Il femminismo non esiste

Il titolo del post è provocatorio. O forse no.

In un forum che frequento, dove si parla di tutt’altro, nella sezione off topic, viene posta la seguente domanda: “c’è qualcun@ [sic!] che si definisce femminista?”
E giù una discussione infinita su cosa significhi esattamente il termine. Su chi o cosa o come possa definirsi “ver@ femminista”. Discussione infinita, involuta, oziosa. Che non porta da nessuna parte.
A un certo punto chi aveva dato il via alla discussione precisa: essere femminista significa essere per la parità tra uomo e donna. Va bene. Ma così è troppo facile: chi sosterrebbe il contrario? A parte poche frange estreme al giorno d’oggi quasi nessuno, almeno nel cosiddetto “Occidente” dichiarerebbe di desiderare la sottomissione della donna all’uomo.
Un’indagine del mese scorso rileva percentuali dell’80-90%, nei paesi “occidentali”, di chi ritiene che l’uguaglianza tra i sessi nel proprio paese sia molto importante: si arriva al picco del 94% in Canadà e l’Italia, col suo 82%, non si difende male.

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Tutto bene sotto il Sole?
Chissà. Il punto è che parlare in senso astratto e generico di parità vuol dire molto poco, forse nulla. Per questo la discussione in merito non porta da nessuna parte. Per questo si può immaginare che chi, con percentuali bulgare, si dichiara a favore dell’uguaglianza sarebbe pronto ad accapigliarsi se si scendesse più sul concreto, se si dovesse decidere come implementare questa benedetta eguaglianza.

Proviamo a disaggregare temi e àmbiti di possibile pertinenza del pensiero/azione femminista:
– Aborto e diritti riproduttivi: dalla riproduzione assistita fino al cosiddetto utero in affitto, e via così: quali limiti? quali diritti? quali divieti?
– Divorzio e diritto di famiglia: esistono privilegi femminili? è necessario un riequilibrio a favore dei padri?
– Rappresentanza politica e sul lavoro: servono le cosiddette quote rosa?
– Rappresentazione della donna nei media: da limitare/regolare? come?.
– Prostituzione: sfruttamento o libera scelta? vietarla, punire i clienti, legalizzarla?
– Violenza contro le donne: è fenomeno grave? come contrastarlo?
Eccetera eccetera eccetera.
Se si discutesse su questi singoli temi, su ciò che è corretto fare in merito, invece che discutere cosa sia “vero femminismo”, cosa sia o meno “maschilismo”, cioè se ci si astenesse dall’etichettare, si otterrebbero risultati molto più proficui.
Se devo dire la mia: su alcuni dei punti di cui sopra ho le idee vaghe, su altri già più chiare. Ma soprattutto: mi rifiuto di vedere le risposte alle stesse come un pacchetto unico da accettare in blocco, ciò che avviene invece nelle religioni dogmatiche.
Perché il femminismo inteso come religione dogmatica, come pacchetto di posizioni di accettare in blocco, è una grave sciagura dei nostri tempi, come tutte le religioni dogmatiche. E non nego che così sia anche grande forza propulsiva, perché, purtroppo, la maggior parte della gente, maschî o femmine che siano (qui davvero non ci sono differenza di genere), cerca, più che un buon argomentare, una lista di articoli di fede in cui credere, che facciano da bandiera e identità collettiva in cui riconoscersi e da cui escludere gli ipotetici nemici da cui sentirsi minacciati e da combattere…

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L’arte del divieto

ArtofSuppression

Christopher Snowdon
The Art of Suppression – Pleasure, Panic and Prohibition since 1800
2011

Il libro di Snowdon insegna che ogni proibizionismo ha una storia a sé, ma se proprio si vuole trovare una regola comune è che viene vietato ciò che non può difendersi.
Considerazioni di salute, dannosità e via dicendo non sono il principale fattore in gioco.
A parità di danno, se una pratica sociale è sufficientemente diffusa avrà buone possibilità di resistere ai tentativi di divieto, o addirittura di non suscitarne.
Ciò che è minoritario, invece, avrà la peggio.
Vige la legge del piú forte, sarebbe da dire, e proprio dove si dichiara di difendere i deboli.

Un buon esempio è quello del Proibizionismo per antonomasia: anni Venti, Stati Uniti, alcoolici.
Viene approvato sull’onda delle misure d’emergenza del tempo di guerra e dura solo una decina d’anni o poco più perché tanta parte della popolazione non era granché “convinta” della bontà del divieto, cioè beveva ancora parecchio, e continuò a farlo anche anche in regime di divieto.
Com’è noto, a beneficiarne fu la criminalità, ma quando giunse la Grande Depressione questo non era più tollerabile: il proibizionismo costava e non sortiva effetti. Quindi si fece marcia indietro.
Rapporti di forza, appunto.
Difatti, nel caso degli (altri) stupefacenti, dall’eroina sino alle più recenti droghe sintetiche, il consumo è stato a lungo molto meno diffuso e culturalmente meno radicato degli alcoolici, e questo nonostante molti stupefacenti abbiano costi sanitarî e sociali di gran lunga inferiori al bere. Conseguenza: il moderno probizionismo delle droghe comincia grossomodo a inizio Novecento e prosegue sino ai giorni nostri. Oltre un secolo, con celle e prigioni particolarmente piene soprattutto negli ultimi trenta-quarant’anni.

