Prostituzione: il “modello nordico” varca l’Oceano

Ormai più di quattro anni fa scoprivo l’esistenza del “modello svedese”, quello che in seguito sarebbe diventato più noto come “modello nordico”: un approccio legislativo alla prostituzione che cerca di reprimerla ridefinendo il fenomeno come “violenza contro le donne” e di conseguenza punendo il cliente.

Scrivevo nel 2010:

Il modello svedese ha suscitato una certa attenzione all’estero, e con lentezza si sta estendendo: Norvegia e Islanda, altre due nazioni nordiche, si sono accodate nel 2009. Il Regno Unito potrebbe essere il prossimo a seguire.
Per quanto riguarda l’Italia, personalmente non escludo che entro tre o quattro anni possa venir adottato; specie tenendo conto che l’alternativa opposta, la regolarizzazione e accettazione della prostituzione (com’è in Olanda, Germania o Austria tra gli altri), nel nostro paese attualmente non ha spazio di manovra alcuna, né credo l’otterrà nel breve termine, forse nemmeno nel medio.

Le cose sono andate un po’ diversamente.
In Italia, a tutt’oggi, non mi pare ci sia alcun dibattito di rilievo al proposito. Il tentativo francese di adottare il “modello nordico”, che io sappia, non è andato a buon fine.
Attualmente, in Europa, si sta tentando di introdurre il “modello nordico” in Gran Bretagna e in Irlanda del Nord.
Nel frattempo, è il Canadà ad averlo adottato, giusto questa settimana.

Traduco il pezzo (l’originale si trova qui).

***

Ieri [6 novembre] il governo canadese ha finalmente approvato il disegno di legge C-36, una revisione controversa e assai dibattuto delle leggi nazionali sulla prostituzione. Secondo la nuova legge, la prostituzione di per sé non illegale, ma lo è pagare per servizî sessuali o pubblicizzarli. Come nel cosiddetto “modello nordico”, questo si suppone sia un miglioramente rispetto ai precedenti modi di criminalizzazione del sesso consensuale tra adulti.

Solo i più maldestri tra i progressisti tuttavia lo vedono veramente come un miglioramenteo. Statalisti e conservatori lamentano ancora il fatto che vendere servizî sessuali non comporti necessariamente del tempo di prigione. Dico “non necessariamente” perché ci sono ancora molti modi in cui le stesse lavoratrici del sesso possono venire perseguite in base alla nuova legge, che considera un reato “comunicare per la vendita di servizí sessuali”, in rete o in qualunque altro luogo pubblico. Questo è in parte il motivo per cui le lavoratrici del sesso e i loro alleati si oppongono alla nuova legge. Cosa c’è di buono nell’eliminare le pene per la vendita di servizî sessuali se si può ancora venire arrestati per aver pubblicizzato o promosso la prostituzione? E come si può pensare che le lavoratrici del sesso possano guadagnarsi da vivere in sicurezza se i loro clienti devono temere costantemente l’arresto?

La risposta, ovviamente, è che non possono. Il desiderio che muove la legge C-36 è di “eliminare la domanda” per la prostituzione in modo che finalmente venga sradicata. Aggiungi a questo lo stereotipo secondo cui tutte le lavoratrici del sesso sono intrinsecamente delle vittime ed ecco dove si finisce. La nuova legge canadese può significare meno lavoratrici del sesso – in maggioranza donne – perseguite per prostituzione, ma questo a spese dell’idea che le donne siano esseri umani pienamente autonomi capaci di prendere delle decisioni per se stesse. Si accompagna anche al corrispondente aumento nel numero di (per la maggioranza) uomini che verranno perseguiti per aver acquistato dei servizî sessuali, con poca o nessuna possibilità nella riduzione del potere dello stato di polizia.

“Questa è una legge estremamente preoccupante… e ignora flagrantemente le chiare evidenze degli effetti negativi della criminalizzazione del lavoro sessuale”, ha detto la dottoressa Kate Shannon, direttrice dell’Iniziativa per la Salute Sessuale e di Genere e professoressa associata di medicina presso l’Università della Columbia Britannica. “Sappiamo troppo bene dopo due decenni di donne scomparse e uccise in Canada e grazie a un’ampia ricerca da parte della nostra e di altre squadre che criminalizzare qualunque aspetto del lavoro sessuale ha effetti devastanti sulla sicurezza, la salute e i diritti umani delle lavoratrici del sesso.”

Le precedenti leggi del paese sulla prostituzione (che criminalizzavano la vendita di servizî sessuali) erano state abrogate dalla Corte Suprema del Canada nel 2013 precisamente perché violavano i diritti delle lavoratrici del sesso alla “vita, la libertà e alla sicurezza della persona”, garantite dalla Carta Canadese dei Diritti e delle Libertà. Ma i proponenti della nuova legge sembrano poco preoccupati da ciò. “Ovviamente noi non vogliamo rendere la vita sicura a chi si prostituisce”, ha detto il senatore conservatore Donald Plett nelle udienze preliminari per la legge C-36 la scorsa Estate. “Noi vogliamo eliminare la prostituzione. Questo è l’intento della legge”.

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A proposito del traffico di esseri umani…

In parte attinente ad alcune tematiche accennate nello scorso post, ho tradotto un pezzo del quotidiano inglese Guardian.
Risale ormai al mese scorso, ma m’è stato segnalato praticamente due giorni fa.
È utile, tra il resto, per capire come serva sempre una notevole cautela verso le cifre riportate a proposito delle emergenze sociali.
L’originale si trova qui.

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La verità sulla tratta di esseri umani: non è solo una questione di sfruttamento sessuale
Gruppi femministi e gruppi religiosi definiscono la tratta come lavoro sessuale forzato, una semplificazione che impedisce di aiutare le vittime del lavoro forzato

Eliminare la “tratta di esseri umani” [trafficking] è probabilmente la causa sociale più nota, meglio finanziata e più amata del XXI secolo, che non richiede un accordo tra suoi promotori su ciò a cui desiderano mettere fine. Cosa significa “tratta”? Quante persone sono “trafficate”? Guardando dietro la superficie della lotta alla tratta si trovano statistiche fuorvianti e decenni di dibattiti su leggi e protocolli. Per quanto riguarda il problema in sé, la mancanza di accordo su come definire la “tratta” non ha rallentata la lotta degli attivisti. Anzi, la lotta è diventata definire la tratta.

Negli ultimi quindici anni, le campagne contro la tratta si sono guadagnate le posizioni più visibili tra le missioni femministe, religiose e relative ai diritti umani, godendo il sostegno di organizzazioni così ideologicamente distanti come Equality Now, ONG per i diritti delle donne, e la Heritage Foundation, gruppo conservatore d’analisi politiche. L’idea dominante odierna sulla tratta ha preso piede solamente all’inizio di questo secolo, spinta in particolar modo dalla promozione di gruppi per i diritti delle donne che hanno cercato di ridefinire la tratta soprattutto come “sfruttamento sessuale” di donne e bambini. E infatti è questa la definizione che gruppi come la Coalizione Contro la Tratta delle Donne [Coalition Against Trafficking in Women] sono riusciti a far mettere per iscritto nelle prime leggi internazionali (pdf) relative alla tratta. Quando si sente parlar di tratta, a molti viene in mente una certa immagine, quella che gruppi per i diritti delle donne – e, sempre più, gruppi evangelici cristiani come Shared Hope International, International Justice Mission and Love146 – usano esplicitamente nelle loro campagne.

In effetti, è per l’influsso di questi gruppi che la stessa questione della tratta ha cominciato a migrare: da una relativa oscurità alle sessioni delle Nazioni Unite, alle autostrade degli Stati Uniti, dove i guidatori ora trovano manifesti contro la tratta che mostrano oscure fotografie di giovani ragazze, immagini pensate per “aumentare la consapevolezza”. Usare immagini del genere con l’obiettivo di porre fine allo “sfruttamento sessuale” può sembrare contraddittorio, visto che le ragazze fotografate vengono presentate in quello che altrimenti sembrerebbe un contesto semi-pornografico. Un manifesto che ho visto l’agosto di quest’anno su una strada interstatale in Louisiana mostrava una ragazza madida di sudore, dagli occhî spalancati e le parole “NON IN VENDITA – FERMIAMO LA TRATTA DI ESSERI UMANI” stampate rosse sulla sua faccia.

