La sincerità di Montezuma

E insomma, ascolto quasi per caso questa trasmissione alla radio, dove si parla del catastrofico incontro tra Montezuma e Cortés, catastrofico per il primo e per tutta la civiltà azteca, che ne risultò cancellata.
Nelle giornate che precedono la caduta di Tenochtitlan, in cui i rapporti tra spagnoli e aztechi vanno complicandosi e rovinando, c’è l’episodio in cui Cortés fa bruciare vivi i dignitarî di Montezuma, con l’orrore di quest’ultimo. E il conduttore radio si chiede: com’è possibile che Montezuma inorridisca? Gli aztechi sono ben noti per gli abbondanti sacrifici umani. Abbondanti e cruenti: gli aztechi sacrificavano strappando letteralmente i cuori dal petto delle vittime, per dedicarli agli Dèi.

Quel che io mi domando è piuttosto perché la domanda non venga rovesciata.
Sappiamo che Cortés stesso inorridì di fronte ai sacrifici umani degli aztechi. Noi possiamo comprenderlo. Chiunque, tra noi europei, al giorno d’oggi, proverebbe orrore e ripulsa di fronte ai cuori strappati. Al giorno d’oggi. Ma com’era la Spagna, com’erano l’Europa del XVI secolo, da questo punto di vista?
Era l’Europa della caccia agli eretici, era l’Europa in cui, da qualche decennio, era cominciata la caccia alle streghe, col loro corteo di sangue e atrocità insensate. Era l’Europa che, per i reati religiosi e di lesa maestà, prevedeva tortura, rogo, supplizî. Erano la Spagna e l’Europa dell’antisemitismo come pratica quotidiana.
Il 1492 è l’anno della “scoperta” dell’America, ma anche (quale coincidenza) l’anno dell’espulsione di tutti gli ebrei dalla Spagna.
Solo che la cacciata non placa la paranoia, l’alimenta.
È negli anni successivi che nel paese scatta la paura per i “conversos”, gli ebrei convertiti: saranno “veri” cristiani, o l’ebraicità resterà comunque il loro destino, anche se battezzati? L’ossessione è di ordine viscerale, biologico: si arriva a vietare alle balie ebree di allattare bambini cristiani, nel timore che le prime contaminino i secondi. Il sangue ebreo è maledetto, e non in senso metaforico.
Sono gli anni dell’autodafé, le spettacolari cerimonie pubbliche al cui termine i colpevoli di reati religiosi venivano bruciati vivi.
È questa l’Europa che Cortés si porta sulle spalle quando giunge sulle piramidi di Tenochtitlan, e vede i sacrifici umani degli aztechi, una barbarie per cui inorridisce. E allora possiamo chiederci: Cortés era sincero? Lo era, come lo era Montezuma che inorridisce per i suoi dignitari gettati sul rogo?

In fondo, cosa ci impedisce di considerare i roghi europei di eretici e streghe come veri e proprî sacrifici umani? La codifica rituale, la consacrazione a una divinità, la funzione purificatrice ed espiatoria per la comunità nei confronti di un “Male” soprannaturale e sempre minaccioso… tutto cospira a ricreare un rito ancestrale, quello del sacrificio umano, che si pensava fosse scomparso da secoli in terra d’Europa, che si pensava fosse stato abolito proprio da quel cristianesimo nel cui nome, ora, si giustiziano le vittime sacrificali.
Come avrebbe giudicato un azteco, la Spagna del XVI secolo, se vi fosse stato magicamente trasportato? Ne avrebbe riconosciuto le barbarie? Sarebbe rimasto inorridito dalla “nostra” violenza?

Nello scontro tra civiltà che segnò la fine di quella azteca, citare i sacrifici umani di quest’ultima porta, almeno per chi crede che la Storia sia o debba essere un racconto morale, a una sorta di larvata giustificazione per gli spagnoli: visto? gli aztechi strappavano i cuori! forse gli spagnuoli non avevano tutti i torti a distruggerli; ragionamento puerile, come sarebbe puerile ricordare le coeve atrocità europee solo come un gioco a chi “fa peggio”.
Proviamo invece ad affiancare le due civiltà, coi loro diversi cortei di corpi straziati e di innocenti massacrati, per porci un altro tipo di domande.

Si può ipotizzare che Montezuma inorridì perché il rogo dei suoi dignitarî fu un affronto alla sua maestà. L’uomo di potere imbevuto del concetto di onore. Ma questo non spiega l’orrore di Cortés lo spagnolo di fronte ai sacrifici umani aztechi.
Proviamo a fare un’altra cosa invece, proviamo a prenderli sul serio, entrambi, Cortés e Montezuma.
Prendere sul serio l’orrore di entrambi, ammettere che entrambi fossero sinceri nel loro orrore ci porta dritti a una teoria sulla violenza molto scomoda. Una teoria relativista.

Quella che fa orrore non è la violenza, ma la violenza nel posto sbagliato. E i posti giusti e sbagliati sono culturalmente definiti.
Si è ciechi di fronte alla violenza nel posto “giusto” e si inorridisce quando si trova nel posto “sbagliato”.
Cosa forse difficile a credersi, dal momento che si parla di reazioni profonde, radicati, viscerali. Quelle che maggiormente sembrano (appunto: sembrano) naturali. Reazioni di fronte alla violenza più brutale, quella che strazia i corpi con tecnica studiata per produrre il massimo dolore, in cui sembrerebbe minimo il dubbio sull’universalità di ciò che sia condannabile.

Ammettere che sia Cortés che Montezuma fossero “sinceri” nel loro orrore significa riconoscere l’esistenza di meccanismi che, in qualche modo, offuscano e normalizzano la percezione di ciò che è o non è violenza.
A seconda dei contesti culturali in cui sono situati, il rogo dell’eretico o il cuore strappato possono essere percepiti come orrendo segno di barbarie oppure come segno di normale civiltà, anzi, di giustizia. Il rogo dell’eretico, della strega, dell’ebreo era una questione di giustizia.
Questo pone un grosso problema, ovvero: è possibile demarcare con un criterio oggettivo la barbarie dalla civiltà? È possibile individuare un qualche criterio oggettivo che si sbarazzi di (o che preceda) quei costrutti culturali che ci dicono preventivamente e in maniera squisitamente relativistica cosa percepire come barbarie e cosa come civile?

Ci si può porre poi un’altra domanda.
Oggi, nell’anno 2016 di quest’era, sia i sacrifici umani degli aztechi che i roghi e i supplizî degli spagnoli dei secoli andati li riconosciamo come violenze intollerabili.
O forse bisognerebbe dire: li percepiamo come tali.
Appunto: e se anche oggi, invisibili agli occhî della nostra cultura, avvenissero fenomeni collettivi di violenza, di barbarie attualmente percepite come forme di civiltà e giustizia, che, come è accaduto per il nostro passato, verranno “scoperti” solamente con lo scorrere del Tempo, in un chissà quale lontano futuro? E quali sarebbero queste barbarie a cui attualmente siamo ciechi?

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