Prostituzione: il “modello nordico” varca l’Oceano

Ormai più di quattro anni fa scoprivo l’esistenza del “modello svedese”, quello che in seguito sarebbe diventato più noto come “modello nordico”: un approccio legislativo alla prostituzione che cerca di reprimerla ridefinendo il fenomeno come “violenza contro le donne” e di conseguenza punendo il cliente.

Scrivevo nel 2010:

Il modello svedese ha suscitato una certa attenzione all’estero, e con lentezza si sta estendendo: Norvegia e Islanda, altre due nazioni nordiche, si sono accodate nel 2009. Il Regno Unito potrebbe essere il prossimo a seguire.
Per quanto riguarda l’Italia, personalmente non escludo che entro tre o quattro anni possa venir adottato; specie tenendo conto che l’alternativa opposta, la regolarizzazione e accettazione della prostituzione (com’è in Olanda, Germania o Austria tra gli altri), nel nostro paese attualmente non ha spazio di manovra alcuna, né credo l’otterrà nel breve termine, forse nemmeno nel medio.

Le cose sono andate un po’ diversamente.
In Italia, a tutt’oggi, non mi pare ci sia alcun dibattito di rilievo al proposito. Il tentativo francese di adottare il “modello nordico”, che io sappia, non è andato a buon fine.
Attualmente, in Europa, si sta tentando di introdurre il “modello nordico” in Gran Bretagna e in Irlanda del Nord.
Nel frattempo, è il Canadà ad averlo adottato, giusto questa settimana.

Traduco il pezzo (l’originale si trova qui).

***

Ieri [6 novembre] il governo canadese ha finalmente approvato il disegno di legge C-36, una revisione controversa e assai dibattuto delle leggi nazionali sulla prostituzione. Secondo la nuova legge, la prostituzione di per sé non illegale, ma lo è pagare per servizî sessuali o pubblicizzarli. Come nel cosiddetto “modello nordico”, questo si suppone sia un miglioramente rispetto ai precedenti modi di criminalizzazione del sesso consensuale tra adulti.

Solo i più maldestri tra i progressisti tuttavia lo vedono veramente come un miglioramenteo. Statalisti e conservatori lamentano ancora il fatto che vendere servizî sessuali non comporti necessariamente del tempo di prigione. Dico “non necessariamente” perché ci sono ancora molti modi in cui le stesse lavoratrici del sesso possono venire perseguite in base alla nuova legge, che considera un reato “comunicare per la vendita di servizí sessuali”, in rete o in qualunque altro luogo pubblico. Questo è in parte il motivo per cui le lavoratrici del sesso e i loro alleati si oppongono alla nuova legge. Cosa c’è di buono nell’eliminare le pene per la vendita di servizî sessuali se si può ancora venire arrestati per aver pubblicizzato o promosso la prostituzione? E come si può pensare che le lavoratrici del sesso possano guadagnarsi da vivere in sicurezza se i loro clienti devono temere costantemente l’arresto?

La risposta, ovviamente, è che non possono. Il desiderio che muove la legge C-36 è di “eliminare la domanda” per la prostituzione in modo che finalmente venga sradicata. Aggiungi a questo lo stereotipo secondo cui tutte le lavoratrici del sesso sono intrinsecamente delle vittime ed ecco dove si finisce. La nuova legge canadese può significare meno lavoratrici del sesso – in maggioranza donne – perseguite per prostituzione, ma questo a spese dell’idea che le donne siano esseri umani pienamente autonomi capaci di prendere delle decisioni per se stesse. Si accompagna anche al corrispondente aumento nel numero di (per la maggioranza) uomini che verranno perseguiti per aver acquistato dei servizî sessuali, con poca o nessuna possibilità nella riduzione del potere dello stato di polizia.

“Questa è una legge estremamente preoccupante… e ignora flagrantemente le chiare evidenze degli effetti negativi della criminalizzazione del lavoro sessuale”, ha detto la dottoressa Kate Shannon, direttrice dell’Iniziativa per la Salute Sessuale e di Genere e professoressa associata di medicina presso l’Università della Columbia Britannica. “Sappiamo troppo bene dopo due decenni di donne scomparse e uccise in Canada e grazie a un’ampia ricerca da parte della nostra e di altre squadre che criminalizzare qualunque aspetto del lavoro sessuale ha effetti devastanti sulla sicurezza, la salute e i diritti umani delle lavoratrici del sesso.”

Le precedenti leggi del paese sulla prostituzione (che criminalizzavano la vendita di servizî sessuali) erano state abrogate dalla Corte Suprema del Canada nel 2013 precisamente perché violavano i diritti delle lavoratrici del sesso alla “vita, la libertà e alla sicurezza della persona”, garantite dalla Carta Canadese dei Diritti e delle Libertà. Ma i proponenti della nuova legge sembrano poco preoccupati da ciò. “Ovviamente noi non vogliamo rendere la vita sicura a chi si prostituisce”, ha detto il senatore conservatore Donald Plett nelle udienze preliminari per la legge C-36 la scorsa Estate. “Noi vogliamo eliminare la prostituzione. Questo è l’intento della legge”.

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Morto un proibizionismo se ne fa un altro

Oggi, 6 Novembre 2012, gli Stati Uniti rieleggeranno Obama presidente. O almeno così si dice.
Quel che non si dice, o di cui si parla molto poco, e per nulla fuori dai confini americani, sono i varî referenda che diversi stati proporranno agli elettori in concomitanza col voto presidenziale. Due di essi avranno una portata epocale: nello stato di Washington e in Colorado si voterà per decriminalizzare la cannabis. La marijuana. L’erba. Nonostante il fallimento di analoghi tentativi in anni recenti, questa sembra la volta buona: la maggioranza, anche se risicata, voterà “sì”.
Ovviamente gli apparati istituzionali tenteranno in tutti i modi di disinnescare i risultati del voto, ma poco conta. Conterebbe poco anche se i due referenda dovessero entrambi fallire. Lo farebbero di stretta misura: dieci o venti anni fa i “no” sarebbero invece stati maggioranza schiacciante.
Quel che conta è il cambiamento in atto, e non da oggi.
Il succedersi delle generazioni ha ormai sgretolato senza possibilità di rimedio il massiccio muro del proibizionismo sugli stupefacenti, perlomeno riguardo alle droghe leggere. L’accettazione, nei tempi più recenti, della cannabis a fine medico era già un segnale dell’avvenuta rinormalizzazione sociale della sostanza: non più qualcosa di maligno sempre e comunque, a prescindere da ogni contesto, bensì qualcosa di cui esiste l’abuso, ma anche un possibile uso.

Sono forse ottimista a immaginare che entro l’attuale decennio si scriverà la parola fine per quella Guerra alle Droghe che ogni anno fagocita miliardi di dollari, intasa le celle del sistema carcerario più vasto del Mondo, quello degli Stati Uniti, travolge e distrugge vite, individui e famiglie a decine di migliaia nelle Americhe, in Africa, in Asia.
Lentamente il proibizionismo sugli stupefacenti si spegnerà proprio a partire dagli Stati Uniti, là dove ha avuto inizio, col resto del Mondo che al solito andrà a rimorchio, accogliendo col dovuto ritardo di anni le onde di novità che partono dal centro dell’impero globale.

Tuttavia è il caso di guardare indietro e ripassare come partì la Guerra alle Droghe.
Oggi fanno sorridere, e questo è forse uno dei maggiori segnali di cambiamento, le leggende che circolavano quando tutto cominciò.
All’inizio degli anni Trenta del secolo andato, su impulso attivo delle istituzioni poliziesche, i giornali strillavano titoli su giovani che accoppavano i genitori a colpi di mannaia dopo aver fumato l’erba malvagia. Evil weed: veniva chiamata proprio così, e senza alcuna ironia. Sono le storie d’atrocità (atrocity tales), terribili fatti di sangue, spesso gonfiatissimi se non inventati di sana pianta, che sempre accompagnano come chiari sintomi i panici morali in atto: per l’oggetto o la pratica o il gruppo sociale che la cronaca associa a stragi e delitti efferati si preparano tempi duri e spesso leggi severe, severissime. Così è stato per l’Erba Malvagia.
All’inizio degli anni Trenta del secolo andato, ho scritto. La data non è casuale. Si era appena chiuso un altro probizionismo, quello sull’alcool: un fallimento così clamoroso da esser durato, nella sua fase più attiva e virulenta, appena una diecina d’anni (anche se i movimenti per la temperanza datano la loro attività più vivace già dall’ultimo quarto dell’Ottocento).
Il meccanismo di successione è chiaro, l’avvento della Guerra alle Droghe non richiede spiegazioni raffinatissime: fallito il proibizionismo dell’alcool, gli apparati repressivi che ci sono cresciuti si ritrovano a rischio disoccupazione e per sopravvivere cercano e trovano un nuovo facile bersaglio: l’Erba Malvagia. Nuovo carburante perché la macchina poliziesca possa continuare a marciare, a macinare colpevoli e innocenti.
C’è chi dipende dalle droghe, c’è chi dipende dalla repressione sociale.
Col tempo il nuovo bersaglio si rivele una scelta proficua. Lungo gli anni Settanta, in parallelo con l’ascesa del conservatorismo neoliberista, la Guerra alle Droghe esplode tutta la sua potenza, mostrandosi molto utile come dispositivo di controllo sociale domestico nei confronti delle minoranze razziali, in particolare quella nera; come strumento d’intervento economico, politico e militare all’estero, in America Latina. E soprattutto, sempre all’interno, come tampone nei confronti della disoccupazione cronica che affligge l’economia, grazie alla doppia espansione del sistema carcerario e di quello criminale: la Guerra alle Droghe crea decina di migliaia di posti di lavoro, tra le guardie e tra i ladri.