Ma cosa – e chi – viene combattuto in ciò che quest’immagine contiene?

Statistiche accurate sulla tratta sono difficili da recuperare, cosa che non frena alcuni gruppi contro la tratta dall’usarne comunque. Ad esempio, Shared Hope International, che porta avanti aggressivamente delle leggi contro la tratta in quarantuno stati dell’Unione, afferma che “almeno 100.000 minori ne sono vittima” ogni anno negli Stati Uniti, e probabilmente fino a 300.000, una cifra che è stata citata (ripetutamente) dalla CNN. In realtà, la cifra è una stima da un rapporto dell’Università della Pennsylvania del 2001 (pdf) su quanti giovani siano “a rischio” di ciò che gli autori chiamano “sfruttamento sessuale commerciale di un minore”, basato sul numero di giovani senza casa. Non si tratta però del numero di quanti giovani siano vittime di “tratta”, o siano coinvolti nel traffico sessuale.

In queste statistiche la prostituzione è spessa confusa con la “tratta”, in parte perché la definizione di tratta che è stata messa in risalto si riferisce esclusivamente allo “sfruttamento sessuale”. Di fatto, questa confusione si è insinuata nel recupero dei dati. Secondo un rapporto dell’Alleanza Globale contro il Traffico di Donne:

“Quando le statistiche sulla tratta sono disponibili, di solito si riferiscono al numero dei migranti o delle prostitute locali, più che a casi di traffico di esseri umani.”

Questa confusione voluta tra prostituzione e tratta distingue i numerosi gruppi femministi e religiosi contro la tratta da quelli che lavorano direttamente con chi è coinvolto in lavori forzati d’ogni tipo, che riguardino o meno il sesso. I nodi di questa divaricazione su chi meriti di definire la tratta stanno per venire al pettine per chi voterà in California, sotto forma della Proposition 35 che, se passerà questo novembre, stabilirà pene e multe più alte per chi commette ciò che gli autori della legge definiscono come trafficanti di esseri umani a scopi sessuali, in opposizione a chi il traffico lo fa a scopi di lavoro. Obbligherà inoltre chi sarà condannato per traffico di esseri umani a registrarsi come un criminale sessuale e a sottoporsi per tutta la vita al monitoraggio delle proprie attività in rete. E questo a prescindere che nel caso in questione c’entrino il sesso o la rete. [nota mia: la Proposition 35 è poi stata approvata il 6 novembre 2012 con l’81.1% dei sì, anche se a tutt’oggi, 8 novembre, sono state intentate delle azioni legali per limitarne determinati effetti]

Non c’è dubbio che la California ospiti diverse imprese dove, secondo Freedom Network (le organizzazioni che fanno parte di Freedom Network utilizzano un approccio contro la tratta basato sui diritti umani), è noto si faccia ricorso al lavoro forzato: imprese dell’agricoltura, della ristorazione, dell’edilizia, alberghiere, dell’abbigliamento, del sesso. Ma ciò che accomuna i lavoratori di queste imprese non è lo “sfruttamento sessuale a scopi commerciali”, bensì l’erosione dei diritti del lavoro e le progressive restrizioni nelle politiche immigratorie, che rendono numerose persone vulnerabili alla coercizione e agli abusi. Cindy Liou, avvocato nello staff dell’Asian Pacific Islander Legal Outreach, un progetto che ha base nella California del Nord e che ha lavorato con centinaia di sopravvissuti alla tratta di esseri umani, sta invitando i californiani a votare no alla proposta referendaria:

“Ridefinisce la tratta in un modo scorretto, confusionario e terribile. Ed è molto problematico perché lo fa alle spese delle vittime della tratta, visto che ignora le vittime della tratta a scopo di lavoro.”

In effetti, la cosiddetta “tratta a scopi sessuali” forma solo una piccola percentuale del lavoro forzato nel suo complesso, come stimato dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Nel suo rapporto per il 2012, l’ILO classifica lo “sfruttamento sessuale forzato” come distinto da altre forme di lavoro forzato e questo per certi versi è utile, dato che non tutto il lavoro forzato riguarda il sesso, ma per altri versi aggiunge ulteriore confusione al problema (perché ciò che distingue la tratta a scopi sessuali dagli abusi sessuali è che avvenga in un luogo o in un rapporto lavorativo). Ciò nonostante, delle quasi ventun milioni di persone che l’ILO stima siano lavoratori forzati, quattro milioni e mezzo sono ciò che l’ILO definisce “vittime di sfruttamento sessuale forzato”. Ovvero, oltre tre quarti delle persone che, in tutto il Mondo, si stima siano impiegate forzatamente non sono coinvolte in “sfruttamento sessuale forzato”. Dall’altra l’ILO stime che due milioni e duecentomila persone in tutto il Mondo siano lavoratori forzati nelle prigioni o nelle forze armate. Persone le cui storie difficilmente finiranno sui cartelloni delle autostrade.
[nota mia, venuta in mente ora: a proposito del lavoro forzato in àmbito militare, è notevole che molte campagne umanitarie, relative soprattutto a paesi africani, si concentrino soprattutto sullo scandalo dei bambini soldato, cioè dei minori di diciotto anni arruolati a forza; come se, una volta superati i diciotto anni, non fosse possibile venire obbligati a combattere o come se, anche se avvenisse, questo non costituisse alcun problema]

Ma, come per lo scalpore suscito dalla “tratta a scopi sessuali”, sarebbe errato lasciare che il volume della pubblica indignazione misuri quanto sia importante un problema, e questo al di là di come la questione venga definita (o mal definita). Allo stesso modo, la pretesa di “cifre reali” ci può trascinare ancora più a fondo nel pantano ideologico che informa la questione della tratta. Jo Doezema, ricercatore della Paulo Longo Research Initiative e autore di Schiavi sessuali e padroni del discorso: la costruzione della tratta di esseri umani [Sex Slaves and Discourse Masters: The Construction of Trafficking], avverte:

“Anche riconoscere che il dibattito sul significato della tratta coinvolge la politica e l’ideologia non va abbastanza in là: lascia ancora intatta l’idea che la tratta di esseri umani possa essere definita in maniera soddisfacente, se solo prevalessero la volontà politica, un pensiero chiaro e un approccio concreto.”

Ovvero, non possiamo valutare la gravità della “tratta” se definiamo il problema tramite una semplice e coerente contabilità delle “vittime”. Ciò che va perso in questo incessante ridefinire e conteggiare sono i fattori complessi dietro a ciò che attualmente è quasi unanimamente chiamato “tratta”. Ciò che soprattutto va perso è una qualunque comprensione e riconoscimento delle sfide che devono affrontare milioni di persone che lavorano, lottano e sopravvivono in condizioni abusive, ma le cui esperienze non troveranno mai spazio in un cartellone pubblicitario.

Morto un proibizionismo se ne fa un altro

Oggi, 6 Novembre 2012, gli Stati Uniti rieleggeranno Obama presidente. O almeno così si dice.
Quel che non si dice, o di cui si parla molto poco, e per nulla fuori dai confini americani, sono i varî referenda che diversi stati proporranno agli elettori in concomitanza col voto presidenziale. Due di essi avranno una portata epocale: nello stato di Washington e in Colorado si voterà per decriminalizzare la cannabis. La marijuana. L’erba. Nonostante il fallimento di analoghi tentativi in anni recenti, questa sembra la volta buona: la maggioranza, anche se risicata, voterà “sì”.
Ovviamente gli apparati istituzionali tenteranno in tutti i modi di disinnescare i risultati del voto, ma poco conta. Conterebbe poco anche se i due referenda dovessero entrambi fallire. Lo farebbero di stretta misura: dieci o venti anni fa i “no” sarebbero invece stati maggioranza schiacciante.
Quel che conta è il cambiamento in atto, e non da oggi.
Il succedersi delle generazioni ha ormai sgretolato senza possibilità di rimedio il massiccio muro del proibizionismo sugli stupefacenti, perlomeno riguardo alle droghe leggere. L’accettazione, nei tempi più recenti, della cannabis a fine medico era già un segnale dell’avvenuta rinormalizzazione sociale della sostanza: non più qualcosa di maligno sempre e comunque, a prescindere da ogni contesto, bensì qualcosa di cui esiste l’abuso, ma anche un possibile uso.

