Le utopie degli altri

Un po’ perché mi piace, un po’ perché credo che sia un utile esercizio: seguire e leggere blog e siti di persone le cui idee non condivido, anzi, le cui idee sono all’opposto delle mie (le mie: quelle poche che ho chiare sinora).

Lo faccio perché le visioni degli altri offrono spesso utili spunti per mettere alla prova le mie e per testare e migliorare la mia conoscenza dei “nemici”, ma soprattutto per cercare di capire il modo di funzionamento dei sistemi di pensiero, i loro schemi, le loro caratteristiche comuni, e quale prospettiva ottimale, per riuscirci, se non una dall’esterno? C’è tanto da imparare nell’analizzare in modo spassionato il proprio “nemico”.

Purtroppo da molti anni ormai i social network, Twitter e Facebook in primis, hanno decimato quei blog che un tempo erano una folta popolazione. Molti hanno chiuso, altri sono spariti, o hanno semplicemente cessato le pubblicazioni, restando aperti a prender polvere.
Tra questi c’è un blog chiamato radical wind… si tratta di un blog la cui gestrice si autodefinisce “femminista radicale”. L’ho seguito per diverso tempo prima che, d’improvviso, cessasse di pubblicare chiudendo pure la possibilità di commentare.
Propongo la traduzione di uno degli ultimi e più recenti post, una sorta di summa del pensiero dell’autrice (il post ha ottenuto oltre cento commenti in risposta).
È piuttosto lungo, ma la lettura integrale vale la pena. Intanto per il discorso di cui sopra (il confronto con idee altrui, e in questo caso da una prospettiva effettivamente radicale come si dichiara, che la si condivida o meno), e poi perché io l’ho trovato divertente, al pari di certi romanzi di fantascienza.
E infine, confrontarsi con uno scritto del genere permette di toccare con mano una lezione semplice, ma mai abbastanza esperita o riconosciuta: ovvero, che le utopie degli uni sono le distopie degli altri, e viceversa. Sembra elementare, ma non lo è.

Il post originale che ho tradotto si trova qui.

***

UTOPIA: che aspetto avrebbe una società femminile?

STRUTTURE SOCIALI

La posizione degli uomini nella società

Prima di fare qualunque altra cosa, la primissima misura da adottare è di rimuovere immediatamente tutti gli uomini delle posizioni di comando, e di fatto da qualunque posizione sociale o professionale.

Assassini seriali, torturatori seriali, magnaccia, pornografi, colpevoli di violenza domestica grave, stupratori seriali, pianificatori di genocidi e biocidi, pedocriminali di tutto il Mondo verrebbero semplicemente eutanasizzati: le decisioni in tal senso verrebbero prese dalle donne in un tribunale mondiale di massa per i crimini patriarcali. Questa è attualmente la miglior soluzione e il metodo più legittimo ed etico per ridurre la popolazione maschile a livelli più ragionevoli. Altrimenti uomini del genere resterebbero per sempre una minaccia per donne, bambini, animali, per la Terra e la società in quanto tale, e noi sappiamo che non avrebbero modo di astenersi dal loro comportamento violento dopo aver raggiunto uno stadio così avanzato di sadismo e sociopatia. Sarebbe folle consumare spazio, risorse ed energia per tenerli vivi in prigione.

Tutte le proprietà, le risorse e le terre degli uomini (vivi o eutanasizzati) verrebbero confiscate loro e restituite alla cura e alla supervisione femminili – la proprietà della terra verrebbe abolita. Non si può possedere la terra!

Tutti gli uomini almeno sopra i quindici anni di età (o più giovani se particolarmente asociali) dovranno vivere separati da donne e bambini, per conto loro in piccole capanne, isolati gli uni dagli altri e dispersi in modo che le donne possano tenerli d’occhio (non potranno mai riunirsi in gruppi o branchi, sarà illegale). Sarà illegale anche per gli uomini adulti imporre la loro presenza a donne, ragazze e bambini. Gli uomini dovranno arrangiarsi per conto proprio: per il cibo, per il bucato, ecc. A nessun maschio sopra l’età della pubertà sarà permesso di ricevere alcun tipo di servizio da una donna. La loro aspettativa di vita probabilmente scenderà a quarant’anni, ma è così che le cose devono essere. L’aspettativa di vita delle donne, senza uomini, salirebbe almeno a centotrent’anni.

Anche i rapporti sessuali tra uomini e donne saranno ovviamente illegali, così come l’inizio di qualunque contatto verbale o fisico nei confronti di donne, ragazze o bambini, a meno che non sia la donna a iniziarli per ragioni specifiche. Non ho idea di cosa si potrebbe fare dei bambini maschi. Ovviamente conoscete la mia opinione, ma diciamo che sarà lasciato alla madre decidere cosa farne prima che il ragazzo raggiunga l’età per abbandonare il circolo della famiglia femminile.

