobino il maggior numero possibile di fenomeni sotto il suo sguardo.
È così che già opera con lo stesso gnosticismo, includendovi ciò che altri avrebbero volentieri escluso, come il manicheismo o i testi ermetici (l’introduzione al volume illustra bene questo lato della questione).
E si potrebbe quasi dire che Jonas prenda l’esistenzialismo come caso acuto di un mood generale, le cui radici si trovan risalendo sino al ‘600.
È la rivoluzione scientifica ad aver nuovamente reintrodotto un rigido dualismo tra uomo e Mondo.
Abbandonato il finalismo cristiano e aristotelico, il meccanicismo postcartesiano non riconosce nel Mondo un intento provvidenziale, uno sviluppo indirizzato a uno scopo, ma solo urti ciechi tra parti di materia.

Jonas non lo dice chiaramente (forse perché lo ritiene addirittura evidente?) ma sembra che per lui la questione sia anche etica.
La natura com’è descritta dalla scienza meccanicistica non consentirebbe di ancorarvi una morale: ora il Mondo sembra funzionare unicamente in termini di potere, e il rischio è che sia questa logica a far da modello anche per i rapporti umani.
Qui Jonas più che fare analisi di storia del pensiero quasi parla per se stesso, e tra le righe riecheggia il timore di quanti vedono nell’estensione progressiva e vittoriosa del metodo scientifico, nonché dei suoi frutti tecnologici, una minaccia per l’umano genere.
Va specificato: non una minaccia materiale, bensì morale.
Qui Jonas non sembra neanche troppo lontano dall’esistenzialismo e dalla polemica di quest’ultimo con scienza, tecnologia, e razionalità applicata alla società; e forse rivela pure i motivi profondi della sua simpatia per lo gnosticismo.

~ gli spettri del meccanicismo ~

Ma esistenzialismo e tanto pensiero filosofico del ‘900, almeno a mio parere, non sono una reazione alla scienza del ‘600, bensì una resistenza, anche disperata, alla progressiva colonizzazione che il meccanicismo scientifico opera sull’umano a partire dall’800.
È in questo secolo che biologia, economia, sociologia, psicologia, per quanto goffe e ingenue nei loro inizî cominciano a incrinare il dualismo che sino a quel momento aveva salvaguardato prima il mondo dei viventi e poi l’essere umano da spiegazioni basate su meri urti tra cose privi di finalità.
Anche la specie umana viene spiegata come frutto di continue ricombinazioni prive di scopo della materia vivente e dipanatesi in tempi lunghissimi. E proprio per questo l’essere umano, forse, non ha nulla di speciale, nessuna nobile essenza che lo metta a parte da tutti gli altri viventi.

L’alienazione di cui tanti pensatori continentali parlano con costante insistenza e toni deploratorî, se non apocalittici, più che dell’uomo rispetto al Mondo, è quella dell’intellettuale erede di una determinata tradizione filosofica rispetto a una società in cui quella tradizione e i suoi discorsi stanno cessando di avere una funzione.
Alienazione anche, perché no?, rispetto a un mondo accademico in cui cattedre e spazî venivano via via sottratti ai venerati docenti dell’umanismo libresco ed erudito a vantaggio di quelli che sapesse manipolare cifre e dati e produrre un sapere immediatamente utilizzabile nell’agire sul Mondo.
La tendenza a fare del proprio malessere un malessere dell’umanità intera non è così rara.

Sia come sia, la soluzione di Jonas all’impossibilità di ancorare un’etica in un Mondo meccanico e a quella che lui ritiene una frattura rispetto all’umano Mondo dei fini, com’è noto a chi ne conosce il pensiero, consiste nei ritrovare nuovamente dei fini nel Mondo stesso.
La conseguenza è un’etica piuttosto conservatrice, come spesso accade quando si cerchi una bussola nella Natura, cioè nel già dato, nel già esistente.
Anche se il dio trascendente e biblico non viene nominato, quella di Jonas è di fatto un’etica religiosa, se non nelle sue basi, certamente nelle sue conclusioni.
Ad esempio le sue posizioni in bioetica risultano poco dissimili da quelle della chiesa cattolica e dove se ne distaccano (ad esempio nell’eutanasia) lo fanno a denti stretti.