Snowdon conclude il suo libro in maniera molto chiara, ovvero con un appello alla decriminalizzazione degli stupefacenti.
Il dibattito in materia è ancora assai acceso, e c’è chi nega recisamente i vantaggi di una depenalizzazione in termini di salute pubblica, benessere sociale, lotta alla criminalità.
Personalmente concordo con Snowdon.
L’autore, inoltre, distingue tra decriminalizzazione e legalizzazione, caldeggiando più la prima che non la seconda. La seconda, afferma, abbasserebbe talmente il prezzo delle sostanze da renderle praticamente diffuse ovunque, e forse questo, almeno per quelle più pesanti, non sarebbe comunque una buona idea.
È ribadito comunque che l’approccio punitivo resta controproducente.

Resta la domanda sul perché, nonostante i suoi evidenti fallimenti, il proibizionismo attecchisca così facilmente nelle politiche pubbliche e nell’opinione comune.
Snowdon nota che, a tutt’oggi, le sostanze psicotrope legali e non soggette a controllo medico, cioè sostanzialmente libere, sono solamente tre: caffeina, alcool, nicotina. E le ultime due stanno subendo un assedio non da poco, che potrebbe tradursi in un divieto nel medio termine.
Sarebbe facile ricorrere a spiegazioni di tipo psicologico o culturale. Personalmente non mi convincono molto.
Le prime somigliano troppo alla ricerca di un capro espiatorio identificato con gli individui dotati di una mentalità punitrice e intransigente. Una ricerca in cui percepisco una mentalità non cosí dissimile da quella del proibizionista.
Ma una spiegazione culturale forse non è da scartare del tutto. Negli ultimi duecento anni le forme di proibizionismo piú severe e duratura provengono dai paesi anglosassoni, soprattutto dagli Stati Uniti. Si potrebbe pensare: perché sono i paesi dominanti a livello globale. Eppure, ad esempio, il Proibizionismo sull’alcool si ebbe negli Stati Uniti e non nel Regno Unito, nonostante diversi tentativi d’espostarlo dai primi al secondo, e ai tempi in cui Londra possedeva il piú grande impero della storia.
La spiegazione culturale, dunque, chiamerebbe in causa le particolari forme di cristianesimo protestante diffuse negli Stati Uniti, la cui rigida morale si replicherebbe per osmosi anche nei movimenti laici o progressisti di riforma sociale.

Per quanto riguarda il futuro dei proibizionismi, Snowdon si dichiara molto pessimista.
Già ho detto che segnala come a tutt’oggi solo caffeina, nicotina e alcool restino tutto sommato legali.
Per quanto riguarda gli stupefacenti, in particolar modo quelli leggeri, credo invece che si sia sull’orlo di un cambiamento.
L’uso è ormai diffuso presso una buona parte della popolazione, e il proibizionismo piú rigido in materia fatica sempre piú a esser compreso.
Quest’anno, 2013, Colorado e Oregon hanno approvato, tramite referendum, la depenalizzazione della cannabis; altri stati credo che seguiranno negli anni a venire.
Il governo federale sta inoltre meditando un allentamento delle politiche di carcerazione draconiana, specialmente in materia di stupefacenti, che sono state invece dominanti a partire da fine anni Settanta e inizio Ottanta.
La crisi economica morde e non è piú cosí facile sprecare miliardi di dollari in ottuse politiche legge-e-ordine per soddisfare l’elettorato conservatore o quello semplicemente impaurito.

Non è mai facile decifrare, nel procedere della Storia, dove penda il bilancio tra divieti e libertà.
Sicuramente si può dire che spesso all’aprirsi di nuove libertà sorgono in parallelo nuovi divieti, fino a poco tempo prima insospettati, ma sempre percepiti come giusti e validi al loro imporsi.
In questo momento di transizione non trovo implausibile immaginare un futuro prossimo in cui gli stupefacenti leggeri saranno d’uso libero o quantomeno controllato, ma sarà vietato il consumo di tabacco, e severamente sorvegliato quello di “cibi non sani”.
Dubito però che i nuovi proibizionismi avranno piú successo di quelli vecchî, perlomeno rispetto agli obiettivi dichiarati…

Gnosticismo e complottismo 3/3

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{…alla prima parte…}
{…alla seconda parte…}

per l’ultima parte
tornano le immagini
e si riannodano i fili
tra la prima e la seconda

Dal brodo di coltura dei teorizzatori della “crisi della civiltà”, variegato ed esteso, emerge anche la Scuola di Francoforte, che declina il tema secondo ottica e linguaggio marxisti.
Il problema per i francofortesi è semplice e al contempo, almeno per chi è di fede marxista, molto enigmatico: come mai le masse operaie non accennano a fare finalmente la rivoluzione contro la barbarie capitalista ma, anzi, nei paesi più industrializzati sembrano via via goderne i frutti, scendervi a patti, apprezzarne i benefici?

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I francofortesi Adorno & Horkheimer (l’immagine è stata vilmente presa da wikipedia)

La risposta, e qui si torna da capo, assume venature gnostiche: le masse non si ribellano perché si ingannano, sono ingannate, vivono un benessere fittizio, sono obnubilate da quella grande droga che è l’industria culturale. Se solo sapessero, se solo avessero la chiara visione che invece è raggiunta dell’alto intellettuale…

Eppure è proprio la società di massa, nei decenni più recenti, a dimostrarsi estremamente ricettiva e accogliente per discorsi del genere, che cominciano a proliferare lungo svariate forme e canali.
Ovviamente se questo avviene è perché lo permettono le condizioni storiche, sociali ed economiche. In breve, materiali.

~ cause materiali ~

Per spiegare l’avvento dello gnosticismo nei primi secoli dell’era cristiana, Jonas di condizioni sociali e materiali non parla tantissimo.
Cita, è vero, una trasformazione nello statuto dell’individuo: da cittadino integrato nell’organismo della polis a suddito escluso da ogni gestione del potere nelle monarchie ellenistiche sorte in seguito alle conquiste di Alessandro il Grande.