Eppure sono bastate poche generazioni e questa grande macchina ha cominciato a perdere fiato. Il cambio di mentalità, certo. Le ragioni deboli e fasulle su cui si è retta, ragione d’ordine politico e più volte smentite dalla ricerca medica e scientifica. Non da ultimo, la montante marea di una spesa pubblica ingestibile e impopolare, che sconsiglia il mantenimento di apparati repressivi elefantiaci.
Resta appunto da vedere se il tramonto, ormai in corso, della Guerra alle Droghe, non aprirà il sipario su nuovi atti del dramma proibizionista, i cui meccanismi si ricicleranno, con la stessa cieca ferocia, concentrandosi su nuovi obiettivi.

Azzardo tre ipotesi.

1.
La prima, manco a dirla, riguarda il tabacco.
Qui il processo di denormalizzazione è ormai avanzato: divieto di pubblicità, divieto ai minori, divieto nei luoghi pubblici. Negli anni più recenti si discute di vietare ai minori i film con personaggi fumatori; di vietare il tabacco a tutti i nati dopo un certo anno, anche una volta adulti, per creare una nuova generazione “libera dal fumo”; di vietare le sigarette elettroniche non tanto perché dannose, ma perché “somigliano alle sigarette” e quindi minaccerebbero il processo di denormalizzazione di queste ultime.
Col tabacco ormai ci troviamo esattamente su quella soglia che separa il divieto per non danneggiare gli altri dal divieto che vuole esplicitamente “salvare” i fumatori da se stessi, col sostegno di un’opinione pubblica che giudica il fumatore “stupido”, “cattivo”, moralmente indegno, liberamente disprezzabile con l’approvazione collettiva.

2.
La seconda ipotesi riguarda quel campo complesso e accidentato che è la sessualità.
Non immagino tanto, non immagino certo il ritorno a un puritanesimo che replichi lo storicamente noto. Difficile immaginare ad esempio un’inversione di percorso nella pur fragile accettazione sociale dell’omosessualità (mi permetto di aggiungere: e meno male).
Se l’asse del genere sessuale, maschile-femminile, va via via perdendo forza come fonte della normatività in campo sessuale e relazionale (è su quest’asse che si basava il tabù dell’omosessualità), ora la nuova rotta segue l’asse del potere e delle disparità, reali e presunte che siano: sono le relazioni su cui grava l’ombra di un potere dispari a essere fonte di massimo sospetto e disagio, a rischio d’essere aprioristicamente percepite come sfruttamento, a esigere l’intervento di regole, paletti, divieti preventivi. Da qui, un esempio tra i tanti possibili, il nuovo approccio alla prostituzione, di provenienza scandinava, che definisce automaticamente qualunque scambio tra sesso e denaro come “violenza contro le donne”, un approccio che punisce i clienti del sesso a pagamento esattamente come la Guerra alle Droghe punisce i consumatori di stupefacenti. Un approccio che probabilmente otterrà gli stessi risultati: fallimentari.
Sempre domani, in California, si vota tra gli altri un referendum per nuove leggi repressive contro la prostituzione e i reati sessuali. Il referendum pare passerà con una maggioranza schiacciante. Tra le novità, chi sarà condannato per determinati reati riguardanti la prostituzione, una volta scontata la pena si ritroverà nel registro pubblico dei reati sessuali, che già ospita diecine di migliaia di nomi. Finire sul registro, negli Stati Uniti, implica sostanzialmente la morte sociale (chi è interessato a capire meglio la curiosa e complessa questione del registro per i reati sessuali negli Stati Uniti, può leggere un articolo che avevo tradotto tempo fa in due parti).

3.
Infine, il cibo.
Un campo ancora quasi completamente vergine per le regolazioni statali di ordine morale.
Di ordine morale: perché una cosa è controllare che il cibo non arrivi avvelenato sugli scaffali del supermercato, altra cosa è cercare di ammaestrare il cittadino a mangiar sano e secondo la regola, a mal giudicare chi non segua la regola. Insomma, come sempre: agire per denormalizzare determinate pratiche nella coscienza collettiva.
È notizia di pochi giorni fa l’introduzione, a partire dal 2013, nella catena di supermercati britannici Tesco, di etichette sugli alimenti basate sui semafori: gialli, verdi e rossi per indicare ciò che fa tanto bene o tanto male alla salute.
Misura innocua, si dirà. Ma sono piccoli passi indicativi.
E del resto la crescente ossessione mediatica (che è cosa diversa dall’interesse medico) per anoressia, bulimia, obesità, si pensa forse non parli di un disagio irrisolto per il rapporto tra cibo e corpo, disagio che si va inoculando nel corpo sociale fino al punto in cui sanzioni, divieti e disprezzo per i trasgressori diverranno giusti e necessarî?
C’è già chi suggerisce una guerra al sale che segua le orme di quella al tabacco, per dire.
Di mio, non mi stupirei se entro dieci o quindici anni determinati cibi venissero vietati ai minori di anni quattordici, o anche diciotto. Immagino un certo consenso ci sarebbe già ora. Ovviamente il divieto ai minori è un tipico primo passo verso la denormalizzazione. E inoltre impedire che i minori accedano a qualcosa che è facilmente rinvenibile ovunque richiede ulteriori divieti e limiti, anche per gli adulti. E ovviamente tutta una serie di regole per ciò che si possa o meno rappresentare nei prodotti pubblicitarî, dell’intrattenimento, artistici.
Nuove regole, nuovi apparati per farle rispettare, apparati che poi dovranno giustificare la propria esistenza chiedendo altre regole ancora, innescando il processo autopropellente tipico di tutti i proibizionismi.

Poi il tempo passerà.
Cinquanta, cento o più anni e anche i nuovi proibizionismi si sgonfieranno e tramonteranno.
Ci si guarderà indietro e ci si chiederà di dove venisse tutta quell’urgenza necessità di vietare. Si faticherà a credere alla serietà dei motivi che oggi vengono addotti, come oggi si fatica a credere alla storia del ragazzo che prende a colpi d’accetta la madre dopo essersi fumato un po’ d’erba; o che la masturbazione distrugga la mente e il fisico; o che far studiare le donne minacci la stabilità sociale.
Ovviamente per allora staranno già sorgendo nuovi urgenti proibizionismi, ancora più strani di quelli odierni, e che oggi, ovviamente, nessuno ancora riesce a immaginare come plausibili, come possibili.

Politici (e politiche) che odiano le donne /2

(qui la prima parte)

Nel precedente post riportavo le parole di un politico francese che, parlando della nuova legge sulla prostituzione, diceva che d’ora in poi il fenomeno sarebbe stato considerato “dal punto di vista della violenza contro le donne”.
E un passo fondamentale, in Svezia, per introdurre la nuova legge, è stato proprio quello di ridefinire la questione in tali termini, in termini di genere.
Il problema della prostituzione non è più la moralità della donna che si prostituisce o il danno che il fenomeno causa “alla famiglia” (argomenti classici dell’opposizione alla prostituzione di stampo religioso/conservatore), bensì la violenza, quella operata dal cliente uomo contro la prostituta donna.

In realtà, in Svezia come altrove, un altro importante fattore del nuovo approccio contro la prostituzione, è stato quello del trafficking, o tratta, o traffico di esseri umani.
Si potrebbe qui fare una lunga divagazione, ma basti segnalare che l’imporsi di un discorso pubblico sulla tratta di esseri umani ha avuto la non piccola utilità per la sinistra politica, in Italia, in Europa, negli Stati Uniti, di impostare una propria posizione sull’immigrazione finalmente digeribile anche dalla gran parte della popolazione che, in tempi di economia traballante e (presunti?) scontri di civiltà, l’immigrazione non la vede affatto di buon occhio, oppure la accoglie con non pochi brontolî.
Se tradizionalmente la destra avversa l’immigrazione, legale o illegale, sulla base del vecchio immaginario degli “stranieri che ci rubano il lavoro e ci stuprano le donne”, ora anche il campo opposto può coltivare un proprio discorso allarmistico in materia, pur se di segno apparentemente inverso: l’immigrazione è un male perché è un commercio di nuovi schiavi.
È qui che si aggancia la questione della prostituzione.
L’immagine tipica della prostituta e quella dell’immigrato/a tendono ora a coincidere, e coincidono sotto il segno della vittima.
Chi si prostituisce, dunque, presenta le seguente caratteristiche:
1) Donna
2) Dapprima straniera vittima dei trafficanti di esseri umani.
3) Ora schiava dei “protettori” e oggetto di violenza dei clienti.

