Il pollo

Con Pensare altrimenti Diego Fusaro, il filosofo ribbbelle scaglia un furibondo (e assai ripetitivo) attacco al capitalismo, al libero mercato, al liberismo, eccetera, colpevoli a suo dire d’aver annullato (rio destino!) in una pappa indistinta e anonima tutte le possibili differenze tra individui, famiglie, comunità, nazioni, un tempo gagliarde e vive, oggi sbiadite e amorfe.
Lo fa con un librettino pubblicato da Einaudi; Einaudi che è proprietà di Mondadori; Mondadori che a sua volta è proprietà di (nientemeno) Silvio Berlusconi.
E qui sta l’inghippo.
Delle due l’una: o il capitalismo, qui rappresentato dal Berlusca, è così pollo da vendere la corda concettuale con cui presto o tardi rischia di finire realmente impiccato; o il pollo è l’autore, che non si rende conto di come le sue parole siano in qualche modo spuntate.
Considerando la sorte analoga di altri libri di altri autori dello stesso fiorente genere (da Naomi Klein a Latouche e giù giù sino al nostro Fusaro), mi verrebbe da dire ciò: che il libero mercato è così potente e flessibile da riuscire a trasformare in merce persino il genere letterario dell’anticapitalismo. I libri anticapitalisti fanno parte del mercato delle idee, si vendono, producono fatturato, permettono accumulazione di capitale. Nel frattempo, là fuori nel Mondo, fuori delle biblioteche e delle librerie dei rivoluzionarî, il neoliberismo è più forte che mai, ogni giorno che passa.
E allora forse il pollo non è né l’editore né l’autore (entrambi ci guadagnano). Forse il pollo è il lettore.

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Meglio non essere mai nati?

ArtofSuppression

David Benatar
Better Never to Have Been – The Harm of Coming into Existence
Oxford University Press, USA, 2008 (256 pp.)

Meglio non essere mai nati, dice il sudafricano Benatar.
Lo fa con un solido (almeno nell’intento) libro di filosofia analitica, non con piagnistei di stampo continentale sul destino rio che opprime le umane genti.

Attenzione, però.
Il titolo può trarre in inganno: il libro non vuole difendere il suicidio, che considera solo incidentalmente, bensì promuovere l’antinatalismo.
Benatar distingue difatti tra vite degne d’essere vissute e degne d’essere iniziate; e fa notare come la distinzione sia già patrimonio del pensiero comune: molti scelgono di continuare a vivere anche con gravi menomazioni, ma altrettanti esiterebbero a mettere al mondo figli con le stesse identiche.
Benatar parte da qui per cercare di dimostrare razionalmente che è dovere morale non mettere al Mondo nessun essere umano (anzi, nessun essere cosciente) perché esistere è comunque un danno rispetto al non venire all’esistenza.
Vivere è un male e prevenire è meglio che curare.
Il ragionamento non è nemmeno troppo complesso: per Benatar esisterebbe un’asimmetria tra chi esiste e chi non esiste rispetto ai beni e ai mali; in particolare chi non viene all’esistenza evita i mali, e questo è un bene, ma non sarebbe un male che in tal modo sia anche privato di possibili beni. Lo dimostra anche il fatto, secondo l’autore, che comunemente non si considera un dovere portare alla luce chi potrebbe godere di molti beni; proprio perché tale privazione non è un male.
La conclusione è che sarebbe sempre meglio evitare di portare all’esistenza nuovi individui: tanto, non esistendo, non ci perderebbero nulla, proprio perché non esistono; mentre esistendo, subirebbero comunque dei danni, per piccoli che siano.

Benatar concede che si possa comunque operare dei bilanci tra i beni e i mali di una vita, e che potrebbe essere accettabile portare all’esistenza individui la cui vita contenga più beni che mali.
Tuttavia ritiene che di norma la vita sia molto peggio di quanto si creda. Questa è la parte più debole del libro, tra l’altro una parte piuttosto ampia, in cui ricorre ad argomenti psicologici di dubbio valore (come del resto tutti gli argomenti psicologici): secondo Benatar, che parla di “sindrome di Pollyanna”, chi afferma di essere soddisfatto della propria esistenza s’inganna e non ha un giudizio obiettivo sulla quantità di mali da cui essa è affetta. Come si possa parlar di mancata obiettività rispetto ai mali e ai beni della propria vita, a me sfugge.

Mi stupisce poi che Benatar non consideri, se non di sfuggita, un argomento che personalmente considero molto forte contro la moralità dell’esistere, ovvero non il danno che si provoca a sé stessi bensì ad altri, umani o animali che siano.
Piaccia o meno, già il mero sussistere di un essere vivente riposa sulla distruzione e la consumazione, spesso condotti con elevati livelli di sofferenza, di altri viventi, e in numero non piccolo. Pare pure che tra tutte le specie viventi l’essere umano sia l’unico a porsi il problema su come sopravvivere senza far troppo male ai suoi simili e ad altri esseri viventi, e questo solo in tempi relativamente recenti… e non nemmeno è chiaro con quanto successo concreto.
Mettere al Mondo un nuovo individuo forse significa, come dice Benatar, produrre qualcuno che subirà inevitabilmente dei danni; a me sembra ben più certo che il nuovo venuto di danni ne produrrà ad altri, che lo si voglia o meno. E non so fino a che punto questi danni possano davvero venir ridotti in maniera accettabile.
Da questo punto di vista forse, sì, corpi celesti d’assoluto silenzio come Mercurio o Plutone potrebbero esser visti come “migliori” rispetto alla sanguinosa Terra.

Se per Benatar mettere al mondo figli è sempre un torto nei confronti degli stessi, non invoca tuttavia leggi draconiane e coercitive che impongano sterilità o aborti universali.
Il suo è più che altro un appello morale all’estinzione volontaria dell’umanità, possibilmente operata per gradi, in modo da garantire meno sofferenza possibile agli ultimi uomini che, soli e privi di sostegno, avrebbero l’impegno di segnare la parola fine sull’ultima pagina della nostra specie.
A muovere Benatar non è l’anelito “misantropico” di certa ecologia, quella che sostiene che l’uomo sia talmente dannoso per l’ambiente che sarebbe meglio eliminarlo dalla faccia della Terra; bensì, dice, un intento “filantropico”: cessare la riproduzione umana per salvare dal danno dell’esistere le possibili future generazioni.
Tuttavia Benatar in più punti afferma come esistere sia un danno non solo per gli esseri umani, ma per tutti gli esseri viventi in grado di avere un grado minimo di percezione dell’esistere, cioè, pare di intendere, anche determinate specie animali.
Se il suo è un appello benintenzionato, non è chiaro perché l’uomo dovrebbe egoisticamente avvantaggiarsi della possibilità dell’estinzione volontaria, abbandonando a se stesse tutte le altre specie animali, che prolificherebbero come sempre hanno fatto, portando in tal modo all’esistenza, e quindi danneggiando, la propria prole.
Forse Benatar non tocca questo punto perché, a suo dire, se esistere è un male, ritiene che pure uccidere lo sia. Benatar non vuole esaltare l’omicidio, tutt’altro. L’unico mezzo lecito per evitare il male d’esistere è non creare nuovi individui. Eventuali sterminî di massa privi del consenso degli interessati li ritiene moralmente errati.
Tuttavia, dico io, a differenza dell’uomo, gli (altri) animali, restano totalmente in balìa dell’esistere. Sarebbe quindi interessante sapere se, secondo Benatar, sarebbe lecita, oltre all’estinzione volontaria della specie umana, anche una concomitante generosa opera di sterilizzazione totale del pianeta Terra.
Magari sbaglio, ma forse è la sua spiccata prossimità a tematiche tipiche dell’animalismo che lo tiene alla larga da simili conclusioni.

