Nudo contro tutti

Stephen Gough, scozzese suddito di Sua Maestà Britannica, non ha mai ucciso, stuprato, rubato in vita sua. E, che io sappia, non ha mai neanche provato a farlo.
Stephen Gough a oggi (Autunno 2014) ha trascorso ben dieci anni in prigione, quasi un quarto della sua vita, e pare continuerà così ancora a lungo.
Il tempo che ha passato in cella, anche se non consecutivamente, è sicuramente più lungo di chi ha rubato, di molti autori di violenze, sessuali e non, e anche di diversi assassini.
Il suo reato? Circolare nudo.
Stephen Gough è chiamato il “Giramondo Nudo” (the Naked Rambler). Ama traversare a piedi il suo paese, e non accetta di farlo vestito. Rivendica il diritto di farlo senza indossare nulla (se non un cappellaccio, uno zainone e un pajo di scarpe).
Per questo la sua presenza viene ripetutamente segnalata da solerti cittadini, con conseguente intervento delle solerti forze dell’ordine, e la condanna, da parte di altrettanto solerti magistrati, a varî mesi di prigione. Scontata la pena, Stephen Gough esce all’aperto, si allontana, si spoglia, e tutto ricomincia. Così sono trascorsi i suoi ultimi dieci anni.

Naked Rambler jailed

Stephen Gough, il Giramondo Nudo

Della vicenda di Stephen Gough se ne parla in patria, ma più come bizzarra curiosità che altro.
All’estero non ne ho mai sentito parlare.
La sua vicenda l’ho conosciuta passivamente, grazie ai siti che seguo in inglese di notizie relative alle libertà individuali. Altrimenti sarebbe restata nell’oscurità anche per me.

Personalmente, lo dico in modo chiaro e semplice, la sua mi sembra la storia di una tremenda ingiustizia, anche solo per il lungo tempo di prigione che gli è valsa.
Il suo è un comportamento del tutto innocuo, il cui unico “torto” è quello di cozzare violentemente contro le usanze della nostra parte del Mondo, e che gli ha valso un tempo di privazione della libertà comminato solo ai peggiori criminali.
Ingiustizia maggiore per il fatto che la sua vicenda, la sua lunga prigionia, non sollevano le consuete ondate di indignazione riservate invece ad altri individui che si trovano schiacciati dal martello della legge o delle usanze maggioritarie.
Per il Giramondo Nudo non troverete petizioni su internet, appelli di personalità della spettacolo, grida indignate che surriscaldano i social network. L’enorme ingiustizia che a mio avviso subisce è aggravata da una delle maggiori condanne nei nostri tempi dell’ipervisibilità, quella dell’oblio, della dimenticanza, dell’invisibilità. Che stia pure in prigione, dice la società, di questo bizzarro individuo non ce ne può importare di meno.

Gli eroi della dissidenza, le vittime della persecuzione, nei nostri tempi attuali, devono rispondere a caratteristiche ben precise.
Le vittime certificate devono essere preferibilmente donne e trovarsi in paesi lontani e “nemici dell’Occidente”; niente di meglio, poi, se si tratta di paesi musulmani: è uno dei cascami dell’11 Settembre. Paesi nemici dell’Occidente: sarà più facile raccogliere indignazione per le donne vittime dell’Iran che non, per dire, della teocrazia saudita, essendo quest’ultima fedele alleato del nostro Impero. La difesa delle donne di questi paesi è poi il modo migliore per unire tutto lo spettro politico, dalla sinistra “amica della donne” alla destra islamofoba.
Dalle Pussy Riot a Malala (insignita del premio Nobel per la pace assieme a un uomo il cui nome nessuno ricorda) passando per le condannate a morte in Iran (dove i condannati maschî ammontano a centinaja l’anno), l’Occidente ama indignarsi per le donne perseguitate, per poter ripetere a se stesso quanto invece, in teoria, sia aperto e libero e democratico.

Eppure in una democrazia, quella del Regno Unito, abbiamo un uomo che, quasi nell’oblio generalizzato, ha trascorso dieci anni dietro le sbarre di una prigione solo per l’eccentrica ma innocua ed eroicamente ostinata abitudine a non indossare i vestiti.
Non è una contraddizione che la cosa avvenga in un paese formalmente democratico. Dopotutto, per fare appena un esempio, solo quattro o cinque decennî fa era sempre in paesi formalmente democratici che gli omosessuali venivano “curati” tramite elettroshock e castrazione chimica. La formalità democratica aiuta poco quando sono i dettami culturali a segnare ciò che è lecito e illecito, ciò che è tollerabile e ciò che è intollerabile. Una democrazia può, quando sono i dettami culturali a parlare, perseguitare determinati individui come la più dura delle dittature.
Ci sono paesi in cui, per cultura, le donne non possono e non devono mostrare il volto, e ci sono paesi, i nostri, in cui il Giramondo Nudo è condannato, per cumulo di pena, alla detenzione perpetua: personalmente fatico a vedere la differenza tra le due situazioni. Ma il confronto può aiutare a capire come mai sia difficile superare determinati blocchi culturali. Se nel libero Occidente nessuno si sogna di mobilitarsi per il Giramondo Nudo e la sua persecuzione come possiamo pretendere che, dall’oggi al domani, altri paesi capiscano che sia un’altrettale ingiustizia punire le donne che non si velano o che, come in Arabia Saudita, si azzardino a guidare un’automobile? La difficoltà è pari in entrambi i luoghi.

Con la differenza che il libero Occidente si fregia dell’apertura alla diversità, all’individualismo, all’anticonformismo. E allora cosa di più libero, di più individualista, di più anticonformista del Giramondo Nudo?
Ma anche questa, in realtà, è parte della sua condanna.
Il Giramondo Nudo non ha alle spalle una cultura o una religione che possano dare una parvenza di liceità alle sue esigenze. Nell’Occidente che si vuole attento e aperto alle esigenze dei non conformi e degli individui, nelle democrazie liberali in cui in teoria dovrebbe essere l’individuo e non il collettivo il punto di partenza, il Giramondo Nudo, che ha solo se stesso come difesa, non riesce a trovare spazio alcuno.
Già è difficile difendere, specie dopo l’11 Settembre e il montare della paura per i migranti, la possibilità degli stranieri di conservare le proprie usanze, anche quando innocue, in terra d’Occidente. Non è difficile capire come mai l’unico spazio concesso al Giramondo Nudo siano i pochi metri di una cella di prigione.

Il Giramondo Nudo smaschera, per chi voglia vederla, mette a nudo con la sua nudità l’ipocrisia fondamentale di una società, la nostra, che si vuole libera e aperta, ma che è ancora del tutto prigioniera di tabu culturali radicatissimi, tanto quanto le “culture oppressive” che l’Occidente afferma di combattere, a volte (spesso?) anche con la forza delle armi.

La nudità del Giramondo Nudo è del tutto innocua, non dovrebbe nemmeno costituire un problema.
La maggior parte dei commenti che ho letto al suo riguardo, in siti inglesi, sono di sovrano disprezzo, disinteresse o derisione.
Altri, invece, tentano goffamente di argomentare e di difendere la persecuzione subita dall’uomo. Si rifanno al principio per cui “la propria libertà finisce dove comincia quella altrui”, e quindi affermano che il Giramondo Nudo “imporrebbe” la visione del suo corpo nudo ad altri, infrangendo così la libertà di non vederlo.
Argomento debole, tanto che mi stupisco possa essere sostenuto con convinzione, come ho visto fare.
Il Giramondo Nudo non depriva nessuno della libertà, non quanto faccia altrettanto chi decida di vestirsi o svestirsi in un determinato modo.
Immaginiamo qualcuno che si dica privato della propria libertà perché costretto a vedere gente per strada con la pelle troppo scura. Immaginiamo qualcuno che si dica privato della propria libertà perché costretto a vedere donne per strada a volto scoperto. La logica è la stessa.
Il Giramondo Nudo chiede solo di agire sul proprio corpo, il bastione fondamentale della libertà individuale. Non pretende che altri siano nudi, vestiti o quant’altro. È chi pretende che lui sia vestito che lo depriva della sua libertà.
La persecuzione subita dal Giramondo Nudo parla di quanta ancora strada ci sia da fare, persino nel libero Occidente, per riconoscere alfine che la libertà di gestione del proprio corpo non possa che essere assoluta, primo tassello di una società compiutamente libera, aperta, democratica.
Attualmente ancora in buona parte dell’Occidente si fatica a riconoscere il diritto, per fare due esempî, a distruggere il proprio corpo quando lo si ritenga necessario (eutanasia) o il diritto ad affittarlo per produrre piacere nei corpi altrui (prostituzione). Nessuna meraviglia che la strada di lotta solitaria imboccata dal Giramondo Nudo sia tutta in salita. Nessuno stupore se, purtroppo per la sua pervicace e ammirevole ostinazione, dovesse trovarsi a trascorrere l’intera sua vita in una cella di prigione.