Alessandro il Grande, ritratto due secoli dopo la sua morte.

Alessandro il Grande, ritratto due secoli dopo la sua morte.

Ma Jonas evoca anche, dietro le quinte, uno scontro tra il razionalismo dell’Occidente greco e la spiritualità mistica e mitologica dell’Oriente. Due dimensioni quasi essenzializzate, spiriti di civiltà di stampo ottocentesco, idee incarnate nei popoli.
Due principî che, a quanto pare, nella sintesi alessandrina non si sarebbero mai del tutto amalgamati.
Per Jonas lo gnosticismo sarebbe parte di una più ampia rivolta sociale e culturale dell’Oriente (mesopotamico) contro l’Occidente (greco-romano), rivolta di cui farebbe parte anche l’insorgere del cristianesimo.
Riformulando la questione in chiave più materiale: un riscatto delle masse religiose contro le elité intellettuali greco-romane.

È per il periodo contemporaneo che Jonas non nomina alcun fattore sociale.
L’emergere dell’esistenzialismo, identificato da Jonas come una possibile versione moderna dello gnosticismo, è interamente frutto di un movimento di idee.
Cosa ancor più singolare se si considera che Jonas pubblica poco dopo l’immensa macelleria dei due conflitti mondiali.

Eppure è proprio a fattori sociali che bisogna rifarsi per capire le ragioni del gran successo di metafore gnostiche nella cultura pop (Matrix e la sua prole); e della progressiva diffusione nelle masse di quella versione demetafisicizzata e dereligiosizzata dello gnosticismo che sono il complottismo; e poi di tutte quelle nuove di forme di antagonismo politico che di complottismo sono imbevute con gradazione variabile: gli indignati, gli occupanti di Wall Street e simili, il Tea Party americano, l’italico grillismo, e così via.
Le cause stanno, molto banalmente, nel vacillare, se non nello sfarinarsi, delle istituzioni storiche e consolidate: lo Stato moderno, la società liberale, la democrazia rappresentativa.

Un'occupante (occupatrice?) di Wall Street denunzia il potere come illusione di libertà.

Un’occupante (occupatrice?) di Wall Street denunzia il potere come illusione di libertà e costruzione menzognera.

Lo scollamento tra larghe porzioni delle masse e le istituzioni consolidate implica anche il rigetto delle narrazioni simboliche di quest’ultime, ora denunciate come ingannevoli, e la ricerca di nuovi simboli e nuove narrazioni.
Si fa pervasivo il senso d’alienazione nei confronti di chi detiene e gestisce il potere e dei centri tradizionali di produzione simbolica.
La gerarchia tra vero e falso, per chi crede in queste due categorie, si inverte.
L’informazione “ufficiale” è bollata automaticamente come menzognera e quella “alternativa” come veritiera, e questo a prescindere dai contenuti.

~ Il mercato dell’anticapitalismo ~

Qui c’è da notare qualcosa di assai paradossale, e curioso.
Innanzi tutto, negli anni in cui ampia parte della società si aliena dalle proprie istituzioni, l’intellettuale alienato ritrova una sua funzione entro la società.
Il discorso che deplora la caduta dei valori e preconizza la rovina della civiltà trova infine risonanza presso il grande pubblico, che gli fa spazio perché possa alzare la voce.
Fin qui niente di strano.
Quel che è ironico, e ancora in gran parte inavvertito, è che tale reintegrazione, tale entrata in risonanza col grande pubblico, avviene attraverso il mercato, proprio quel mercato che viene posto molto in alto nella lista dei malanni della contemporaneità, se non in cima, al primissimo e indiscusso posto, la fonte prima di tutti gli altri mali.

No Logo, di Naomi Klein, un classico del pensiero anticonsumista. In vendita nelle librerie di tutto il globo.

No Logo, di Naomi Klein, un classico del pensiero anticonsumista e no global, nonché un best-seller: in vendita nelle librerie di tutto il globo.

Il pensatore lamenta la miseria disumanizzante della società dello spettacolo, la società dell’apparire e dell’apparenza, la società ove tutto è merce, ma intanto il suo lamento si diffonde stampato in libri lanciati con studiata precisione dai grandi editori e acquistabili sugli scaffali di librerie simili a supermercati; è ridotto in pillole comodamente assimilabili nelle rubriche di riviste patinate, fianco a fianco con le deprecabili pubblicità che offendono le donne; si diffonde tramite i salotti televisivi, tra un sponsor e l’altro; risuona in affollate conferenze inanellate in turnée globali come quelle dei migliori gruppi pop.
Il lamento sentito e meditato contro la società ove tutto è merce è, esso stesso, merce di gran valore per un pubblico acculturato disposto a pagare bene per attingere al sapere del pensatore anticapitalista.
I nomi sono noti, pure nelle divergenze di modalità, finalità, temi e soprattutto spessore: Serge Latouche, Zygmunt Bauman, Slavoj Žižek, l’italiano Umbero Galimberti… ma la lista sarebbe lunga.

La libreria-supermercato: cercando tra i gialli e i fantasy si può trovare anche lo scaffale di letteratura anti-sistema che denunzia il nostro asservimento al denaro e al potere. Passare alla cassa per acquistare.

La libreria-supermercato: cercando tra gialli, i fantasy e colorati volumi per l’infanzia, si può trovare anche lo scaffale di letteratura anti-sistema che denunzia il nostro asservimento al denaro, al potere, al mercato. Passare alla cassa per acquistare.