Sono forse ottimista a immaginare che entro l’attuale decennio si scriverà la parola fine per quella Guerra alle Droghe che ogni anno fagocita miliardi di dollari, intasa le celle del sistema carcerario più vasto del Mondo, quello degli Stati Uniti, travolge e distrugge vite, individui e famiglie a decine di migliaia nelle Americhe, in Africa, in Asia.
Lentamente il proibizionismo sugli stupefacenti si spegnerà proprio a partire dagli Stati Uniti, là dove ha avuto inizio, col resto del Mondo che al solito andrà a rimorchio, accogliendo col dovuto ritardo di anni le onde di novità che partono dal centro dell’impero globale.

Tuttavia è il caso di guardare indietro e ripassare come partì la Guerra alle Droghe.
Oggi fanno sorridere, e questo è forse uno dei maggiori segnali di cambiamento, le leggende che circolavano quando tutto cominciò.
All’inizio degli anni Trenta del secolo andato, su impulso attivo delle istituzioni poliziesche, i giornali strillavano titoli su giovani che accoppavano i genitori a colpi di mannaia dopo aver fumato l’erba malvagia. Evil weed: veniva chiamata proprio così, e senza alcuna ironia. Sono le storie d’atrocità (atrocity tales), terribili fatti di sangue, spesso gonfiatissimi se non inventati di sana pianta, che sempre accompagnano come chiari sintomi i panici morali in atto: per l’oggetto o la pratica o il gruppo sociale che la cronaca associa a stragi e delitti efferati si preparano tempi duri e spesso leggi severe, severissime. Così è stato per l’Erba Malvagia.
All’inizio degli anni Trenta del secolo andato, ho scritto. La data non è casuale. Si era appena chiuso un altro probizionismo, quello sull’alcool: un fallimento così clamoroso da esser durato, nella sua fase più attiva e virulenta, appena una diecina d’anni (anche se i movimenti per la temperanza datano la loro attività più vivace già dall’ultimo quarto dell’Ottocento).
Il meccanismo di successione è chiaro, l’avvento della Guerra alle Droghe non richiede spiegazioni raffinatissime: fallito il proibizionismo dell’alcool, gli apparati repressivi che ci sono cresciuti si ritrovano a rischio disoccupazione e per sopravvivere cercano e trovano un nuovo facile bersaglio: l’Erba Malvagia. Nuovo carburante perché la macchina poliziesca possa continuare a marciare, a macinare colpevoli e innocenti.
C’è chi dipende dalle droghe, c’è chi dipende dalla repressione sociale.
Col tempo il nuovo bersaglio si rivele una scelta proficua. Lungo gli anni Settanta, in parallelo con l’ascesa del conservatorismo neoliberista, la Guerra alle Droghe esplode tutta la sua potenza, mostrandosi molto utile come dispositivo di controllo sociale domestico nei confronti delle minoranze razziali, in particolare quella nera; come strumento d’intervento economico, politico e militare all’estero, in America Latina. E soprattutto, sempre all’interno, come tampone nei confronti della disoccupazione cronica che affligge l’economia, grazie alla doppia espansione del sistema carcerario e di quello criminale: la Guerra alle Droghe crea decina di migliaia di posti di lavoro, tra le guardie e tra i ladri.

Eppure sono bastate poche generazioni e questa grande macchina ha cominciato a perdere fiato. Il cambio di mentalità, certo. Le ragioni deboli e fasulle su cui si è retta, ragione d’ordine politico e più volte smentite dalla ricerca medica e scientifica. Non da ultimo, la montante marea di una spesa pubblica ingestibile e impopolare, che sconsiglia il mantenimento di apparati repressivi elefantiaci.
Resta appunto da vedere se il tramonto, ormai in corso, della Guerra alle Droghe, non aprirà il sipario su nuovi atti del dramma proibizionista, i cui meccanismi si ricicleranno, con la stessa cieca ferocia, concentrandosi su nuovi obiettivi.

Azzardo tre ipotesi.

1.
La prima, manco a dirla, riguarda il tabacco.
Qui il processo di denormalizzazione è ormai avanzato: divieto di pubblicità, divieto ai minori, divieto nei luoghi pubblici. Negli anni più recenti si discute di vietare ai minori i film con personaggi fumatori; di vietare il tabacco a tutti i nati dopo un certo anno, anche una volta adulti, per creare una nuova generazione “libera dal fumo”; di vietare le sigarette elettroniche non tanto perché dannose, ma perché “somigliano alle sigarette” e quindi minaccerebbero il processo di denormalizzazione di queste ultime.
Col tabacco ormai ci troviamo esattamente su quella soglia che separa il divieto per non danneggiare gli altri dal divieto che vuole esplicitamente “salvare” i fumatori da se stessi, col sostegno di un’opinione pubblica che giudica il fumatore “stupido”, “cattivo”, moralmente indegno, liberamente disprezzabile con l’approvazione collettiva.

2.
La seconda ipotesi riguarda quel campo complesso e accidentato che è la sessualità.
Non immagino tanto, non immagino certo il ritorno a un puritanesimo che replichi lo storicamente noto. Difficile immaginare ad esempio un’inversione di percorso nella pur fragile accettazione sociale dell’omosessualità (mi permetto di aggiungere: e meno male).
Se l’asse del genere sessuale, maschile-femminile, va via via perdendo forza come fonte della normatività in campo sessuale e relazionale (è su quest’asse che si basava il tabù dell’omosessualità), ora la nuova rotta segue l’asse del potere e delle disparità, reali e presunte che siano: sono le relazioni su cui grava l’ombra di un potere dispari a essere fonte di massimo sospetto e disagio, a rischio d’essere aprioristicamente percepite come sfruttamento, a esigere l’intervento di regole, paletti, divieti preventivi. Da qui, un esempio tra i tanti possibili, il nuovo approccio alla prostituzione, di provenienza scandinava, che definisce automaticamente qualunque scambio tra sesso e denaro come “violenza contro le donne”, un approccio che punisce i clienti del sesso a pagamento esattamente come la Guerra alle Droghe punisce i consumatori di stupefacenti. Un approccio che probabilmente otterrà gli stessi risultati: fallimentari.
Sempre domani, in California, si vota tra gli altri un referendum per nuove leggi repressive contro la prostituzione e i reati sessuali. Il referendum pare passerà con una maggioranza schiacciante. Tra le novità, chi sarà condannato per determinati reati riguardanti la prostituzione, una volta scontata la pena si ritroverà nel registro pubblico dei reati sessuali, che già ospita diecine di migliaia di nomi. Finire sul registro, negli Stati Uniti, implica sostanzialmente la morte sociale (chi è interessato a capire meglio la curiosa e complessa questione del registro per i reati sessuali negli Stati Uniti, può leggere un articolo che avevo tradotto tempo fa in due parti).