Qualche giorno fa la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo ha emesso una sentenza relativa al caso del Giramondo Nudo, rigettando la sua istanza, e confermando la liceità del suo imprigionamento.
Questo un passaggio della sentenza:

L’imprigionamento del ricorrente è conseguenza della sua ripetuta violazione della legge penale con piena conoscenza di tale conseguenza, tramite una condotta che il richiedente sa bene andare contro non solo contro gli standard del comportamento pubblico accettato in ogni moderna società democratica ma è anche a rischio di essere allarmente e moralmente o in altro modo offensivo verso altri inavvertiti membri della società impegnati nelle loro attività ordinarie

Questa non è una difesa dei diritti degli individui. Questa è una difesa delle pretese della maggioranza.
È certo indubbio che attualmente, nelle società cosiddette democratiche, la maggioranza degli individui, per motivi che sarebbe molto interessante sviscerare psicologicamente, ha un’acuta intolleranza per la nudità altrui, a meno che non sia confinata in situazioni ben definite e rigidamente sorvegliate. Ma la coesistenza di tabu culturali e formalismo democratico non rende i primi automaticamente giusti. Anzi. Già ho fatto l’esempio dei tempi in cui l’omosessualità, all’interno delle società formalmente democratiche, era perseguitata anche con pratiche mediche prossime alla tortura.
Le istituzioni, se volessero essere compiutamente libere e democratiche, non dovrebbe occuparsi di contrastare chi viola in maniera innocua i presunti standard di moralità, per quanto ampiamente maggioritarî, bensì dovrebbero tutelare quelle minoranze, anche se composte come in questo caso di un singolo individuo, minoranze che, per qualsivoglia motivo, non siano in sintonia con gli standard dominanti. L’alternativa è la dittatura della maggioranza, e la persecuzione per chi, di volta in volta, si trovi dal lato sbagliato degli standard morale. Un tempo si perseguitavano gli atei o gli omosessuali; oggi il Giramondo Nudo; domani chissà.
È davvero questo il libero Occidente?

Così si è espresso il Giramondo Nudo una volta venuto a sapere della sentenza della Corte Europea:

Mi aspettavo avrebbero adottato una visione più ampia. Non l’hanno fatto. Ma quale grande impresa ha mai successo senza dover superare i tanti ostacoli che si trova davanti? Perché dev’essere diverso per me? Non ho altra scelta che continuare.
Come può la natura espressa in forma umana essere indecente? Come può qualunque persona sana sentirsi offesa dal vedere il corpo umano? Eppure sono queste credenze assurde che formano gli assunti impliciti delle innumerevoli azioni penali e condanne eseguite contro di me, risultanti in nove anni di isolamento nelle prigioni britanniche.
Intolleranza e ignoranza vanno di pari passo, nello stesso modo in cui lo fanno verità e libertà. Non possiamo essere intolleranti e liberi. Non possiamo ignorare la libertà e aspettarci che la giustizia sia il risultato. E un Mondo ingiusto ci riguarda tutti, che lo siamo o meno consapevoli.
Chi mi ha cresciuto mi ha fatto credere di vivere in un paese che celebra l’eccentricità e la differenza, non solo perché aggiungono varietà e colore a quella che sarebbe altrimenti un conformismo sterile, depressivo, costrittivo e a volte semplicemente noioso, ma anche un paese che mostra una profonda stima per i modi in cui è il non ortodosso, nella sua vera essenza, a manifestare l’originalità e l’energia creativa in quanto tali… e che senza la libertà di esprimere la nostra individualità e unicità, nei nostri modi, qualcosa muore dentro di noi, e il Mondo intorno a noi può diventare meno vivo.

La mia massima solidarietà, per quel poco che può valere, al Giramondo Nudo, e che il futuro gli possa regalare un Mondo in cui possa vivere la sua libertà in armonia con le libertà di tutti.

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L’arte del divieto

ArtofSuppression

Christopher Snowdon
The Art of Suppression – Pleasure, Panic and Prohibition since 1800
2011

Il libro di Snowdon insegna che ogni proibizionismo ha una storia a sé, ma se proprio si vuole trovare una regola comune è che viene vietato ciò che non può difendersi.
Considerazioni di salute, dannosità e via dicendo non sono il principale fattore in gioco.
A parità di danno, se una pratica sociale è sufficientemente diffusa avrà buone possibilità di resistere ai tentativi di divieto, o addirittura di non suscitarne.
Ciò che è minoritario, invece, avrà la peggio.
Vige la legge del piú forte, sarebbe da dire, e proprio dove si dichiara di difendere i deboli.

Un buon esempio è quello del Proibizionismo per antonomasia: anni Venti, Stati Uniti, alcoolici.
Viene approvato sull’onda delle misure d’emergenza del tempo di guerra e dura solo una decina d’anni o poco più perché tanta parte della popolazione non era granché “convinta” della bontà del divieto, cioè beveva ancora parecchio, e continuò a farlo anche anche in regime di divieto.
Com’è noto, a beneficiarne fu la criminalità, ma quando giunse la Grande Depressione questo non era più tollerabile: il proibizionismo costava e non sortiva effetti. Quindi si fece marcia indietro.
Rapporti di forza, appunto.
Difatti, nel caso degli (altri) stupefacenti, dall’eroina sino alle più recenti droghe sintetiche, il consumo è stato a lungo molto meno diffuso e culturalmente meno radicato degli alcoolici, e questo nonostante molti stupefacenti abbiano costi sanitarî e sociali di gran lunga inferiori al bere. Conseguenza: il moderno probizionismo delle droghe comincia grossomodo a inizio Novecento e prosegue sino ai giorni nostri. Oltre un secolo, con celle e prigioni particolarmente piene soprattutto negli ultimi trenta-quarant’anni.

Snowdon conclude il suo libro in maniera molto chiara, ovvero con un appello alla decriminalizzazione degli stupefacenti.
Il dibattito in materia è ancora assai acceso, e c’è chi nega recisamente i vantaggi di una depenalizzazione in termini di salute pubblica, benessere sociale, lotta alla criminalità.
Personalmente concordo con Snowdon.
L’autore, inoltre, distingue tra decriminalizzazione e legalizzazione, caldeggiando più la prima che non la seconda. La seconda, afferma, abbasserebbe talmente il prezzo delle sostanze da renderle praticamente diffuse ovunque, e forse questo, almeno per quelle più pesanti, non sarebbe comunque una buona idea.
È ribadito comunque che l’approccio punitivo resta controproducente.

Resta la domanda sul perché, nonostante i suoi evidenti fallimenti, il proibizionismo attecchisca così facilmente nelle politiche pubbliche e nell’opinione comune.
Snowdon nota che, a tutt’oggi, le sostanze psicotrope legali e non soggette a controllo medico, cioè sostanzialmente libere, sono solamente tre: caffeina, alcool, nicotina. E le ultime due stanno subendo un assedio non da poco, che potrebbe tradursi in un divieto nel medio termine.
Sarebbe facile ricorrere a spiegazioni di tipo psicologico o culturale. Personalmente non mi convincono molto.
Le prime somigliano troppo alla ricerca di un capro espiatorio identificato con gli individui dotati di una mentalità punitrice e intransigente. Una ricerca in cui percepisco una mentalità non cosí dissimile da quella del proibizionista.
Ma una spiegazione culturale forse non è da scartare del tutto. Negli ultimi duecento anni le forme di proibizionismo piú severe e duratura provengono dai paesi anglosassoni, soprattutto dagli Stati Uniti. Si potrebbe pensare: perché sono i paesi dominanti a livello globale. Eppure, ad esempio, il Proibizionismo sull’alcool si ebbe negli Stati Uniti e non nel Regno Unito, nonostante diversi tentativi d’espostarlo dai primi al secondo, e ai tempi in cui Londra possedeva il piú grande impero della storia.
La spiegazione culturale, dunque, chiamerebbe in causa le particolari forme di cristianesimo protestante diffuse negli Stati Uniti, la cui rigida morale si replicherebbe per osmosi anche nei movimenti laici o progressisti di riforma sociale.

Per quanto riguarda il futuro dei proibizionismi, Snowdon si dichiara molto pessimista.
Già ho detto che segnala come a tutt’oggi solo caffeina, nicotina e alcool restino tutto sommato legali.
Per quanto riguarda gli stupefacenti, in particolar modo quelli leggeri, credo invece che si sia sull’orlo di un cambiamento.
L’uso è ormai diffuso presso una buona parte della popolazione, e il proibizionismo piú rigido in materia fatica sempre piú a esser compreso.
Quest’anno, 2013, Colorado e Oregon hanno approvato, tramite referendum, la depenalizzazione della cannabis; altri stati credo che seguiranno negli anni a venire.
Il governo federale sta inoltre meditando un allentamento delle politiche di carcerazione draconiana, specialmente in materia di stupefacenti, che sono state invece dominanti a partire da fine anni Settanta e inizio Ottanta.
La crisi economica morde e non è piú cosí facile sprecare miliardi di dollari in ottuse politiche legge-e-ordine per soddisfare l’elettorato conservatore o quello semplicemente impaurito.

Non è mai facile decifrare, nel procedere della Storia, dove penda il bilancio tra divieti e libertà.
Sicuramente si può dire che spesso all’aprirsi di nuove libertà sorgono in parallelo nuovi divieti, fino a poco tempo prima insospettati, ma sempre percepiti come giusti e validi al loro imporsi.
In questo momento di transizione non trovo implausibile immaginare un futuro prossimo in cui gli stupefacenti leggeri saranno d’uso libero o quantomeno controllato, ma sarà vietato il consumo di tabacco, e severamente sorvegliato quello di “cibi non sani”.
Dubito però che i nuovi proibizionismi avranno piú successo di quelli vecchî, perlomeno rispetto agli obiettivi dichiarati…

Vietare il (neo)nazismo?