Per tenere occupati tutti gli uomini e i ragazzi post-pubescenti, li manderemo a pulire i grandi ammassi di detriti, inquinanti e rifiuti tossici che gli uomini hanno diffuso nel Mondo e con cui l’hanno quasi ucciso. Gran parte del danno fatto alla Terra è irreversibile, tuttavia, con grande sforzo e ingegno, le donne troveranno metodi sostenibili, naturali e semplici per guarire una gran quantità dei danni causati dagli uomini, e per far fare a loro il lavoro sporco. A nessun uomo sarà permesso di prendere alcuna decisione senza una guida femminile. Sappiamo cosa accade quando gli uomini prendono le decisioni per conto loro! DISASTRI.

Famiglia, cura dei bambini e riproduzione

I diritti dei padri cesseranno d’esistere. Non esiste una cosa come la paternità… come noi tutte sappiamo è un mito. Gli uomini perderanno necessariamente tutti i poteri di dominare e controllare le capacità riproduttive delle donne.

È il diritto inalienabile di ogni donna controllare ogni fase della sua riproduzione e della creazione della vita. L’aborto sarà possibile a ogni stadio della gravidanza, tuttavia ci saranno difficilmente cose come le gravidanze indesiderate, visto che non ci sarà più nessun uomo per imporcele. L’aborto sarà comunque riconosciuto per il trauma, la mutilazione e la perdita della vita che è. Il numero di bambini e la popolazione umana diminuirà naturalmente a livelli sostenibili, e così il numero dei maschi che nasceranno. Le donne saranno libere di sperimentare la partenogenesi o la procreazione con due ovuli femminili.

La famiglia nucleare sarà abolita, in particolare i diritti di proprietà e il potere assoluto dei genitori sui figli. I bambini saranno considerati come persone bisognose di autonomia e tutte le forme di punizione, di autorità o di manipolazione educativa sui bambini saranno parimenti abolite. Crescere e curare i bambini sarà una responsabilità collettiva delle donne, e la maternità e soprattutto la capacità di essere empatici verso i bambini sarà presa molto sul serio, come qualcosa che bisogna (re)imparare e studiare per anni prima di essere pienamente competenti per questo enorme compito.

Le scuole come le conosciamo, cioè come centri di reclusione punitiva per essere indottrinati al dominio dei maschi e alla subordinazione delle donne (e anche come sistema di selezione per gli esecutori elitari delle istituzioni patriarcali) saranno abolite. I ragazzi non staranno vicini alle ragazze, certamente non per la maggior parte del tempo e mai dopo la pubertà. E ovviamente a nessun maschio adulto sarà permesso di stare vicino ai bambini.

Non ci saranno cose come “insegnanti” con una posizione di autorità sui bambini. Le “guide” potranno imparare da bambini e studenti così come gli studenti da loro. Potremo imparare qualunque cosa vogliamo, dai linguaggi alle scienze all’arte alla musica alla medicina alla magia al nuoto eccetera senza restrizioni d’età o tempo, basta che la cosa sia adatta alle nostro capacità. L’apprendimento sarà autonomo, con una guida quando necessario, invece che obbligato e dettato dall’alto. Non ci sarà bisogno di ricompense esterne, voti o punizioni dato che il processo di apprendimento sarà così soddisfacente in se stesso e affascinante da essere autosufficiente. Potrei andare ancora avanti a lungo: l’apprendimento non-patriarcale è davvero incantevole.

Strutture sociali tra le donne

Tutte le relazioni di autorità, dominazione e subordinazione saranno abolite tra le donne di tutte le età. Saremo capaci di riconoscere a vicenda la forza, l’esperienza, la capacità di far da guida e le abilità (o la mancanza delle stesse) senza che questo implichi superiorità, inferiorità, venerazione o mancanza di rispetto. Ci troveremo le une e le altre bellissime. Vivremo la nostra amicizia, il nostro amore e il nostro affetto per le donne senza alcun ostacolo.

LE ISTITUZIONI MASCHILI

Tutte le istituzioni maschili oppressive saranno abolite dopo che gli uomini le avranno abbandonate. Ovviamente noi non le manterremo. Torneranno al nulla a cui appartengono, proprio come un cattivo lontano ricordo.

Forze armate

Non più forze armate, non più eserciti, non più guerre! Sarà illegale per gli uomini portare le armi. La pace globale sarà una conseguenza immediata. La maggior parte delle armi sarà distrutta (o riciclata in qualcos’altro), come le armi di distruzione di massa, mine antiuomo, carri armati, mitragliatrici, tutti i tipi di bombardieri terrestri, marini e aerei, e tutte le cose disgustose inventate dagli uomini. Per quanto riguarda le restanti armi, come pistole o spade, le donne avranno diritto al loro uso esclusivo per difenderci dagli uomini, e dal rischio che loro si riprendano il potere su di noi.

Lo Stato

Stati, frontiere, nazioni, leggi saranno aboliti e totalmente eliminati. Le leggi che menzionano liste di atti vietati saranno mantenute solo per gli uomini. Le donne non hanno bisogno di leggi per autocontrollarsi. Le leggi sono state create dall’elite maschile per proteggere la proprietà da altri uomini. Le leggi sono rigide e statiche, e questo perché il loro scopo è di mantenere al suo posto il potere patriarcale. La nostra società sarà in costante evoluzione, riadattamente, rinnovamento creativo, e tuttavia radicata nella realtà e adattata ai nostri bisogni e circostanze.

Le donne potranno muoversi liberamente.