3.
Infine, il cibo.
Un campo ancora quasi completamente vergine per le regolazioni statali di ordine morale.
Di ordine morale: perché una cosa è controllare che il cibo non arrivi avvelenato sugli scaffali del supermercato, altra cosa è cercare di ammaestrare il cittadino a mangiar sano e secondo la regola, a mal giudicare chi non segua la regola. Insomma, come sempre: agire per denormalizzare determinate pratiche nella coscienza collettiva.
È notizia di pochi giorni fa l’introduzione, a partire dal 2013, nella catena di supermercati britannici Tesco, di etichette sugli alimenti basate sui semafori: gialli, verdi e rossi per indicare ciò che fa tanto bene o tanto male alla salute.
Misura innocua, si dirà. Ma sono piccoli passi indicativi.
E del resto la crescente ossessione mediatica (che è cosa diversa dall’interesse medico) per anoressia, bulimia, obesità, si pensa forse non parli di un disagio irrisolto per il rapporto tra cibo e corpo, disagio che si va inoculando nel corpo sociale fino al punto in cui sanzioni, divieti e disprezzo per i trasgressori diverranno giusti e necessarî?
C’è già chi suggerisce una guerra al sale che segua le orme di quella al tabacco, per dire.
Di mio, non mi stupirei se entro dieci o quindici anni determinati cibi venissero vietati ai minori di anni quattordici, o anche diciotto. Immagino un certo consenso ci sarebbe già ora. Ovviamente il divieto ai minori è un tipico primo passo verso la denormalizzazione. E inoltre impedire che i minori accedano a qualcosa che è facilmente rinvenibile ovunque richiede ulteriori divieti e limiti, anche per gli adulti. E ovviamente tutta una serie di regole per ciò che si possa o meno rappresentare nei prodotti pubblicitarî, dell’intrattenimento, artistici.
Nuove regole, nuovi apparati per farle rispettare, apparati che poi dovranno giustificare la propria esistenza chiedendo altre regole ancora, innescando il processo autopropellente tipico di tutti i proibizionismi.

Poi il tempo passerà.
Cinquanta, cento o più anni e anche i nuovi proibizionismi si sgonfieranno e tramonteranno.
Ci si guarderà indietro e ci si chiederà di dove venisse tutta quell’urgenza necessità di vietare. Si faticherà a credere alla serietà dei motivi che oggi vengono addotti, come oggi si fatica a credere alla storia del ragazzo che prende a colpi d’accetta la madre dopo essersi fumato un po’ d’erba; o che la masturbazione distrugga la mente e il fisico; o che far studiare le donne minacci la stabilità sociale.
Ovviamente per allora staranno già sorgendo nuovi urgenti proibizionismi, ancora più strani di quelli odierni, e che oggi, ovviamente, nessuno ancora riesce a immaginare come plausibili, come possibili.

Politici (e politiche) che odiano le donne /2

(qui la prima parte)

Nel precedente post riportavo le parole di un politico francese che, parlando della nuova legge sulla prostituzione, diceva che d’ora in poi il fenomeno sarebbe stato considerato “dal punto di vista della violenza contro le donne”.
E un passo fondamentale, in Svezia, per introdurre la nuova legge, è stato proprio quello di ridefinire la questione in tali termini, in termini di genere.
Il problema della prostituzione non è più la moralità della donna che si prostituisce o il danno che il fenomeno causa “alla famiglia” (argomenti classici dell’opposizione alla prostituzione di stampo religioso/conservatore), bensì la violenza, quella operata dal cliente uomo contro la prostituta donna.

In realtà, in Svezia come altrove, un altro importante fattore del nuovo approccio contro la prostituzione, è stato quello del trafficking, o tratta, o traffico di esseri umani.
Si potrebbe qui fare una lunga divagazione, ma basti segnalare che l’imporsi di un discorso pubblico sulla tratta di esseri umani ha avuto la non piccola utilità per la sinistra politica, in Italia, in Europa, negli Stati Uniti, di impostare una propria posizione sull’immigrazione finalmente digeribile anche dalla gran parte della popolazione che, in tempi di economia traballante e (presunti?) scontri di civiltà, l’immigrazione non la vede affatto di buon occhio, oppure la accoglie con non pochi brontolî.
Se tradizionalmente la destra avversa l’immigrazione, legale o illegale, sulla base del vecchio immaginario degli “stranieri che ci rubano il lavoro e ci stuprano le donne”, ora anche il campo opposto può coltivare un proprio discorso allarmistico in materia, pur se di segno apparentemente inverso: l’immigrazione è un male perché è un commercio di nuovi schiavi.
È qui che si aggancia la questione della prostituzione.
L’immagine tipica della prostituta e quella dell’immigrato/a tendono ora a coincidere, e coincidono sotto il segno della vittima.
Chi si prostituisce, dunque, presenta le seguente caratteristiche:
1) Donna
2) Dapprima straniera vittima dei trafficanti di esseri umani.
3) Ora schiava dei “protettori” e oggetto di violenza dei clienti.

Non serve molta fantasia, in realtà, per immaginare anche altre tipologie.
Oltre alla prostituzione su strada esiste anche quella d’appartamento, quella d’alto bordo, quella che viaggia su internet.
Inoltre, man mano che ci si allontana dal marciapiede e si sale negli attici di lusso dei centri città, o ci si sposta nei villoni di periferia, l’equazione dello sfruttamento a senso unico tende a entrare in crisi fin quasi a rovesciarsi.
Per dire: nel guazzabuglio di corruzione, concussione, cene a sfondo erotico e scambî di favori che ha coinvolto il capo dell’ormai ex governo, chi sfruttava chi? Era il lubrico vecchio satiro che, forte del suo potere economico e politico, elargiva denaro e favori in cambio di sesso giovane? O erano le fanciulle che usavano i loro corpi come arma impropria per aprirsi facili scorciatoie verso la scalata sociale? Da quale parte sta, in questo caso, la vittima? O entrambi i lati sono da considerare colpevoli?
Più in generale: si può davvero dire che la prostituzione sia sempre e invariabilmente un’estorsione di sesso in cambio di denaro? O ci sono casi in cui è valido il contrario, ovvero un’estorsione di denaro in cambio di sesso? Se la differenza c’è, come discriminare?
Si consideri ad esempio quanto segue, casi ignoti per la pubblica opinione, perché fonte di disagio, di vergogna: ovvero i molti disabili, o individui con deformità gravi, che ricorrono proprio alla prostituzione per avere quel conforto fisico che in altro modo difficilmente (o forse mai) potranno ottenere; perché oggettivamente svantaggiati, anche in questo campo, rispetto alle persone “normali”. Ecco, in questi casi: qual è la parte più debole della transazione che scambia sesso con denaro?
È molto, troppo comodo ignorare queste realtà e ridurre l’intero fenomeno del sesso a pagamento a una manifestazione dell’ignobile mentalità predatrice e oppressiva dei maschi machisti e maschilisti.
E poi ci ancora sono altre regioni, molto vaste, ma che di rado ricevono luce dai riflettori del discorso mediatico e pubblico: la prostituzione maschile, omosessuale e non; tutto il mondo della prostituzione transessuale. Mondi che vengono tenuti in ombra: anche qui per pudore, per disagio, per vergogna, per (mancanza di) convenienza politica; mondi che ricevono spazio quasi solo nelle barzellette, nelle battute da caserma.

E c’è anche da chiedersi: ma quanta parta di questa variegata popolazione è sottoposta al giogo degli sfruttatori? Quante e quanti lavorano, per così dire, in proprio? Quanta è locale, e quanta importata (a forza) dall’estero?
Perché alla fine sono i numeri che contano.
Sarebbe facile dire che esiste anche la prostituzione maschile, anche quella autogestita, anche quella in cui è davvero difficile rinvenire tracce di sfruttamento, e così via; ma se la stragrande maggioranza è fatta di sfruttamento dei (delle) più deboli, di effettiva schiavitù, non avrà forse ragione chi chiede l’approccio più repressivo, quello che persegue i clienti?