Una ricca offerta editoriale cui si affiancano i già ampiamente citati prodotti della cultura pop, che replicano gli stessi temi per via di metafore narrative, e che riproducono pure la stessa incongruenza tra forma e contenuto, tra dettame e metodo, tra mezzo e fine.
Sono i film che ci svelano le perversioni gelide e velenose di tecnologia, denaro, mercato, culto dell’immagine, dell’apparenza dell’artificioso, invitandoci a rigettarle, film che cantano il ritorno all’umano, al naturale, all’autentico, alla semplicità ancestrale.
Film che per cantare l’umano, il semplice e il naturale sfruttano a fondo e con ammirevole perizia le più avanzate tecnologie per generare mondi virtuali di schiacciante potenza visiva e barocco frastuono; film che possono nascere solo grazie agli enormi capitali concentrati nella più grande potenza economica e militare del pianeta; e che capitali ancora più immensi drenano dalle tasche di milioni di spettatori assai vogliosi di affluire nella sala buia, nella caverna dove sentiranno proclamare, tramite coloratissime ombre che s’agitano su uno schermo, che la loro vita e la società tutta sono un unico immenso inganno, che devono svegliarsi, che la verità è la fuori… ma fuori dove?

{ fine }

Gnosticismo e complottismo 2/3

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{…alla prima parte…}

la seconda parte è piuttosto diversa dalla prima
come contenuti
ed è anche priva di immagini
non me ne sono venute in mente da mettere
magari ne conterrà la terza
la terza parte, intendo

Nella sua analisi sullo gnosticismo antico e, soprattutto, nella ricerca di paralleli contemporanei, tutto ciò che è stato citato sinora Jonas lo ignora.
Ovviamente per meri motivi temporali: il suo libro è del 1958, ed è ancora di là da venire l’epoca del complottismo di massa, del complottismo che vende (paradossalmente integrato in quella cultura di mercato che spesso è tra i suoi più grandi nemici dichiarati: ma di questo parlo più avanti).

~ gnosticismo ed esistenzialismo ~

Sarà anche per formazione e ambienti di frequentazione, ma il riferimento di Jonas è la cultura dotta, e il corrispettivo d’oggi dello gnosticismo lo individua nell’esistenzialismo.
Forse si dovrebbe dire “corrispettivo di ieri”: l’esistenzialismo è ormai tramontato da un pezzo (forse uno di quei movimenti che sembrano destinati a segnare, se non determinare, svolte epocali nel proprio tempo, per poi svelare a posteriori la propria effimera contingenza, o la funzione di tassello in movimenti ben più grandi).
Perché l’esistenzialismo è gnostico?
In realtà Jonas, da buon filosofo, predilige definizioni e metodi che inglobino il maggior numero possibile di fenomeni sotto il suo sguardo.
È così che già opera con lo stesso gnosticismo, includendovi ciò che altri avrebbero volentieri escluso, come il manicheismo o i testi ermetici (l’introduzione al volume illustra bene questo lato della questione).
E si potrebbe quasi dire che Jonas prenda l’esistenzialismo come caso acuto di un mood generale, le cui radici si trovan risalendo sino al ‘600.
È la rivoluzione scientifica ad aver nuovamente reintrodotto un rigido dualismo tra uomo e Mondo.
Abbandonato il finalismo cristiano e aristotelico, il meccanicismo postcartesiano non riconosce nel Mondo un intento provvidenziale, uno sviluppo indirizzato a uno scopo, ma solo urti ciechi tra parti di materia.

Jonas non lo dice chiaramente (forse perché lo ritiene addirittura evidente?) ma sembra che per lui la questione sia anche etica.
La natura com’è descritta dalla scienza meccanicistica non consentirebbe di ancorarvi una morale: ora il Mondo sembra funzionare unicamente in termini di potere, e il rischio è che sia questa logica a far da modello anche per i rapporti umani.
Qui Jonas più che fare analisi di storia del pensiero quasi parla per se stesso, e tra le righe riecheggia il timore di quanti vedono nell’estensione progressiva e vittoriosa del metodo scientifico, nonché dei suoi frutti tecnologici, una minaccia per l’umano genere.
Va specificato: non una minaccia materiale, bensì morale.
Qui Jonas non sembra neanche troppo lontano dall’esistenzialismo e dalla polemica di quest’ultimo con scienza, tecnologia, e razionalità applicata alla società; e forse rivela pure i motivi profondi della sua simpatia per lo gnosticismo.

~ gli spettri del meccanicismo ~

Ma esistenzialismo e tanto pensiero filosofico del ‘900, almeno a mio parere, non sono una reazione alla scienza del ‘600, bensì una resistenza, anche disperata, alla progressiva colonizzazione che il meccanicismo scientifico opera sull’umano a partire dall’800.
È in questo secolo che biologia, economia, sociologia, psicologia, per quanto goffe e ingenue nei loro inizî cominciano a incrinare il dualismo che sino a quel momento aveva salvaguardato prima il mondo dei viventi e poi l’essere umano da spiegazioni basate su meri urti tra cose privi di finalità.
Anche la specie umana viene spiegata come frutto di continue ricombinazioni prive di scopo della materia vivente e dipanatesi in tempi lunghissimi. E proprio per questo l’essere umano, forse, non ha nulla di speciale, nessuna nobile essenza che lo metta a parte da tutti gli altri viventi.

L’alienazione di cui tanti pensatori continentali parlano con costante insistenza e toni deploratorî, se non apocalittici, più che dell’uomo rispetto al Mondo, è quella dell’intellettuale erede di una determinata tradizione filosofica rispetto a una società in cui quella tradizione e i suoi discorsi stanno cessando di avere una funzione.
Alienazione anche, perché no?, rispetto a un mondo accademico in cui cattedre e spazî venivano via via sottratti ai venerati docenti dell’umanismo libresco ed erudito a vantaggio di quelli che sapesse manipolare cifre e dati e produrre un sapere immediatamente utilizzabile nell’agire sul Mondo.
La tendenza a fare del proprio malessere un malessere dell’umanità intera non è così rara.