Trovo infine curioso che non prenda in considerazione la seguente possibilità.
Per Benatar uno dei maggiori problemi dati dall’esistere è la sofferenza. A tratti ne sembra quasi ossessionato.
Ebbene, l’Universo è tutto tranne che piccolo, e altrettanto è vasto l’arco del Tempo (e teorie minoritarie ritengono che entrambi potrebbero essere addirittura infiniti). Se l’esistenza di creature coscienti è, come afferma, Benatar, un danno per le stesse, l’eventuale estinzione volontaria della specie umana quanta differenza può fare sul totale dell’Universo, dei miliardi delle sue galassie e dei miliardi e miliardi di pianeti che possiamo immaginare carichi di vita, ovvero, dal suo punto di vista, di danno e sofferenza?

L’arte del divieto

ArtofSuppression

Christopher Snowdon
The Art of Suppression – Pleasure, Panic and Prohibition since 1800
2011

Il libro di Snowdon insegna che ogni proibizionismo ha una storia a sé, ma se proprio si vuole trovare una regola comune è che viene vietato ciò che non può difendersi.
Considerazioni di salute, dannosità e via dicendo non sono il principale fattore in gioco.
A parità di danno, se una pratica sociale è sufficientemente diffusa avrà buone possibilità di resistere ai tentativi di divieto, o addirittura di non suscitarne.
Ciò che è minoritario, invece, avrà la peggio.
Vige la legge del piú forte, sarebbe da dire, e proprio dove si dichiara di difendere i deboli.

Un buon esempio è quello del Proibizionismo per antonomasia: anni Venti, Stati Uniti, alcoolici.
Viene approvato sull’onda delle misure d’emergenza del tempo di guerra e dura solo una decina d’anni o poco più perché tanta parte della popolazione non era granché “convinta” della bontà del divieto, cioè beveva ancora parecchio, e continuò a farlo anche anche in regime di divieto.
Com’è noto, a beneficiarne fu la criminalità, ma quando giunse la Grande Depressione questo non era più tollerabile: il proibizionismo costava e non sortiva effetti. Quindi si fece marcia indietro.
Rapporti di forza, appunto.
Difatti, nel caso degli (altri) stupefacenti, dall’eroina sino alle più recenti droghe sintetiche, il consumo è stato a lungo molto meno diffuso e culturalmente meno radicato degli alcoolici, e questo nonostante molti stupefacenti abbiano costi sanitarî e sociali di gran lunga inferiori al bere. Conseguenza: il moderno probizionismo delle droghe comincia grossomodo a inizio Novecento e prosegue sino ai giorni nostri. Oltre un secolo, con celle e prigioni particolarmente piene soprattutto negli ultimi trenta-quarant’anni.

Snowdon conclude il suo libro in maniera molto chiara, ovvero con un appello alla decriminalizzazione degli stupefacenti.
Il dibattito in materia è ancora assai acceso, e c’è chi nega recisamente i vantaggi di una depenalizzazione in termini di salute pubblica, benessere sociale, lotta alla criminalità.
Personalmente concordo con Snowdon.
L’autore, inoltre, distingue tra decriminalizzazione e legalizzazione, caldeggiando più la prima che non la seconda. La seconda, afferma, abbasserebbe talmente il prezzo delle sostanze da renderle praticamente diffuse ovunque, e forse questo, almeno per quelle più pesanti, non sarebbe comunque una buona idea.
È ribadito comunque che l’approccio punitivo resta controproducente.

Resta la domanda sul perché, nonostante i suoi evidenti fallimenti, il proibizionismo attecchisca così facilmente nelle politiche pubbliche e nell’opinione comune.
Snowdon nota che, a tutt’oggi, le sostanze psicotrope legali e non soggette a controllo medico, cioè sostanzialmente libere, sono solamente tre: caffeina, alcool, nicotina. E le ultime due stanno subendo un assedio non da poco, che potrebbe tradursi in un divieto nel medio termine.
Sarebbe facile ricorrere a spiegazioni di tipo psicologico o culturale. Personalmente non mi convincono molto.
Le prime somigliano troppo alla ricerca di un capro espiatorio identificato con gli individui dotati di una mentalità punitrice e intransigente. Una ricerca in cui percepisco una mentalità non cosí dissimile da quella del proibizionista.
Ma una spiegazione culturale forse non è da scartare del tutto. Negli ultimi duecento anni le forme di proibizionismo piú severe e duratura provengono dai paesi anglosassoni, soprattutto dagli Stati Uniti. Si potrebbe pensare: perché sono i paesi dominanti a livello globale. Eppure, ad esempio, il Proibizionismo sull’alcool si ebbe negli Stati Uniti e non nel Regno Unito, nonostante diversi tentativi d’espostarlo dai primi al secondo, e ai tempi in cui Londra possedeva il piú grande impero della storia.
La spiegazione culturale, dunque, chiamerebbe in causa le particolari forme di cristianesimo protestante diffuse negli Stati Uniti, la cui rigida morale si replicherebbe per osmosi anche nei movimenti laici o progressisti di riforma sociale.

Per quanto riguarda il futuro dei proibizionismi, Snowdon si dichiara molto pessimista.
Già ho detto che segnala come a tutt’oggi solo caffeina, nicotina e alcool restino tutto sommato legali.
Per quanto riguarda gli stupefacenti, in particolar modo quelli leggeri, credo invece che si sia sull’orlo di un cambiamento.
L’uso è ormai diffuso presso una buona parte della popolazione, e il proibizionismo piú rigido in materia fatica sempre piú a esser compreso.
Quest’anno, 2013, Colorado e Oregon hanno approvato, tramite referendum, la depenalizzazione della cannabis; altri stati credo che seguiranno negli anni a venire.
Il governo federale sta inoltre meditando un allentamento delle politiche di carcerazione draconiana, specialmente in materia di stupefacenti, che sono state invece dominanti a partire da fine anni Settanta e inizio Ottanta.
La crisi economica morde e non è piú cosí facile sprecare miliardi di dollari in ottuse politiche legge-e-ordine per soddisfare l’elettorato conservatore o quello semplicemente impaurito.

Non è mai facile decifrare, nel procedere della Storia, dove penda il bilancio tra divieti e libertà.
Sicuramente si può dire che spesso all’aprirsi di nuove libertà sorgono in parallelo nuovi divieti, fino a poco tempo prima insospettati, ma sempre percepiti come giusti e validi al loro imporsi.
In questo momento di transizione non trovo implausibile immaginare un futuro prossimo in cui gli stupefacenti leggeri saranno d’uso libero o quantomeno controllato, ma sarà vietato il consumo di tabacco, e severamente sorvegliato quello di “cibi non sani”.
Dubito però che i nuovi proibizionismi avranno piú successo di quelli vecchî, perlomeno rispetto agli obiettivi dichiarati…

Bullismo in Giappone – Un approccio antropologico

Libro sul bullismo in Giappone.
L’autore si chiama Sugeno Tateki (菅野盾樹) mentre il titolo, tradotto, suona Bullismo – Antropologia della classe scolastica (いじめ 学級の人間学).