Nelle scorse settimane in Germania è partito un tentativo (e non il primo) per mettere fuorilegge il Partito Nazionaldemocratico Tedesco (NPD), partito di estrema destra, considerato erede del nazismo. Attualmente il partito non ha alcun seggio nel parlamento federale.
In Grecia pare che Alba Dorata, partito di estrema destra anch’esso considerato neonazista, abbia attualmente un consenso intorno al 15%. Si è anche discusso se sia il caso di metterlo fuorilegge, ma la discussione è rimasta tale. Intanto c’è chi afferma che il partito abbia diverse connessioni con membri delle forze dell’ordine.
In Italia, tra un mese, si celebrerà la giornata della memoria. Come già l’anno scorso, si faranno più forti le richieste perché anche il paese in cui viviamo si doti di una legge contro il negazionismo.

Vietare il nazismo e le sue filiazioni per legge? Cioè, vietarne le idee, le parole, le associazioni di persone che le esprimano pubblicamente?

Auspicare che in società formate da decine di milioni di persone, con idee d’ogni tipo, non ci sia neanche un ammiratore di Hitler è pura utopia. Che ce ne siano alcune decine, centinaia, o anche qualche migliaio sarà comunque inevitabile.
Restano pur sempre minime frazioni del totale.
E finché restano tali, lo Stato avrà tutto l’agio di perseguitarli con la massima forza, perché il piccolo numero oppone scarsa resistenza.
Ma saranno persecuzioni inutili, proprio perché il piccolo numero, specie se composto da individui socialmente marginali, non riuscirebbe comunque a diffondere con efficacia le proprie idee.
La facilità con cui lo Stato ottiene dall’opinione pubblica il nulla osta alla repressione degli estremisti comprova come questi ultimi abbiano davvero poche possibilità di imporsi alla società.
Quando il neonazismo è ultraminoritario e perseguitarlo è facile, in realtà non occorrerebbe farlo, perché non è una minaccia.
Quando il neonazismo comincia ad acquistare consistenza, il tentativo di vietarlo diventa inutile in un altro senso: è un tentativo inefficace.
Ci si può provare, non ci si riesce.
Una volta che la corrente s’è ingrossata, arginarla è sempre più difficile, e anzi si rischia di farle accumular pressione e rendere ancora più difficile il contrasto. A questo punto il neonazista potrà riconfermare al pubblico la propria tesi, cioè che l’elite malvagia (la casta corrotta asservita ai poteri finanziarï) vuole fermare con mezzi repressivi la giusta rabbia popolare.
La repressione di un estremismo che ormai dilaga nell’opinione pubblica, e che di solito dilaga per lo scollamento tra chi governa e chi è governato, non fa che aumentare questo scollamento, e quindi alimenta l’estremismo, lo legittima.

Ma soprattutto, questo tipo di repressione è una cura che vorrebbe guarire la malattia colpendo i sintomi e ignorando le cause.
È una porta chiusa quando i buoi sono scappati.
Se un partito neonazista si afferma con tanta forza proprio in Grecia non è un caso. Serve dire il perché?
Se la Grecia non fosse precipitata in un baratro economico e sociale (qualunque siano i motivi per cui c’è finita), Alba Dorata rimarrebbe un partitello marginale, interessante tutt’al più per l’umorismo involontario di certe proposte (come quella di “liberare Constantinopoli dai Turchi”).
Una volta creatasi il terreno (economico e sociale) che permette all’idea neonazista di germogliare e prosperare, metterne fuorilegge le parole o gli scritti, o le associazioni che vi si rifanno, servirà a poco o niente.
Metti fuori legge un partito neonazista e sùbito nascerà una nuova formazione che, in maniera più cammuffata e calcolata, ne proseguirà le gesta.
Dopotutto, lo stesso Hitler finì più volte dietro le sbarre delle prigioni tedesche. Dieci anni dopo era al potere in Germania, e il resto è noto.

Ovviamente si parla di idee, parole, scritti e associazioni.
Gli atti violenti dei neonazisti dovrebbero essere perseguiti. Ma come tutti gli altri atti violenti, né più né meno. Così come dovrebbero esserne libere le idee, come tutte le idee, né più né meno.
E personalmente apprezzo poco uno Stato che, senza incontrare opposizione alcuna, ma giubilo compiaciuto da parte di pubblico e opinionisti, può e riesce a schiacciare le idee, le parole e le associazioni di quelle che vengono viste e presentate come “spregevoli minoranze”.
È una pratica politica che, se posso dirlo, i nazisti originali sapevano fare benissimo.

Morto un proibizionismo se ne fa un altro

Oggi, 6 Novembre 2012, gli Stati Uniti rieleggeranno Obama presidente. O almeno così si dice.
Quel che non si dice, o di cui si parla molto poco, e per nulla fuori dai confini americani, sono i varî referenda che diversi stati proporranno agli elettori in concomitanza col voto presidenziale. Due di essi avranno una portata epocale: nello stato di Washington e in Colorado si voterà per decriminalizzare la cannabis. La marijuana. L’erba. Nonostante il fallimento di analoghi tentativi in anni recenti, questa sembra la volta buona: la maggioranza, anche se risicata, voterà “sì”.
Ovviamente gli apparati istituzionali tenteranno in tutti i modi di disinnescare i risultati del voto, ma poco conta. Conterebbe poco anche se i due referenda dovessero entrambi fallire. Lo farebbero di stretta misura: dieci o venti anni fa i “no” sarebbero invece stati maggioranza schiacciante.
Quel che conta è il cambiamento in atto, e non da oggi.
Il succedersi delle generazioni ha ormai sgretolato senza possibilità di rimedio il massiccio muro del proibizionismo sugli stupefacenti, perlomeno riguardo alle droghe leggere. L’accettazione, nei tempi più recenti, della cannabis a fine medico era già un segnale dell’avvenuta rinormalizzazione sociale della sostanza: non più qualcosa di maligno sempre e comunque, a prescindere da ogni contesto, bensì qualcosa di cui esiste l’abuso, ma anche un possibile uso.

Sono forse ottimista a immaginare che entro l’attuale decennio si scriverà la parola fine per quella Guerra alle Droghe che ogni anno fagocita miliardi di dollari, intasa le celle del sistema carcerario più vasto del Mondo, quello degli Stati Uniti, travolge e distrugge vite, individui e famiglie a decine di migliaia nelle Americhe, in Africa, in Asia.
Lentamente il proibizionismo sugli stupefacenti si spegnerà proprio a partire dagli Stati Uniti, là dove ha avuto inizio, col resto del Mondo che al solito andrà a rimorchio, accogliendo col dovuto ritardo di anni le onde di novità che partono dal centro dell’impero globale.

Tuttavia è il caso di guardare indietro e ripassare come partì la Guerra alle Droghe.
Oggi fanno sorridere, e questo è forse uno dei maggiori segnali di cambiamento, le leggende che circolavano quando tutto cominciò.
All’inizio degli anni Trenta del secolo andato, su impulso attivo delle istituzioni poliziesche, i giornali strillavano titoli su giovani che accoppavano i genitori a colpi di mannaia dopo aver fumato l’erba malvagia. Evil weed: veniva chiamata proprio così, e senza alcuna ironia. Sono le storie d’atrocità (atrocity tales), terribili fatti di sangue, spesso gonfiatissimi se non inventati di sana pianta, che sempre accompagnano come chiari sintomi i panici morali in atto: per l’oggetto o la pratica o il gruppo sociale che la cronaca associa a stragi e delitti efferati si preparano tempi duri e spesso leggi severe, severissime. Così è stato per l’Erba Malvagia.
All’inizio degli anni Trenta del secolo andato, ho scritto. La data non è casuale. Si era appena chiuso un altro probizionismo, quello sull’alcool: un fallimento così clamoroso da esser durato, nella sua fase più attiva e virulenta, appena una diecina d’anni (anche se i movimenti per la temperanza datano la loro attività più vivace già dall’ultimo quarto dell’Ottocento).
Il meccanismo di successione è chiaro, l’avvento della Guerra alle Droghe non richiede spiegazioni raffinatissime: fallito il proibizionismo dell’alcool, gli apparati repressivi che ci sono cresciuti si ritrovano a rischio disoccupazione e per sopravvivere cercano e trovano un nuovo facile bersaglio: l’Erba Malvagia. Nuovo carburante perché la macchina poliziesca possa continuare a marciare, a macinare colpevoli e innocenti.
C’è chi dipende dalle droghe, c’è chi dipende dalla repressione sociale.
Col tempo il nuovo bersaglio si rivele una scelta proficua. Lungo gli anni Settanta, in parallelo con l’ascesa del conservatorismo neoliberista, la Guerra alle Droghe esplode tutta la sua potenza, mostrandosi molto utile come dispositivo di controllo sociale domestico nei confronti delle minoranze razziali, in particolare quella nera; come strumento d’intervento economico, politico e militare all’estero, in America Latina. E soprattutto, sempre all’interno, come tampone nei confronti della disoccupazione cronica che affligge l’economia, grazie alla doppia espansione del sistema carcerario e di quello criminale: la Guerra alle Droghe crea decina di migliaia di posti di lavoro, tra le guardie e tra i ladri.