È di poco tempo fa un’accurata indagine in materia effettuata da due ricercatori americani.
Riguarda il solo Stato di New York, quindi da prendere con cautela. Ma consente di chiedersi se gli stessi o simili risultati non si otterrebbero anche qui, oltre l’Oceano, e in Italia, a volerli cercare.
I due ricercatori, tra l’altro, hanno affrontato un àmbito della prostituzione percepito come particolarmente spinoso, capace di suscitare reazioni viscerali e immediate nel pubblico più sensibile: l’àmbito della prostituzione minorile.
Un àmbito in cui, poi, si dà ancor più per certa l’immagine di cui sopra: quello della ragazzina schiavizzata dal feroce mercato del sesso, vittima impotente di sfruttatori e clienti.
Ebbene, cosa ha scoperto l’indagine in questione?
Alcuni dati:
– Il 45% di questi ragazzi sono maschî. Quasi la metà, dunque.
– Solo il 10% è alle dipendenze di uno sfruttatore. La stragrande maggioranza “lavora in proprio”.
– Il 45% è entrato/a nel giro tramite amici.
– Il 90% sono cittadini/e americani/e. Non stranieri. Non vittime del crudele traffico dai paesi poveri.
Ovviamente questo non significa che la vita di chi, già giovane, si vende per sesso sia rose & fiori, o sia pari a quella dei coetanei di buona famiglia e dei quartieri agiati, tutt’altro. Spesso si tratta di ragazzi e ragazze fuggiti di casa, alla ricerca di un qualunque mezzo per sostentarsi; o per rifornirsi di droghe da cui dipendono.
Sia quel che sia, le conclusioni contraddicono flagrantemente lo stereotipo della ragazzina straniera schiavizzata e imprigionata.

Ma un altro fatto è ben più interessante, e significativo.
Quando i due studiosi hanno cominciato a presentare i loro risultati alle associazioni e alle agenzie dedicate alla lotta alla prostituzione, si sono trovati di fronte a un muro di difficoltà. Se non di ostilità. Di negazionismo.
Dati che confutavano lo steretipo dominante non venivano accettati.
Perché? Sostanzialmente perché non vendono. Sono dati che non vendono presso una realtà di associazioni ed agenzie specializzate a lavorare primariamente sul lato femminile del fenomeno prostituzione, e che trascurano il lato maschile; e quello, ben più scabroso per la pubblica coscienza, della prostituzione transessuale.
La spinta a ridefinire la prostituzione in un’ottica di rigida divisione di genere (l’uomo contro la donna) bloccherebbe automaticamente qualunque dato -e qualunque intervento- che esuli da questa dicotomia prestabilita.
Sono dati quindi che non vendono soprattutto presso la pubblica opinione, e quindi presso i media e la politica, dati scarsamente monetizzabili in termini di industria editoriale e consenso elettorale, e finanziamenti statali.
E poi si parla tanto di sfruttamento dell’immagine femminile

Il quadro consente di chiedersi quanto sia utile e produttivo portare avanti battaglie sociali e imprese politiche sulla base di dati falsati e, nello specifico, se sia davvero sensato ridefinire, come si sta facendo, la prostituzione unicamente nei termini della “violenza contro le donne”, e affrontarla in tal modo.
Si aggiunga poi che molte prostitute, dopo esser state “salvate” da agenzie & operatori specializzati, ritornano sul marciapiede, e ci tornano perché, a conti fatti, vendersi per sesso a quanto pare risulta meno logorante e più remunerativo rispetto ai lavori ritenuti rispettabili dalla società.
E questo dovrebbe ben dire qualcosa su quali mai possano essere le condizioni di lavoro delle alternative alla prostituzione, specie per chi è straniero/a, o comunque ai margini della società.
Se davvero prostituirsi è tanto terribile (e non c’è dubbio che in molti casi lo sia), come devono essere gli eventuali lavori alternativi, per far preferire, tutto sommato, di vendere il proprio corpo a un cliente del sesso e non a una fabbrica o a un campo di pomodori?
Ma di questo poco si parla, e l’opinione pubblica sembra accalorarsi e indignarsi soprattutto per la cosiddetta schiavitù sessuale, in cui vengono frettolosamente ricomprese tutte le forme di commercio sessuale, con vaghe teorie sul denaro che svilisce le relazioni, mentre molta, molta meno attenzione è riservata per le altre eventuali forme di schiavitù, non sessuali, ma forse ben più terribili, e distruttive.
E allora si capisce che il discorso contro la prostituzione che si presenta come nuovo e dalla parte delle vittime, continua invece a essere soprattutto un discorso di tipo morale, del tutto dentro a quella morale che afferma di essersi lasciato alle spalle.
Un discorso che, affermando di “combattere la violenza”, mira piuttosto a un controllo normativo dei corpi degli uomini e delle donne.
Un discorso, tra l’altro, che puntando il proprio obiettivo punitivo verso il “cliente sfruttatore” ha delle sue conseguenze politiche e sociali ben precise, e tutt’altro che positive…

(…continua…)

Politici (e politiche) che odiano le donne /1

Poco più di un anno fa scrivevo come il sistema svedese contro la prostituzione (in cui prostituirsi è lecito, e criminale è il cliente), avrebbe trovato facile via anche all’estero.
Sbagliavo però a immaginare che il primo paese a seguire l’esempio fuori dell’area scandinava sarebbe stato il Regno Unito, che poi avrebbe fatto da esempio per il continente.
Vero è che, se a tutt’oggi in Italia non ho ancora sentito alcuna voce in merito, nel Regno Unito già se ne sta discutendo. Tuttavia la prima mossa concreta di un paese europeo “di peso” la sta facendo la Francia.

Questo mese dunque il parlamento francese ha approvato all’unanimità una risoluzione vincolante perché si arrivi a una legge sulla prostituzione di tipo svedese. La legge marcerà lentamente, ma pare vedrà la luce nel corso dell’anno prossimo, 2012.
Una legge in cui l’alternativa tra punire la prostituzione o legalizzarla viene spazzata via con un rovesciamento radicale di prospettiva, per cui ora la persona che si prostituisce è classificata sempre e automaticamente come vittima mentre il fruitore della prostituzione è lo sfruttatore, il criminale.
“D’ora in poi la prostituzione viene considerata dal punto di vista della violenza contro le donne, una cosa che è diventata inaccettabile per chiunque”, così afferma un parlamentare francese del partito di maggioranza. Chi paga per ottenere sesso sta compiendo una forma di violenza, non dissimilmente da uno stupratore: questa la teoria.
Ora, mentre il parlamento votava unanime tra centro destra sinistra, conservatori cattolici e femministe furibonde in armonioso accordo, fuori dall’aula, in strada, c’era chi d’accordo non era, c’era chi protestava.
Chi protestava erano, guarda un po’, le prostitute. Le dirette interessate, fondamentalmente.
Ora, che delle prostitute protestino, con grande coraggio tra l’altro visto il tema capace di far rabbrividire anche i meno pudibondi, che le prostitute protestino contro una legge che, nelle dichiarazioni, le “proteggerà dalla violenza”, dovrebbe far riflettere.

Dicembre 2011: prostitute francesi protestano contro la legge che dovrebbe salvarle

Le possibilità sono due: o le donne che protestano s’ingannano su se stesse, o la legge ha tutt’altro obiettivo che quello di “salvarle”.
Evidentemente chi sostiene la legge la pensa alla prima maniera: queste donne non sanno ciò che vogliono.
Ad esempio così si può leggere sul sito di uno dei movimenti di pressione che stanno portando alla legge francese:
“La libertà rivendicata da alcune prostitute è del tutto illusoria, poiché condizionata dai protettori, dalla droga, dalle violenze […] Pagare per accedere alla sessualità, al corpo, all’intimità di una persona che non ne ricambia il desiderio non ha niente a che fare con l’idea di contratto, che si fonda invece sulla libertà e l’uguaglianza. Nel caso della prostituzione, la libertà è illusoria e l’uguaglianza beffata.”
Una libertà illusoria. La prostituta che scende in strada per protestare e reclamare il diritto di gestire il proprio corpo come meglio crede, e che chiede soprattutto la possibilità di farlo in piena sicurezza, senza le minacce di protettori e poliziotti, si illude d’essere libera. Non è in grado di esprimersi sulla propria libertà. Donne che si illudono sui propri stessi diritti. Che non hanno la possibilità di esprimersi sugli stessi, o la cui opinione non viene tenuta in conto alcuno.
Ecco, per me è questa, questa è l’oggettificazione tanto tirata in ballo quando si parla di questioni femminili. Oggettificazione è ritenere la donna una minus habens che, in determinati àmbiti, non ha il diritto di gestire se stessa. Che va difesa da se stessa. Sposta sotto tutela. Perché si illude, poverina.
Fatico a vedere la differenza tra il discorso secondo cui la prostituta non ha diritto di esercitare la propria libertà perché “si illude”, perché in realtà, anche se non se ne rende conto, contribuisce a una violenza contro se stessa; e il classico discorso dello stupratore secondo cui la sua vittima “si illude” di aver sofferto mentre in realtà “le è piaciuto”. In entrambi i casi l’opinione della diretta interessata vale meno di nulla, l’opinione viene squalificata con questo vile metodo, cioè dichiarandola illusoria, e vale solo l’opinione di chi detiene il potere, che sia il potere della violenza fisica o il potere della politica.
Piuttosto si dica apertamente: non ci piacciono le prostitute, ci fanno schifo le troie, sono delle donne zozze e immorali, non devono avere la libertà di offrire il proprio corpo per denaro, in questo caso la libertà delle donne non va rispettata, per noi il denaro sporca l’unione dei corpi e questo nostro personale punto di vista lo dovranno accettare tutti, a colpi di multe e manette.
Almeno sarebbe più chiaro e meno ipocrita, invece di nascondersi dietro il paravento della “difesa della libertà e dell’autonomia della donna”.