Le strutture sociali e le assemblee decisionali non supereranno il numero di circa trecento donne (che rappresenteranno solo se stesse). Tenere un numero basso per la cooperazione è importante perché maggiori sono le dimensioni dell’unità e più la cooperazione orizzontale diventa difficile e arriva a richiedere una gerarchia verticale. Le possibilità per un’organizzazione pacifica e cooperativa tra le donne sono infinite – finché si rispetti l’integrità individuale di altre donne – il gruppo non dovrà mai prevaricare l’individuo ma essere una fonte di supporto e di efficiente organizzazione della vita e dello spazio collettivi. Ci saranno facilmente associazioni e scambi tra differenti gruppi e individui perché le donne possano collaborare regionalmente e globalmente se necessario. Non ci saranno limiti d’età nella partecipazione e nella formazione delle decisioni per donne e ragazze, ciò implicando un adattamento del formato alle differenti età e capacità.

Medicina

Gli uomini saranno permanentemente banditi da ogni tipo di pratica medica. Tutte le istituzioni misogine e genocide come ginecologia, psichiatria, ostetricia, le grandi case farmaceutiche, la tortura di esseri viventi in nome della “sperimentazione scientifica” saranno abolite. La visione maschile, frammentata, oggettificante e sadica del corpo umano sarà parte della storia, sostituita da una medicina biofila. La scienza medica non sarà più monopolizzata da una piccola elite ma disponibile per tutte a qualunque età quando appropriata. Il ruolo delle dottoresse sarà di guidare il paziente lungo la propria guarigione, senza mai esercitare l’autorità o prendere decisioni a sue spese. Spazi speciali per la guarigione (quando si rende necessaria la chirurgia e così via) saranno così belli, caldi e accoglienti che anche solo standoci ci si sentirà meglio. Le condizioni dell’anima e della vita di una persona saranno considerate parti del corpo e i sintomi saranno sempre compresi con metodo olistico. Non ci saranno più prodotti chimici, sintetici e tossici con effetti collaterali spesso peggiori della malattia che pretendono di guarire.

La salute perfetta sarà comunque lo stato normale delle donne, man mano che impareremo tramite l’esperienza e l’osservazione come dovremo mangiare e fare per rimanere in salute in ogni stagione e momento. La maggior parte delle donne riscopriranno i nostri poteri guaritori, di divinazione e di comunicazione extra-sensoriale.

Religione

Le religioni patriarcali crolleranno insieme al sistema oppressivo maschile. Le ideologie religiose, insieme alle loro gerarchie e vuoti rituali cesseranno di esistere. Credo che un Mondo femminile sarebbe spirituale. La connessione spirituale non è basata sulla fede ma sull’osservazione critica e sull’esperienza, su una vera connessione personale con gli elementi, gli esseri e gli spiriti che ci circondano, e sul vero potere magnetico degli esseri.

Economia (legata all’ecologia)

Ovviamente la schiavità, lo sfruttamento delle donne da parte dell’uomo e il sistema capitalista maschile saranno anch’essi aboliti. L’aspetto più importante dell’economia maschile è il suo essere basata sull’accumulazione competitiva di risorse da parte degli uomini (uccidendo, distruggendo, mercificando, assumendo il controllo, estrando il massimo ammontare possibile di vita) e sulla produzione di beni velenosi, che creano dipendenza, programmati per l’obsolescenza – tutto questo per vincere nel gioco patriarcale di ottenere un dominio sempre superiore su donne e ragazze.

Questa relazione necrofila col Mondo e l’ambiente sarà abolita e sostituita con un’ecologia e con principî economici biofili. Ciò comprenderà ogni singolo processo delle attività della nostra vita, dalla costruzione delle case al consumo del cibo alle comunicazioni, ai viaggi, alla produzione di mobili, al cucinare, eccetera. Tutto sarà accuratamente progettato e pensato in modo da non mettere in pericolo la sopravvivenza di alcuna specie, da non inquinare mai l’ambiente, da non richiedere mai l’uso di materiali tossici e non riciclabili, da non richiedere lavoro salariato o sfruttamento. Ciò ovviamente avrà il suo impatto sulla natura e sulla scala delle nostre attività. Il “lavoro” (sfruttamente e divisione del lavoro) così come noi lo conosciamo sparirà. Sarà la responsabilità di ogni individuo o gruppo di sostenere se stessa in maniera più o meno autonoma.

Dovremo imparare a osservare il nostro ambiente e comprendere in maniera profonda le interconnessioni di tutti gli esseri che ci circondano, e anche il nostro impatto su di essi prima di decidere se e come trasformarli. Le nostre vite non hanno più o meno valore di quelle di un coniglio, una mosca, un albero, una pianta, un pesce, una conchiglia o una pietra. Per esempio, se prendiamo le foglie da alcune piante, è importante non sradicare l’intera pianta, o prenderne solo quelle parti che possano poi ricrescere. Oppure prendere solo alcune piante (o conchiglie, o cos’altro) dove ce ne sono molte, in modo da rispettare la sopravvivenza delle specie. Se tagliamo degli alberi per costruirci le nostre case, li ripiantiamo. Ci sono inoltri infiniti modi per ottenere la maggior parte dei materiali per l’energia, il cibo o la produzione usandoli nella maniera più efficiente. Costruire case in modo che non richiedano riscaldamento in Inverno o il condizionamento dell’aria in Estate. È ormai ampiamente riconosciuto che l’energia come l’elettricità può essere infinitamente rinnovabile se usiamo il potere del vento, del magnetismo, dell’acqua… e tutto può essere realizzato in maniera autonoma da ogni persona.