Già pubblicato nel 1986, questa è una versione ampliata del 1997. In realtà è identica a quella precedente, non fosse per l’aggiunta di tre capitoli che, tra l’altro, si limitano quasi solo a ribadire il già scritto.
L’autore è laureato in filosofia e docente della stessa.
Forse è per questo che le quasi trecento pagine del volume sono soprattutto libere riflessioni sull’argomento, a volte estrapolate da aneddoti di fonte giornalistica, molto più di rado confortate da statistiche, tra l’altro citate in maniera molto rapida e a conferma delle tesi dell’autore.
Insomma, le basi empiriche sono esili, ma c’è da dire che tutto questo lo stesso autore lo ammette nella postfazione, anche se un po’ di soppiatto.

Nonostante lo spessore (fisico) del volume, la tesi principale è riassumibile in pochi concetti. Stando all’autore il bullismo scolastico nasce dall’incontro di due fattori:
1) Una tendenza intrinseca nella socialità umana alla persecuzione degli elementi minoritarî del gruppo
2) Il sistema scolastico di massa, organizzato per gruppi omogenei (le classi scolastiche) e irregimentati.
Il secondo fattore, storico, amplificherebbe il primo, transtorico, portandolo agli eccessi che la cronaca giornalistica tanto volentieri racconta.
Personalmente potrei condividere l’idea, ma resta il già citato problema della carenza delle basi empiriche.
Per quanto riguarda il primo fattore, Sugeno si rifà all’antropologia strutturalista, in particolare a Edmund Leach, esplicitamente citato: l’uomo classificherebbe le cose del Mondo (ad esempio gli animali) basandosi sull’individuazione di elementi ambigui, non classificabili, simbolicamente identificati con la sporcizia e l’impurità, i quali assolverebbero una funzione di capro espiatorio utile per mantenere compatto il gruppo. L’autore riporta quindi numerosi casi di bullismo in cui le vittime verrebbero appunto identificate come sporche o impure, o perseguitate tramite “rituali” che ribadirebbero tali etichette.
C’è da dire che pur di far rientrare tutti i casi in questo schema alcuni esempî risultano un po’ tirati pei capelli, cosa tipica delle spiegazioni monocausali…
Probabilmente anche per questo nel libro non c’è traccia alcuna di analisi differenziali: in base al tipo di scuola, o alla geografia (città vs provincia), o al reddito, o all’ambiente familiare, o al genere, o alla fascia d’età e così via. Ma questo è tipico di molta intellighenzia giapponese, che percepisce come scontata l’omogeneità sociale nipponica; o forse è tipico in genere degli studî sul bullismo, non solo nipponici.
È un peccato, perché prima di concludere che il bullismo è tipico della natura umana e/o dell’ambiente scolastico, sarebbe proprio da verificare se sia o meno uniformemente diffuso in tutte le scuole, in tutti i gradi scolastici, a parità di reddito, di area geografica e così via…

Due punti notevoli invece differenziano il lavoro di Sugeno da altri consimili.
Il primo è la definizione del bullismo come una forma di discriminazione (差別).
Un’impostazione originale, che in parte rivela l’approccio progressista dell’autore, e che lo porta a includere come bullismo anche quei casi in cui la vittima non soffre o addirittura non si percepisce come tale. È un’impostazione verso cui provo molte perplessità, come sempre quando si parla di vittime inconsapevoli di esserlo, da definire come tali da terzi (di solito in posizione d’autorità).
Il secondo punto è l’insistenza dell’autore sul ruolo degli insegnanti.
Ma non nel senso di responsabilità, bensì di partecipazione al bullismo, come istigatori, o perpetratori o anche (più di rado) vittime.
Qui Sugeno fa una delle poche annotazioni storiche sul dibattito giapponese riguardo al bullismo: se inizialmente (a partire dai primi anni Ottanta) si parlava soprattutto delle vicende, del retroterra, del carattere di bulli e bullizzati, da un certo punto in poi invece si è levato un fuoco di fila spietato contro scuole e docenti, rei principali per non prevenire (se non direttamente insabbiare) il bullismo. Questo tipo di pretesa perché gli insegnanti perché “facciano qualcosa” Sugeno non la vede di buon occhio: presupporrebbe irrealisticamente un ruolo neutro e gestionale da parte dei docenti nei confronti della classe scolastica e di quel che vi succede, ruolo che invece, secondo l’autore, è fin dall’inizio di inevitabile coinvolgimento non neutrale. L’insegnante non può essere arbitro, perché già giocatore.
{ Piccola divagazione. L’annotazione storica sulla messa in accusa della scuola la trovo molto interessante. Personalmente la vedo come probabile sintomo locale di un fenomeno trasversale a molti paesi industriali avanzati, cioè un forte e crescente conflitto tra gestione privatistica (e non più comunitaria) dei figli e gestione pubblica degli stessi, in questo caso da parte di scuole e insegnanti: la rabbia e il sospetto preventivo verso la scuola che insabbia il bullismo, i feroci processi mediatici contro insegnanti maltrattanti o abusanti (spesso ingiustamente accusati), l’intolleranza genitoriale verso il docente che assegna il brutto voto al pargolo potrebbero essere visti tutti come sintomi del logoramento, in alcuni casi della rottura comunicativa tra spazio privato familiare e realtà pubbliche. Ma il discorso sarebbe molto più ampio. }

Tornando in argomento, le soluzioni al bullismo prospettate da Sugeno sono di due ordini.
Una soluzione radicale, di sapore quasi libertario, consisterebbe nello smantellare il sistema scolastico.
Se è la scuola a far da brodo di coltura per le peggiori forme di quel bullismo in nuce dell’umano consorzio, si elimini la scuola.
Qui Sugeno fa notare che, dopotutto, la scuola di massa è un’istituzione relativamente giovane (in Giappone, come in molti altri paesi, data all’ultimo quarto del XIX secolo), e nulla obbliga a immaginarla come eterna. Sugeno non sta facendo proposte nuove: la descolarizzazione della società è stata sostenuta almeno a partire dagli anni Settanta da numerosi pensatori, di cui Ivan Illich resta forse solo il più noto.
Sugeno si rende tuttavia conto di come una descolarizzazione sia difficilmente realizzabile nell’attuale.
La seconda soluzione consiste quindi in interventi e iniziative che in qualche modo tamponino e prevengano le degenerazioni peggiori del bullismo.
Per Sugeno il sistema migliore è che nelle scuole di bullismo se ne parli, se ne parli agli studenti e tra gli studenti: portare a galla il problema, estrarlo dal subconscio collettivo rendendolo visibile alla consapevolezza dei ragazzi, vittime e aggressori, sì che si possa sciogliere.
Dopo aver sottolineato che anche gli aggressori vanno ascoltati, perché vittime della propria emotività, e anch’essi sofferenti nel bullismo, Sugeno ribadisce la sua perplessità nel dare agli insegnanti stessi gli strumenti di contrasto, vedendo con più favore l’introduzione nelle scuole di consulenti esterni specializzati. In ogni caso l’autore sostiene con una certa chiarezza l’inefficacia, anzi, la dannosità di soluzioni di tipo disciplinare e autoritario. Probabilmente è anche da questo che deriva la sua sfiducia nel ruolo del docente.
Tra l’altro, credo che in questa seconda soluzione emerga ancor più l’approccio progressista o, meglio, liberal di Sugeno, che va a ricalcare concetti e termini tipici dell’approccio “di sinistra” anglosassone alle questioni sociali: “creare consapevolezza” (raise awareness), “migliorare l’autostima” dei ragazzi (improve self-esteem) e così via.
Se condivido il rigetto per soluzioni di tipo autoritario, non posso tuttavia tacere una certa perplessità per quelle di stampo per così dire culturale, spesso belle dichiarazioni d’intenti ma scarsamente incisive sul piano concreto, con la loro convinzione che bastino le parole per (o siano le stesse a) cambiare la realtà.
In ogni caso l’autore accenna anche ad alcuni interventi concreti per rendere meno totalizzante il sistema scolastico giapponese, tra cui la riduzione delle dimensioni delle classi (che in Giappone arrivano tranquillamente a contare anche quaranta alunni), o una maggior facilità per i ragazzi nel cambiare scuola.