Non serve molta fantasia, in realtà, per immaginare anche altre tipologie.
Oltre alla prostituzione su strada esiste anche quella d’appartamento, quella d’alto bordo, quella che viaggia su internet.
Inoltre, man mano che ci si allontana dal marciapiede e si sale negli attici di lusso dei centri città, o ci si sposta nei villoni di periferia, l’equazione dello sfruttamento a senso unico tende a entrare in crisi fin quasi a rovesciarsi.
Per dire: nel guazzabuglio di corruzione, concussione, cene a sfondo erotico e scambî di favori che ha coinvolto il capo dell’ormai ex governo, chi sfruttava chi? Era il lubrico vecchio satiro che, forte del suo potere economico e politico, elargiva denaro e favori in cambio di sesso giovane? O erano le fanciulle che usavano i loro corpi come arma impropria per aprirsi facili scorciatoie verso la scalata sociale? Da quale parte sta, in questo caso, la vittima? O entrambi i lati sono da considerare colpevoli?
Più in generale: si può davvero dire che la prostituzione sia sempre e invariabilmente un’estorsione di sesso in cambio di denaro? O ci sono casi in cui è valido il contrario, ovvero un’estorsione di denaro in cambio di sesso? Se la differenza c’è, come discriminare?
Si consideri ad esempio quanto segue, casi ignoti per la pubblica opinione, perché fonte di disagio, di vergogna: ovvero i molti disabili, o individui con deformità gravi, che ricorrono proprio alla prostituzione per avere quel conforto fisico che in altro modo difficilmente (o forse mai) potranno ottenere; perché oggettivamente svantaggiati, anche in questo campo, rispetto alle persone “normali”. Ecco, in questi casi: qual è la parte più debole della transazione che scambia sesso con denaro?
È molto, troppo comodo ignorare queste realtà e ridurre l’intero fenomeno del sesso a pagamento a una manifestazione dell’ignobile mentalità predatrice e oppressiva dei maschi machisti e maschilisti.
E poi ci ancora sono altre regioni, molto vaste, ma che di rado ricevono luce dai riflettori del discorso mediatico e pubblico: la prostituzione maschile, omosessuale e non; tutto il mondo della prostituzione transessuale. Mondi che vengono tenuti in ombra: anche qui per pudore, per disagio, per vergogna, per (mancanza di) convenienza politica; mondi che ricevono spazio quasi solo nelle barzellette, nelle battute da caserma.

E c’è anche da chiedersi: ma quanta parta di questa variegata popolazione è sottoposta al giogo degli sfruttatori? Quante e quanti lavorano, per così dire, in proprio? Quanta è locale, e quanta importata (a forza) dall’estero?
Perché alla fine sono i numeri che contano.
Sarebbe facile dire che esiste anche la prostituzione maschile, anche quella autogestita, anche quella in cui è davvero difficile rinvenire tracce di sfruttamento, e così via; ma se la stragrande maggioranza è fatta di sfruttamento dei (delle) più deboli, di effettiva schiavitù, non avrà forse ragione chi chiede l’approccio più repressivo, quello che persegue i clienti?

È di poco tempo fa un’accurata indagine in materia effettuata da due ricercatori americani.
Riguarda il solo Stato di New York, quindi da prendere con cautela. Ma consente di chiedersi se gli stessi o simili risultati non si otterrebbero anche qui, oltre l’Oceano, e in Italia, a volerli cercare.
I due ricercatori, tra l’altro, hanno affrontato un àmbito della prostituzione percepito come particolarmente spinoso, capace di suscitare reazioni viscerali e immediate nel pubblico più sensibile: l’àmbito della prostituzione minorile.
Un àmbito in cui, poi, si dà ancor più per certa l’immagine di cui sopra: quello della ragazzina schiavizzata dal feroce mercato del sesso, vittima impotente di sfruttatori e clienti.
Ebbene, cosa ha scoperto l’indagine in questione?
Alcuni dati:
– Il 45% di questi ragazzi sono maschî. Quasi la metà, dunque.
– Solo il 10% è alle dipendenze di uno sfruttatore. La stragrande maggioranza “lavora in proprio”.
– Il 45% è entrato/a nel giro tramite amici.
– Il 90% sono cittadini/e americani/e. Non stranieri. Non vittime del crudele traffico dai paesi poveri.
Ovviamente questo non significa che la vita di chi, già giovane, si vende per sesso sia rose & fiori, o sia pari a quella dei coetanei di buona famiglia e dei quartieri agiati, tutt’altro. Spesso si tratta di ragazzi e ragazze fuggiti di casa, alla ricerca di un qualunque mezzo per sostentarsi; o per rifornirsi di droghe da cui dipendono.
Sia quel che sia, le conclusioni contraddicono flagrantemente lo stereotipo della ragazzina straniera schiavizzata e imprigionata.

Ma un altro fatto è ben più interessante, e significativo.
Quando i due studiosi hanno cominciato a presentare i loro risultati alle associazioni e alle agenzie dedicate alla lotta alla prostituzione, si sono trovati di fronte a un muro di difficoltà. Se non di ostilità. Di negazionismo.
Dati che confutavano lo steretipo dominante non venivano accettati.
Perché? Sostanzialmente perché non vendono. Sono dati che non vendono presso una realtà di associazioni ed agenzie specializzate a lavorare primariamente sul lato femminile del fenomeno prostituzione, e che trascurano il lato maschile; e quello, ben più scabroso per la pubblica coscienza, della prostituzione transessuale.
La spinta a ridefinire la prostituzione in un’ottica di rigida divisione di genere (l’uomo contro la donna) bloccherebbe automaticamente qualunque dato -e qualunque intervento- che esuli da questa dicotomia prestabilita.
Sono dati quindi che non vendono soprattutto presso la pubblica opinione, e quindi presso i media e la politica, dati scarsamente monetizzabili in termini di industria editoriale e consenso elettorale, e finanziamenti statali.
E poi si parla tanto di sfruttamento dell’immagine femminile

Il quadro consente di chiedersi quanto sia utile e produttivo portare avanti battaglie sociali e imprese politiche sulla base di dati falsati e, nello specifico, se sia davvero sensato ridefinire, come si sta facendo, la prostituzione unicamente nei termini della “violenza contro le donne”, e affrontarla in tal modo.
Si aggiunga poi che molte prostitute, dopo esser state “salvate” da agenzie & operatori specializzati, ritornano sul marciapiede, e ci tornano perché, a conti fatti, vendersi per sesso a quanto pare risulta meno logorante e più remunerativo rispetto ai lavori ritenuti rispettabili dalla società.
E questo dovrebbe ben dire qualcosa su quali mai possano essere le condizioni di lavoro delle alternative alla prostituzione, specie per chi è straniero/a, o comunque ai margini della società.
Se davvero prostituirsi è tanto terribile (e non c’è dubbio che in molti casi lo sia), come devono essere gli eventuali lavori alternativi, per far preferire, tutto sommato, di vendere il proprio corpo a un cliente del sesso e non a una fabbrica o a un campo di pomodori?
Ma di questo poco si parla, e l’opinione pubblica sembra accalorarsi e indignarsi soprattutto per la cosiddetta schiavitù sessuale, in cui vengono frettolosamente ricomprese tutte le forme di commercio sessuale, con vaghe teorie sul denaro che svilisce le relazioni, mentre molta, molta meno attenzione è riservata per le altre eventuali forme di schiavitù, non sessuali, ma forse ben più terribili, e distruttive.
E allora si capisce che il discorso contro la prostituzione che si presenta come nuovo e dalla parte delle vittime, continua invece a essere soprattutto un discorso di tipo morale, del tutto dentro a quella morale che afferma di essersi lasciato alle spalle.
Un discorso che, affermando di “combattere la violenza”, mira piuttosto a un controllo normativo dei corpi degli uomini e delle donne.
Un discorso, tra l’altro, che puntando il proprio obiettivo punitivo verso il “cliente sfruttatore” ha delle sue conseguenze politiche e sociali ben precise, e tutt’altro che positive…

(…continua…)

Politici (e politiche) che odiano le donne /1

Poco più di un anno fa scrivevo come il sistema svedese contro la prostituzione (in cui prostituirsi è lecito, e criminale è il cliente), avrebbe trovato facile via anche all’estero.
Sbagliavo però a immaginare che il primo paese a seguire l’esempio fuori dell’area scandinava sarebbe stato il Regno Unito, che poi avrebbe fatto da esempio per il continente.
Vero è che, se a tutt’oggi in Italia non ho ancora sentito alcuna voce in merito, nel Regno Unito già se ne sta discutendo. Tuttavia la prima mossa concreta di un paese europeo “di peso” la sta facendo la Francia.