Eppure sono bastate poche generazioni e questa grande macchina ha cominciato a perdere fiato. Il cambio di mentalità, certo. Le ragioni deboli e fasulle su cui si è retta, ragione d’ordine politico e più volte smentite dalla ricerca medica e scientifica. Non da ultimo, la montante marea di una spesa pubblica ingestibile e impopolare, che sconsiglia il mantenimento di apparati repressivi elefantiaci.
Resta appunto da vedere se il tramonto, ormai in corso, della Guerra alle Droghe, non aprirà il sipario su nuovi atti del dramma proibizionista, i cui meccanismi si ricicleranno, con la stessa cieca ferocia, concentrandosi su nuovi obiettivi.

Azzardo tre ipotesi.

1.
La prima, manco a dirla, riguarda il tabacco.
Qui il processo di denormalizzazione è ormai avanzato: divieto di pubblicità, divieto ai minori, divieto nei luoghi pubblici. Negli anni più recenti si discute di vietare ai minori i film con personaggi fumatori; di vietare il tabacco a tutti i nati dopo un certo anno, anche una volta adulti, per creare una nuova generazione “libera dal fumo”; di vietare le sigarette elettroniche non tanto perché dannose, ma perché “somigliano alle sigarette” e quindi minaccerebbero il processo di denormalizzazione di queste ultime.
Col tabacco ormai ci troviamo esattamente su quella soglia che separa il divieto per non danneggiare gli altri dal divieto che vuole esplicitamente “salvare” i fumatori da se stessi, col sostegno di un’opinione pubblica che giudica il fumatore “stupido”, “cattivo”, moralmente indegno, liberamente disprezzabile con l’approvazione collettiva.

2.
La seconda ipotesi riguarda quel campo complesso e accidentato che è la sessualità.
Non immagino tanto, non immagino certo il ritorno a un puritanesimo che replichi lo storicamente noto. Difficile immaginare ad esempio un’inversione di percorso nella pur fragile accettazione sociale dell’omosessualità (mi permetto di aggiungere: e meno male).
Se l’asse del genere sessuale, maschile-femminile, va via via perdendo forza come fonte della normatività in campo sessuale e relazionale (è su quest’asse che si basava il tabù dell’omosessualità), ora la nuova rotta segue l’asse del potere e delle disparità, reali e presunte che siano: sono le relazioni su cui grava l’ombra di un potere dispari a essere fonte di massimo sospetto e disagio, a rischio d’essere aprioristicamente percepite come sfruttamento, a esigere l’intervento di regole, paletti, divieti preventivi. Da qui, un esempio tra i tanti possibili, il nuovo approccio alla prostituzione, di provenienza scandinava, che definisce automaticamente qualunque scambio tra sesso e denaro come “violenza contro le donne”, un approccio che punisce i clienti del sesso a pagamento esattamente come la Guerra alle Droghe punisce i consumatori di stupefacenti. Un approccio che probabilmente otterrà gli stessi risultati: fallimentari.
Sempre domani, in California, si vota tra gli altri un referendum per nuove leggi repressive contro la prostituzione e i reati sessuali. Il referendum pare passerà con una maggioranza schiacciante. Tra le novità, chi sarà condannato per determinati reati riguardanti la prostituzione, una volta scontata la pena si ritroverà nel registro pubblico dei reati sessuali, che già ospita diecine di migliaia di nomi. Finire sul registro, negli Stati Uniti, implica sostanzialmente la morte sociale (chi è interessato a capire meglio la curiosa e complessa questione del registro per i reati sessuali negli Stati Uniti, può leggere un articolo che avevo tradotto tempo fa in due parti).

3.
Infine, il cibo.
Un campo ancora quasi completamente vergine per le regolazioni statali di ordine morale.
Di ordine morale: perché una cosa è controllare che il cibo non arrivi avvelenato sugli scaffali del supermercato, altra cosa è cercare di ammaestrare il cittadino a mangiar sano e secondo la regola, a mal giudicare chi non segua la regola. Insomma, come sempre: agire per denormalizzare determinate pratiche nella coscienza collettiva.
È notizia di pochi giorni fa l’introduzione, a partire dal 2013, nella catena di supermercati britannici Tesco, di etichette sugli alimenti basate sui semafori: gialli, verdi e rossi per indicare ciò che fa tanto bene o tanto male alla salute.
Misura innocua, si dirà. Ma sono piccoli passi indicativi.
E del resto la crescente ossessione mediatica (che è cosa diversa dall’interesse medico) per anoressia, bulimia, obesità, si pensa forse non parli di un disagio irrisolto per il rapporto tra cibo e corpo, disagio che si va inoculando nel corpo sociale fino al punto in cui sanzioni, divieti e disprezzo per i trasgressori diverranno giusti e necessarî?
C’è già chi suggerisce una guerra al sale che segua le orme di quella al tabacco, per dire.
Di mio, non mi stupirei se entro dieci o quindici anni determinati cibi venissero vietati ai minori di anni quattordici, o anche diciotto. Immagino un certo consenso ci sarebbe già ora. Ovviamente il divieto ai minori è un tipico primo passo verso la denormalizzazione. E inoltre impedire che i minori accedano a qualcosa che è facilmente rinvenibile ovunque richiede ulteriori divieti e limiti, anche per gli adulti. E ovviamente tutta una serie di regole per ciò che si possa o meno rappresentare nei prodotti pubblicitarî, dell’intrattenimento, artistici.
Nuove regole, nuovi apparati per farle rispettare, apparati che poi dovranno giustificare la propria esistenza chiedendo altre regole ancora, innescando il processo autopropellente tipico di tutti i proibizionismi.

Poi il tempo passerà.
Cinquanta, cento o più anni e anche i nuovi proibizionismi si sgonfieranno e tramonteranno.
Ci si guarderà indietro e ci si chiederà di dove venisse tutta quell’urgenza necessità di vietare. Si faticherà a credere alla serietà dei motivi che oggi vengono addotti, come oggi si fatica a credere alla storia del ragazzo che prende a colpi d’accetta la madre dopo essersi fumato un po’ d’erba; o che la masturbazione distrugga la mente e il fisico; o che far studiare le donne minacci la stabilità sociale.
Ovviamente per allora staranno già sorgendo nuovi urgenti proibizionismi, ancora più strani di quelli odierni, e che oggi, ovviamente, nessuno ancora riesce a immaginare come plausibili, come possibili.

Il femminicidio finlandese

Già un mese fa, a inizio aprile 2012, per qualche giorno s’è parlato parecchio del cosiddetto “femminicidio”.
In realtà era il piccolo culmine di un discorso che, nei media e nella rete, stava lentamente salendo da diverso tempo.
Fatti di sangue coinvolgenti donne, quasi sempre vittime di omicidio o tentato tale, riportati con regolarità dai media, con un’attenzione e uno spazio crescenti, ma soprattutto presentati come parte di una narrazione organica e coerente e, quindi, da ricondurre a uno sfondo comune, a un’eventuale causa comune.
Qualche giorno fa, fine aprile-inizio maggio 2012, ecco un altro picco nel discorso, e un piccolo salto di qualità, cogli appelli alla politica e/o la richiesta urgente che la società “faccia qualcosa”.
Forse è il caso di provare a fare il punto della situazione, e magari farsi qualche domanda, anche considerando che il discorso pubblico in merito potrebbe tenersi ben vivo nei mesi a venire, o addirittura salire ulteriormente in diffusione e intensità.

ricerche effettuate tramite Google per il termine “femminicidio” negli ultimi dodici mesi (cliccare per ingrandire)

Il discorso in rete mi pare caratterizzato da una certa uniformità nei media consolidati e un maggior conflitto d’opinioni nel pubblico (commentatori di quotidiani, tenutarî e commentatori di blog).
In generale, però, mi sembra largamente condivisa la volontà e la necessità di ricondurre il fenomeno a cause proprie della società tutta. Inevitabile, visto che i media avevano implicitamente presentati i singoli fatti come un insieme organico, come capitoli di una storia unica, impostando così una cornice difficile da contrastare. Le opinioni divergono quindi su quali siano le cause di questo fenomeno.
In realtà già il primo punto mi trova scettico, cioè che si tratti di un fenomeno emblematico di più ampie tendenze sociali.
Le cause che ho visto più spesso evocate sono le seguenti: la cultura maschilista arretrata che concepisce la donna come possesso; l’educazione italiana, spesso esemplificata dalla mamma chioccia (o castrante), educazione incapace di abituare i figli al rifiuto e all’autonomia emotiva; il profilerare, specie nella pubblicità, di immagini femminili semipornografiche, sessualizzate e oggettificanti.
La terza causa, in realtà m’è sembrata evocata meno spesso delle altre due. E la seconda meno della prima.
E forse è inutile dire che la prima e la seconda potrebbero essere etichettate come spiegazioni rispettivamente “femminista” (è colpa del maschilismo italiano) e “maschilista” (è colpa dell’educazione mammista italiana). L’etichettatura è sicuramente grossolana e semplicistica, ma comunque specchio del dibattito in corso, che di per sé non sembra tendere a eccessivi livelli di raffinatezza, bensì a smuovere emotivamente e polarizzare per identità contrastanti: è in corso una guerra che produce morti, bisogna decidere se stare da una parte o dall’altra, non si accettano compromessi, tentennamenti, obiezioni o domande.
Vale la pena sottolineare che le due ipotesi, quella “femminista” e quella “maschilista” identificano solo grossomodo una demografia di sostenitori divisa per genere sessuale: anche se in minoranza, si sentono voci di donne avanzare l’ipotesi “maschilista”, o voci di uomini quella “femminista.
Ma soprattutto bisogna sottolineare con forza che nel discorso ufficiale, a parte qualche sparuta eccezione, predomina in maniera schiacciante la prima ipotesi, quella che chiama in causa l’italico maschilismo e che presuppone al fondo una netta contrapposizione di genere, tra la donna vittima e il maschio aggressore, quest’ultimo implicitamente spalleggiato dall’intera popolazione maschile o dalla sua gran parte.
La petizione che nasce e circola in rete è in tal senso significativa fin dal suo titolo, ovvero Mai più complici; petizione scritta da donne, che evidentemente si presentano come portavoci di tutte le donne, per chiedere  “agli uomini [tutti] di camminare e mobilitarsi con noi, per cercare insieme forme e parole nuove capaci di porre fine a quest’orrore”.