Del tutto assente dal libro, invece, un’interrogazione (che personalmente troverei basilare) sui motivi per cui la società odierna, dapprima in Giappone e pochi altri paesi e in seguito nel resto del Mondo, ha sviluppato questo vivo interesse, a volte quasi ossessivo, per bullismo e tematiche affini.
Interessante invece, dal punto di vista storico, l’accenno (nei capitoli aggiuntivi del 1997) su come fu a metà anni Novanta che in Giappone ci si accorse con sorpresa che anche in altri paesi (l’autore nomina Svezia e Regno Unito) si conducessero da tempo ricerche sul bullismo. L’Italia e gli Stati Uniti ci sarebbero arrivati solo diversi anni dopo.

Gerarchie del pensiero

Françoise Héritier
Dissolvere la gerarchia – Maschile/Femminile II
302 pp., Raffaello Cortina Editore, 2004
(Masculin-Féminin II. Dissoudre la hiérarchie, 2002)

***

Il libro è una raccolta di articoli precedentemente pubblicati altrove, o interviste rielaborate.
Le ripetizioni sono parecchie, e la cosa non è piacevole.
Inoltre, manca un indice analitico.
Questo riguardo alla confezione editoriale.

Passando ai contenuti.
Il libro fornirebbe dati e spunti anche interessanti sulla diseguaglianza tra uomo e donna, una diseguaglianza storicamente gerarchica, portando anche alcune proposte e idee per superarla.
Spunti e proposte che, in alcuni casi, pure condividerei, anche se con gradazione variabile. In ogni caso resta sempre utile confrontarsi con prospettive più o meno nuove, o diverse dalle proprie.

Il problema è che le fondamenta del volume sono molto fragili, se non assenti.

L’autrice sembra ignorare del tutto un minimo di rigore metodologico.
Sciorina informazioni in lungo e in largo, spaziando tra continenti e millenni, ma riporta troppo di rado le fonti dei suoi dati. E quando le fonti ci sono, molto spesso sono articoli giornalistici… mai avrei creduto di leggere una studiosa universitaria che definisce il giornalismo di massa “parola degna di fede”, da usare come fonte affidabile!
Oltre ai dati ci sono libere elucubrazioni su fenomeni che difficilmente potranno mai essere provati o smentiti, e che pure l’autrice aggettiva noncurante come “indubitabili”, “innegabili”, “inoppugnabili” e così via: per dire, possiamo davvero permetterci conclusioni granitiche su come i nostri antenati cavernicoli, decine e decine di migliaia di anni fa, nella preistoria profonda, concepissero la differenza tra uomini e donne? La domanda non intimorisce l’autrice che in poche pagine, con ragionamenti a tavolino e nessun riferimento archeologico, biologico o comunque materiale, ci svela come stessero veramente le cose. Complimenti.
In genere l’argomentare sembra viziato dalla volontà di adesione a determinate conclusioni prestabilite, in base a cui vengono scelti i dati riportati (di solito di natura etnografica), che sono tra l’altro quasi sempre aneddotici, e in cui pare giocare più peso l’interpretazione dell’autrice che non il materiale di partenza.
Il materiale, inoltre, è riportato senza badare troppo al contesto di provenienza: ma ha senso affiancare l’opinione di Aristotele sulla femminilità nel IV secolo a.C. con quella odierna degli abitanti del Kalahari, interpretandole per concludere che dicono la stessa cosa? Secondo l’autrice sì, perché sono casi singoli di una visione universale del femminile propria di tutta l’umanità, al di là di tempo e spazio. Potrebbe essere, ma questa universalità non la dimostri sulla base proprio di quei due casi (e pochi altri) che tramite l’universalità vuoi spiegare, altrimenti cadi nella più flagrante delle petizioni di principio.

{ la cosa ironica è che l’autrice, in un capitolo su Simone de Beauvoir, rivolge a quest’ultima severe critiche di metodo (fonti non citate, ragionamenti circolari) che dovrebbe prima dedicare a se stessa… }

Il massiccio ricorso ad argomenti circolari e la scarsa attenzione riservata al contesto materiale è tuttavia coerente con l’assunto di base di tutto il libro, ovvero che siano le idee e i processi mentali classificatorî della mente umana (cioè la cultura) a determinare – quasi a senso unico – i fatti bruti del sociale e non viceversa.
Secondo l’autrice è la mentalità sessista che produce la sottomissione materiale della donna e non il contrario.
All’origine di diseguaglianza e gerarchia ci sarebbe la facoltà esclusiva della donna di portare nel ventre i figli e partorirli. Questo perché mettere al mondo e allattare e accudire la prole è, sul piano concreto, un fardello inevitabilmente vincolante? No, secondo l’autrice il meccanismo di sottomissione discende primariamente dal piano dell’immaginario: la diversità femminile è data dalla possibilità non solo di partorire, ma partorire sia figli maschî che femmine; l’uomo maschio, incapace di accettare quest’anomalia concettuale, cioè che la donna produca il figlio maschio, e quindi l’apparente monopolio della donna sulla fecondità, si sarebbe mosso per assoggettare quest’ultima, sottrarle ogni diritto, e ricondurre così donna e fecondità sotto il proprio pieno potere.
Affascinante, peccato che, come detto sopra, l’autrice non porti alcuna prova su questo processo storico-culturale, che non siano riflessioni da tavolino ed etnografia aneddotica (senza quasi citarne le fonti). Soprattutto, però l’autrice afferma recisamente che, dal punto di vista materiale (ad es. nella forza e resistenza muscolare), non ci sarebbe alcuna differenza tra maschio e femmina; ma così non si capisce come il maschio abbia potuto imporre, storicamente, la sua volontà di dominio sulla donna, senza che questa abbia mai tentato di ribellarsi o, se l’abbia fatto, perché sia stato senza successo.
Questo massimalismo culturale caratterizza anche l’interpretazione che l’autrice dà all’evoluzione in senso egualitario (negli ultimi decenni) dei rapporti tra uomo e donna. Personalmente riterrei sia efficacemente spiegabile con una costellazione di fattori materiali, di cui i principali: l’invenzione degli elettrodomestici, che riducono il peso dei lavori di casa; l’ampia diffusione di lavori sempre meno logoranti dal punto di vista fisico; l’invenzione di anticoncezionali sempre più efficaci, che liberano le donne dai ceppi delle gravidanze continue; la transizione demografica, legata alla diffusione dell’istruzione di massa, che porta dalle famiglie numerose a quelle con due o tre figli, o al figlio unico; l’affermazione dello Stato sociale.
Tutto questo viene praticamente ignorato dall’autrice in favore di fattori ideali: sarebbe stata determinante dapprima la scoperta dei gameti, che dimostra l’eguale contributo genetico di maschî e femmine alla generazione di figli e figlie; e poi la pillola, che avrebbe, anch’essa, rinforzato e dimostrato tale eguaglianza. Dall’idea di eguaglianza sarebbe iniziato un (lento) cammino verso un’eguaglianza concreta, non il contrario e a prescindere dalla condizioni materiali di realizzazione.
Il culturalismo fervido e ardito dell’autrice credo si riassuma nel suggerimento che non è un caso se il secolo della scoperta dei gameti concide col secolo dei Lumi e dei diritti dell’uomo, come se la prima scoperta abbia innescato i secondi… Affascinante: ma dimostrabile in qualche modo?