Questo mese dunque il parlamento francese ha approvato all’unanimità una risoluzione vincolante perché si arrivi a una legge sulla prostituzione di tipo svedese. La legge marcerà lentamente, ma pare vedrà la luce nel corso dell’anno prossimo, 2012.
Una legge in cui l’alternativa tra punire la prostituzione o legalizzarla viene spazzata via con un rovesciamento radicale di prospettiva, per cui ora la persona che si prostituisce è classificata sempre e automaticamente come vittima mentre il fruitore della prostituzione è lo sfruttatore, il criminale.
“D’ora in poi la prostituzione viene considerata dal punto di vista della violenza contro le donne, una cosa che è diventata inaccettabile per chiunque”, così afferma un parlamentare francese del partito di maggioranza. Chi paga per ottenere sesso sta compiendo una forma di violenza, non dissimilmente da uno stupratore: questa la teoria.
Ora, mentre il parlamento votava unanime tra centro destra sinistra, conservatori cattolici e femministe furibonde in armonioso accordo, fuori dall’aula, in strada, c’era chi d’accordo non era, c’era chi protestava.
Chi protestava erano, guarda un po’, le prostitute. Le dirette interessate, fondamentalmente.
Ora, che delle prostitute protestino, con grande coraggio tra l’altro visto il tema capace di far rabbrividire anche i meno pudibondi, che le prostitute protestino contro una legge che, nelle dichiarazioni, le “proteggerà dalla violenza”, dovrebbe far riflettere.

Dicembre 2011: prostitute francesi protestano contro la legge che dovrebbe salvarle

Le possibilità sono due: o le donne che protestano s’ingannano su se stesse, o la legge ha tutt’altro obiettivo che quello di “salvarle”.
Evidentemente chi sostiene la legge la pensa alla prima maniera: queste donne non sanno ciò che vogliono.
Ad esempio così si può leggere sul sito di uno dei movimenti di pressione che stanno portando alla legge francese:
“La libertà rivendicata da alcune prostitute è del tutto illusoria, poiché condizionata dai protettori, dalla droga, dalle violenze […] Pagare per accedere alla sessualità, al corpo, all’intimità di una persona che non ne ricambia il desiderio non ha niente a che fare con l’idea di contratto, che si fonda invece sulla libertà e l’uguaglianza. Nel caso della prostituzione, la libertà è illusoria e l’uguaglianza beffata.”
Una libertà illusoria. La prostituta che scende in strada per protestare e reclamare il diritto di gestire il proprio corpo come meglio crede, e che chiede soprattutto la possibilità di farlo in piena sicurezza, senza le minacce di protettori e poliziotti, si illude d’essere libera. Non è in grado di esprimersi sulla propria libertà. Donne che si illudono sui propri stessi diritti. Che non hanno la possibilità di esprimersi sugli stessi, o la cui opinione non viene tenuta in conto alcuno.
Ecco, per me è questa, questa è l’oggettificazione tanto tirata in ballo quando si parla di questioni femminili. Oggettificazione è ritenere la donna una minus habens che, in determinati àmbiti, non ha il diritto di gestire se stessa. Che va difesa da se stessa. Sposta sotto tutela. Perché si illude, poverina.
Fatico a vedere la differenza tra il discorso secondo cui la prostituta non ha diritto di esercitare la propria libertà perché “si illude”, perché in realtà, anche se non se ne rende conto, contribuisce a una violenza contro se stessa; e il classico discorso dello stupratore secondo cui la sua vittima “si illude” di aver sofferto mentre in realtà “le è piaciuto”. In entrambi i casi l’opinione della diretta interessata vale meno di nulla, l’opinione viene squalificata con questo vile metodo, cioè dichiarandola illusoria, e vale solo l’opinione di chi detiene il potere, che sia il potere della violenza fisica o il potere della politica.
Piuttosto si dica apertamente: non ci piacciono le prostitute, ci fanno schifo le troie, sono delle donne zozze e immorali, non devono avere la libertà di offrire il proprio corpo per denaro, in questo caso la libertà delle donne non va rispettata, per noi il denaro sporca l’unione dei corpi e questo nostro personale punto di vista lo dovranno accettare tutti, a colpi di multe e manette.
Almeno sarebbe più chiaro e meno ipocrita, invece di nascondersi dietro il paravento della “difesa della libertà e dell’autonomia della donna”.

(…continua…)

The Lady Gaga school of gender delusion

Traduzione. L'originale si trova qui.
(confesso di trovare interessante il pezzo, ma di non aver capito bene il senso del titolo…)

***

La scuola di Lady Gaga sulle illusioni di genere
Il nuovo libro di Cordelia Fine colpisce al cuore l'idea corrente che uomini e donne si comportino in modi diversi perché "siamo nati così".
di Derbyshire e Powell

Nei primi anni Settanta, femministe e psicologi insieme sostenevano che uomini e donne fossero più simili che diversi e che eventuali differenze fossero soprattutto frutto di pressioni sociali. Nel 1972, ad esempio Ann Oakley, in Sex, Gender and Society operò per prima la distinzione tra "sesso" e "genere". "Sesso", spiegava Oakley, è un termine biologico mentre "genere" è un termine culturale e psicologico. Oakley concludeva che il sesso ha una scarsa influenza sul genere; ci si identifica come uomo o come donna per effetto dell'apprendimento culturale e non per predisposizioni biologiche.

 Oggi femministe e psicologici tendono più facilmente ad affermare che uomini e donne hanno caratteristiche differenti, nate da profili psicologici e cervelli diversi. Le femministe solitamente presentano le donne come illuminate, più sagge, più dolci, più compassionevoli e in armonia colla natura, e meno distruttive e aggressive rispetto al corrotto maschio medio. Gli psicologi solitamente si concentrano su questioni più concrete come l'apparente incapacità delle donne di leggere le mappe e l'incapacità degli uomini di gestire diverse attività al contempo, e su dettagli di tipo tecnico come l'apparente fatto che le donne abbiamo cervelli dotati di maggiori connessioni, mentre quegli maschili siano più specializzati.
Queste differenze sono a usate a loro volta per spiegare come mai gli uomini comincino le guerre e le donne gestiscano gli asili, come mai le donne preferiscano le scarpe e gli uomini le armi, come mai gli uomini siano ingegneri e le donne insegnanti.

 È notevole che questo passaggio, dal tentativo di spiegare come uomini e donne siano uguali all'accettazione della loro differenza, sia avvenuto in un periodo in cui la distanza in termini di istruzione, lavoro e stipendi si è ridotta. Nell'Unione Europea, l'80% delle donne terminano l'istruzione secondaria superiore, a confronto con il 75% degli uomini, e negli Stati Uniti le donne hanno le stesse probabilità degli uomini di frequentare l'università e ottenere una laurea. In Gran Bretagna, il tasso d'occupazione femminile (70%) è vicino a quello maschile (79%) e negli Stati Uniti i tassi d'occupazione tra uomini e donne sono pressoché uguali. Nel Regno Unito, le donne guadagnano il 90% dello stipendio maschile, un progresso rispetto all'82% del 1997, e negli Stati Uniti, il 77%, maggiore rispetto al 72% del 1990.

 Anche in matematica, campo in cui gli uomini hanno avuto tipicamente risultati migliori rispetto alle donne, la differenza di genere si è considerevolmente ridotta. Negli Stati Uniti, la distanza tra ragazzi e ragazze è notevolmente diminuita sin dal 1973, quando si è cominciato a misurarla; nel 1994 non c'erano differenze apprezzabili nei risultati in matematica di ragazzi e ragazzi sia a nove anni d'età che a tredici. All'età di diciassette resta un divario a favore dei maschi sia in matematica che nelle materie scientifiche, ma anch'esso in deciso ridimensionamento sin dal 1973.

 Dato che misurazioni oggettive mostrano che le differenze di genere stanno diminuendo, è sorprendente un tale aumento di libri e ricerche che parlano di differenze strutturali nei cervelli di maschi e femmine e che tanta gente vi faccia ricorso per spiegare come mai uomini e donne vivano vite diverse. L'esempio più celebre, in Inghilterra, è quello di Simon Baron-Cohen che dal suo studio sull'autismo (disturbo prevalentemente maschile) ha estrapolato la conclusione più generale che il cervello femminile sia strutturato soprattutto per l'empatia, mentre quello maschile per la comprensione e la costruzione di sistemi.