(…continua…)

Il ricatto

Tutta la storia di Ruby, ennesimo e forse (chissà) non ancora ultimo capitolo delle tanto trucide e tanto scandalose vicende di Berlusconi & le donne allegre, testimonia l'incredibile squallore in cui è rovinosamente precipitante la politica (?) italiana, oggi.
Ma attenzione: squallore non tanto perché il
Presidente del Consiglio si sollazzerebbe con le escort o, se si vuol credere alle versioni più benevole e bonarie, perché concederebbe generose regalìe a giovini ragazze, cacciandosi così in situazioni che ambigue è dir poco.
No.
Lo squallore è piuttosto per la terminale agonia di un agone che tutto si può chiamare tranne che politico, dove i destini di un governo e un sempre più precario fronte parlamentare, già di per sé assai poco presentabili, riescono a ricevere colpi duri e mortali unicamente da vicende di mignotte più o meno minorenni, più o meno maggiorate.
Vicende di mafia, corruzione, concussione e quant'altro han cagionato modeste alzate di sopracciglio al confronto dei boati di sdegno popolari, con tanto d'interventi d'alte cattedre ecclesiali e istituzionali, tutti insieme appassionatamente, a deplorare vicende di sesso a pagamento che, assai probabilmente, sortiranno in un buco nell'acqua penale.

Perché così stanno le cose.
Il mestiere più antico del Mondo, ci son paesi che hanno deciso di renderlo completamente illegale, ci sono paesi che l'hanno legalizzato e regolarizzato. A ognuno il suo.
Da parte sua l'Italia cinquantatré anni fa decise di non decidere, rendendo reato unicamente lo sfruttamento della prostituzione, ma non pagare o farsi pagare per far sesso. Il resto della storia e gli effetti di questa molto pilatesca soluzione sono noti a tutti: basta farsi un giro nelle periferie di qualunque città la sera tardi; ma a volte anche ben prima che cali il buio.
Insomma, molto più che in altri casi, tutta l'inchiesta in corso, giudiziaria o giornalistica che sia, sul giro di escort intorno al Berlusca sta producendo fumo in sovrabbondanza, e assai molesto un po' per tutti, ma sotto la cortina disturbante di arrosto non ce n'è granché.
Resta semmai sconsolante che le opposizioni dentro & fuori il parlamento non sprechino occasione per esibire la propria pochezza e l'esaurimento di un qualunque discorso politico, limitandosi, in un surreale ribaltamento identitario tra destra e sinistra, a piangere la fine dei valori o il vilipendio dell'onor patrio. O organizzando manifestazioni in cui bravi padri di famiglia brandiscono cartelli tipo "mia figlia non te la prendi", dando per scontato quindi che i figli siano proprietà dei genitori.

patriarcato

20 gennaio 2011, Roma:
sostenitori del Partito Democratico
manifestano in difesa del patriarcato

Forse l'era di Berlusconi davvero sta morendo, ma quella del berlusconismo è appena cominciata.

L'inconsistenza penale di quest'ultima tranche del serial che ha decretato la definitiva diabolica paradossale (con)fusione tra i due corpi alla deriva di Berlusconi e dell'Italia, è dimostrata dal ricorrere, da parte di chi fa a gara d'indignazione, a un argomento all'apparenza solidissimo, ma in realtà spia di tutta la debolezza di chi è ben conscio che le proprie cartucce per quanto rumore facciano, hanno poca, se non nulla potenza penetrante.
Il ricatto. L'argomento del ricatto.
Noi – dicono – non condanniamo l'atteggiamento disinvolto del Presidente del Consiglio per motivi morali, non siamo bacchettoni, non siamo puritani, non siamo talebani. È una questione – proseguono – di opportunità, di sicurezza. Circondato da ragazze sin troppo avvenenti – concludono – il capo del governo rischierebbe a ogni piè sospinto di finir sotto ricattato, spinto a decisioni politiche che potrebbero persino danneggiare l'Italia (la nostra Patria!), favorire potenze straniere nell'ombra.
Chiaro esempio del ragionamento lo dà, ad esempio, la Stampa:

E se il servizio segreto di una nazione o multinazionale straniera avesse assoldato Ruby per costringere il premier a firmare un accordo economico svantaggioso per l’Italia in cambio del silenzio?

Ebbene.
Torniamo indietro di cinquanta o sessant'anni. Quando non c'erano gli scandali d'oggi. Ce n'erano altri. Non suscitava orrore il politico che andasse a puttane, lo suscitava, ad esempio, quello omosessuale. Ma la sodomia, che molti ritenevano peccato, già di rado e non ovunque era reato, o comunque non veniva perseguita con lo stesso vigore che nei tempi più lontani.
Ebbene, anche allora circolava vivace l'argomento del ricatto. C'era chi diceva: io non condanno l'omosessualità, son di mentalità aperta; ma non possiamo permetterci un politico che se la faccia con gli uomini invece che con le donne; perché sappiamo come molti giudichino la cosa, cioè male, e quindi il politico omosessuale sarebbe sempre a rischio di ricatto, che qualcuno lo sottoponga a pressioni minacciando di rivelare il suo segreto vizio.
Ebbene.
La distanza temporale ci permette ora di riconoscere dove stesse la falla o, meglio, il torto nel ragionamento. Se c'è chi non vuole il politico omosessuale perché la sua sarebbe una posizione precaria nei confronti di un'opinione pubblica ostile, dova sta la colpa: nel politico o in un'opinione pubblica tristemente incapace di distinguere tra pubblico e privato?
Mutatis mutandis, lo stesso vale oggi per la faccenda delle escort.
E per qualunque atteggiamento che fatichi a distinguere tra pubblico e privato.
E se tra trenta o quaranta o cinquant'anni (se il Mondo esisterà ancora…) lo scandalo italiano non fossero più le escort ma, chessò, il politico che si beve un bicchierino di vino a cena, o che mangia carne di maiale?

In fondo è facile, e anche giusto, prendersela se il politico approfitta della sua posizione, sfruttando il pubblico per ottenere vantaggi nel privato.
Ma se si chiede che il politico non faccia del pubblico un proprio privato, allora bisogna esser pronti a fare anche il contrario, cioè a concedere che il privato del politico non diventi terreno di giudizio pubblico.