Quest’impostazione ha determinate conseguenze, che poi sono quelle tipiche delle prospettive cultural-idealistiche.
Innanzi tutto la possibilità praticamente illimitata di adeguare i fatti alla propria interpretazione, anche laddove potrebbero contrastarla.
Ad esempio l’esclusione istituzionale (parziale o totale) della donna dai mondi del diritto, della produzione e dell’indipendenza economica, del potere politico, esclusione che vigeva in passato, è correttamente presentata come una forma di sottomissione concreta. Oggi che questi vincoli storici stanno venendo superati si dice che comunque si perpetua un dominio “mascherato”, “simbolico”, “occulto”, “inavvertito”, “inconscio”; e quest’ultimo non viene rintracciato in àmbiti concreti come, per dire, l’accesso al mondo del lavoro, bensì in ogni interstizio e pratica del quotidiano o dell’immaginario e, in ultima analisi, nella mente degli individui, a cui del resto programmaticamente tutto viene ricondotto.
In tal modo però qualunque atto e interazione quotidiana tra generi (o qualunque espressione pubblica) è sempre passibile di venir ricondotta – a posteriori – in quell’interpretazione che vi vede un dominio gerarchico in azione.
Si tratta di una logica che, del resto, permea buona parte dell’attuale dibattito pubblico – alto o spicciolo – sulle questioni di genere, logica che è causa prima dell’interminabilità delle diatribe che vorrebbero decidere se la liberazione sessuale femminile sia “vera libertà” o “schiavitù mascherata”; se la minigonna sia una forma di autonomia o di sottomissione al desiderio dominante maschile; se promuovere la maternità significhi valorizzare la donna o incatenarla maggiormente alle sue funzioni biologiche; se la donna in carriera sia un’ammirevole donna liberata o una patetica emula dell’arrivismo maschile; se le tecnologie riproduttive aumentino la libertà di scelta o vincolino la donna al tecnocapitalismo maschile [sic!], e così via; diatribe interminabili ma soprattutto non solubili, mancando un metodo controllabile che dia risultati intersoggettivamente verificabili, e non passibili di continue reinterpretazioni ad hoc che spacciano surrettiziamente il soggettivo per l'(inters)oggettivo, confondendo questi due piani.
Il metodo dell’autrice si rivela soprattutto una delle tante riedizioni della scivolosa ideologia della “falsa coscienza”, e lo illustra molto bene come affronta la questione della prostituzione o, se si vogliono altri termini, dello scambio tra servizî sessuali e beni economici. A prescindere da tutte le situazioni di miseria e schiavitù effettiva in cui è flagrante la mancanza di volontarietà della donna che dà il suo corpo in affitto, l’autrice afferma che anche tutte le altre situazioni non sono comunque giustificabili, e che in questo àmbito la libertà e la volontarietà della donna, anche quando esplicitamente dichiarate, sono inconsistenti perché “illusorie” e ingranaggi inconsapevoli del grande meccanismo di dominio maschile.
A questo punto della lettura mi è sorta inevitabile la domanda: come risponderebbe, come si giustificherebbe, come potrebbe dimostrare il contrario, l’autrice, se venisse accusata che il suo essere docente universitaria, ricercatrice, opinionista e scrittrice di saggistica è una libertà “illusoria”, frutto del dominio maschile, a cui dunque dei terzi potrebbero chiederle di rinunciare in nome dell’auspicabile dissolvimento della gerarchia?

Da ultimo non stupisce che questo approccio culturologico, privo di un’adeguata distinzione tra la sfera del soggettivo e dell’intersoggettivo, un approccio quindi totalizzante, conduca a proposte altrettanto totalizzanti, se non prossime al totalitario, come quella di “riscrivere tutti [!] i libri di storia” delle scuole o esercitare un controllo capillare su ogni espressione pubblica affinché non contenga in sé il germe della gerarchia di genere (ma come faremo a distinguerlo, se il metodo dell’autrice permette sempre di vederlo ovunque?).
Se, come ritiene l’autrice, è il pensiero a determinare i rapporti concreti, e se i rapporti concreti esigono una rimodellazione tanto urgente, sembra che il controllo del pensiero sia l’unico sbocco possibile. Non sembra suscitare troppo interesse valutare l’efficacia di questa opzione, la solidità delle sue basi teoriche, e il prezzo che potrebbe comportare, in primis la creazione (o il consolidamento) di una gerarchia tra chi detiene le leve (politiche e giudiziarie) per controllare l’altrui pensiero e chi il controllo si troverebbe a subirlo.

The Lady Gaga school of gender delusion

Traduzione. L'originale si trova qui.
(confesso di trovare interessante il pezzo, ma di non aver capito bene il senso del titolo…)

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La scuola di Lady Gaga sulle illusioni di genere
Il nuovo libro di Cordelia Fine colpisce al cuore l'idea corrente che uomini e donne si comportino in modi diversi perché "siamo nati così".
di Derbyshire e Powell

Nei primi anni Settanta, femministe e psicologi insieme sostenevano che uomini e donne fossero più simili che diversi e che eventuali differenze fossero soprattutto frutto di pressioni sociali. Nel 1972, ad esempio Ann Oakley, in Sex, Gender and Society operò per prima la distinzione tra "sesso" e "genere". "Sesso", spiegava Oakley, è un termine biologico mentre "genere" è un termine culturale e psicologico. Oakley concludeva che il sesso ha una scarsa influenza sul genere; ci si identifica come uomo o come donna per effetto dell'apprendimento culturale e non per predisposizioni biologiche.

 Oggi femministe e psicologici tendono più facilmente ad affermare che uomini e donne hanno caratteristiche differenti, nate da profili psicologici e cervelli diversi. Le femministe solitamente presentano le donne come illuminate, più sagge, più dolci, più compassionevoli e in armonia colla natura, e meno distruttive e aggressive rispetto al corrotto maschio medio. Gli psicologi solitamente si concentrano su questioni più concrete come l'apparente incapacità delle donne di leggere le mappe e l'incapacità degli uomini di gestire diverse attività al contempo, e su dettagli di tipo tecnico come l'apparente fatto che le donne abbiamo cervelli dotati di maggiori connessioni, mentre quegli maschili siano più specializzati.
Queste differenze sono a usate a loro volta per spiegare come mai gli uomini comincino le guerre e le donne gestiscano gli asili, come mai le donne preferiscano le scarpe e gli uomini le armi, come mai gli uomini siano ingegneri e le donne insegnanti.