  Delusions of Gender, di Cordelia Fine, demolisce in maniera brillante queste semplicistiche e fondamentalmente errate conclusioni sui cervelli maschile e femminile. Lo fa in due modi diversi. Innanzi tutto, sottolinea che differenze tra maschi e femmine che si presumono fisse in realtà sono piuttosto fluide. Ad esempio basta già chiedere agli uomini di prendere in considerazione i valori sociali e i benefici dell'empatia per renderli più empatici. E quando vengono pagati per individuare e riconoscere correttamente stati emotivi, gli uomini ottengono risultati positivi quanto le donne. Allo stesso modo quando si dice loro che le donne sono più capaci in cómpiti che richiedono la spazialità, i risultati femminili eguagliano quelli maschili. A quanto pare le differenze tra maschi e femmine nei varî cómpiti possono essere molto facilmente superate cambiando la motivazione per ottenere risultati positivi o modificando il contesto del cómpito. Tutto questo non sembra qualcosa di fissato, o fisicamente inscritto nel cervello.

 Secondo punto. Fine fa notare la grave debolezza della scienza alla base delle presunte differenze di genere. Ad esempio c'è un'ampia letteratura che descrive il possibile influsso del testosterone fetale su numerosi comportamenti. Bambini maschi sono esposti a un maggior livello di testosterone intorno alle sei settimane dello sviluppo del feto. Il flusso di testosterone, in effetti, cambia lo sviluppo del feto da femmina a maschio; senza testosterone si otterrebbe una bambina, e non un bambino. Certi ricercatori hanno suggerito che questo flusso di testosterone abbia effetto sullo sviluppo cerebrale e porti quindi a differenze di comportamento tra ragazzi e ragazze. Ma soprattutto, noi tutti (sia maschi che femmine) siamo esposti a differenti quantità di testosterone, dovute a una varietà di fattori, come ad esempio condividere l'utero con un gemello del sesso opposto o avere più fratelli maggiori, e così via. Certi ricercatori suggeriscono, in maniera piuttosto sommaria, che  una maggiore esposizione di testosterone nell'utero porta a un comportamento più mascolino, sia nei maschi che nelle femmine.

È una bella idea, ma Fine riassume: "L'accuratezza nei test sulla rotazione di oggetti nello spazio all'età di sette anni è correlata col testosterone amniotico? No. Le capacità di un quattrenne di riprodurre una costruzione coi blocchi, di capire problemi e concetti numerici, di contare e selezionare aumenta con maggiori livelli di testosterone amniotico? No. Nelle ragazze diminuisce, e nei ragazzi non c'è rapporto alcuno. E nella soluzione di rompicapo? No. Nelle capacità di classificare (ad esempio: trova l'oggetto più piccolo)? No. Nei test di abilità spaziale? No."

Quindi, prove che il testosterone indirizzi i comportamenti in senso mascolino sono, se proprio, limitate.

Fine quindi passa quindi alla scansione cerebrale. Potenti scanner, che possono rilevare variazioni nell'attività neurale con modalità ragionevolmente non invasive sono ormai molto comuni nei dipartimenti di psicologia di tutto il Mondo. È difficile immaginare un qualche comportamento o forma di pensiero che non sia stata scansita in qualcuno, da qualche parte, producendo quelle macchie di colore cerebrale, un'immagine ormai familiare. Ma queste immagini dimostrano una differenza di genere? Non proprio.

 Un ipotetico influsso del testosterone fetale è quello di rendere l'emisfero destro dominante, per questo si è ipotizzato che gli uomini tendano a usare unicamente il loro emisfero destro per il linguaggio, laddove le donne li usano entrambi. Collegate a ciò sono altre asserzioni sulla struttura del cervello femminile, ad esempio sulla maggior connettività tra i suoi due emisferi, e tutta una serie di speculazioni sulla maggior flessibilità nei comportamenti e un uso superiore del linguaggio nelle donne rispetto agli uomini. Il prezzo, per le donne, è meno spazio a disposizione per l'elaborazione spaziale e, quindi, meno capacità in tal senso. Ma le scansioni cerebrali non supportano nessuna di queste idee. Un'analisi di tutti gli studi tramite scansione cerebrale sul linguaggio, basati sui dati di più di duemila individui, non ha trovato alcuna prova di eventuali differenze nell'attivazione degli emisferi tra i due generi. Allo stesso modo, analisi che hanno esaminato differenze nella connettività dei due emisferi, non hanno trovato prove di un'influsso dovuto al genere.

 Fine sottolinea anche un problema che è probabilmente più importante. Il cervello è un organo complesso che comprendiamo a malapena anche solo nei dettagli più elementari. Non solo, la scansione cerebrale è una tecnologia nella sua infanzia e i dati generati dalle scansioni sono inoltre molto complessi. Un tipico studio delle scansioni cerebrali genera griglie con migliaia di migliaia di numeri estesi nel tempo e relativi a numerosi individui. Analisi di questo tipo di insiemi di dati sono difficoltose, noiose e complesse, e spesso richiedono diversi anni d'esperienza e contengono sorprendenti elementi di soggettività, e dibattiti su quali siano le procedure corrette o sbagliate. È quindi comprensibile che le scansioni cerebrali producano risultati contrastanti e che gli studiosi del cervello giungano a conclusioni contraddittorie. Fine nota che tutto ciò può portare a teorie sulle funzioni del cervello che non hanno nulla a che vedere con le raccolte di dati sull'attivazione cerebrale:

"Con questi dati contraddittorî, gli studiosi possono giungere sia all'ipotesi che gli uomini son più capaci nei test sulla rotazione degli oggetti perché usano un solo emisfero, sia all'ipotesi del tutto opposta che sia merito dell'uso di entrambi gli emisferi. Il contesto teorico è così flessibile che gli studiosi possono persino presentare queste ipotesi opposte, senza alcun imbarazzo, nello stesso identico articolo."

 È una strana scienza quella in cui dati del tutto opposti supportano la stessa interpretazione. La conclusione di Fine è pungente. Suggerisce che i neuroscienziati stiano solamente proiettando dei presupposti culturali riguardanti i sessi su quella grande incognita che è il cervello. Fine liquida questo processo come "neurosessismo", parte di una più ampia disciplina chiamata "neurononsenso". Difficile poter replicare.

 Fine asserisce che se esistono delle differenze nei comportamenti e nel pensiero tra i generi, queste sono conseguenze della socializzazione e non differenze biologiche intrinseche. Nella parte finale del suo libro spiega come i genitori formino il genere dei loro figli prima ancora che questi nascano. Feti maschili, ad esempio, sono descritti come maggiormente attivi anche se esami oggettivi non dimostrano differenze nei tipi di comportamento tra feti maschî e femmine. Dopo la nascita, i genitori continuano ad attribuire capacità specifiche rispetto ai generi. Le madri parlano di più alle neonate femmine riservando maggior attenzione alle loro espressioni emozionali. E ritengono che i maschî siano più bravi a gattonare e si diano più facilmente ad attività pericolose, anche se non ci sono prove che siano meno sensibili al linguaggio, meno emotivi, migliori gattonatori e più imprudenti.

 E questo solo riguardo ai genitori. Se un genitore volesse provare a crescere un bambino in maniera neutrale rispetto al genere, farebbe molta fatica a neutralizzare le informazioni che fan sapere ai bambini quali giocattoli, comportamenti, capacità, tratti caratteriali, attività, passatempi, responsabilità, vestiti, tagli di capelli, oggetti, colori, forme, emozioni e così via siano adatti ai maschî o alle femmine. Fine illustra gli sforzi di Sandra e Daryl Bem che coi loro figli hanno fatto incredibilmente tanto per eliminare minuziosamente tutte le associazioni legate al genere.

 I Bem hanno sistematicamente diviso tutte le attività casalinghe in modo da distribuirle equamente tra loro genitori. Tutti i materiali visivi e di lettura sono stati controllati e selezionati per esser sicuri che i bambini vedessero uomini e donne compiere lavori a prescindere dal genere. Hanno cancellato o modificato tutti i testi e fotografie con stereotipi di genere nei libri di famiglia. Quando leggevano loro dei libri hanno usato pronomi in modo da evitare sottintesi legati al genere sessuale, e hanno ridisegnato le immagini aggiungendo capelli lunghi e la forma del seno a quelle dei camionisti. Quando i Bem facevano riferimento alle differenze di genere, lo facevano unicamente nei termini fondamentali dell'anatomia e delle funzioni riproduttive e non tramite i tipici ruoli e preferenze di genere. Se i bambini chiedevano il genere di qualcuno, i Bem di solito negavano di poterlo sapere perché non potevano vedere il pene o la vagina di quella persona. Gli sforzi dei Bem, nota Fine, vanno ben al di là dei tentativi più tipici di crescere i figli in maniera neutrale rispetto al genere. Il Mondo non è neutrale in tal senso e quindi non c'è da meravigliarsi se noi pensiamo tramite le categorie di genere. Fine suggerisce che è tale socializzazione di uomini e donne che crea gli stereotipi di genere che mantengono le donne in una posizione arretrata.