Impararemo a essere nuovamente autonome e a farci i nostri vestiti, il nostro cibo, mobili, saponi, prodotti detergenti… o forse li farò qualcun altro ma la maggior parte delle cose possono essere fatte a mano e questo è molto più gratificante.

In un mondo biofilo, non esiste spazzatura, non esiste inquinamento. Tutto è concepito come parte del ciclo della vita. Ciò non significa che dovremo tenere lo stesso spazzolino da denti per cinquant’anni o che non miglioreremo mai le nostre macchine, la tecnologia o le infrastrutture, bensì che non esistono cose come rifiuti o residui tossici. Tutti i materiali dovranno essere innocui, riciclabili o biodegradabili, da rendere alla terra quando non ne avremo più bisogno.

Agricoltura industriale e coltivazione delle terre

Le modifiche genetiche delle piante, i pesticidi, la monocultura, l’aratura dei campi e il conseguente inaridimento del suolo saranno considerati criminali. Il nostro diritto all’autosostentamento non sarà più sequestrato da gigantesche multinazionali – visto che non esisteranno più.

L’agricoltura dovrà essere sempre su piccola scala, locale e quanto più possibile modellata su condizioni come quelle in natura, di auto crescita e auto rinnovamento (meno si lavora e si interviene e meglio è), ed essere specificamente concepita in modo da nutrire e sostenere la flora e la fauna selvatiche e l’equilibrio ambientale invece che esaurirli. Anche qui le possibilità sono infinite e abbiamo così tanto da imparare.

E, detto seriamente, uccidere animali che hai allevato nelle fattorie o tenerli prigionieri è crudele. Io sono per la liberazione di tutti gli animali d’allevamento e domestici. Decideranno loro se vorranno vivere con noi oppure no, e dovranno essere liberi di andare e venire come desiderano. Probabilmente in pochi decenni, dopo che la popolazione umana si sarà stabilizzata, la popolazione maschile sarà diminuita e noi avremo fatto seri sforzi per la riforestazione e il ripristino della fauna e della flora sulla Terra, probabilmente sarà più lecito cacciare animali occasionalmente. Attualmente, considerando il tasso di estinzione delle specie animali, trovo criminale cacciare o pescare. E comunque noi non abbiamo bisogno di mangiare così tanta carne.

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Il femminismo non esiste

Il titolo del post è provocatorio. O forse no.

In un forum che frequento, dove si parla di tutt’altro, nella sezione off topic, viene posta la seguente domanda: “c’è qualcun@ [sic!] che si definisce femminista?”
E giù una discussione infinita su cosa significhi esattamente il termine. Su chi o cosa o come possa definirsi “ver@ femminista”. Discussione infinita, involuta, oziosa. Che non porta da nessuna parte.
A un certo punto chi aveva dato il via alla discussione precisa: essere femminista significa essere per la parità tra uomo e donna. Va bene. Ma così è troppo facile: chi sosterrebbe il contrario? A parte poche frange estreme al giorno d’oggi quasi nessuno, almeno nel cosiddetto “Occidente” dichiarerebbe di desiderare la sottomissione della donna all’uomo.
Un’indagine del mese scorso rileva percentuali dell’80-90%, nei paesi “occidentali”, di chi ritiene che l’uguaglianza tra i sessi nel proprio paese sia molto importante: si arriva al picco del 94% in Canadà e l’Italia, col suo 82%, non si difende male.

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Tutto bene sotto il Sole?
Chissà. Il punto è che parlare in senso astratto e generico di parità vuol dire molto poco, forse nulla. Per questo la discussione in merito non porta da nessuna parte. Per questo si può immaginare che chi, con percentuali bulgare, si dichiara a favore dell’uguaglianza sarebbe pronto ad accapigliarsi se si scendesse più sul concreto, se si dovesse decidere come implementare questa benedetta eguaglianza.

Proviamo a disaggregare temi e àmbiti di possibile pertinenza del pensiero/azione femminista:
– Aborto e diritti riproduttivi: dalla riproduzione assistita fino al cosiddetto utero in affitto, e via così: quali limiti? quali diritti? quali divieti?
– Divorzio e diritto di famiglia: esistono privilegi femminili? è necessario un riequilibrio a favore dei padri?
– Rappresentanza politica e sul lavoro: servono le cosiddette quote rosa?
– Rappresentazione della donna nei media: da limitare/regolare? come?.
– Prostituzione: sfruttamento o libera scelta? vietarla, punire i clienti, legalizzarla?
– Violenza contro le donne: è fenomeno grave? come contrastarlo?
Eccetera eccetera eccetera.
Se si discutesse su questi singoli temi, su ciò che è corretto fare in merito, invece che discutere cosa sia “vero femminismo”, cosa sia o meno “maschilismo”, cioè se ci si astenesse dall’etichettare, si otterrebbero risultati molto più proficui.
Se devo dire la mia: su alcuni dei punti di cui sopra ho le idee vaghe, su altri già più chiare. Ma soprattutto: mi rifiuto di vedere le risposte alle stesse come un pacchetto unico da accettare in blocco, ciò che avviene invece nelle religioni dogmatiche.
Perché il femminismo inteso come religione dogmatica, come pacchetto di posizioni di accettare in blocco, è una grave sciagura dei nostri tempi, come tutte le religioni dogmatiche. E non nego che così sia anche grande forza propulsiva, perché, purtroppo, la maggior parte della gente, maschî o femmine che siano (qui davvero non ci sono differenza di genere), cerca, più che un buon argomentare, una lista di articoli di fede in cui credere, che facciano da bandiera e identità collettiva in cui riconoscersi e da cui escludere gli ipotetici nemici da cui sentirsi minacciati e da combattere…