Personalmente ritengo che per una soluzione al dualismo uomo-natura la direzione da prendere sia opposta a quella di Jonas, cioè sia l’inclusione definitiva di tutto ciò che è umano in quelle modalità esplicative che procedono da Galileo e Newton e passano per Darwin.
L’essere umano apparterrebbe interamente allo stesso regno delle stelle, delle rocce, delle piante e degli altri animali (e delle macchine).
E contrariamente a quanto tanti paventano, un’interpretazione del genere non intaccherrebbe minimamente la possibilità (se proprio se ne sente la necessità) di costruire un’etica che non sia fatta di sopraffazione. Tutt’altro.
Ma è un discorso che porterebbe lontano, e non è questo il momento né il luogo d’affrontarlo.

~ il tramonto dell’occidente ~

Jonas invece, nonostante nel suo libro sullo gnosticismo riferisca con un certo distacco le idee di Heidegger e soci, si può dire appartenga a quei pensatori novecenteschi raggruppabili sommariamente sotto l’etichetta di teorizzatori della “crisi della civiltà”.
Un gruppo assai eterogeno, la cui cifra comune è, se non una condanna, un forte sospetto verso l’avvento dello Stato moderno, dell’industrializzazione, della società di massa e dell’individualismo.
Tutti questi costituirebbero una (deplorevole, o quantomeno dolorosa) minaccia a valori tradizionali consolidati nei secoli o all’integrità di una non ben definita essenza umana, ormai travolta dall’informe e oscura marea montante della modernità.
Certo, non è chiaro quanto Jonas condivida di uno Heidegger e della sua poca simpatia per la tecnica, la quotidianità delle masse, e tutto ciò che identificava come inautentico, svilimento dell’autentico.
In ogni caso è già sintomatico che Jonas citi alcuni spunti, a quanto pare condividendoli, da un vero campione della “crisi della civiltà”, ovvero Spengler, l’autore de Il tramonto dell’Occidente (il titolo dice già tutto).

{…continua…}

Gnosticismo e complottismo 1/3

Gnosticismo001

riflessioni variamente sparse e spesso fuori tema
suscitate dalla lettura del libro di Hans Jonas
sullo gnosticismo
libro pubblicato originariamente nel 1958
le riflessioni toccano diverse cose
che conosco di seconda mano se non terza
manipolare con cura
valutare con cautela

~ un altro caveat ~

Quanto segue parla di un antico sistema di pensiero ancora in gran parte avvolto nell’oscurità, lo gnosticismo, e quell’insieme eterogeneo di teorie contemporanee classificabili sotto l’etichetta di complottismo.
Analizzare i meccanismi di una teoria può spesso sembrare una denuncia della sua infondatezza, specie se l’analisi va a rovistare tra i motivi psicologici, veri o presunti, per cui la teoria viene abbracciata.
Chi scrive ha ben presente quanto sia facile questo fraintendimento, e preferirebbe evitarlo.
Le spinte psicologiche di chi aderisce a queste o quelle teorizzazioni complottiste non intaccano minimamente la plausibilità o la verità di queste ultime, che vanno eventualmente smontate (o confermate) sul loro stesso piano; cosa che non verrà fatta in questa sede.
Chi scrive preferisce comunque dichiarare, per onestà, un forte scetticismo verso ciò che comunemente si indica col termine complottismo.
Avverte inoltre che sa bene che ormai il termine “complottismo” ha assunto una connotazione negativa, ma tuttavia qui verrà usato unicamente per comodità, e senza (troppo) intento polemico.

~ gnosticismo e complottismo ~

Il complottismo contemporaneo è uno gnosticismo depurato dagli elementi religiosi e metafisici e riformulato in chiave politica e sociale.

Lo schema generale è lo stesso in entrambi i casi.
Il Mondo è il regno di entità superiori ostili e tiranniche, che tengono le masse umane in schiavitù.
La schiavitù non è palese, bensì occulta, gli individui sono assoggettati senza esserne consapevoli, e solo una nuova conoscenza potrà risvegliarli.
Il risveglio richiama gli individui a rigettare i tiranni del Mondo, coi quali non è possibile alcuna conciliazione.