Chi non si mobilita è un complice. A questo punto però non è ancora molto chiaro in cosa dovrebbe consistere, materialmente, questa mobilitazione.
Ma nell’impostazione generale del discorso e nel proliferante dibattito in rete è un’altra la cosa che ho visto spesso fare, e che ho trovato assai discutibile.
Si tratta della confusione flagrante tra due piani, quello dell’analisi dei fatti e quello del giudizio di valore.
Nell’interrogarsi e discutere sulle cause di questi omicidî, ho notato che determinate ipotesi vengono automaticamente squalificate come “giustificazioni per chi uccide le donne”.
In pratica sarebbe corretto affermare che le uccisioni di donne sono l’effetto diretto di una mentalità maschile diffusa, sono prodotti da un problema sistemico di tutta la società; e sarebbe invece scorretto affermare che si tratta di casi singoli, probabilmente ognuno con cause proprie, ma comunque cause che restano individuali (raptus improvvisi e imprevedibili; cecità indotta da gelosia o angoscia d’abbandono; incapacità di frenare la propria violenza).
Il problema è che qui correttezza e scorrettezza non sono misurate sui fatti.
Se un uomo uccide una donna, le cause precise e concrete dell’evento stanno nella testa del colpevole e nel contesto immediato del quotidiano che circonda lui e la vittima, che si spera gli inquirenti sapranno districare; se poi esista un contesto più ampio, questo eventualmente ce lo dirà chi studia la società, si spera lavorando seriamente e con rigore.
Questo significa analisi dei fatti. E finché i fatti non vengono indagati direttamente, non c’è molto da dire, a parte le ipotesi da bancone del bar (o salotto tv, o da forum/blog internettiano).
Il giudizio di valore è un’altra cosa. E non si può escludere a priori un’ipotesi a favore di un’altra solo perché quella sembra essere un alibi morale mentre questa no. Specie poi se si desidera che la responsabilità individuale, soprattutto in tribunale, resti ferma anche a prescindere dal contesto sociale.
Non si dovrebbe neanche rammentare che il richiamo alle “colpe della società” sono servite a lungo (almeno secondo alcuni) proprio per giustificare, e condonare, i colpevoli d’ogni tipo di delitto: “Vostro onore, è vero che ho ucciso la mia donna, ma che ci volete fare, è la società maschilista che mi ha portato ad agire così, è il sistema del patriarcato che ha armato le mie mani, e le ha mosse il testosterone cui mi condannano i miei cromosomi. Potete forse considerarmi colpevole?”
Che una causa ipotetica suoni come giustificazione è una questione di prospettiva.

In realtà si capisce che la questione è soprattutto di tipo politico, se non ideologico, per affermare prima di una qualunque analisi dei fatti la prospettiva secondo cui, sì, queste 100-120 donne uccise ogni anno sono vittime non solo dei loro assassini, ma d’un sistema culturale più ampio.

Eppure non servono nemmeno grandi ricerche per farsi almeno un’idea vaga su qual è l’ipotesi più fondata.
Basta un po’ di banale, gelida statistica: 100-120 vittime l’anno possono essere indubbiamente una tragedia enorme per chi vive direttamente l’evento ma, su una popolazione femminile di 30.000.000 (trenta milioni) sono ben lungi dal costituire un fenomeno. O, soprattutto, da permettere di ipotizzare cause sistemiche.
Eppure ho letto, nelle settimane passate, commenti parlare di “massacro”, “ecatombe”, “strage”, “eccidio” o addirittura “sterminio”.
Ma allora cosa dovremmo dire, per fare il primo esempio che mi viene in mente, dei suicidî femminili che, annualmente, di vittime ne mietono dieci volte di più, ovvero circa un migliaio l’anno?

Il ricorso alla statistica produce spesso un’immediata obiezione.
Si dice: d’accordo, contando a freddo le cifre sull’intera popolazione, forse le vittime non sono così tante; sono però la punta visibile di un iceberg sommerso fatto di violenze maschili e di disprezzo della donna che attraversano l’intero corpo sociale; si parte dalla pubblicità con le cosce al vento e si va su su sino allo stalking, allo stupro, e all’omicidio, e quest’ultimo non è disgiunto dal resto, è solo l’ultimo inevitabile anello di una tragica catena di misoginia.
Può essere. L’obiezione ha una sua logica. Ma anch’essa si rivela debole alla prova dei fatti, come ora cercherò di mostrare.
Al di là delle cause evocate, mi pare si dia per scontato che questi omicidî di donne siano un problema soprattutto italiano, in quanto appunto prodotto finale della condizione della donna in Italia che, rispetto agli altri paesi d’Europa, non è certo delle migliori. Anche in questo caso le cifre non mentono: per indipendenza economica e accesso al lavoro delle donne, l’Italia non brilla.
Ma per i cosiddetti femminicidî, come stanno le cose?
La petizione che ho già citato afferma recisamente che “un paese che consente la morte delle donne è un paese che si allontana dall’Europa e dalla civiltà”. In Europa non si uccidono le donne, par di capire.
Eppure tra giornalisti ed esperti, almeno tra quelli che ho letto in questi giorni sull’argomento, nessuno ha mai anche solo provato a operare un confronto effettivo con l’estero.
Ma si sa che i proclami fanno effetto, mentre le indagini richiedono tempo e pazienza.

E allora la ricerca me la sono fatta io.
I dati li ho ricavati da un documento del Ministero dell’Interno, che a sua volta li prende dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Mi auguro siano sufficientemente attendibili.
I dati riguardano i morti per omicidio nei paesi dell’Unione Europea tra il 1982 e il 2002. È un periodo sufficientemente lungo per consentire delle considerazioni generali.
Con questi numeri ho prodotto due grafici.
Il primo riguarda il numero di donne uccise o, più precisamente, il tasso di donne uccise ogni centomila abitanti.
Tra tutti i paesi disponibili, ho limitato il confronto a Italia, Francia, Germania, Svezia e Finlandia. Francia e Germania in quanto tra i maggiori paesi europei. Svezia e Finlandia perché noti per le loro politiche particolarmente attente riguardo alle istanze femminili e femministe.

Direi che i dati parlano da soli.
L’Italia si attesta nella media degli altri paesi, anzi, persino un po’ più in basso rispetto a Francia, Germania e Svezia. La civile Germania, a inizio anni Ottanta, aveva un tasso di donne uccise doppio rispetto a quello dell’arretrata Italia, per dire.
Soprattutto va notato che il tasso italiano è più o meno simile a quello attuale, e si sta parlando di dati che partono da trent’anni addietro. Il cosiddetto “recente aumento di femminicidî in Italia” di cui si parla in queste settimane è verosimilmente nient’altro che una fluttuazione periodica, inevitabile quando ci si focalizza solo su una manciata d’anni. Nel complesso la situazione italiana è stabile, e non da poco tempo.
Notevole invece la performance finlandese. E si tratta di un record anche a confronto con gli altri paesi dell’Unione Europea. Un tasso, a seconda dei momenti, siano a quattro o cinque volte superiore a quello italiano.
Il paese in cui si uccidono più donne, in Europa, non è la maschilista Italia, bensì la femminista Finlandia.
La patria europea del femminicidio non è l’Italia, ma la Finlandia.
Questo dovrebbe farci concludere, come immagino alcuni vorranno fare, che “il femminismo militante in politica aumenta le morti delle donne”? I maschî finlandesi uccidono le donne come reazione alla loro emancipazione?
Non direi, visto che la Svezia, che come femminismo militante ha pochi paragoni in Europa, mostra un tasso di donne uccise ben inferiore alla confinante Finlandia, e in linea col resto dell’Unione.
Se ci sono delle cause, vanno trovate altrove.
Il punto è che la Finlandia sconta un tasso d’omicidî molto molto alto sia per gli uomini che per le donne. La Finlandia è il paese dell’Unione in cui si uccide di più. Giocoforza sono tante anche le vittime femminili.
E, almeno da quanto ho letto in giro, pare che tra le cause ci sia il consumo eccessivo di alcool combinato con l’ampia disponibilità di armi da fuoco.

Il secondo grafico confronta il tasso di omicidî diviso per i generi delle vittime: quanti uomini muoiono in più rispetto alle donne nei varî paesi?