Prostituzione: il “modello nordico” varca l’Oceano

Ormai più di quattro anni fa scoprivo l’esistenza del “modello svedese”, quello che in seguito sarebbe diventato più noto come “modello nordico”: un approccio legislativo alla prostituzione che cerca di reprimerla ridefinendo il fenomeno come “violenza contro le donne” e di conseguenza punendo il cliente.

Scrivevo nel 2010:

Il modello svedese ha suscitato una certa attenzione all’estero, e con lentezza si sta estendendo: Norvegia e Islanda, altre due nazioni nordiche, si sono accodate nel 2009. Il Regno Unito potrebbe essere il prossimo a seguire.
Per quanto riguarda l’Italia, personalmente non escludo che entro tre o quattro anni possa venir adottato; specie tenendo conto che l’alternativa opposta, la regolarizzazione e accettazione della prostituzione (com’è in Olanda, Germania o Austria tra gli altri), nel nostro paese attualmente non ha spazio di manovra alcuna, né credo l’otterrà nel breve termine, forse nemmeno nel medio.

Le cose sono andate un po’ diversamente.
In Italia, a tutt’oggi, non mi pare ci sia alcun dibattito di rilievo al proposito. Il tentativo francese di adottare il “modello nordico”, che io sappia, non è andato a buon fine.
Attualmente, in Europa, si sta tentando di introdurre il “modello nordico” in Gran Bretagna e in Irlanda del Nord.
Nel frattempo, è il Canadà ad averlo adottato, giusto questa settimana.

Traduco il pezzo (l’originale si trova qui).

***

Ieri [6 novembre] il governo canadese ha finalmente approvato il disegno di legge C-36, una revisione controversa e assai dibattuto delle leggi nazionali sulla prostituzione. Secondo la nuova legge, la prostituzione di per sé non illegale, ma lo è pagare per servizî sessuali o pubblicizzarli. Come nel cosiddetto “modello nordico”, questo si suppone sia un miglioramente rispetto ai precedenti modi di criminalizzazione del sesso consensuale tra adulti.

Solo i più maldestri tra i progressisti tuttavia lo vedono veramente come un miglioramenteo. Statalisti e conservatori lamentano ancora il fatto che vendere servizî sessuali non comporti necessariamente del tempo di prigione. Dico “non necessariamente” perché ci sono ancora molti modi in cui le stesse lavoratrici del sesso possono venire perseguite in base alla nuova legge, che considera un reato “comunicare per la vendita di servizí sessuali”, in rete o in qualunque altro luogo pubblico. Questo è in parte il motivo per cui le lavoratrici del sesso e i loro alleati si oppongono alla nuova legge. Cosa c’è di buono nell’eliminare le pene per la vendita di servizî sessuali se si può ancora venire arrestati per aver pubblicizzato o promosso la prostituzione? E come si può pensare che le lavoratrici del sesso possano guadagnarsi da vivere in sicurezza se i loro clienti devono temere costantemente l’arresto?

La risposta, ovviamente, è che non possono. Il desiderio che muove la legge C-36 è di “eliminare la domanda” per la prostituzione in modo che finalmente venga sradicata. Aggiungi a questo lo stereotipo secondo cui tutte le lavoratrici del sesso sono intrinsecamente delle vittime ed ecco dove si finisce. La nuova legge canadese può significare meno lavoratrici del sesso – in maggioranza donne – perseguite per prostituzione, ma questo a spese dell’idea che le donne siano esseri umani pienamente autonomi capaci di prendere delle decisioni per se stesse. Si accompagna anche al corrispondente aumento nel numero di (per la maggioranza) uomini che verranno perseguiti per aver acquistato dei servizî sessuali, con poca o nessuna possibilità nella riduzione del potere dello stato di polizia.

“Questa è una legge estremamente preoccupante… e ignora flagrantemente le chiare evidenze degli effetti negativi della criminalizzazione del lavoro sessuale”, ha detto la dottoressa Kate Shannon, direttrice dell’Iniziativa per la Salute Sessuale e di Genere e professoressa associata di medicina presso l’Università della Columbia Britannica. “Sappiamo troppo bene dopo due decenni di donne scomparse e uccise in Canada e grazie a un’ampia ricerca da parte della nostra e di altre squadre che criminalizzare qualunque aspetto del lavoro sessuale ha effetti devastanti sulla sicurezza, la salute e i diritti umani delle lavoratrici del sesso.”