Sia come sia, la soluzione di Jonas all’impossibilità di ancorare un’etica in un Mondo meccanico e a quella che lui ritiene una frattura rispetto all’umano Mondo dei fini, com’è noto a chi ne conosce il pensiero, consiste nei ritrovare nuovamente dei fini nel Mondo stesso.
La conseguenza è un’etica piuttosto conservatrice, come spesso accade quando si cerchi una bussola nella Natura, cioè nel già dato, nel già esistente.
Anche se il dio trascendente e biblico non viene nominato, quella di Jonas è di fatto un’etica religiosa, se non nelle sue basi, certamente nelle sue conclusioni.
Ad esempio le sue posizioni in bioetica risultano poco dissimili da quelle della chiesa cattolica e dove se ne distaccano (ad esempio nell’eutanasia) lo fanno a denti stretti.

Personalmente ritengo che per una soluzione al dualismo uomo-natura la direzione da prendere sia opposta a quella di Jonas, cioè sia l’inclusione definitiva di tutto ciò che è umano in quelle modalità esplicative che procedono da Galileo e Newton e passano per Darwin.
L’essere umano apparterrebbe interamente allo stesso regno delle stelle, delle rocce, delle piante e degli altri animali (e delle macchine).
E contrariamente a quanto tanti paventano, un’interpretazione del genere non intaccherrebbe minimamente la possibilità (se proprio se ne sente la necessità) di costruire un’etica che non sia fatta di sopraffazione. Tutt’altro.
Ma è un discorso che porterebbe lontano, e non è questo il momento né il luogo d’affrontarlo.

~ il tramonto dell’occidente ~

Jonas invece, nonostante nel suo libro sullo gnosticismo riferisca con un certo distacco le idee di Heidegger e soci, si può dire appartenga a quei pensatori novecenteschi raggruppabili sommariamente sotto l’etichetta di teorizzatori della “crisi della civiltà”.
Un gruppo assai eterogeno, la cui cifra comune è, se non una condanna, un forte sospetto verso l’avvento dello Stato moderno, dell’industrializzazione, della società di massa e dell’individualismo.
Tutti questi costituirebbero una (deplorevole, o quantomeno dolorosa) minaccia a valori tradizionali consolidati nei secoli o all’integrità di una non ben definita essenza umana, ormai travolta dall’informe e oscura marea montante della modernità.
Certo, non è chiaro quanto Jonas condivida di uno Heidegger e della sua poca simpatia per la tecnica, la quotidianità delle masse, e tutto ciò che identificava come inautentico, svilimento dell’autentico.
In ogni caso è già sintomatico che Jonas citi alcuni spunti, a quanto pare condividendoli, da un vero campione della “crisi della civiltà”, ovvero Spengler, l’autore de Il tramonto dell’Occidente (il titolo dice già tutto).

{…continua…}

Gnosticismo e complottismo 1/3

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riflessioni variamente sparse e spesso fuori tema
suscitate dalla lettura del libro di Hans Jonas
sullo gnosticismo
libro pubblicato originariamente nel 1958
le riflessioni toccano diverse cose
che conosco di seconda mano se non terza
manipolare con cura
valutare con cautela

~ un altro caveat ~

Quanto segue parla di un antico sistema di pensiero ancora in gran parte avvolto nell’oscurità, lo gnosticismo, e quell’insieme eterogeneo di teorie contemporanee classificabili sotto l’etichetta di complottismo.
Analizzare i meccanismi di una teoria può spesso sembrare una denuncia della sua infondatezza, specie se l’analisi va a rovistare tra i motivi psicologici, veri o presunti, per cui la teoria viene abbracciata.
Chi scrive ha ben presente quanto sia facile questo fraintendimento, e preferirebbe evitarlo.
Le spinte psicologiche di chi aderisce a queste o quelle teorizzazioni complottiste non intaccano minimamente la plausibilità o la verità di queste ultime, che vanno eventualmente smontate (o confermate) sul loro stesso piano; cosa che non verrà fatta in questa sede.
Chi scrive preferisce comunque dichiarare, per onestà, un forte scetticismo verso ciò che comunemente si indica col termine complottismo.
Avverte inoltre che sa bene che ormai il termine “complottismo” ha assunto una connotazione negativa, ma tuttavia qui verrà usato unicamente per comodità, e senza (troppo) intento polemico.

~ gnosticismo e complottismo ~

Il complottismo contemporaneo è uno gnosticismo depurato dagli elementi religiosi e metafisici e riformulato in chiave politica e sociale.

Lo schema generale è lo stesso in entrambi i casi.
Il Mondo è il regno di entità superiori ostili e tiranniche, che tengono le masse umane in schiavitù.
La schiavitù non è palese, bensì occulta, gli individui sono assoggettati senza esserne consapevoli, e solo una nuova conoscenza potrà risvegliarli.
Il risveglio richiama gli individui a rigettare i tiranni del Mondo, coi quali non è possibile alcuna conciliazione.