Anche qui i dati sono piuttosto chiari.
Nella macabra uguaglianza degli assassinî, vince la Germania, paese in cui la quantità di donne e uomini uccisi tende a equipararsi.
È in Italia, invece, che la sperequazione è maggiore.
L’Italia, nell’Unione Europea, è il paese in cui vengono uccisi molti più uomini che donne o, se si vuole, molte meno donne che uomini.
La linea relativa all’Italia, si noterà, subisce una lenta ma costante ascesa a partire dagli anni Novanta. Ma come si capisce dal primo grafico, non dipende da un aumento di donne uccise, bensì da un calo di vittime maschili.
E in ogni caso si tratta di una variazione che la porta in linea col resto dell’Europa, quell’Europa che, almeno così ci dicono, dovrebbe tollerare meno dell’Italia le donne uccise.

A questo punto si può tornare alle domande principali, e magari provare delle risposte.
Se gli omicidî di donne sono frutto di una cultura maschilista, l’unica è ammettere che in Italia c’è molto meno maschilismo che nel resto d’Europa, visto che nel resto d’Europa si uccidono più donne, e visto anche che in Italia si uccidono molte meno donne che uomini.
Oppure, in alternativa, se si ritiene che invece l’Italia sia un paese effettivamente maschilista (e personalmente ritengo lo sia, almeno per buona parte), bisogna ammettere che questo non è legato al numero di donne uccise, le quali, altrimenti, dovrebbero essere molto più numerose che nel resto d’Europa.
O il maschilismo italiano non ha nulla a che vedere col numero di donne uccise, oppure l’Italia è meno maschilista del resto d’Europa. Non ci sono molte alternative.

La domanda diventa quindi questa: perché mai in Italia un fenomeno statisticamente minoritario, costante nel complesso, e meno grave che nel resto d’Europa, ha assunto un’importanza così di primo piano, producendo una tale mobilitazione mediatica, col tentativo connesso di produrre un’altrettanta mobilitazione politica?
La domanda potrebbe restare in eterno sospesa.
Risolverla significherebbe riuscire a spiegare come mai succeda che la società, di punto in bianco, subisca violente eruzioni allarmatistiche che si dileguano con altrettale rapidità, imponendo all’attenzione pubblica paure, reali o fittizie che siano, che poi vengono sùbito dimenticate. La lista dei casi potrebbe esserelunga: si va dal bullismo su YouTube agli stupratori rumeni (o qualunque altra categoria d’immigrati) ai pitbull assassini, e così via.
Quel che resta a tutt’oggi inspiegato è cosa spinga in determinati periodi determinati allarmi a emergere e altri a restare dominio di pochi specialisti e attivisti.

Dunque, perché proprio ora l’allarme femminicidio, e non cinque o dieci o venti anni fa?
Provo tuttavia ad azzardare alcune ipotesi.
Non c’è dubbio che l’allarme femminicidio germina sull’onda lunga del dibattito sulla condizione femminile in Italia, alla ribalta nel discorso pubblico ormai da qualche anno.
Il nuovo dibattito pubblico sulla donna è partito e si è mosso lungo diversi filoni principali, cavalcati da diverse parti politiche. Tra gli altri: la questione del lavoro, dell’indipendenza economica, delle risorse dedicate in tal senso dallo Stato; la questione dell’immaginario pubblico: le pubblicità, gli spettacoli televisivi, le narrazioni giornalistiche, spesso imputati di “svilire l’immagine della donna”, ridurla a “oggetto sessuale”, a rinchiuderla in “stereotipi”; la questione, non certo di oggi, della violenza sulle donne: la violenza domestica, la violenza sessuale, e le donne uccise.
Questi filoni non sono necessariamente contrapposti e tuttavia, a rischio di tagliare l’analisi coll’accetta, è possibile ricondurli alla destra o alla sinistra, specie nelle contromisure auspicate.
La sinistra ha battuto soprattutto il tasto del lavoro e la richiesta d’interventi pubblici in tal senso (sostegno alla maternità, ecc); ha poi giocato, almeno sino allo scorso governo, e in maniera alquanto spregiudicata, sulla questione dell’immagine femminile, e su una rumorosa condanna alla pubblica esibizione di carni, rumorosa tanto da bordeggiare un moralismo che anche nella stessa sinistra non è stato sempre ben digerito.
La destra tuttavia non è certo stata a guardare, anzi: mi sorprende che spesso si dimentichi come ad esempio la nuova legge sullo stalking e tutta una serie di inasprimenti penali in materia di violenza sessuale siano stati promossi con fervore proprio dal governo Berlusconi e dalla sua ministra Carfagna, forse anche per l’esigenza forte di ripulirsi un’immagine non proprio lindissima, almeno per l’opinione pubblica corrente, in termini di “rispetto della donna”.
Fatto sta che, a qualche mese dal tramonto del governo Berlusconi e del suo licenzioso caravanserraglio, e dal probabile tramonto definitivo di tutto ciò che il berlusconismo ha rappresentato, anche in termini d’immaginario collettivo (quello che parte sin da Drive In e tramite le veline arriva al famigerato bunga bunga), ora la battaglia principe per i diritti femminili è quella sul femminicidio, cioè su fatti atroci esposti all’orrore della pubblica opinione per chiedere nuove fattispecie di reato, inasprimenti delle pene, “carte etiche” per i media, cioè misure di legge, ordine e controllo di tipo sostanzialmente repressivo, per difendere una donna vista come vittima debole bisognosa di tutele speciali.
E dunque, l’allarme femminicidio come vittoria di un discorso di destra?
Forse, ma si deve comunque tener conto che la lotta alla violenza sulla donne è stata e resta una bandiera tradizionale anche della sinistra, con una differenza non tanto sul merito ma sui metodi di contrasto. Laddove la destra chiede sbarre e catenacci, la sinistra solitamente chiede (anche) educazione e una nuova cultura.
Più probabilmente l’allarme femminicidio è un sintomo dei pochi risultati concreti che la grande mobilitazione femminile di questi ultimi anni ha ottenuto ricorrendo a sistemi ordinarî, di qui la necessità di buttare sul piatto carichi più pesanti, di giocare le carte dei cadaveri, del sangue, della morte.
O ancora, forse, si tratta del ricorso a un argomento capace di raccogliere con facilità (chi mai, specie negli apparati mediatici ufficiali, oserebbe sminuire la gravità di una strage di donne?) un consenso altrimenti molto più arduo da ottenere in una situazione piuttosto frammentata.
In ogni caso, l’allarme femminicidio lo vedo soprattutto come segno di disorientamento o comunque debolezza da parte dell’attuale movimento femminil-femminista, dove le proposte concrete o mancano o non riescono ad avere sufficiente efficacia.

Ma non è nemmeno scontato che questo allarme non riesca a contribuire al raggiungimento di qualche scopo, anche se di poco e anche se quelli cui è stato associato restano parecchio fumosi. Come già detto, non si capisce in cosa dovrebbe consistere concretamente la “mobilitazione degli uomini”; “cambiare la cultura del paese” è una frase facile a dirsi ma che in pratica significa tutto e niente.
Forse ci sarà qualche inasprimento delle pene. Ci sarebbero sicuramente già stati se vivessimo non sotto un governo tecnico ma uno politico, uno di quelli solerti nel dimostrare al popolo votante di “fare qualcosa” e combattere il male.
In ogni caso, col tempo, lentamente, forse molto lentamente, non dubito che sulla condizione femminile l’Italia arriverà ad allinearsi agli altri paesi.
Aumenterà l’occupazione femminile. Sempreché tutto il sistema economico non imploda, ovviamente, e allora non resteranno che macerie da raccogliere, per maschî e femmine al contempo.
Un po’ alla volta spariranno quelle pubblicità e immagini pubbliche reputate “lesive della dignità della donna”, “sessualizzanti”, “oggettificanti” e così via. Ma questo è un trend che ormai da tempo coinvolge tutti i paesi industrializzati, e a cui l’Italia si sta solo aggiungendo, da buona ultima.
Gli omicidî di donne tuttavia non caleranno.
Perché, come si è visto, è già fenomeno minimo e ormai stabile da decennî, e slegato dal contesto sociale.
Semplicemente, una volta che saranno risolte le questioni femminili sentite come più pressanti nella quotidianità diffusa (il lavoro, le immagini pubbliche), non se ne parlerà più. Perché allora, dal punto di vista politico, non sarà più un’arma utile cui far ricorso.

Cose turche (e armene)

Quattro pensieri sulla disputa Turchia-Francia, a proposito della criminalizzazione messa in opera da quest’ultima contro chi negherà il genocidio armeno (o presunto tale, appunto per chi lo nega), secondo una legge in approvazione per il prossimo anno (2012).