Le precedenti leggi del paese sulla prostituzione (che criminalizzavano la vendita di servizî sessuali) erano state abrogate dalla Corte Suprema del Canada nel 2013 precisamente perché violavano i diritti delle lavoratrici del sesso alla “vita, la libertà e alla sicurezza della persona”, garantite dalla Carta Canadese dei Diritti e delle Libertà. Ma i proponenti della nuova legge sembrano poco preoccupati da ciò. “Ovviamente noi non vogliamo rendere la vita sicura a chi si prostituisce”, ha detto il senatore conservatore Donald Plett nelle udienze preliminari per la legge C-36 la scorsa Estate. “Noi vogliamo eliminare la prostituzione. Questo è l’intento della legge”.

Nudo contro tutti

Stephen Gough, scozzese suddito di Sua Maestà Britannica, non ha mai ucciso, stuprato, rubato in vita sua. E, che io sappia, non ha mai neanche provato a farlo.
Stephen Gough a oggi (Autunno 2014) ha trascorso ben dieci anni in prigione, quasi un quarto della sua vita, e pare continuerà così ancora a lungo.
Il tempo che ha passato in cella, anche se non consecutivamente, è sicuramente più lungo di chi ha rubato, di molti autori di violenze, sessuali e non, e anche di diversi assassini.
Il suo reato? Circolare nudo.
Stephen Gough è chiamato il “Giramondo Nudo” (the Naked Rambler). Ama traversare a piedi il suo paese, e non accetta di farlo vestito. Rivendica il diritto di farlo senza indossare nulla (se non un cappellaccio, uno zainone e un pajo di scarpe).
Per questo la sua presenza viene ripetutamente segnalata da solerti cittadini, con conseguente intervento delle solerti forze dell’ordine, e la condanna, da parte di altrettanto solerti magistrati, a varî mesi di prigione. Scontata la pena, Stephen Gough esce all’aperto, si allontana, si spoglia, e tutto ricomincia. Così sono trascorsi i suoi ultimi dieci anni.

Naked Rambler jailed

Stephen Gough, il Giramondo Nudo

Della vicenda di Stephen Gough se ne parla in patria, ma più come bizzarra curiosità che altro.
All’estero non ne ho mai sentito parlare.
La sua vicenda l’ho conosciuta passivamente, grazie ai siti che seguo in inglese di notizie relative alle libertà individuali. Altrimenti sarebbe restata nell’oscurità anche per me.

Personalmente, lo dico in modo chiaro e semplice, la sua mi sembra la storia di una tremenda ingiustizia, anche solo per il lungo tempo di prigione che gli è valsa.
Il suo è un comportamento del tutto innocuo, il cui unico “torto” è quello di cozzare violentemente contro le usanze della nostra parte del Mondo, e che gli ha valso un tempo di privazione della libertà comminato solo ai peggiori criminali.
Ingiustizia maggiore per il fatto che la sua vicenda, la sua lunga prigionia, non sollevano le consuete ondate di indignazione riservate invece ad altri individui che si trovano schiacciati dal martello della legge o delle usanze maggioritarie.
Per il Giramondo Nudo non troverete petizioni su internet, appelli di personalità della spettacolo, grida indignate che surriscaldano i social network. L’enorme ingiustizia che a mio avviso subisce è aggravata da una delle maggiori condanne nei nostri tempi dell’ipervisibilità, quella dell’oblio, della dimenticanza, dell’invisibilità. Che stia pure in prigione, dice la società, di questo bizzarro individuo non ce ne può importare di meno.

Gli eroi della dissidenza, le vittime della persecuzione, nei nostri tempi attuali, devono rispondere a caratteristiche ben precise.
Le vittime certificate devono essere preferibilmente donne e trovarsi in paesi lontani e “nemici dell’Occidente”; niente di meglio, poi, se si tratta di paesi musulmani: è uno dei cascami dell’11 Settembre. Paesi nemici dell’Occidente: sarà più facile raccogliere indignazione per le donne vittime dell’Iran che non, per dire, della teocrazia saudita, essendo quest’ultima fedele alleato del nostro Impero. La difesa delle donne di questi paesi è poi il modo migliore per unire tutto lo spettro politico, dalla sinistra “amica della donne” alla destra islamofoba.
Dalle Pussy Riot a Malala (insignita del premio Nobel per la pace assieme a un uomo il cui nome nessuno ricorda) passando per le condannate a morte in Iran (dove i condannati maschî ammontano a centinaja l’anno), l’Occidente ama indignarsi per le donne perseguitate, per poter ripetere a se stesso quanto invece, in teoria, sia aperto e libero e democratico.