Un'ultima cosa.
Le donne implicate nei presunti giri sconci di Arcore son state cacciate dal palazzo dove abitavano. Coinquilini che evidentemente certe cose le scoprono, o dan mostra di scoprirle solo quando se ne parla in tv (una versione ingigantita del "diomio, chissà cosa dirà di noi la gente?!"), si son lamentati presso il padrone dello stabile: la presenza delle tipe danneggiava il decore del palazzo.
Non dubito che le ragazze, a differenza di tanti altri sfrattati, avranno sufficienti agganci e risorse per evitare di finire -questa volta letteralmente- sul marciapiede.
È però curioso che in tutta una faccenda in cui si levano altissime le strida di chi vuole "difendere la dignità delle donne" contro la maschile predatorietà del Presidente del Consiglio, tra le prime concrete vittime, scacciate come appestate, ci siano proprio queste ragazze. Quelle che in teoria andrebbero "salvate".
Vale sempre ribadirlo: il confine tra chi si bea a proclamare di "difendere la donna" e chi, magari con compiaciuto disprezzo e squallido senso di superiorità, le grida addosso "puttana" e "troia", troppe volte è un confine molto, molto, molto sottile.

Ognuno sfrutta a modo suo

Molto lentamente e nel corso degli ultimi anni sta prendendo forma e forza un nuovo discorso, un nuovo problema che narra di vittime, carnefici e interventi ritenuti doverosi e urgenti, incalzati da cifre iperboliche e resoconti a forte tinte.
È il problema della cosiddetta tratta o traffico di esseri umani a fini sessuali, lunga locuzione per il ben più breve sex trafficking di lingua inglese.
Il discorso è per ora riservato quasi unicamente agli ambienti degli specialisti, e solo occasionalmente ne sprizza qualche scintilla anche tra le notizie riportate dai media più generalisti, ma senza troppi clamori, sottotono.
Ancora non si può sapere se la situazione resterà tale, oppure esploderà come un o il nuovo grande "problema sociale", come sempre a metà tra moda mediatica e allarme politico.
Eppure, proprio dal punto di vista politico, il discorso sulla tratta a fini sessuali si presenterebbe come una ghiotta possibilità per rastrellare consenso, perché situato all'incrocio tra due altre questioni molto meno giovani e ormai ben note nell'immaginario globale, quella del turismo sessuale e quella dei movimenti migratori.
Il punto cruciale è proprio il nesso coi movimenti migratori.
La destra politica ha sempre avuto un lavoro sin troppo facile nel cavalcare lo scontento per un'immigrazione da raccontare come un'invasione di individui brutti, sporchi, cattivi, pronti a rubarci donne, lavoro e radici, magari con qualche bomba occasionale nelle chiese in nome di Bin Laden. La sinistra, spaesata, ha giocato in difesa e alla rinfusa, ora cercando, con convinzione scarsissima, di illustrare i benefici di immigrazione e multiculturalismo, ora scimmiottando la destra nelle sue richieste di rigore, sicurezza e tolleranza zero (ignorando che la copia ha sempre meno successo quando si può avere l'originale…).
Il problema della tratta a scopi sessuali potrebbe offrire l'occasione giusta perché anche la sinistra politica si costruisca un proprio discorso contro l'immigrazione, un discorso coerente però coi suoi principi storici di difesa dei deboli e salvifico intervento pubblico: gli immigrati vanno fermati e rispediti a casa non perché siano i carnefici della nostra civiltà (come afferma la destra), bensì in quanto povere vittime di oscure organizzazioni di trafficanti; vittime poi di quello che è considerato lo sfruttamento della peggior specie, quello sessuale, di fronte a cui ogni tentativo di ragionamento ha da tacere.
In breve, il discorso sulla tratta a fini sessuali può far da base a un'antimmigrazionismo "buono" da contrapporre a quello "egoista" della destra. I risultati poi cambiano poco, ma per molti ciò che conta sono le immagini e le parole più che le azioni…

Nel mondo anglosassone la costruzione d'un discorso sulla tratta a fini sessuali è già in stato avanzato.
Traduco un articolo che presenta la situazione in un paese, la Cambogia, un luogo classico nell'immaginario truce e lacrimoso delle realtà di degrado e sfruttamento.
Lo traduco perché, oltre che basarsi su notizie di prima mano, e non su quelle filtrate dalle (interessate) agenzie d'intervento più o meno umanitario, mette in discussione l'immagine di cui sopra e smonta il modo in cui si forma e alimenta.
Lo traduco perché illustra come, in determinati lontani paesi (e forse anche nei nostri), la prostituzione, che sia libera scelta o obbligo e schiavitù, è soprattutto un pezzo parziale di un problema molto più grande, un problema che si chiama povertà, fatto di situazioni assai concrete, di mancanza di mezzi per vivere o di lavori decenti; e non un problema morale dovuto al perverso e uomo bianco che si fa i viaggetti in Asia, o a una (presunta) cultura arretrata che spietata vende le sue figlie agli aguzzini.
Lo traduco perché mostra come allarmismi semplificatori, al solito, celino dietro le quinte ben altri interessi: la necessità per alcune organizzazioni umanitarie di giustificare la propria esistenza (e i propri stipendi), i tentativi di governi, come quello di Bush figlio, di avere mano libera nel propagandare una propria ideologia religiosa, la volontà dei governi locali di armarsi di nuovi strumenti di controllo e repressione verso la popolazione.
L'originale si trova qui. I grassetti nel testo sono miei. I link sono quelli dell'originale.
 

Nathalie Rothschild
Come le associazioni non governative stanno assumendo la posizione del missionario in Asia
 Un attivista per i diritti delle lavoratrici del sesso illustra a Nathalie Rothschild la realtà della bacchettona e neocoloniale industria anti-tratta

 Sappiamo tutti che nel sud-est asiatico c'è una grande industria del sesso. E in effetti spesso sembra che il sesso sia l'unica cosa di cui si parla nei resoconti da queste parti del mondo, coi media che ammanniscono storie piccanti su "turismo sessuale", trans, vergini in vendita e ragazze intrappolate nella prostituzione. Ma negli anni più recenti un'altra specie di commercio ha avuto il suo boom qui: l'industria contro la tratta di esseri umani. E attivisti locali per i diritti delle lavoratrici del sesso mi dicono che quest'industria è un problema ben maggiore per loro in confronto ai clienti in cerca di sesso o compagnia.

A tutt'oggi ci sono centinaia di organizzazioni non governative (ONG) nella sola Cambogia che lavorano per "salvare e riabilitare" le lavoratrici del sesso. I rappresentanti locali di queste ultime affermano addirittura che ci sarebbero più attivisti anti-tratta che non effettive vittime della tratta stessa.

In effetti, un'indagine dello scorso anno del progetto del'USAID contro la tratta di esseri umani ha riferito che nel 2009 il governo cambogiano avrebbe condannato solo dodici individui per crimini legati alla tratta. E riguardo alle vittime della tratta, l'indagine ha concluso che va oltre lo scopo del progetto quinquennale (cominciato nel 2006 con un budget di più di sette milioni di dollari) definire anche solo "cifre base" sul numero delle vittime.

Andrew Hunter, del APNSW (Asia-Pacific Network of Sex Workers), mi ha riferito dell'esistenza in diversi posti della Cambogia di case protette per le donne, strutture gestite dalle ONG che finanziariamente si sostengono tramite donatori come l'USAID, e che sfrutterebbero "lugubri storie di abusi sessuali per rastrellare denaro. A suo modo è una specie di pornografia, ma sembra che confezionando storie sulla schiavitù e la degradazione sessuale delle donne si raccolgano più fondi."

 Il rapporto dell'USAID spiegava che altre organizzazioni e ricercatori non sono riusciti a stabilire quante vittime della tratta ci siano effettivamente in Cambogia. È stato riconosciuto come ostacolo il fatto che "le vittime della tratta di esseri umani possono essere inconsapevoli, riluttanti o incapaci di riconoscersi come vittime della tratta, per questo è difficile raggiungerle…"

 Per Andrew dire che le donne sono vittime inconsapevoli – persino quando loro stesso negano recisamente di esserlo – è tanto quanto negare "l'idea che le donne possano agire autonomamente". (Ed è ironico che l'industria anti-tratta sia in gran parte composta di autoproclamate femministe. Peccato che le femministe abbiano tradizionalmente lottato perché le donne potessero essere considerate come individui autonomi e pensanti, non come vittime incapaci)

E per quanto riguarda la prostituzione forzata, Andrew afferma che "le donne (e gli uomini) in genere accettano un lavoro perché hanno bisogno di denaro", e questo vale anche per chi lavora col sesso. "Meno capacità hai, meno scelte hai, ma molte donne scelgono di lavorare col sesso".