Nello gnosticismo la scala è cosmica.
I dominatori sono gli Arconti planetarî e soprattutto il loro progenitore, il malvagio demiurgo che creò il Mondo, identificato col dio dell’Antico Testamento, e distinto da quello evangelico.
La liberazione avverrà quando lo spirito, purificatosi dalle scorie mondane (materiali e psichiche), ascenderà là di dove venne, la dimensione del Dio nascosto e trascendente.
Nel complottismo invece la battaglia si svolge quasi sempre all’interno del nostro Mondo, in accordo all’assenza di orizzonti trascendenti tipica d’oggi.
I dominatori sono potenti sette e conventicole che dietro le quinte manovrano uomini e nazioni come giocattoli: sono i massoni, gli Illuminati, la Sinarchia, il Nuovo Ordine Mondiale, i banchieri, il gruppo Bilderberg…
La loro malvagità e disumanità si riconosce nella natura delle minacce che ordiscono contro la popolazione, minacce volte a ottundere e controllare, se non distruggere, il fisico e la mente nel loro intimo tramite metodi subdoli e invasivi: sostanze introdotte negli acquedotti pubblici, irrorate da aerei ad alta quota, inoculate in farmaci, vaccini e nel cibo quotidiano; e ancora, messaggi subliminali nascosti in musica, film, pubblicità.
La rivolta alla dominazione occulta dev’essere preceduta da una presa di coscienza che scopra la falsità di tutto ciò che si credeva vero, e come questo inganno sia frutto di un piano preordinato in cui tutta la società è implicata.

Tutto ciò che sai è falso: uno dei primi casi di divulgazione complottista in Italia che ha ottenuto un certo successo editoriale

Tutto quello che sai è falso: uno dei primi casi di divulgazione complottista a ottenere in Italia un certo successo editoriale.

La presa di coscienza produce un isolamento rispetto una società e un Mondo rivelati nella loro disumanità, disumanità che tuttavia ora può essere spiegata con gran semplicità.
Il male, una volta spiegato, fa meno paura. Può essere affrontato.
La missione di chi ha compreso la realtà del grande complotto sarà diffondere queste nuove verità a quanta più gente possibile.

~ i nostri alieni dominatori ~

Il XX secolo, tuttavia, ha già visto teorizzazioni simili allo gnosticismo e dotati di un orizzonte se non trascendente almeno cosmico.

Innanzi tutto, la Chiesa di Scientology, con le sue narrazioni di principî spirituali imprigionati nella materia a causa delle azioni malvagie di dittatori transgalattici.

Xenu, il dittatore spaziale della Chiesa di Scientology, come compare nella serie animata South Park

Xenu, il dittatore spaziale della Chiesa di Scientology, come compare nella serie animata South Park.

Ci sono poi le vivaci e bizzarre teorizzazioni di David Icke, vera e propria epitome del complottismo di consumo, quello che macina libri dalle copertine molto colorate e titoli molto poco umili (da Il segreto più nascosto – Il libro che può cambiare il mondo a Il risveglio del leone. Umanità, mai più in ginocchio a E la verità vi renderà liberi).
Icke pesca in maniera indiscriminata da tutto il complottismo più paranoico e a sfondo tecnologico del dopoguerra, spruzzandolo con la psicologia pop americana dell’auto-aiuto e ottenendo un disegno ardito a dir poco.
Ma la storia, una volta sfrondata dei suoi prolissi barocchismi, è ancora la stessa: per Icke i governanti della Terra sono nientemeno che rettiliani, alieni transdimensionali sotto mentite spoglie che tramite tecniche occulte tengono schiava l’umanità, la cui libertà è mera illusione.
David Icke si può considerare una sorta di Scientology senza la Chiesa di Scientology. Un santone mediatizzato che non necessita di un’istituzione e una gerarchia nei cui veli di segretezza inquadrare e gestire adepti; al contrario, Icke vuole alzare la voce il più possibile perché tutti sappiano, e magari comprino i suoi libri e accorrano alle sue conferenze in giro per il Mondo.

Ritratto di rettiliano su sfondo di stelle.

Ritratto di rettiliano su sfondo di stelle.

Aggiungiamo la destra religiosa degli Stati Uniti, a lungo tempo grande brodo di coltura di immaginarî complottisti, e forse uno tra i maggior serbatoî, inconsapevole e insospettato, da cui queste tematiche scorrono e si diffondono, mutate e riformulate, in altre nazioni, in altri ambienti, anche del tutto opposti a quello originario.
È la destra religiosa che si tiene stretto il diritto a portare le armi, che detesta il governo federale, che immagina le Nazioni Unite in combutta col “musulmano” e “comunista” Obama per distruggere le libertà americane e tutto ciò che c’è di buono negli Stati Uniti: la religione cristiana, la proprietà privata, la famiglia tradizionale.
Ad esempio è da qui che parte nella sua forma contamporanea la paura dei vaccini (da qualche anno giunta anche in Italia), declinata nelle sue varie forme, minimali e massimaliste: dai vaccini che rischiano di causare l’autismo, ai vaccini come parte di un complotto globale depopolazionista, volto a ridurre forzosamente le dimensioni dell’umanità, in satanico contrasto col dettame biblico del “crescete e moltiplicatevi”.
Se David Icke, dietro ai suoi complotti, ci vede i rettiliani, versione fantascientifica e contemporanea del demonio dal piede caprino, per la destra religiosa americana dietro ai malvagi potenti del Mondo ci sarebbe l’Avversario per antonomasia, l’antico serpente, il nemico di Cristo e dell’umanità.
E non in senso metaforico.
A governare il Mondo sarebbe una setta satanica globale dedita a perversioni sessuali d’ogni sorta condite con sacrifici umani di vergini e infanti.
Queste teorizzazioni, in cui si mischiano elementi eterogenei, dalle scie chimiche, al controllo mentale tramite droghe e microchip, alla tirannide della moneta (manco a dirlo, identificata col marchio della bestia dell’Apocalisse di Giovanni), e via dicendo, una volta ripulite delle sfumature diaboliche, metafisiche e più spiccatamente apocalittiche nel senso proprio del termine, magari mantenendo solo lievi tocchi di immaginario estorico, queste teorizzazioni viaggiano e si diffondono in versioni più realistiche e plausibili, e mettono radici un po’ ovunque negli ambienti cosiddetti anti-sistema, e infine nell’immaginario del cittadino comune.