 È notevole che questo passaggio, dal tentativo di spiegare come uomini e donne siano uguali all'accettazione della loro differenza, sia avvenuto in un periodo in cui la distanza in termini di istruzione, lavoro e stipendi si è ridotta. Nell'Unione Europea, l'80% delle donne terminano l'istruzione secondaria superiore, a confronto con il 75% degli uomini, e negli Stati Uniti le donne hanno le stesse probabilità degli uomini di frequentare l'università e ottenere una laurea. In Gran Bretagna, il tasso d'occupazione femminile (70%) è vicino a quello maschile (79%) e negli Stati Uniti i tassi d'occupazione tra uomini e donne sono pressoché uguali. Nel Regno Unito, le donne guadagnano il 90% dello stipendio maschile, un progresso rispetto all'82% del 1997, e negli Stati Uniti, il 77%, maggiore rispetto al 72% del 1990.

 Anche in matematica, campo in cui gli uomini hanno avuto tipicamente risultati migliori rispetto alle donne, la differenza di genere si è considerevolmente ridotta. Negli Stati Uniti, la distanza tra ragazzi e ragazze è notevolmente diminuita sin dal 1973, quando si è cominciato a misurarla; nel 1994 non c'erano differenze apprezzabili nei risultati in matematica di ragazzi e ragazzi sia a nove anni d'età che a tredici. All'età di diciassette resta un divario a favore dei maschi sia in matematica che nelle materie scientifiche, ma anch'esso in deciso ridimensionamento sin dal 1973.

 Dato che misurazioni oggettive mostrano che le differenze di genere stanno diminuendo, è sorprendente un tale aumento di libri e ricerche che parlano di differenze strutturali nei cervelli di maschi e femmine e che tanta gente vi faccia ricorso per spiegare come mai uomini e donne vivano vite diverse. L'esempio più celebre, in Inghilterra, è quello di Simon Baron-Cohen che dal suo studio sull'autismo (disturbo prevalentemente maschile) ha estrapolato la conclusione più generale che il cervello femminile sia strutturato soprattutto per l'empatia, mentre quello maschile per la comprensione e la costruzione di sistemi.

  Delusions of Gender, di Cordelia Fine, demolisce in maniera brillante queste semplicistiche e fondamentalmente errate conclusioni sui cervelli maschile e femminile. Lo fa in due modi diversi. Innanzi tutto, sottolinea che differenze tra maschi e femmine che si presumono fisse in realtà sono piuttosto fluide. Ad esempio basta già chiedere agli uomini di prendere in considerazione i valori sociali e i benefici dell'empatia per renderli più empatici. E quando vengono pagati per individuare e riconoscere correttamente stati emotivi, gli uomini ottengono risultati positivi quanto le donne. Allo stesso modo quando si dice loro che le donne sono più capaci in cómpiti che richiedono la spazialità, i risultati femminili eguagliano quelli maschili. A quanto pare le differenze tra maschi e femmine nei varî cómpiti possono essere molto facilmente superate cambiando la motivazione per ottenere risultati positivi o modificando il contesto del cómpito. Tutto questo non sembra qualcosa di fissato, o fisicamente inscritto nel cervello.

 Secondo punto. Fine fa notare la grave debolezza della scienza alla base delle presunte differenze di genere. Ad esempio c'è un'ampia letteratura che descrive il possibile influsso del testosterone fetale su numerosi comportamenti. Bambini maschi sono esposti a un maggior livello di testosterone intorno alle sei settimane dello sviluppo del feto. Il flusso di testosterone, in effetti, cambia lo sviluppo del feto da femmina a maschio; senza testosterone si otterrebbe una bambina, e non un bambino. Certi ricercatori hanno suggerito che questo flusso di testosterone abbia effetto sullo sviluppo cerebrale e porti quindi a differenze di comportamento tra ragazzi e ragazze. Ma soprattutto, noi tutti (sia maschi che femmine) siamo esposti a differenti quantità di testosterone, dovute a una varietà di fattori, come ad esempio condividere l'utero con un gemello del sesso opposto o avere più fratelli maggiori, e così via. Certi ricercatori suggeriscono, in maniera piuttosto sommaria, che  una maggiore esposizione di testosterone nell'utero porta a un comportamento più mascolino, sia nei maschi che nelle femmine.

È una bella idea, ma Fine riassume: "L'accuratezza nei test sulla rotazione di oggetti nello spazio all'età di sette anni è correlata col testosterone amniotico? No. Le capacità di un quattrenne di riprodurre una costruzione coi blocchi, di capire problemi e concetti numerici, di contare e selezionare aumenta con maggiori livelli di testosterone amniotico? No. Nelle ragazze diminuisce, e nei ragazzi non c'è rapporto alcuno. E nella soluzione di rompicapo? No. Nelle capacità di classificare (ad esempio: trova l'oggetto più piccolo)? No. Nei test di abilità spaziale? No."

Quindi, prove che il testosterone indirizzi i comportamenti in senso mascolino sono, se proprio, limitate.

Fine quindi passa quindi alla scansione cerebrale. Potenti scanner, che possono rilevare variazioni nell'attività neurale con modalità ragionevolmente non invasive sono ormai molto comuni nei dipartimenti di psicologia di tutto il Mondo. È difficile immaginare un qualche comportamento o forma di pensiero che non sia stata scansita in qualcuno, da qualche parte, producendo quelle macchie di colore cerebrale, un'immagine ormai familiare. Ma queste immagini dimostrano una differenza di genere? Non proprio.

 Un ipotetico influsso del testosterone fetale è quello di rendere l'emisfero destro dominante, per questo si è ipotizzato che gli uomini tendano a usare unicamente il loro emisfero destro per il linguaggio, laddove le donne li usano entrambi. Collegate a ciò sono altre asserzioni sulla struttura del cervello femminile, ad esempio sulla maggior connettività tra i suoi due emisferi, e tutta una serie di speculazioni sulla maggior flessibilità nei comportamenti e un uso superiore del linguaggio nelle donne rispetto agli uomini. Il prezzo, per le donne, è meno spazio a disposizione per l'elaborazione spaziale e, quindi, meno capacità in tal senso. Ma le scansioni cerebrali non supportano nessuna di queste idee. Un'analisi di tutti gli studi tramite scansione cerebrale sul linguaggio, basati sui dati di più di duemila individui, non ha trovato alcuna prova di eventuali differenze nell'attivazione degli emisferi tra i due generi. Allo stesso modo, analisi che hanno esaminato differenze nella connettività dei due emisferi, non hanno trovato prove di un'influsso dovuto al genere.

 Fine sottolinea anche un problema che è probabilmente più importante. Il cervello è un organo complesso che comprendiamo a malapena anche solo nei dettagli più elementari. Non solo, la scansione cerebrale è una tecnologia nella sua infanzia e i dati generati dalle scansioni sono inoltre molto complessi. Un tipico studio delle scansioni cerebrali genera griglie con migliaia di migliaia di numeri estesi nel tempo e relativi a numerosi individui. Analisi di questo tipo di insiemi di dati sono difficoltose, noiose e complesse, e spesso richiedono diversi anni d'esperienza e contengono sorprendenti elementi di soggettività, e dibattiti su quali siano le procedure corrette o sbagliate. È quindi comprensibile che le scansioni cerebrali producano risultati contrastanti e che gli studiosi del cervello giungano a conclusioni contraddittorie. Fine nota che tutto ciò può portare a teorie sulle funzioni del cervello che non hanno nulla a che vedere con le raccolte di dati sull'attivazione cerebrale:

"Con questi dati contraddittorî, gli studiosi possono giungere sia all'ipotesi che gli uomini son più capaci nei test sulla rotazione degli oggetti perché usano un solo emisfero, sia all'ipotesi del tutto opposta che sia merito dell'uso di entrambi gli emisferi. Il contesto teorico è così flessibile che gli studiosi possono persino presentare queste ipotesi opposte, senza alcun imbarazzo, nello stesso identico articolo."