Nello gnosticismo la scala è cosmica.
I dominatori sono gli Arconti planetarî e soprattutto il loro progenitore, il malvagio demiurgo che creò il Mondo, identificato col dio dell’Antico Testamento, e distinto da quello evangelico.
La liberazione avverrà quando lo spirito, purificatosi dalle scorie mondane (materiali e psichiche), ascenderà là di dove venne, la dimensione del Dio nascosto e trascendente.
Nel complottismo invece la battaglia si svolge quasi sempre all’interno del nostro Mondo, in accordo all’assenza di orizzonti trascendenti tipica d’oggi.
I dominatori sono potenti sette e conventicole che dietro le quinte manovrano uomini e nazioni come giocattoli: sono i massoni, gli Illuminati, la Sinarchia, il Nuovo Ordine Mondiale, i banchieri, il gruppo Bilderberg…
La loro malvagità e disumanità si riconosce nella natura delle minacce che ordiscono contro la popolazione, minacce volte a ottundere e controllare, se non distruggere, il fisico e la mente nel loro intimo tramite metodi subdoli e invasivi: sostanze introdotte negli acquedotti pubblici, irrorate da aerei ad alta quota, inoculate in farmaci, vaccini e nel cibo quotidiano; e ancora, messaggi subliminali nascosti in musica, film, pubblicità.
La rivolta alla dominazione occulta dev’essere preceduta da una presa di coscienza che scopra la falsità di tutto ciò che si credeva vero, e come questo inganno sia frutto di un piano preordinato in cui tutta la società è implicata.

Tutto ciò che sai è falso: uno dei primi casi di divulgazione complottista in Italia che ha ottenuto un certo successo editoriale

Tutto quello che sai è falso: uno dei primi casi di divulgazione complottista a ottenere in Italia un certo successo editoriale.

La presa di coscienza produce un isolamento rispetto una società e un Mondo rivelati nella loro disumanità, disumanità che tuttavia ora può essere spiegata con gran semplicità.
Il male, una volta spiegato, fa meno paura. Può essere affrontato.
La missione di chi ha compreso la realtà del grande complotto sarà diffondere queste nuove verità a quanta più gente possibile.

~ i nostri alieni dominatori ~

Il XX secolo, tuttavia, ha già visto teorizzazioni simili allo gnosticismo e dotati di un orizzonte se non trascendente almeno cosmico.

Innanzi tutto, la Chiesa di Scientology, con le sue narrazioni di principî spirituali imprigionati nella materia a causa delle azioni malvagie di dittatori transgalattici.

Xenu, il dittatore spaziale della Chiesa di Scientology, come compare nella serie animata South Park

Xenu, il dittatore spaziale della Chiesa di Scientology, come compare nella serie animata South Park.

Ci sono poi le vivaci e bizzarre teorizzazioni di David Icke, vera e propria epitome del complottismo di consumo, quello che macina libri dalle copertine molto colorate e titoli molto poco umili (da Il segreto più nascosto – Il libro che può cambiare il mondo a Il risveglio del leone. Umanità, mai più in ginocchio a E la verità vi renderà liberi).
Icke pesca in maniera indiscriminata da tutto il complottismo più paranoico e a sfondo tecnologico del dopoguerra, spruzzandolo con la psicologia pop americana dell’auto-aiuto e ottenendo un disegno ardito a dir poco.
Ma la storia, una volta sfrondata dei suoi prolissi barocchismi, è ancora la stessa: per Icke i governanti della Terra sono nientemeno che rettiliani, alieni transdimensionali sotto mentite spoglie che tramite tecniche occulte tengono schiava l’umanità, la cui libertà è mera illusione.
David Icke si può considerare una sorta di Scientology senza la Chiesa di Scientology. Un santone mediatizzato che non necessita di un’istituzione e una gerarchia nei cui veli di segretezza inquadrare e gestire adepti; al contrario, Icke vuole alzare la voce il più possibile perché tutti sappiano, e magari comprino i suoi libri e accorrano alle sue conferenze in giro per il Mondo.

Ritratto di rettiliano su sfondo di stelle.

Ritratto di rettiliano su sfondo di stelle.