 Nonostante i progressi riportati all'inizio, resta il fatto che le donne ancora guadagnano meno degli uomini, sono più facilmente impiegate a mezzo servizio, si accollano responsabilità maggiori nella cura della casa e dei figli e sono sottorappresentate nelle posizioni più alte nella gestione aziendale, nelle scienze, e nell'ingegneria. Fine sostiene che tali differenze siano parzialmente causate dall'attivazione automatica degli stereotipi di genere. Ad esempio, basterebbe chiedere di dichiarare il proprio genere agli esami di matematica per ottenere scarsi risultati nelle donne, dato che la domanda attiverebbe lo stereotipo secondo cui le donne non sono brave in matematica. Più pericolosamente, Fine suggerisce che gli uomini ancora conservano atteggiamento sessisti e agiscono deliberatamente per escludere le donne da alcune attività nel mondo degli affari. Ad esempio, Fine sostiene che i dirigenti invitano apposta clienti importanti in locali a luci rosse e club di lap dancing per escludere le donne.

 Questi argomenti sono meno convincenti. In primo luogo, Fine non può affermare che i comportamenti stereotipati siano al contempo facili da superare "cambiando i modi in cui un cómpito è descritto, svelando una particolare identità sociale, o anche semplicemente raccontando frottole" e al contempo affermare che l'attivazione degli stereotipi sta conservando un'ostinata divisione sociale. Fine vuole entrambe le cose, e descrive quindi gli stereotipi di genere come fragili e robusti al contempo. Gli stereotipi sono in effetti fragili e le donne non sono povere seguaci di suggerimenti ambientali, incapaci di resistere alle raffiche di pubblicità sull'acne coi loro messaggi impliciti. Sono individui attivi che possono rigettare gli stereotipi, se lo vogliono.

Indubbiamente anche i maschi portano con sé visioni stereotipate dei generi, però non c'è motivo di condannarli come sessisti e come un ostacolo all'uguaglianza delle donne. Stereotipi sulle donne e le capacità matematiche, ad esempio, riflettono il fatto che la maggior parte dei matematici siano maschî. Se qualcuno ha l'immagine stereotipa del matematico tipico come maschio, ciò riflette quel che è familiare più che una visione sessista secondo cui i matematici dovrebbero essere maschî.

 L'argomento di Fine sui locali a luci rosse è anch'esso problematico, perché affermando che escludono le donne sta appoggiando l'idea che ci sia una differenza essenziale tra i sessi. Fine si permette di presupporre che a causa del loro genere le donne siano offese da certe cose che invece non toccano gli uomini. Non c'è alcuna legge, o alcuna moralità femminile intrinseca, che impedisce a una donna di entrare in un locale equivoco.

 Da una parte noi abbiamo problemi di ingiustizia sociale per cui uomini e donne sono trattati in maniera diversa sulla base del loro genere, solitamente a svantaggio delle donne. Dall'altra, col passare del tempo c'è il problema di donne che scelgono più spesso di lavorare a mezzo servizio, in occupazioni meno retribuite degli uomini a causa di altri fattori più politici, come la mancanza di strutture per l'infanzia o la credenza (comune sia a uomini che donne) che le donne siano destinate a curare loro per prime i figli e che non siano destinate a entrare nei locali equivoci. Fine non considera eventuali differenze tra ingiustizie di genere imposte dall'alto e ingiustizie di genere volontarie e provenienti dal basso. Di conseguenza le sue descrizioni tendono a mostrare le donne come povere vittime di una società a dominio maschile e, ironicamente, ricrea così quelle divisioni di genere tanto care ai neuroscienziati e tanto abilmente smontate in Delusions of Gender.

Meanwhile, in the United States of America… 2/2

(alla prima parte)

“Quei ragazzi che agli incontri facevano il tifo per me, ora mi consideravano un rifiuto, ” racconta Frank, seduto al tavolo di un ristorante messicano alla periferia della città. È domenica pomeriggio, ha lavorato tutto il fine settimana, come falegname a contratto.

Dopo aver passato una notte in cella, ancora adolescente, Frank ha incontrato il suo avvocato d’ufficio, Mary Hennessy: “Mi disse che, se si fosse arrivati a processo, avrei rischiato dai due ai vent’anni. Io non riuscivo a crederci.” L’avvocato consigliò a Frank di patteggiare, ammettendo la sua colpevolezza, in modo da ottenere sette anni di libertà vigilata. Lui seguì il consiglio.

Hennessy afferma, oggi, che lei non ritiene corretto marchiare Frank come un criminale sessuale, ma lo Stato ha il dovere di difendere i bambini. Le autorità locali non potevano ignorare la denuncia contro Frank, afferma, anche se la madre di Nikki aveva tentato di ritirarla.

Una volta marchiato come criminale sessuale, Frank si trovò alle prese con una sequela di restrizioni. “Non potevo parlare con Nikki. Non potevo entrare nei ristoranti, nelle piscine pubbliche, negli stadî… in qualunque posto potessero esserci dei bambini,” racconta. “Non potevo votare. Non potevo lasciare la contea senza un permesso. L’agente incaricato di seguirmi in libertà vigilata mi diceva: “Guarda anche solo una donna nel modo sbagliato, e rischi di finire in galera.”

Frank non ha dovuto andare in prigione. Doveva effettuare 350 ore di servizî per la comunità (raccogliere l’immondizia, falciare i prati) e partecipare a consulenze settimanali insieme a condannati per crimini sessuali e pedofili. Dovette anche abbandonare casa sua, visto che ci viveva una ragazzina di dodici anni: sua sorella.

Suo padre lo aiutò ad affittare un locale, ma Frank racconta di essere caduto in depressione. Appena diplomato, aveva in mente di frequentare una facoltà di tecnologia vicina a casa. E invece, racconta, “mi rinchiusi nel mio appartamento senza più uscirne. La mia vità si fermò.” Dopo alcuni mesi, parlò clandestinamente al telefono con Nikki, che gli disse che l’avrebbe aspettato. “Per me, questo significava tutto, ” racconta Frank. Fece in modo di trovare un lavoro con l’aiuto di un amico il cui padre aveva una ditta edile. Cominciò a ristrutturare una casa di proprietà della nonna, e si trasferì lì. Il giorno in cui Nikki compì diciassette anni lei lo raggiunse. Il reincontro fu emozionante, perché anche Nikki aveva dovuto tenere duro per almeno un anno: il rapporto con sua madre si era gravemente deteroriato.

Nonostante le insolite circostanze, il legame tra Nikki e Frank era diventato più forte. “Non avevamo nulla… ma non avevamo bisogno di nulla,” racconta Frank. “Eravamo insieme.” Nikki terminò la scuola, trovò un lavoro nell’amministrazione della contea, dov’è ancora oggi; e due anni più tardi i due si sposarono. La loro prima figlia è nata circa due anni dopo. Ma dato che Frank era ancora in libertà vigitale, per lui era illegale vivere nella stessa casa della neonata. Ci viveva contro la legge, comportandosi da recluso e vittima di paranoie, sempre preoccupato di essere arrestato. “La mia personalità è cambiata, ” dice. “Di solito ero l’anima delle feste. Adesso non voglio più uscire di casa.” Una seconda figlia è arrivata un anno più tardi.

Nel 2003, la libertà vigilata di Frank terminò, e potè vivere legalmente con le proprie figlie. Tuttavia, ogni anno deve presentarsi alla stazione di polizia, il giorno del suo compleanno, per registrarsi come criminale sessuale. Nikki ha fatto pressioni sui responsabili della giustizia locale – giudici, procuratori distrettuali – per far rimuovere il nome di Frank, ma senza successo. Semplicemente Frank non rientra nei parametri della legge del Texas, secondo cui per evitare di finire sul registro l’imputato non deve avere più di tre anni di differenza rispetto al partner che sia minore. Frank ha tre anni e due mesi più di Nikki. Inoltre la legge afferma che l’imputato può evitare il registro se ha meno di diciannove anni e il partner ne ha più di tredici al momento dell’atto sessuale. Nikki ne aveva quindici. Ma anche in questo caso Frank ha la peggio: ne aveva diciannove.

Nikki e Frank sono entrati in contatto con attivisti, hanno viaggiato sino alla capitale di Stato dove hanno ottenuto una pubblica udienza. Ma Frank resta ancora sul registro del Texas, e il suo reato è descritto come “aggressione sessuale contro un bambino”.

In anni recenti, sono stati lanciàti almeno cinquanta movimenti popolari con l’obiettivo di cambiare le leggi sui reati sessuali. Madri sconvolte per essersi ritrovate i figli sul registro per atti sessuali in adolescenza, sottolineano che i giovani sul registro hanno difficoltà a farsi ammettere dalle università e a trovare lavoro, e spesso si scontrano con restrizioni sulla residenza: ad esempio il divieto di vivere entro mille piedi [circa trecento metri] dalle scuole. Sono spesso fatti bersaglio di persecuzioni, se non peggio: un giovane del Maine, William Elliott, sul registro per essere andato a letto con la sua ragazza quindicenne quando aveva diciannove anni, è stato ucciso nel 2006 da un giustiziere fai da te. L’assassino aveva trovato il nome di Elliott sul registro, e aveva deciso di andare a caccia dei criminali sessuali prima di uccidersi con un colpo d’arma da fuoco.