 È una strana scienza quella in cui dati del tutto opposti supportano la stessa interpretazione. La conclusione di Fine è pungente. Suggerisce che i neuroscienziati stiano solamente proiettando dei presupposti culturali riguardanti i sessi su quella grande incognita che è il cervello. Fine liquida questo processo come "neurosessismo", parte di una più ampia disciplina chiamata "neurononsenso". Difficile poter replicare.

 Fine asserisce che se esistono delle differenze nei comportamenti e nel pensiero tra i generi, queste sono conseguenze della socializzazione e non differenze biologiche intrinseche. Nella parte finale del suo libro spiega come i genitori formino il genere dei loro figli prima ancora che questi nascano. Feti maschili, ad esempio, sono descritti come maggiormente attivi anche se esami oggettivi non dimostrano differenze nei tipi di comportamento tra feti maschî e femmine. Dopo la nascita, i genitori continuano ad attribuire capacità specifiche rispetto ai generi. Le madri parlano di più alle neonate femmine riservando maggior attenzione alle loro espressioni emozionali. E ritengono che i maschî siano più bravi a gattonare e si diano più facilmente ad attività pericolose, anche se non ci sono prove che siano meno sensibili al linguaggio, meno emotivi, migliori gattonatori e più imprudenti.

 E questo solo riguardo ai genitori. Se un genitore volesse provare a crescere un bambino in maniera neutrale rispetto al genere, farebbe molta fatica a neutralizzare le informazioni che fan sapere ai bambini quali giocattoli, comportamenti, capacità, tratti caratteriali, attività, passatempi, responsabilità, vestiti, tagli di capelli, oggetti, colori, forme, emozioni e così via siano adatti ai maschî o alle femmine. Fine illustra gli sforzi di Sandra e Daryl Bem che coi loro figli hanno fatto incredibilmente tanto per eliminare minuziosamente tutte le associazioni legate al genere.

 I Bem hanno sistematicamente diviso tutte le attività casalinghe in modo da distribuirle equamente tra loro genitori. Tutti i materiali visivi e di lettura sono stati controllati e selezionati per esser sicuri che i bambini vedessero uomini e donne compiere lavori a prescindere dal genere. Hanno cancellato o modificato tutti i testi e fotografie con stereotipi di genere nei libri di famiglia. Quando leggevano loro dei libri hanno usato pronomi in modo da evitare sottintesi legati al genere sessuale, e hanno ridisegnato le immagini aggiungendo capelli lunghi e la forma del seno a quelle dei camionisti. Quando i Bem facevano riferimento alle differenze di genere, lo facevano unicamente nei termini fondamentali dell'anatomia e delle funzioni riproduttive e non tramite i tipici ruoli e preferenze di genere. Se i bambini chiedevano il genere di qualcuno, i Bem di solito negavano di poterlo sapere perché non potevano vedere il pene o la vagina di quella persona. Gli sforzi dei Bem, nota Fine, vanno ben al di là dei tentativi più tipici di crescere i figli in maniera neutrale rispetto al genere. Il Mondo non è neutrale in tal senso e quindi non c'è da meravigliarsi se noi pensiamo tramite le categorie di genere. Fine suggerisce che è tale socializzazione di uomini e donne che crea gli stereotipi di genere che mantengono le donne in una posizione arretrata.

 Nonostante i progressi riportati all'inizio, resta il fatto che le donne ancora guadagnano meno degli uomini, sono più facilmente impiegate a mezzo servizio, si accollano responsabilità maggiori nella cura della casa e dei figli e sono sottorappresentate nelle posizioni più alte nella gestione aziendale, nelle scienze, e nell'ingegneria. Fine sostiene che tali differenze siano parzialmente causate dall'attivazione automatica degli stereotipi di genere. Ad esempio, basterebbe chiedere di dichiarare il proprio genere agli esami di matematica per ottenere scarsi risultati nelle donne, dato che la domanda attiverebbe lo stereotipo secondo cui le donne non sono brave in matematica. Più pericolosamente, Fine suggerisce che gli uomini ancora conservano atteggiamento sessisti e agiscono deliberatamente per escludere le donne da alcune attività nel mondo degli affari. Ad esempio, Fine sostiene che i dirigenti invitano apposta clienti importanti in locali a luci rosse e club di lap dancing per escludere le donne.

 Questi argomenti sono meno convincenti. In primo luogo, Fine non può affermare che i comportamenti stereotipati siano al contempo facili da superare "cambiando i modi in cui un cómpito è descritto, svelando una particolare identità sociale, o anche semplicemente raccontando frottole" e al contempo affermare che l'attivazione degli stereotipi sta conservando un'ostinata divisione sociale. Fine vuole entrambe le cose, e descrive quindi gli stereotipi di genere come fragili e robusti al contempo. Gli stereotipi sono in effetti fragili e le donne non sono povere seguaci di suggerimenti ambientali, incapaci di resistere alle raffiche di pubblicità sull'acne coi loro messaggi impliciti. Sono individui attivi che possono rigettare gli stereotipi, se lo vogliono.

Indubbiamente anche i maschi portano con sé visioni stereotipate dei generi, però non c'è motivo di condannarli come sessisti e come un ostacolo all'uguaglianza delle donne. Stereotipi sulle donne e le capacità matematiche, ad esempio, riflettono il fatto che la maggior parte dei matematici siano maschî. Se qualcuno ha l'immagine stereotipa del matematico tipico come maschio, ciò riflette quel che è familiare più che una visione sessista secondo cui i matematici dovrebbero essere maschî.

 L'argomento di Fine sui locali a luci rosse è anch'esso problematico, perché affermando che escludono le donne sta appoggiando l'idea che ci sia una differenza essenziale tra i sessi. Fine si permette di presupporre che a causa del loro genere le donne siano offese da certe cose che invece non toccano gli uomini. Non c'è alcuna legge, o alcuna moralità femminile intrinseca, che impedisce a una donna di entrare in un locale equivoco.

 Da una parte noi abbiamo problemi di ingiustizia sociale per cui uomini e donne sono trattati in maniera diversa sulla base del loro genere, solitamente a svantaggio delle donne. Dall'altra, col passare del tempo c'è il problema di donne che scelgono più spesso di lavorare a mezzo servizio, in occupazioni meno retribuite degli uomini a causa di altri fattori più politici, come la mancanza di strutture per l'infanzia o la credenza (comune sia a uomini che donne) che le donne siano destinate a curare loro per prime i figli e che non siano destinate a entrare nei locali equivoci. Fine non considera eventuali differenze tra ingiustizie di genere imposte dall'alto e ingiustizie di genere volontarie e provenienti dal basso. Di conseguenza le sue descrizioni tendono a mostrare le donne come povere vittime di una società a dominio maschile e, ironicamente, ricrea così quelle divisioni di genere tanto care ai neuroscienziati e tanto abilmente smontate in Delusions of Gender.

Leggere il Mein Kampf in Europa

Traduzione. L'originale si trova qui.

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Angus Kennedy
La battaglia delle élite contro il Mein Kampf
Perché c'è gente tanto impaurita dal libro di Hitler? È così noioso che l'unica cosa a cui può istigare è russare.