Aggiungiamo la destra religiosa degli Stati Uniti, a lungo tempo grande brodo di coltura di immaginarî complottisti, e forse uno tra i maggior serbatoî, inconsapevole e insospettato, da cui queste tematiche scorrono e si diffondono, mutate e riformulate, in altre nazioni, in altri ambienti, anche del tutto opposti a quello originario.
È la destra religiosa che si tiene stretto il diritto a portare le armi, che detesta il governo federale, che immagina le Nazioni Unite in combutta col “musulmano” e “comunista” Obama per distruggere le libertà americane e tutto ciò che c’è di buono negli Stati Uniti: la religione cristiana, la proprietà privata, la famiglia tradizionale.
Ad esempio è da qui che parte nella sua forma contamporanea la paura dei vaccini (da qualche anno giunta anche in Italia), declinata nelle sue varie forme, minimali e massimaliste: dai vaccini che rischiano di causare l’autismo, ai vaccini come parte di un complotto globale depopolazionista, volto a ridurre forzosamente le dimensioni dell’umanità, in satanico contrasto col dettame biblico del “crescete e moltiplicatevi”.
Se David Icke, dietro ai suoi complotti, ci vede i rettiliani, versione fantascientifica e contemporanea del demonio dal piede caprino, per la destra religiosa americana dietro ai malvagi potenti del Mondo ci sarebbe l’Avversario per antonomasia, l’antico serpente, il nemico di Cristo e dell’umanità.
E non in senso metaforico.
A governare il Mondo sarebbe una setta satanica globale dedita a perversioni sessuali d’ogni sorta condite con sacrifici umani di vergini e infanti.
Queste teorizzazioni, in cui si mischiano elementi eterogenei, dalle scie chimiche, al controllo mentale tramite droghe e microchip, alla tirannide della moneta (manco a dirlo, identificata col marchio della bestia dell’Apocalisse di Giovanni), e via dicendo, una volta ripulite delle sfumature diaboliche, metafisiche e più spiccatamente apocalittiche nel senso proprio del termine, magari mantenendo solo lievi tocchi di immaginario estorico, queste teorizzazioni viaggiano e si diffondono in versioni più realistiche e plausibili, e mettono radici un po’ ovunque negli ambienti cosiddetti anti-sistema, e infine nell’immaginario del cittadino comune.

~ dietro la maschera ~

La cultura popolare ha fatto la sua parte nel radicamento del complottismo anche fuori dalle nicchie in cui, sino a un certo punto, era limitato.
A battere la strada è The X-Files, che tuttavia si mantiene su un certo livello di autoconsapevole divertissement e disincanto.
Ma poi arriva The Matrix, film che invece si prende parecchio sul serio, con la sua retorica al contempo e furbescamente anti- e filo-tecnologica, con le sue spruzzate di orientalismo, il suo messianesimo portato avanti a colpi d’arti marziali, il suo ribellismo antagonista contro un “Sistema” vagamente definito in modo da simboleggiare tutto e il contrario di tutto.
Dopo The Matrix, ecco V for Vendetta, altro grande capisaldo nella definizione dell’immaginario ribellista e dei suoi parafernalia, tra cui l’inevitabile maschera di Guy Fawkes.

Grazie a un film di Hollywood, i ribelli del nuovo millennio indossano il volto di Guy Fawkes, soldato cattolico devoto al papa di Roma.

Grazie a un film di Hollywood, i ribelli del nuovo millennio indossano il volto di Guy Fawkes, soldato cattolico devoto al papa di Roma.

Verrebbe da dire che se The Matrix è la teoria, V for Vendetta è il manuale pratico.
Dietro V for Vendetta ci sono sempre i fratelli Wachowski che, più di recente, hanno girato L’Atlante delle Nuvole, tratto da un romanzo che a sua volta risente pesantemente della retorica anti-sistema partita proprio da The Matrix.
The Matrix è uno dei grandi collettori che, a cavallo del millennio, ha raccolto e ridistribuito presso i segmenti antagonisti e non dell’area politica vagamente identificabile come “a sinistra”, e presso un pubblico profano e generalmente disimpegnato, l’ossatura fondamentale dell’ideologia gnostico-complottista.
Vale la pena ribadirne i contenuti: il Mondo come una prigione mascherata fatta di dominatori nascosti e di prigionieri inconsapevoli, e di un piano da svelare per liberarsi.

{…continua…}