"Gran parte delle lavoratrici del sesso in Cambogia sono ex operaie nel settore dell'abbigliamento", continua Andrew. "Nell'industria del sesso trovano condizioni migliori rispetto alle fabbriche d'abbigliamento. Ed effettivamente, qualche settimana fa, le operaie cambogiane dell'abbigliamento hanno organizzato scioperi di massa chiedendo salarii più alti… e le lavoratrici del sesso sono salite sulle barricate per sostenerle."

 Eppure un recente documentario della BBC ha affermato che in Cambogia migliaia di giovani ragazze verrebbero vendute come schiave sessuali e che la prostituzione non sarebbe qualcosa che le donne scelgono volontariamente.

Il documentario è stato presentato da Stacey Dooley, che ha debuttato in televisione nel 2008 con la serie della BBC Sangue, sudore e magliette (Blood, Sweat and T-shirts), in cui sei giovani inglesi modadipendenti giravano in India tra fabbriche e baraccopoli. Sino a quel momento Dooley si è interessata a trucchi e vestiti, e nulla di più, ma ora gira il mondo indagando su questioni come l'uso dei bambini soldato e del lavoro minorile nei paesi in via di sviluppo.

Nella sua cronaca dalla Cambogia, Dooley di rado ci lascia momenti che non siano strappalacrime. Quando Alang, una prostituta diciottenne, racconta a Dooley la propria storia (è stata venduta ai suoi "protettori" dalla zia all'età di dodici anni) la giovane inglese piange incontrollabile. Dopo aver atteso nove ore per accompagnare la polizia in una retata per "fare irruzione in qualche bordello", Dooley scoppia a piangere perché i poliziotti non sono riusciti a catturare alcun "protettore". E così via. Di seguito visita una vedova impoverita la cui figlia più giovane frequenta le attività organizzate dalla fondazione Sao Sary. Si tratta di una ONG che tiene lezioni per i bambini delle campagne considerati a rischio di cadere preda dei trafficanti.

Andrew conosce già tutto questo. "L'idea che numerose donne siano vendute all'industria del sesso dalle loro famiglie è basata sulla premessa che i poveri siano stupidi, ignoranti e ingenui… per non dire crudeli."

"Certo, cose di questo tipo accadevano", mi dice Andrew, "nel periodo dopo la guerra civile, quando la Cambogia cominciò ad aprirsi. Durante la missione di pace delle Nazioni Unite nel 1992-1993, donne dalle zone rurali hanno cominciato a spostarsi in città in cerca di lavoro, ma spesso si trovavano costrette in situazioni degradanti. Ma una volta che le donne tornavano nei loro villaggi e raccontavano le proprie esperienze ai parenti, la gente ha cominciato a imparare", spiega Andrew. "Lo stesso vale per tutto il sud-est asiatico. Dieci anni fa, quando le lavoratrici del sesso cambogiane urlavano per essere aiutate nessuno era interessato. Così formarono le proprie associazioni per lottare per i propri diritti di lavoratrici. Ma una volta che si è reso disponibile denaro per le attività anti-tratta, subito tutte le ONG hanno preso a preoccuparsi di 'salvare le lavoratici del sesso'."

L'industria anti-tratta ha avuto la sua esplosione all'inizio degli anni Duemila, quando il presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha lanciato la "guerra contro la tratta di esseri umani" come una "strategia indiretta di potere" per affiancare la guerra globale al terrore. Tuttavia, il malcelato intento era di proibire qualunque forma di lavoro sessuale. I finanziamenti ad organizzazioni che "promuovessero, sostenessero o difendessero la legalizzazione della prostituzione" vennero sospesi.

 Inoltre, due anni fa, il governo cambogiano ha passato la Legge per l'Eliminazione della Tratta di Esseri Umani e dello Sfruttamento Sessuale, scritta col supporto dell'UNICEF. Come il ricercatore Cheryl Overs ha mostrato, la legge criminalizzza "quasi tutti le transazioni sociali e finanziare legate al lavoro sessuale, che siano abusive o consensuali, eque o inique". Secondo Andrew, questo ha avuto effetti devastanti, portando le lavoratrici del sesso sulle strade, dove sono più vulnerabili e nei karaoke bar, dove non hanno il permesso di portar con sé i preservativi.

Nel suo documentario, Dooley incontra anche una giovane ragazza che è stata intrappolata nella prostituzione all'età di tredici anni, e che ha sofferto degli orrendi abusi, tra cui essere costretta a bere alcool mischiato con pezzi di vetro rotto. Andrew dice che abusi di questo tipo diventano più probabili quando l'industria del sesso è costretta alla clandestinità e le lavoratrici del sesso non possono organizzarsi per proteggere i propri diritti.

Inoltre, "molte delle agenzie che lavorano con le 'vittime della tratta' nel concreto trattengono illegalmente le lavoratrici del sesso dopo che queste sono state prese nelle retate della polizia. Ho incontrato lavoratrici del sesso trattenute contro la propria volontà anche fino a tre mesi nelle cosiddette strutture protette." Andrew mi racconta che molte di queste strutture sono organizzate specificamente per "'proteggere' giovani ragazze che le ONG prendono dai villaggi per nasconderle ai trafficanti." In pratica, per evitare che queste ragazze siano sottratte alle loro famiglie, le ONG le sottraggono alle famiglie… "Di solito vengono insegnate loro cose come cucire e in tal modo si forma un'offerta di operaie già addestrate per l'industria dell'abbigliamento, dove le donne sono effettivamente sfruttate e pagate con salari irrisori". Inoltre, "in Cambogia ci sono una marea di ONG supportate dagli Stati Uniti che vogliono salvare queste ragazze dando loro lezioni di catechismo biblico spacciate per corsi di alfabetizzazione". Appunto, ecco la posizione del missionario.

Sul blog di Dooley è attualmente in corso un vivace dibattito, con attivisti cambogiani e ricercatori che confutano alcune delle asserzioni fatte nel suo documentario. Altri sono sconcertati dal tono paternalista di Dooley. In effetti, Dooley parla coi cambogiani che incontra come se fossero bambini, guardandoli con occhi inteneriti mentre le raccontano i loro travagli e spiegando in un inglese semplice e chiaro (nonostante la presenza di interpreti tra il personale della televisione) come desideri fare del suo meglio per aiutarli e come riesca a sentire le loro sofferenze.

Per Dolley, che confessa d'essere un po' bacchettona e di non aver mai incontrato prima una prostituta, i distretti cambogiani a luci rosse sono comprensibilmente sconvolgenti. È difficile, per lei, immaginare che ci possa essere una qualche altra risposta alle esperienze di alcune ragazze che non fare retate nei bordelli. Ma le buone intenzioni e la compassione possono fare gran danno. Dooley può vole dimostrare di comprendere la disperazione dei poveri, ma in fin dei conti fa la figura dell'occidentale ricca e ignorante che con gli occhi sgranati desidera disperatamente di "fare qualcosa". Fa lezioni e predicozzi a tutti, dagli uomini occidentali alla polizia cambogiana, perché non riescono ad aiutare le ragazze in cerca di aiuto.

Certo, Dooley è una giovane donna non particolarmente intelligente che ha ottenuto il suo spazietto alla BBC quasi per caso, ma esemplifica alla perfezione la venatura neocolonialista della lotta alla tratta di esseri umani. Documentari come il suo riescono solo a dipingere i paesi in via di sviluppo tipo la Cambogia come luoghi di vizio e bestialità da una parte, e ignoranza e innocenza dall'altra; come luoghi pieni di persone bisognose d'essere salvate e civilizzate.

 Ma io sospetto che i cambogiani possano farcela senza "aiuti" di questo tipo e che i telespettatori inglesi meriterebbero piuttosto qualche programma che sveli i discutibili interessi e i tramacci dell'industria contro la tratta di esseri umani, nel sud-est asiatico e altrove.