Alcuni gruppi popolari sono discutibili, visto che premono perché siano allentate le restrizioni nei confronti di tutti i criminali sessuali, violenti o meno. Ma molti gruppi sono formati da madri di giovani amanti. Tonia Maloney, che guida le Voci dell’Illinois [Illinois Voices], afferma che il suo gruppo comprende almeno settantacinque madri di figli che si trovano sul registro per atti sessuali consensuali avuti nell’adolescenza. Francie Baldino, che guida i Cittadini del Michigan per la Giustizia [Michigan Citizens for Justice], afferma che il suo gruppo è formato da circa trenta madri nella stessa situazione. Entrambe le donne sono diventate attiviste dopo che i proprî figli adolescenti sono stati arrestati per aver avuto sesso consenziente.

Persino bambini sotto i dieci anni d’età sono stati registrati, afferma Cheryl Carpenter, avvocato del Michigan. Cheryl riporta il caso di un ragazzino di nove anni finito sul registro per i più giovani, registro non pubblico, per avere “giocato al dottore” con una bambina di sei anni. Attualmente il suo nome può essere rimosso dal registro, grazie a una nuova legislazione dello Stato, promossa dagli attivisti. Un caso simile è attualmente in corso presso i tribunali del Winsconsin, dove un bambino di sei anni è imputato per aver aggredito sessualmente una bambina di cinque: i bambini, così è stato riferito, hanno affermato di stare “giocando al dottore”.

Carpenter, che ha lavorato per liberare dal registro undici adolescenti (tutti condannati per reati sessuali nei confronti di minori), attualmente è parte del consiglio consultivo della Coalizione per un Registro Efficace [Coalition for a Useful Registry], un movimento popolare lanciato da due madri del Michigan. Carpenter stima che il gruppo comprenda centocinquanta madri i cui figli sono sul registro per atti sessuali durante l’adolescenza. Alcuni di loro, afferma, attualmente, con le nuove leggi dello Stato possono fare richiesta di essere rimossi dal registro.

Gli attivisti sottolineano anche che l’età del consenso varia da Stato a Stato (andando tra i sedici e i diciotto anni), per cui fare sesso può essere reato in alcuni Stati ma non in altri. Gli attivisti affermano che non è loro intenzione difendere il sesso fatto in età adolescenziale, ma che in effetti una consistente percentuali degli adolescenti sono sessualmente attivi: uno studio a livello nazionale del Centro per il Controllo sulle Malattie [Centers for Disease Control] mostra che il 28% delle ragazze tra i quindici e diciassette anni hanno fatto sesso.

Negli anni più recenti, i gruppi popolari si sono adoperati perché molti Stati passassero leggi pensate per aiutare gli studenti delle scuole superiori. Le cosiddette “Leggi di Romeo e Giulietta” [Romeo and Juliet Laws] hanno l’obiettivo di ridurre o eliminare le pene per gli atti sessuali consenzienti con minore, sempre che la differenza d’età nella coppia sia minima, e che altri parametri siano rispettati. Se queste leggi sono state d’aiuto in molti casi, affermano gli attivisti, spesso i giovani si ritrovano esclusi dai parametri richiesti nel proprio Stato.

Nel 2009 in Texas gli attivisti sono riusciti a ottenere dai legislatori l’approvazione di una proposta di modifica di legge, che potrebbe aiutare Frank Rodriguez. Ma quando la proposta ha raggiunto la scrivania del governatore, Rick Perry, questi ha imposto il suo veto. La scorsa primavera una versione corretta della proposta è tornata di nuovo sulla scrivania del governatore. E questa volta, a fine Maggio, l’ha firmata. La proposta diverrà legge in Settembre e, per la prima volta, darà a Frank la possibilità di richiedere al tribunale di rimuovere il proprio nome dal registro.

Stando alla nuova legge, l’imputato può fare questa richiesta se aveva non più di quattro anni d’età rispetto al partner e se questi aveva almeno quindici anni. Per Frank questa può essere la fine di un viaggio frustrante durato quindici anni, un viaggio che ha provocato tensioni su entrambi i lati della sua famiglia. Come sottolinea Nikki, “il rapporto con mia madre non è più stato lo stesso.”

Sua madre conferma. “Trascorro ogni giorno portando questa colpa con me. E ancora non sappiamo che effetto avrà tutto ciò sulle loro figlie, ” afferma, riferendosi alle proprie nipoti. “I bambini sanno essere molto crudeli.”

Le bambine ancora non conoscono la storia dei loro genitori, anche se qualche sospetto ce l’hanno. “Ci sentono che ne parliamo, ” afferma Nikki, mentre sua figlia gira per il soggiorno in un sabato sera. “Sanno che c’è qualcosa dietro. Un giorno mia mamma era venuta qui e Layla, mia figlia di sette anni, le ha chiesto: ‘Perché hai mandato mio papà in prigione?'”

“È davvero difficile per Frank,” aggiunge Nikki, raccontando come loro due debbano ogni volta, anno dopo anno, spiegare la loro situazione: agli insegnanti, ai datori di lavoro, ai genitori delle amiche delle figlie. “Frank si chiede sempre cosa pensino gli altri.” Di recente, la famiglia si è trasferita, sempre all’interno della cittadina, e i bambini dei vicini venivano a casa loro tutti i giorni, finché improvvisamente non lo fecero più. “Ci chiediamo se i loro genitori non abbiano consultato il registro,” dice Nikki. “Ma sono cose che non potremo mai sapere.”

Quando Nikki e Frank hanno saputo che il governatore ha firmato la nuova legge, quasi non riuscivano a crederci. Attualmente stanno cercando un avvocato per presentare la domanda in tribunale, e ancora esitano a festeggiare per la loro libertà. “Ci crederò solo quando lo vedrò”, dice Frank.

Meanwhile, in the United States of America… 1/2

Traduco un articolo comparso in rete, curiosamente su una rivista a larga diffusione indirizzata a un pubblico femminile, non su qualche foglio di controcultura o simili.

Lo spezzo in due parti, vista la lunghezza. Non aggiungo alcun commento da parte mia. Solo alcune note tra parentesi quadra.
L’originale si trova qui.

***

Criminale sessuale per caso

Frank Rodriguez non può più allenare la squadra di calcio dei suoi figli. Non riesce ottenere lavoro in qualche azienda importante. Non può lasciare il suo Stato senza registrarsi presso le forze dell’ordine del posto. Sposato con quattro figli, è stato condannato per reati sessuali. I vicini di casa hanno la facoltà di trovare il suo nome e indirizzo in un registro pubblico in rete.

Il suo reato? Quindici anni fa, ai tempi delle scuole superiori, è andato a letto con la sua ragazza. Allora Frank aveva diciannove anni, aveva appena finito le scuole superiori della città di Caldwell, Texas. Fu allora che fece per la prima volta sesso con Nikki Prescott, la sua futura moglie. I due stavano insieme da quasi un anno: il rapporto sessuale fu consensuale. Tuttavia, l’età del consenso, in Texas, è diciassette anni, e Nikki ne aveva poco meno di sedici. La madre di Nikki, preoccupata perché la relazione della figlia con Frank stava diventando troppo seria, denunciò Frank alla polizia. Credeva che i poliziotti avrebbero provveduto con un’ordinanza, e invece diede così il via a un incubo legale da cui Frank non si sarebbe più ripreso. Frank è diventato così un criminale sessuale obbligato a registrarsi: per tutta la vita.

Oggi Nikki, trent’anni, e Frank, trentaquattro, affermano entrambi il loro sostegno incondizionato a leggi che mettano i predatori sessuali dietro le sbarre e difendano i bambini dalle aggressioni. “Il registro [dei criminali sessuali, consultabile in rete] non è una brutta cosa, “dice Nikki. “È una cosa positiva. Frank, però, non dovrebbe starci.”

La situazione di Nikki e Frank non è un caso isolato. In tutto il paese sempre più giovani amanti si trovano impigliati nell’intricata rete delle leggi sui reati sessuali. Nel registro pubblico dei criminali sessuali, a fianco di predatori violenti, pedofili e pedopornografi, ci finiscono adolescenti che hanno avuto rapporti consenzienti con partner sotto l’età del consenso (o, a volte, per essere corsi nudi lungo campo durante gli incontri sportivi; o per aver spedito proprie immagini sconce per telefonino, immagini che poi vengono considerate pornografia infantile). Il marchio infame di criminale sessuale è difficile da cancellare: “Una volta che sei sul registro, hai voglia a provare a spiegarti, “dice Sarah Tofte, che ha studiato le leggi sui reati sessuali per l’associazione no-profit Human Rights Watch. “È come dichiararsi innocenti quando si è in prigione. La gente pensa ‘certo, certo, come no?’ Specialmente potenziali datori di lavoro”.