~ dietro la maschera ~

La cultura popolare ha fatto la sua parte nel radicamento del complottismo anche fuori dalle nicchie in cui, sino a un certo punto, era limitato.
A battere la strada è The X-Files, che tuttavia si mantiene su un certo livello di autoconsapevole divertissement e disincanto.
Ma poi arriva The Matrix, film che invece si prende parecchio sul serio, con la sua retorica al contempo e furbescamente anti- e filo-tecnologica, con le sue spruzzate di orientalismo, il suo messianesimo portato avanti a colpi d’arti marziali, il suo ribellismo antagonista contro un “Sistema” vagamente definito in modo da simboleggiare tutto e il contrario di tutto.
Dopo The Matrix, ecco V for Vendetta, altro grande capisaldo nella definizione dell’immaginario ribellista e dei suoi parafernalia, tra cui l’inevitabile maschera di Guy Fawkes.

Grazie a un film di Hollywood, i ribelli del nuovo millennio indossano il volto di Guy Fawkes, soldato cattolico devoto al papa di Roma.

Grazie a un film di Hollywood, i ribelli del nuovo millennio indossano il volto di Guy Fawkes, soldato cattolico devoto al papa di Roma.

Verrebbe da dire che se The Matrix è la teoria, V for Vendetta è il manuale pratico.
Dietro V for Vendetta ci sono sempre i fratelli Wachowski che, più di recente, hanno girato L’Atlante delle Nuvole, tratto da un romanzo che a sua volta risente pesantemente della retorica anti-sistema partita proprio da The Matrix.
The Matrix è uno dei grandi collettori che, a cavallo del millennio, ha raccolto e ridistribuito presso i segmenti antagonisti e non dell’area politica vagamente identificabile come “a sinistra”, e presso un pubblico profano e generalmente disimpegnato, l’ossatura fondamentale dell’ideologia gnostico-complottista.
Vale la pena ribadirne i contenuti: il Mondo come una prigione mascherata fatta di dominatori nascosti e di prigionieri inconsapevoli, e di un piano da svelare per liberarsi.

{…continua…}

alla vigilia del voto

{ quanto segue è il concentrato finale di una serie di riflessioni e confronti che ho avuto ultimamente in altri luoghi della rete, in privato e in pubblico }

Lunedì sera si saprà quanto sarà ampia l’affermazione del Movimento 5 Stelle ispirato (secondo alcuni) o comandato (secondo altri) da Beppe Grillo.
Quello che è ormai indubbio è che un’affermazione ci sarà, e non da poco.

Ora, io non so se poi il grillismo si sgonfierà in pochi mesi vittima dei suoi stessi limiti, o si invece crescerà ancora ed entro qualche anno diventerà maggioritario.
Non so se le elezioni di lunedì segneranno una svolta politica, se non sociale e storica, per l’Italia, o addirittura per l’Europa.
Tutto è possibile.
I limiti del grillismo non sono pochi, sono tantissimi, per come è organizzato e per chi lo gestisce.
Ma sicuramente il grillismo continuerà a crescere se la situazione economica continuerà a deteriorarsi e la politica tradizionale a balbettare.

In un momento del genere, quando, almeno su questo, il voto può fare una differenza, credo si debbano mettere completamente da parte sterili discussioni sui toni: le urla, le battute, i proclami, i delirî; sulle etichette: fascisti, comunisti, casta, grullini, mortizombi, adepti, eccetera eccetera; e soprattutto sulla presunta stupidità dei rispettivi avversarî.
Ha poca utilità blaterare di lavaggi del cervello di massa, che li si individui nella tivù della casta o nella rete del guru.

Se si vuole valutare cosa volere e cosa aspettarsi dal grillismo, le domande fondamentali che secondo me chiunque dovrebbe porsi (chiunque: simpatizzanti o antipatizzanti del M5S) sono semplici, e sono queste:
1) Che tipo di società e di politica desiderano Grillo e il M5S?
2) La desidero anch’io?
3) È realizzabile?
4) Se fosse realizzabile, che prezzo e che rischî comporterebbe?
5) Sono disposto a pagare (e far pagare agli altri) quel prezzo e a correre (e far correre agli altri) quei rischî?

Le mie risposte a queste domande, lo dico senza tema, sono in gran parte negative.
Ma non ho nulla contro chi risponde positivamente. Si può discutere.
L’importante però è che si resti fermi a queste domande e che le si affronti tutte quante, perché è questa la base per discutere, e non la simpatia o l’antipatia per la barba di Grillo o per l’eventuale ingenuità dei suoi seguaci.
Tra l’altro, se posso dirlo, a me a pelle Grillo starebbe pure simpatico.

Nota bene.
Per “tipo di politica” (domanda 1) desiderata non intendo “quella in cui non si ruba”.
Intendo stabilire chi in politica decide cosa e come e con quali poteri e limiti.
La domanda potrebbe essere riformulata così: è auspicabile un’Italia organizzata e gestita come attualmente è organizzato e gestito il M5S? Personalmente in questo caso la mia risposta è fortemente negativa.
In ogni caso la domanda così formulata finisce per ricomprendere anche il problema (a molti tanto caro) dell’onestà e della formazione di cricche clientelari. È lecito chiedersi come performerebbe in tal senso un sistema di massa privo di strutture, di regole precise, e sottoposto ad un unico “garante” formalmente dotato di pieni poteri.