1)
La definizione di genocidio è tutt’altro che pacifica, gli stessi storici ne dibattono.
C’è il problema della scelta dei parametri (morti, deportazioni, coinvolgimenti delle istituzioni, stato di guerra, risposte delle vittime, tempi di svolgimento, ecc.) e le soglie degli stessi.
Una volta stabiliti parametri & soglie, resta difficile capire se una situazione specifica vi corrisponda o meno.
Per dire: in quel terribile garbuglio che sono stati i conflitti dell’ex Jugoslavia di circa vent’anni fa, dove si fermava la guerra “normale” e dove cominciava il genocidio, o gli eventuali tentati genocidî? La progressiva e imponente contrazione demografica (e disgregazione culturale) dei cosiddetti nativi americani in seguito all’avanzata della frontiera degli Stati Uniti, calo avvenuto nel corso di secoli, possiamo chiamarlo genocidio? Si può parlare di genocidî per epoche in cui tale concetto era assente? E così via.
Non sono problemi semplici. La possibilità di dare una definizione inoppugnabile di “genocidio” è pari a quella di altri concetti storici quali “rivoluzione”, “progresso”, “invasione”, “terrorismo”, e tanti altri, dove giocano più le interpretazioni che i fatti.
Non è facile ma nemmeno impossibile stabilire quanti individui siano morti e dove in un determinato arco di tempo e a opera di chi. Molto di più se per quei morti si tratti di genocidio, o “semplice” strage, o atto di guerra, o esito involontario di altre (pur discutibili) politiche, e così via.
Ma soprattutto: le difficoltà di stabilire e poi applicare dei parametri per individuare i genocidî sono sin dall’inizio intrecciate con le (volute o meno, poco importa) implicazioni politiche del presente rispetto al modo in cui si scrive la Storia del passato, prossimo o remoto.
La definizione e l’individuazione dei genocidî è di per sé opera molto meno neutrale di quanto si vorrebbe o di come viene proposta.

2)
Si capisce quindi perché è poco sensato operativamente (mancanza di criterî oggettivi) e discutibile moralmente (implicazioni politiche attuali) affidare alle leggi dello Stato e alla giustizia dei tribunali la definizione di cosa sia genocidio, e la punizione per chi neghi i fatti storici su che il potere statale riconosce di volta in volta come tali, su cui appone questo bollino di speciale protezione rispetto al dibattito pubblico.
Lo Stato andrebbe ad affermare che su determinati (e non su altri) sanguinosi fatti del passato la sua è l’ultima parola, rispetto cui la ricerca storica e le opinioni individuali non possano e non debbano avere più nulla da aggiungere, obiettare, rivedere.
E come già detto al punto uno: il problema non sta tanto (o solo) dal lato dei fatti, ma primariamente da quello dell’interpretazione.
Molte delle leggi contro i cosiddetti negazionismi non colpiscono, come si potrebbe credere, solo coloro che negano che determinati fatti siano avvenuti, ma anche determinate interpretazioni degli stessi, cioè quelle che sono definite cme “giustificazioni o minimizzazioni”.
Uno storico potrebbe ammettere che, cent’anni fa, l’allora governo Turco fu responsabile della morte di centinaia di migliaia di armeni, ma al contempo potrebbe negare, sulla base di determinate argomentazioni (stato di guerra, situazione non asimmetrica, mancanza di obiettiva volontà politica sterminazionista), che si tratti di genocidio, nel senso tecnico del termine.
La posizione ufficiale turca sulla questione armena è in effetti questa: sono avvenute deportazioni e morti, ma non tali che si possa parlare di genocidio.
Questa posizione del governo turco è sbagliata nel merito e moralmente ripugnante? Può essere. Io non sono uno storico: so pochissimo di quei particolari fatti, non avrei quindi modo di giudicare. Al massimo potrei farmi un’idea vaga. O fidarmi di determinati storici, o di altri, o tener conto della presenza d’opinioni divergenti. Oppure constatare la presenza di un consenso stabilito, e quindi ancora interrogarmi se sia fondato o meno. Eventualmente sollevare i miei dubbî al proposito. E così via.
Ma appunto: di problemi di questo tipo dovrebbero occuparsene storici e studiosi, rispondendo eventualmente alla propria coscienza o alle obiezioni e i dubbî del pubblico generico, ma non ai governi, agli Stati, ai tribunali.

3)
Immaginiamo se, intorno al 2080, la Finlandia stabilisse per legge che è reato negare il genocidio rwandese del 1994.
Cambierebbe qualcosa per le centinaia di migliaia di persone morte in Africa, un evento che allora risalirà a generazioni addietro?
Tanto per capire quanto sia grottesco che un governo, quello francese, legiferi oggi su fatti avvenuti a migliaia di chilometri e quasi cent’anni di distanza.
Ovviamente le implicazioni, come già detto sono altre: le implicazioni della politica-spettacolo dello Stato forte che “combatte il razzismo” e “sta dalla parte delle vittime”, operazione in questo caso a costo minimo, trattandosi di fatti di quasi un secolo fa e d’un altro continente; le implicazioni dei rapporti internazionali (Turchia-Europa; “Oriente”-“Occidente”), un gioco delicato che si muove anche, com’è sempre avvenuto, dietro al codice cifrato dell’appropriazione statale di pezzi di Storia.
La legge che punisce il genocidio ormai dimenticato è come il monumento posto al confine della Grande Guerra, è come la corona d’alloro lasciata ai “caduti della patria”, è come la mostra celebrativa dei popoli sterminati in quelle che ora sono ex colonie, è come il film educativo proiettato nelle scuole su cui poi scrivere un bel tema in classe pieno di pensiero edificanti e di fratellanza per l’umano genere, quelli che il docente vuol sentirsi dire.
Con la differenza che monumenti, corone d’alloro e mostre varie costano, ma almeno non servono a far scattare manette per reati d’opinione.
E poi c’è la questione dei risarcimenti, ineludibile nella temperia odierna, in cui la vittima è sacra e tutto le è dovuto. Un governo che riconosca la responsabilità dei suoi predecessori in genocidî o simili si rassegna a spalancare la porta a parenti e, in questo, discendenti, pronti a chiedere compensazioni. Cospicue compensazioni, com’è regola del caso.
E qui mi chiedo: ha davvero senso che un individuo riceva tanto denaro o beni da poter permettersi di non lavorare per il resto della propria vita per fatti, per quanto deplorevoli, subiti dal nonno o dal bisnonno, parenti che magari non ha nemmeno mai conosciuto?
Forse converrebbe anche a me lanciarmi sùbito alla ricerca di qualche antenato perseguitato…

4)
La controparte della Francia che vuole vietare il negazionismo del genocidio armeno non è la Turchia che non riconosce tale genocidio.
La controparte è il famoso (o famigerato) Articolo 301 del codice penale turco che punisce gli insulti alla Turchia o a tutto ciò che è turco.
Ne è il complemento, opposto nei contenuti ma uguale nello spirito, nelle origini, negli obiettivi.
Si tratta in entrambi casi di leggi secondo cui il potere pubblico debba e possa avere la prima e ultima parola su questioni di opinioni e interpretazioni, storiche e non.
Si tratta, fondamentalmente, di leggi che stabiliscono reati d’opinione, di leggi che si giovano degli strumenti coercitivi della forza pubblica, strumenti reali, attuali e presenti, usati contro rischî paventati e incerti di violenze future (il razzismo, la disgregazione nazionale), attraverso la chiusura d’autorità di eventuali dibattiti su violenze del passato lontano, se non remoto.
Si tratta di leggi non dissimili, anzi, identiche nello spirito a quelle sul vilipendio alla bandiera, sulla lesa maestà, o su bestemmie e blasfemia laddove le religioni piegano al proprio servizio il potere pubblico.
E non stupisce giungano da paesi, Francia e Turchia, dove particolarmente forte, all’origine, storicamente e ancora oggi, è l’idea moderna che lo Stato sia e debba costituire una religione civile, fatta di altari, simboli, cerimonie, atti di fede pubblici e pubblici sacrifici.

Meanwhile, in the United States of America… 2/2

(alla prima parte)

“Quei ragazzi che agli incontri facevano il tifo per me, ora mi consideravano un rifiuto, ” racconta Frank, seduto al tavolo di un ristorante messicano alla periferia della città. È domenica pomeriggio, ha lavorato tutto il fine settimana, come falegname a contratto.

Dopo aver passato una notte in cella, ancora adolescente, Frank ha incontrato il suo avvocato d’ufficio, Mary Hennessy: “Mi disse che, se si fosse arrivati a processo, avrei rischiato dai due ai vent’anni. Io non riuscivo a crederci.” L’avvocato consigliò a Frank di patteggiare, ammettendo la sua colpevolezza, in modo da ottenere sette anni di libertà vigilata. Lui seguì il consiglio.

Hennessy afferma, oggi, che lei non ritiene corretto marchiare Frank come un criminale sessuale, ma lo Stato ha il dovere di difendere i bambini. Le autorità locali non potevano ignorare la denuncia contro Frank, afferma, anche se la madre di Nikki aveva tentato di ritirarla.

Una volta marchiato come criminale sessuale, Frank si trovò alle prese con una sequela di restrizioni. “Non potevo parlare con Nikki. Non potevo entrare nei ristoranti, nelle piscine pubbliche, negli stadî… in qualunque posto potessero esserci dei bambini,” racconta. “Non potevo votare. Non potevo lasciare la contea senza un permesso. L’agente incaricato di seguirmi in libertà vigilata mi diceva: “Guarda anche solo una donna nel modo sbagliato, e rischi di finire in galera.”

Frank non ha dovuto andare in prigione. Doveva effettuare 350 ore di servizî per la comunità (raccogliere l’immondizia, falciare i prati) e partecipare a consulenze settimanali insieme a condannati per crimini sessuali e pedofili. Dovette anche abbandonare casa sua, visto che ci viveva una ragazzina di dodici anni: sua sorella.