Eppure in una democrazia, quella del Regno Unito, abbiamo un uomo che, quasi nell’oblio generalizzato, ha trascorso dieci anni dietro le sbarre di una prigione solo per l’eccentrica ma innocua ed eroicamente ostinata abitudine a non indossare i vestiti.
Non è una contraddizione che la cosa avvenga in un paese formalmente democratico. Dopotutto, per fare appena un esempio, solo quattro o cinque decennî fa era sempre in paesi formalmente democratici che gli omosessuali venivano “curati” tramite elettroshock e castrazione chimica. La formalità democratica aiuta poco quando sono i dettami culturali a segnare ciò che è lecito e illecito, ciò che è tollerabile e ciò che è intollerabile. Una democrazia può, quando sono i dettami culturali a parlare, perseguitare determinati individui come la più dura delle dittature.
Ci sono paesi in cui, per cultura, le donne non possono e non devono mostrare il volto, e ci sono paesi, i nostri, in cui il Giramondo Nudo è condannato, per cumulo di pena, alla detenzione perpetua: personalmente fatico a vedere la differenza tra le due situazioni. Ma il confronto può aiutare a capire come mai sia difficile superare determinati blocchi culturali. Se nel libero Occidente nessuno si sogna di mobilitarsi per il Giramondo Nudo e la sua persecuzione come possiamo pretendere che, dall’oggi al domani, altri paesi capiscano che sia un’altrettale ingiustizia punire le donne che non si velano o che, come in Arabia Saudita, si azzardino a guidare un’automobile? La difficoltà è pari in entrambi i luoghi.

Con la differenza che il libero Occidente si fregia dell’apertura alla diversità, all’individualismo, all’anticonformismo. E allora cosa di più libero, di più individualista, di più anticonformista del Giramondo Nudo?
Ma anche questa, in realtà, è parte della sua condanna.
Il Giramondo Nudo non ha alle spalle una cultura o una religione che possano dare una parvenza di liceità alle sue esigenze. Nell’Occidente che si vuole attento e aperto alle esigenze dei non conformi e degli individui, nelle democrazie liberali in cui in teoria dovrebbe essere l’individuo e non il collettivo il punto di partenza, il Giramondo Nudo, che ha solo se stesso come difesa, non riesce a trovare spazio alcuno.
Già è difficile difendere, specie dopo l’11 Settembre e il montare della paura per i migranti, la possibilità degli stranieri di conservare le proprie usanze, anche quando innocue, in terra d’Occidente. Non è difficile capire come mai l’unico spazio concesso al Giramondo Nudo siano i pochi metri di una cella di prigione.

Il Giramondo Nudo smaschera, per chi voglia vederla, mette a nudo con la sua nudità l’ipocrisia fondamentale di una società, la nostra, che si vuole libera e aperta, ma che è ancora del tutto prigioniera di tabu culturali radicatissimi, tanto quanto le “culture oppressive” che l’Occidente afferma di combattere, a volte (spesso?) anche con la forza delle armi.

La nudità del Giramondo Nudo è del tutto innocua, non dovrebbe nemmeno costituire un problema.
La maggior parte dei commenti che ho letto al suo riguardo, in siti inglesi, sono di sovrano disprezzo, disinteresse o derisione.
Altri, invece, tentano goffamente di argomentare e di difendere la persecuzione subita dall’uomo. Si rifanno al principio per cui “la propria libertà finisce dove comincia quella altrui”, e quindi affermano che il Giramondo Nudo “imporrebbe” la visione del suo corpo nudo ad altri, infrangendo così la libertà di non vederlo.
Argomento debole, tanto che mi stupisco possa essere sostenuto con convinzione, come ho visto fare.
Il Giramondo Nudo non depriva nessuno della libertà, non quanto faccia altrettanto chi decida di vestirsi o svestirsi in un determinato modo.
Immaginiamo qualcuno che si dica privato della propria libertà perché costretto a vedere gente per strada con la pelle troppo scura. Immaginiamo qualcuno che si dica privato della propria libertà perché costretto a vedere donne per strada a volto scoperto. La logica è la stessa.
Il Giramondo Nudo chiede solo di agire sul proprio corpo, il bastione fondamentale della libertà individuale. Non pretende che altri siano nudi, vestiti o quant’altro. È chi pretende che lui sia vestito che lo depriva della sua libertà.
La persecuzione subita dal Giramondo Nudo parla di quanta ancora strada ci sia da fare, persino nel libero Occidente, per riconoscere alfine che la libertà di gestione del proprio corpo non possa che essere assoluta, primo tassello di una società compiutamente libera, aperta, democratica.
Attualmente ancora in buona parte dell’Occidente si fatica a riconoscere il diritto, per fare due esempî, a distruggere il proprio corpo quando lo si ritenga necessario (eutanasia) o il diritto ad affittarlo per produrre piacere nei corpi altrui (prostituzione). Nessuna meraviglia che la strada di lotta solitaria imboccata dal Giramondo Nudo sia tutta in salita. Nessuno stupore se, purtroppo per la sua pervicace e ammirevole ostinazione, dovesse trovarsi a trascorrere l’intera sua vita in una cella di prigione.