In ogni caso a me non spiacerebbe se, un po’ alla volta, il discorso politico uscisse dall’appiattimento sul candore della fedina penale (o peggio ancora del vissuto personale) dei politici.
Un appiattimento deleterio, che contrabbanda l’idea secondo cui l’essere incensurati è quasi nulla osta per qualunque azione politica.
Un appiattimento figlio di vent’anni di Berlusconi, ma di cui è stata complice, se non diretta fautrice, la sinistra, che ha via via abbracciato posizioni da Legge & Ordine degne della destra, e non certo di quella più moderata.

Le elezioni di lunedì segneranno anche una nuova e decisa tappa nel tramonto di Berlusconi politico.
Vorrei sperare che l’uscita di scena del ridente imprenditore meneghino permetta un decantamento del giustizialismo di cui sopra, giustizialismo ormai pervadente, in diverse forme e modi, quasi l’intero spettro politico.
Temo sia speranza vana.
Ormai s’è radicata nel profondo della cultura l’idea che i trasgressori o che determinati trasgressori siano dei pariah indegni per sempre di tornare a partecipare al consesso civile, e che siano anzi da segnalare e guardare a vista e a vita.
Trasgressore una volta, trasgressore per sempre.
Inutile dire che la posizione del Movimento 5 Stelle in merito sia, almeno da quanto ho potuto vedere finora, pienamente aderente allo spirito dei tempi.

Vietare il (neo)nazismo?

Nelle scorse settimane in Germania è partito un tentativo (e non il primo) per mettere fuorilegge il Partito Nazionaldemocratico Tedesco (NPD), partito di estrema destra, considerato erede del nazismo. Attualmente il partito non ha alcun seggio nel parlamento federale.
In Grecia pare che Alba Dorata, partito di estrema destra anch’esso considerato neonazista, abbia attualmente un consenso intorno al 15%. Si è anche discusso se sia il caso di metterlo fuorilegge, ma la discussione è rimasta tale. Intanto c’è chi afferma che il partito abbia diverse connessioni con membri delle forze dell’ordine.
In Italia, tra un mese, si celebrerà la giornata della memoria. Come già l’anno scorso, si faranno più forti le richieste perché anche il paese in cui viviamo si doti di una legge contro il negazionismo.

Vietare il nazismo e le sue filiazioni per legge? Cioè, vietarne le idee, le parole, le associazioni di persone che le esprimano pubblicamente?

Auspicare che in società formate da decine di milioni di persone, con idee d’ogni tipo, non ci sia neanche un ammiratore di Hitler è pura utopia. Che ce ne siano alcune decine, centinaia, o anche qualche migliaio sarà comunque inevitabile.
Restano pur sempre minime frazioni del totale.
E finché restano tali, lo Stato avrà tutto l’agio di perseguitarli con la massima forza, perché il piccolo numero oppone scarsa resistenza.
Ma saranno persecuzioni inutili, proprio perché il piccolo numero, specie se composto da individui socialmente marginali, non riuscirebbe comunque a diffondere con efficacia le proprie idee.
La facilità con cui lo Stato ottiene dall’opinione pubblica il nulla osta alla repressione degli estremisti comprova come questi ultimi abbiano davvero poche possibilità di imporsi alla società.
Quando il neonazismo è ultraminoritario e perseguitarlo è facile, in realtà non occorrerebbe farlo, perché non è una minaccia.
Quando il neonazismo comincia ad acquistare consistenza, il tentativo di vietarlo diventa inutile in un altro senso: è un tentativo inefficace.
Ci si può provare, non ci si riesce.
Una volta che la corrente s’è ingrossata, arginarla è sempre più difficile, e anzi si rischia di farle accumular pressione e rendere ancora più difficile il contrasto. A questo punto il neonazista potrà riconfermare al pubblico la propria tesi, cioè che l’elite malvagia (la casta corrotta asservita ai poteri finanziarï) vuole fermare con mezzi repressivi la giusta rabbia popolare.
La repressione di un estremismo che ormai dilaga nell’opinione pubblica, e che di solito dilaga per lo scollamento tra chi governa e chi è governato, non fa che aumentare questo scollamento, e quindi alimenta l’estremismo, lo legittima.

Ma soprattutto, questo tipo di repressione è una cura che vorrebbe guarire la malattia colpendo i sintomi e ignorando le cause.
È una porta chiusa quando i buoi sono scappati.
Se un partito neonazista si afferma con tanta forza proprio in Grecia non è un caso. Serve dire il perché?
Se la Grecia non fosse precipitata in un baratro economico e sociale (qualunque siano i motivi per cui c’è finita), Alba Dorata rimarrebbe un partitello marginale, interessante tutt’al più per l’umorismo involontario di certe proposte (come quella di “liberare Constantinopoli dai Turchi”).
Una volta creatasi il terreno (economico e sociale) che permette all’idea neonazista di germogliare e prosperare, metterne fuorilegge le parole o gli scritti, o le associazioni che vi si rifanno, servirà a poco o niente.
Metti fuori legge un partito neonazista e sùbito nascerà una nuova formazione che, in maniera più cammuffata e calcolata, ne proseguirà le gesta.
Dopotutto, lo stesso Hitler finì più volte dietro le sbarre delle prigioni tedesche. Dieci anni dopo era al potere in Germania, e il resto è noto.

Ovviamente si parla di idee, parole, scritti e associazioni.
Gli atti violenti dei neonazisti dovrebbero essere perseguiti. Ma come tutti gli altri atti violenti, né più né meno. Così come dovrebbero esserne libere le idee, come tutte le idee, né più né meno.
E personalmente apprezzo poco uno Stato che, senza incontrare opposizione alcuna, ma giubilo compiaciuto da parte di pubblico e opinionisti, può e riesce a schiacciare le idee, le parole e le associazioni di quelle che vengono viste e presentate come “spregevoli minoranze”.
È una pratica politica che, se posso dirlo, i nazisti originali sapevano fare benissimo.