Suo padre lo aiutò ad affittare un locale, ma Frank racconta di essere caduto in depressione. Appena diplomato, aveva in mente di frequentare una facoltà di tecnologia vicina a casa. E invece, racconta, “mi rinchiusi nel mio appartamento senza più uscirne. La mia vità si fermò.” Dopo alcuni mesi, parlò clandestinamente al telefono con Nikki, che gli disse che l’avrebbe aspettato. “Per me, questo significava tutto, ” racconta Frank. Fece in modo di trovare un lavoro con l’aiuto di un amico il cui padre aveva una ditta edile. Cominciò a ristrutturare una casa di proprietà della nonna, e si trasferì lì. Il giorno in cui Nikki compì diciassette anni lei lo raggiunse. Il reincontro fu emozionante, perché anche Nikki aveva dovuto tenere duro per almeno un anno: il rapporto con sua madre si era gravemente deteroriato.

Nonostante le insolite circostanze, il legame tra Nikki e Frank era diventato più forte. “Non avevamo nulla… ma non avevamo bisogno di nulla,” racconta Frank. “Eravamo insieme.” Nikki terminò la scuola, trovò un lavoro nell’amministrazione della contea, dov’è ancora oggi; e due anni più tardi i due si sposarono. La loro prima figlia è nata circa due anni dopo. Ma dato che Frank era ancora in libertà vigitale, per lui era illegale vivere nella stessa casa della neonata. Ci viveva contro la legge, comportandosi da recluso e vittima di paranoie, sempre preoccupato di essere arrestato. “La mia personalità è cambiata, ” dice. “Di solito ero l’anima delle feste. Adesso non voglio più uscire di casa.” Una seconda figlia è arrivata un anno più tardi.

Nel 2003, la libertà vigilata di Frank terminò, e potè vivere legalmente con le proprie figlie. Tuttavia, ogni anno deve presentarsi alla stazione di polizia, il giorno del suo compleanno, per registrarsi come criminale sessuale. Nikki ha fatto pressioni sui responsabili della giustizia locale – giudici, procuratori distrettuali – per far rimuovere il nome di Frank, ma senza successo. Semplicemente Frank non rientra nei parametri della legge del Texas, secondo cui per evitare di finire sul registro l’imputato non deve avere più di tre anni di differenza rispetto al partner che sia minore. Frank ha tre anni e due mesi più di Nikki. Inoltre la legge afferma che l’imputato può evitare il registro se ha meno di diciannove anni e il partner ne ha più di tredici al momento dell’atto sessuale. Nikki ne aveva quindici. Ma anche in questo caso Frank ha la peggio: ne aveva diciannove.

Nikki e Frank sono entrati in contatto con attivisti, hanno viaggiato sino alla capitale di Stato dove hanno ottenuto una pubblica udienza. Ma Frank resta ancora sul registro del Texas, e il suo reato è descritto come “aggressione sessuale contro un bambino”.

In anni recenti, sono stati lanciàti almeno cinquanta movimenti popolari con l’obiettivo di cambiare le leggi sui reati sessuali. Madri sconvolte per essersi ritrovate i figli sul registro per atti sessuali in adolescenza, sottolineano che i giovani sul registro hanno difficoltà a farsi ammettere dalle università e a trovare lavoro, e spesso si scontrano con restrizioni sulla residenza: ad esempio il divieto di vivere entro mille piedi [circa trecento metri] dalle scuole. Sono spesso fatti bersaglio di persecuzioni, se non peggio: un giovane del Maine, William Elliott, sul registro per essere andato a letto con la sua ragazza quindicenne quando aveva diciannove anni, è stato ucciso nel 2006 da un giustiziere fai da te. L’assassino aveva trovato il nome di Elliott sul registro, e aveva deciso di andare a caccia dei criminali sessuali prima di uccidersi con un colpo d’arma da fuoco.

Alcuni gruppi popolari sono discutibili, visto che premono perché siano allentate le restrizioni nei confronti di tutti i criminali sessuali, violenti o meno. Ma molti gruppi sono formati da madri di giovani amanti. Tonia Maloney, che guida le Voci dell’Illinois [Illinois Voices], afferma che il suo gruppo comprende almeno settantacinque madri di figli che si trovano sul registro per atti sessuali consensuali avuti nell’adolescenza. Francie Baldino, che guida i Cittadini del Michigan per la Giustizia [Michigan Citizens for Justice], afferma che il suo gruppo è formato da circa trenta madri nella stessa situazione. Entrambe le donne sono diventate attiviste dopo che i proprî figli adolescenti sono stati arrestati per aver avuto sesso consenziente.

Persino bambini sotto i dieci anni d’età sono stati registrati, afferma Cheryl Carpenter, avvocato del Michigan. Cheryl riporta il caso di un ragazzino di nove anni finito sul registro per i più giovani, registro non pubblico, per avere “giocato al dottore” con una bambina di sei anni. Attualmente il suo nome può essere rimosso dal registro, grazie a una nuova legislazione dello Stato, promossa dagli attivisti. Un caso simile è attualmente in corso presso i tribunali del Winsconsin, dove un bambino di sei anni è imputato per aver aggredito sessualmente una bambina di cinque: i bambini, così è stato riferito, hanno affermato di stare “giocando al dottore”.

Carpenter, che ha lavorato per liberare dal registro undici adolescenti (tutti condannati per reati sessuali nei confronti di minori), attualmente è parte del consiglio consultivo della Coalizione per un Registro Efficace [Coalition for a Useful Registry], un movimento popolare lanciato da due madri del Michigan. Carpenter stima che il gruppo comprenda centocinquanta madri i cui figli sono sul registro per atti sessuali durante l’adolescenza. Alcuni di loro, afferma, attualmente, con le nuove leggi dello Stato possono fare richiesta di essere rimossi dal registro.

Gli attivisti sottolineano anche che l’età del consenso varia da Stato a Stato (andando tra i sedici e i diciotto anni), per cui fare sesso può essere reato in alcuni Stati ma non in altri. Gli attivisti affermano che non è loro intenzione difendere il sesso fatto in età adolescenziale, ma che in effetti una consistente percentuali degli adolescenti sono sessualmente attivi: uno studio a livello nazionale del Centro per il Controllo sulle Malattie [Centers for Disease Control] mostra che il 28% delle ragazze tra i quindici e diciassette anni hanno fatto sesso.

Negli anni più recenti, i gruppi popolari si sono adoperati perché molti Stati passassero leggi pensate per aiutare gli studenti delle scuole superiori. Le cosiddette “Leggi di Romeo e Giulietta” [Romeo and Juliet Laws] hanno l’obiettivo di ridurre o eliminare le pene per gli atti sessuali consenzienti con minore, sempre che la differenza d’età nella coppia sia minima, e che altri parametri siano rispettati. Se queste leggi sono state d’aiuto in molti casi, affermano gli attivisti, spesso i giovani si ritrovano esclusi dai parametri richiesti nel proprio Stato.

Nel 2009 in Texas gli attivisti sono riusciti a ottenere dai legislatori l’approvazione di una proposta di modifica di legge, che potrebbe aiutare Frank Rodriguez. Ma quando la proposta ha raggiunto la scrivania del governatore, Rick Perry, questi ha imposto il suo veto. La scorsa primavera una versione corretta della proposta è tornata di nuovo sulla scrivania del governatore. E questa volta, a fine Maggio, l’ha firmata. La proposta diverrà legge in Settembre e, per la prima volta, darà a Frank la possibilità di richiedere al tribunale di rimuovere il proprio nome dal registro.

Stando alla nuova legge, l’imputato può fare questa richiesta se aveva non più di quattro anni d’età rispetto al partner e se questi aveva almeno quindici anni. Per Frank questa può essere la fine di un viaggio frustrante durato quindici anni, un viaggio che ha provocato tensioni su entrambi i lati della sua famiglia. Come sottolinea Nikki, “il rapporto con mia madre non è più stato lo stesso.”

Sua madre conferma. “Trascorro ogni giorno portando questa colpa con me. E ancora non sappiamo che effetto avrà tutto ciò sulle loro figlie, ” afferma, riferendosi alle proprie nipoti. “I bambini sanno essere molto crudeli.”

Le bambine ancora non conoscono la storia dei loro genitori, anche se qualche sospetto ce l’hanno. “Ci sentono che ne parliamo, ” afferma Nikki, mentre sua figlia gira per il soggiorno in un sabato sera. “Sanno che c’è qualcosa dietro. Un giorno mia mamma era venuta qui e Layla, mia figlia di sette anni, le ha chiesto: ‘Perché hai mandato mio papà in prigione?'”

“È davvero difficile per Frank,” aggiunge Nikki, raccontando come loro due debbano ogni volta, anno dopo anno, spiegare la loro situazione: agli insegnanti, ai datori di lavoro, ai genitori delle amiche delle figlie. “Frank si chiede sempre cosa pensino gli altri.” Di recente, la famiglia si è trasferita, sempre all’interno della cittadina, e i bambini dei vicini venivano a casa loro tutti i giorni, finché improvvisamente non lo fecero più. “Ci chiediamo se i loro genitori non abbiano consultato il registro,” dice Nikki. “Ma sono cose che non potremo mai sapere.”

Quando Nikki e Frank hanno saputo che il governatore ha firmato la nuova legge, quasi non riuscivano a crederci. Attualmente stanno cercando un avvocato per presentare la domanda in tribunale, e ancora esitano a festeggiare per la loro libertà. “Ci crederò solo quando lo vedrò”, dice Frank.