Quando ero bambino, spesso chiedevo di poter leggere quel libro o quell'altro. E mia madre mi rispondeva: è un po' troppo per grandi, tesorino, magari quando sarai più cresciuto. Io ovviamente me li leggevo comunque, ma visto che ero un bambino spesso la mamma aveva ragione prevedendo che poi avrei subìto incubi infantili. Quel che mi lasciava leggere, però, non era preceduto da prefazioni con lunghe lezioni accademiche sui contenuti del libro e su ciò che io avrei dovuto pensare a proposito. Anche da bambino mia madre mi lasciava farmi le mie iee su quel che leggevo.

 L'"Iniziativa per Prevenire l'Odio" (Hate Prevention Initiative), invece, non si fa frenare da questo tipo di rispetto verso la capacità dei lettori – anche adulti – di formarsi le proprie opinioni. L'organizzazione è stata istituita di recente per "creare un'edizione scolastica e annotata [del Mein Kampf] che permetta un accesso infomato al testo e sensibilizzi le giovani generazioni sulle condizioni in cui il Testo dell'Odio è stato pubblicato e distribuito, e al contempo su come le sue teorie son state applicate tra il 1935 e il 1945."

Il Mein Kampf è una lunga invettiva scritta da Adolf Hitler tra il 1923 e il 1924, quando si trovava in prigione dopo il fallito colpo di stato nazista di Monaco. Ogni pagina della nuova edizione sarà contrassegnata da un'avvertenza sui contenuti, e sarà vietato ridurre il testo (nonostante il libro esige prepotente delle riduzioni, visto quant'è noioso) in virtù della "necessità di rispettare il testo integrale originale". Io non riesco a capire perché tale libro meriti una qualunque forma di rispetto.

 L'Iniziativa invoca una regolazione paneuropea sulle pubblicazioni del Mein Kampf, che sarebbe così il primo "testo d'odio" a ricevere questo speciale statuto. In effetti, l'organizzazione mira a stabilire un indice per il XXI secolo dei libri dell'odio che noi, la gente, non dovremmo leggere. O, nel caso siano letti, ciò avvenga nel "modo giusto", sulla base dell'assunto che la distribuzione aperta e libera di tali libri potrebbe istigarci all'odio.

Il Mein Kampf contiene poche sorprese, se si esclude forse quanto sia noioso. Il libro "rivela" che Hitler era un violento nazionalista che odiava il Marxismo e il complotto giudaico mondiale che, a suo dire, ne tirava le fila. I lettori possono apprendere anche che Hitler era a capo dell'altrettanto antisemita e nazionalista Partito Nazista. In altri termini, non contiene nulla che valga lo sforzo di farsi largo tra così tante noiose pagine.

 Nulla dice di più sul libro e su colui che lo scrisse se non il titolo originale, così come Hitler l'aveva scelto: Quattro anni e mezzo (di battaglia) contro le bugie, la stupidità e la vigliaccheria. Nemmeno Benito Mussolini si è mai dato la pena di leggerlo. E scommetterei che nessuno si è mai convertito al nazismo avendolo letto, semplicemente perché non contiene ragionamenti pensati per convincere. Contiene alcune argomentazioni pensate per marginalizzare gli oppositori di Hitler all'interno del Partito Nazista, ma nulla che darebbe la voglia di aderirvi.

Che il Mein Kampf sia un volume così noioso e privo di idee non dovrebbe essere una gran sorpresa, visto che il fascismo non era precisamente un'ideologia propositiva. È molto difficile produrre delle argomentazioni razionali per un progetto integralmente irrazionale votato alla distruzione dell'intera tradizione del pensiero occidentale.

Le contestazioni mosse al Mein Kampf dall'Iniziativa per la Prevenzione dell'Odio sono in effetti vaghe. Si basano sull'affermazione per cui si tratterebbe di "un testo che incentiva l'odio" e "le teorie razziali". Jean-Marc Dreyfus, uno degli esperti consulenti dell'Iniziativa nonché storico dell'olocausto, mi ha detto via mail: "noi pensiamo che il libro non sia innocente."

In Germania un'analoga sopravvalutazione dei presunti poteri sovrumani del Mein Kampf è stata prodotta sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. I diritti d'autore di tutte le edizioni, escluse quella inglese e olandese, sono di prioprietà del Land della Baviera, che ha provato a imporre un divieto sul libro non solo in Germania (dove non lo si può studiare senza che prima il proprio retroterra sia stato passato sotto esame), ma anche all'estero, ottenendo ad esempio che l'editore ceco Kma ne mandasse al macero un'edizione del 2010. È ovviamente notevole che la Germania del dopoguerra non si renda conto della triste ironia storica dei suoi divieti sui libri.

 Il punto di vista per cui esisterebbero cose come "le idee pericolose", che devono essere soppresse perché alcune persone (non certo gli illuminati, ovviamente) ne sarebbero influenzate è ormai diffusa per gran parte dell'Europa. Leggi contro l'espressione di odio religioso o razziale sono state inasprite da ogni governo del Regno Unito sin dai tempi della Tatcher. Nick Cohen, scrivendo per il UK Observer nell'immediato sèguito della recente strage in Norvegia, ha definito la Gran Bretagna "la capitale europea delle idee estremiste", invitando i media sia di sinistra che di destra a liberarsi senza troppi pensieri delle "idee pericolose" che favoriscono i "pregiudizi di chi le sostiene". Ma considerare la gente come una massa priva di cervello è una di quelle idee pericolose che si trovano nel Mein Kampf, un'idea che sembra risuonare nel desiderio odierno di eliminare il libro.

 L'Iniziativa per Prevenire l'Odio non invoca un divieto. Vuole invece invitare la gente a non essere il tipo sbagliato di persone. Così si favorisce un clima di paura a proposito dell'estremismo e si trasforma un libro mortalmente noioso in qualcosa da cui essere terrorizzati. Si tratta di un atteggiamento che tradisce anche una più ampia paura delle presunte inclinazioni delle masse verso il razzismo e il fascismo, a meno che non ne siano guardate dai loro superiori di Bruxelles o Strasburgo. Un sentimento elitario che è ben più preoccupante della prospettiva che il Mein Kampf finisca nelle mani di qualcuno che lo legga nella "maniera sbagliata".

 Si tratta a tutti gli effetti di una questione di libertà d'espressione, qualcosa che non va semplicemente concessa a chi le idee le esprime ma, cosa più importante, a chi le ascolta. Indipendentemente da quanto siano odiosi i punti di vista espressi, dobbiamo pretendere il diritto di farci le nostre idee senza che i nostri giudizî siano dati in appalto a chi è più bravo e più giusto.

 Se davvero bisogna adottare delle misure in vista della scadenza dei diritti d'autore sul Mein Kampf, la cosa migliore sarebbe ricorrere alla pubblicazione di ricerche sul modo in cui fu creato e recepito, in modo da porlo nel suo proprio contesto storico. Ad esempio è ironico che, con la Germania tutt'altro che alla completa mercé delle sue idee, Hitler non abbia ottenuto la maggioranza dei voti in alcuna elezione e che la sua popolarità abbia subìto un serio rovescio sin da quando ottenne il potere nel 1933. Fu la debolezza dell'elité tedesca, non l'eloquenza degli scritti di Hitler, che portò alla dittatura.

Ma in realtà non c'è gran necessità di rispondere al Mein Kampf. Sarebbe molto meglio ignorarlo e concentrarsi piuttosto a contrastare i ragionamenti contemporanei che ancora vedono la gente comune come una massa plasmabile e facilmente sviabile piuttosto che come individui umani, ognuno con la capacità di giudicare e farsi le proprie idee.