Attualmente a livello nazionale ci sono più di 650.000 criminali sessuali registrati. Non ci sono statistiche fondate sul numero dei minorenni [presenti nei registri], ma il problema è chiaramente in crescita. Ognuno dei cinquanta Stati dell’Unione ha almeno un movimento popolare che mira a rimuovere dal registro i più giovani: la maggior parte in età da scuola superiore, ma alcuni anche sotto i dieci anni d’età. Allo sforzo partecipano giudici e altri esperti legali, che hanno assistito sufficienti volte a questo problema da convincersi che il sistema ha bisogno di modifiche.

Ma il problema resta poco compreso. In parte per vergogna, ci sono genitori che non ne vogliono parlare, pur lavorando essi stessi nel tentativo di rimuovere i proprî figli dal registro. Per avere risposte sull’estensione del problema, abbiamo eseguito una nostra indagine, Stato per Stato. Ecco cosa abbiamo trovato: non tutti gli Stati registrano i minori, e dei trentaquattro che lo fanno, solo ventitré tengono il conto di quanti siano presenti nei registri. Questi ventitré Stati hanno circa 23.000 minori registrati. Nessun Stato controlla se questi minori stiano crescendo di numero, a parte uno, l’Oregon, che fornisce una stima, riferendo un incremento del 70% dal 2005.

Senza dubbio nelle liste ci sono adolescenti colpevoli di reati sessuali violenti. Ma i movimenti popolari stanno cercando di aiutare una diversa categoria: studenti delle scuole superiori marchiati come criminali sessuali per atti sessuali avvenuti nell’adolescenza che tecnicamente sarebbero reati, ma che, secondo gli attivisti, dovrebbero appartenere a un’altra categoria. Col sistema attuale, il futuro di questi ragazzini viene rovinato, afferma William C. Buhl, ex giudice del Michigan da poco in pensione, diventato un attivista dopo aver seguito dodici condanne di adolescenti per sesso consensuale: “Nella maggior parte dei casi noi abbiamo distrutto le vite di giovani uomini per un comportamento dopotutto comune.”

Nikki Rodriguez ricorda la sera che diede il via al suo difficile futuro, la sera in cui vide per la prima volta Frank. Una sera di Primavera, durante una pausa scolastica, presso una casa di amici di entrambi, lei e Frank cominciarono a chiacchierare trovandosi sùbito in sintonia. Lei aveva quindici anni, era in prima superiore, e si autodefiniva una “goffa cheerleader”. Lui, diciotto anni, era un campione di footbal, un ragazzo all’ultimo anno di scuola sicuro di sé. Presto cominciarono a sentirsi per telefono tutti i giorni. Al tempo Nikki viveva con la madre, il patrigno, e quattro sorelle, sul terreno di un campo gestito da loro e di proprietà della chiesa, a Caldwell, cittadina di 3.500 persone.

“Frank non era come gli altri, ” racconta Nikki. “Lui coglieva i fiori per me alla fermata dell’autobus e me li portava a scuola. Durante la pausa, veniva a sedersi con me e le mie amiche, non con gli altri ragazzi.” Dopo circa un anno insieme, lei a Frank fecero sesso. Non pensavano affatto fosse un reato o ci fossero delle conseguenze. “Eravamo solo follemente innamorati, ” afferma Nikki, mentre si trova sul bordo del campo da calcio, durante una partita a Caldwell, in un ventoso sabato mattina. E mentre guarda sua figlia undicenne, Annalisa, che saltella per il campo, aggiunge: “Erano cose che tutti facevano.”

Quando Nikki ammise con sua madre, Melissa Ostman, di andare a letto con Frank, esplose la tensione. Ostman non riteneva sua figlia pronta per una relazione sessuale, e le due cominciarono a litigare spesso. “Il fatto è che Nikki era troppo giovane, ” dice Ostman. “A me Frank era piaciuto fin dall’inizio, ma volevo che si dessero una calmata.”

Una notte, dopo l’ennesima litigata con Nikki, la madre perse la pazienza. “Nikki e Frank avrebbero dovuto portare sua sorella a casa da una fiera, e invece la lasciarono lì per andarsene in giro insieme, ” racconta. “E allora pensai: ecco, lo sapevo. Non ci vedevo dalla rabbia.” Stufa per mesi di baruffe, dice, portò sua figlia alla stazione di polizia la notte stessa, denunciando Frank per aver avuto sesso con una minore. “Era l’unica cosa che ero riuscita a pensare perché Nikki mi desse retta, ” afferma. “Volevo sapesse che stavo facendo sul serio.” Pensava che la polizia avrebbe semplicemente messo paura a Frank, dandogli un netto avvertimento. “Avessi saputo cosa comportava, ” dice, “non l’avrei mai fatto.”

Nikki ricorda l’interrogatorio della polizia. “Lo sceriffo disse che dovevo dare una testimonianza, ” racconta. “Mi rifiutai.” Lui disse a Nikki che rischiava di essere arrestata, e allora lei gli rispose: “Fatelo”. Quindi, pensando in tal modo di aiutare Frank, disse ai poliziotti che il sesso era consensuale. A questo punto fu portata in ospedale, per essere sottoposta agli esami sullo stupro.

Il giorno seguente, la madre di Nikki si calmò. Tornò alla stazione di polizia per ritirare la denuncia. Troppo tardi. “La polizia rispose che a quel punto se ne sarebbe occupato lo Stato, ” racconta. “A ripensarci ora, mi sento terribilmente male. Io non so quale sia la soluzione, quando tuo figlio ha quindici o sedici anni e vuole avere una storia. Ma la soluzione non è marchiare il ragazzo come un criminale sessuale.”

Le leggi americane sui reati sessuali hanno uno scopo nobile: proteggere i bambini dai predatori. Una manciata di Stati hanno i loro registri sui criminali sessuali sin dagli anni Quaranta, ma la maggior parte ha cominciato a crearli nei Novanta, dopo che in Minnesota  un ragazzo di undici anni, Jacob Wetterling, sparì durante un giro in bicicletta. Nel 1994 il Congresso ha promulgato la legge di Jacob Wetterling [Jacob Wetterling Act: spesso, negli Stati Uniti, le leggi contro determinati reati vengono battezzate col nome della vittima il cui caso ne ha innescato la promulgazione], che imponeva agli Stati di stabilire dei registri con la lista dei condannati per reati sessuali. Lo stesso anno, Megan Kanka, sette anni, venne violentata e uccisa in New Jersey da un predatore che l’aveva attirata in casa sua. Due anni più tardi il Congresso approvò la Legge di Megan [Megan’s Law], rendendo i registri consultabili al pubblico.

Seguirono altre leggi federali. Le linee a livello federale sono definite in maniera vaga, e da Stato a Stato le leggi variano. Nel 2006 una nuova legge federale ha provato a portare una certa uniformità nel groviglio delle leggi degli Stati. La Legge per il Registro e le Notifiche dei Criminali Sessuali [Sex Offender Registration and Notification Act: SORNA], nota anche come la Legge di Adam Walsh [Adam Walsh Act] (così chiamata in onore di un bambino di sei anno ucciso nel 1981), ha creato degli standard minimi che valgono per tutti gli Stati. Tuttavia, solo sette l’hanno finora implementata. Il primo motivo è che costa: molti Stati, che già faticano a tenere operativi registri sempre più ampî, affermano di non poter sostenere ulteriori costi amministrativi. Il governo risponde che gli Stati che non si conformeranno alla legge perderanno parte dei fondi federali, ciò che avviene dal Luglio di quest’anno.

Nel frattempo l’efficacia dei registri dei singoli Stati è diventata oggetto di dibattito. Patty Wetterling, attivista per la sicurezza dei bambini, la morte del cui figlio Jacob sancì la nascita della Legge di Wetterling, attualmente sta con chi esprime la propria preoccupazione. I registri furono concepiti come “uno strumento molto utile per far rispettare la legge”, affema, “ma politici che vogliono mostrarsi duri verso il crimine se ne sono impadroniti gettando reti sin troppo ampie e causando a molte persone danni tremendi.” E, aggiungono certi genitori, gli adolescenti arrestati per sesso consenziente stanno diluendo i registri, rendendo arduo individuare i predatori violenti.

Frank Rodriguez aveva diciannove anni nell’autunno del 1996, quando la polizia si presentò a casa sua e lo arrestò. Il più vecchio di tre fratelli e due sorelle, Frank è cresciuto a Caldwell, dove i suoi genitori lavorano per il comune e il sistema scolastico. Frank aveva passato le sue Estati da studente delle superiori lavorando presso fattorie locali, lavoro fisico che gli era utile sul campo di football. Ben noto in città per le sue capacità sportive, si sorprese a vedersi trattato dalla polizia come un criminale e non un eroe.

(…continua…)