Qualche giorno fa la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo ha emesso una sentenza relativa al caso del Giramondo Nudo, rigettando la sua istanza, e confermando la liceità del suo imprigionamento.
Questo un passaggio della sentenza:

L’imprigionamento del ricorrente è conseguenza della sua ripetuta violazione della legge penale con piena conoscenza di tale conseguenza, tramite una condotta che il richiedente sa bene andare contro non solo contro gli standard del comportamento pubblico accettato in ogni moderna società democratica ma è anche a rischio di essere allarmente e moralmente o in altro modo offensivo verso altri inavvertiti membri della società impegnati nelle loro attività ordinarie

Questa non è una difesa dei diritti degli individui. Questa è una difesa delle pretese della maggioranza.
È certo indubbio che attualmente, nelle società cosiddette democratiche, la maggioranza degli individui, per motivi che sarebbe molto interessante sviscerare psicologicamente, ha un’acuta intolleranza per la nudità altrui, a meno che non sia confinata in situazioni ben definite e rigidamente sorvegliate. Ma la coesistenza di tabu culturali e formalismo democratico non rende i primi automaticamente giusti. Anzi. Già ho fatto l’esempio dei tempi in cui l’omosessualità, all’interno delle società formalmente democratiche, era perseguitata anche con pratiche mediche prossime alla tortura.
Le istituzioni, se volessero essere compiutamente libere e democratiche, non dovrebbe occuparsi di contrastare chi viola in maniera innocua i presunti standard di moralità, per quanto ampiamente maggioritarî, bensì dovrebbero tutelare quelle minoranze, anche se composte come in questo caso di un singolo individuo, minoranze che, per qualsivoglia motivo, non siano in sintonia con gli standard dominanti. L’alternativa è la dittatura della maggioranza, e la persecuzione per chi, di volta in volta, si trovi dal lato sbagliato degli standard morale. Un tempo si perseguitavano gli atei o gli omosessuali; oggi il Giramondo Nudo; domani chissà.
È davvero questo il libero Occidente?

Così si è espresso il Giramondo Nudo una volta venuto a sapere della sentenza della Corte Europea:

Mi aspettavo avrebbero adottato una visione più ampia. Non l’hanno fatto. Ma quale grande impresa ha mai successo senza dover superare i tanti ostacoli che si trova davanti? Perché dev’essere diverso per me? Non ho altra scelta che continuare.
Come può la natura espressa in forma umana essere indecente? Come può qualunque persona sana sentirsi offesa dal vedere il corpo umano? Eppure sono queste credenze assurde che formano gli assunti impliciti delle innumerevoli azioni penali e condanne eseguite contro di me, risultanti in nove anni di isolamento nelle prigioni britanniche.
Intolleranza e ignoranza vanno di pari passo, nello stesso modo in cui lo fanno verità e libertà. Non possiamo essere intolleranti e liberi. Non possiamo ignorare la libertà e aspettarci che la giustizia sia il risultato. E un Mondo ingiusto ci riguarda tutti, che lo siamo o meno consapevoli.
Chi mi ha cresciuto mi ha fatto credere di vivere in un paese che celebra l’eccentricità e la differenza, non solo perché aggiungono varietà e colore a quella che sarebbe altrimenti un conformismo sterile, depressivo, costrittivo e a volte semplicemente noioso, ma anche un paese che mostra una profonda stima per i modi in cui è il non ortodosso, nella sua vera essenza, a manifestare l’originalità e l’energia creativa in quanto tali… e che senza la libertà di esprimere la nostra individualità e unicità, nei nostri modi, qualcosa muore dentro di noi, e il Mondo intorno a noi può diventare meno vivo.

La mia massima solidarietà, per quel poco che può valere, al Giramondo Nudo, e che il futuro gli possa regalare un Mondo in cui possa vivere la sua libertà in armonia con le libertà di tutti.

L’arte del divieto

ArtofSuppression

Christopher Snowdon
The Art of Suppression – Pleasure, Panic and Prohibition since 1800
2011

Il libro di Snowdon insegna che ogni proibizionismo ha una storia a sé, ma se proprio si vuole trovare una regola comune è che viene vietato ciò che non può difendersi.
Considerazioni di salute, dannosità e via dicendo non sono il principale fattore in gioco.
A parità di danno, se una pratica sociale è sufficientemente diffusa avrà buone possibilità di resistere ai tentativi di divieto, o addirittura di non suscitarne.
Ciò che è minoritario, invece, avrà la peggio.
Vige la legge del piú forte, sarebbe da dire, e proprio dove si dichiara di difendere i deboli.

Un buon esempio è quello del Proibizionismo per antonomasia: anni Venti, Stati Uniti, alcoolici.
Viene approvato sull’onda delle misure d’emergenza del tempo di guerra e dura solo una decina d’anni o poco più perché tanta parte della popolazione non era granché “convinta” della bontà del divieto, cioè beveva ancora parecchio, e continuò a farlo anche anche in regime di divieto.
Com’è noto, a beneficiarne fu la criminalità, ma quando giunse la Grande Depressione questo non era più tollerabile: il proibizionismo costava e non sortiva effetti. Quindi si fece marcia indietro.
Rapporti di forza, appunto.
Difatti, nel caso degli (altri) stupefacenti, dall’eroina sino alle più recenti droghe sintetiche, il consumo è stato a lungo molto meno diffuso e culturalmente meno radicato degli alcoolici, e questo nonostante molti stupefacenti abbiano costi sanitarî e sociali di gran lunga inferiori al bere. Conseguenza: il moderno probizionismo delle droghe comincia grossomodo a inizio Novecento e prosegue sino ai giorni nostri. Oltre un secolo, con celle e prigioni particolarmente piene soprattutto negli ultimi trenta-quarant’anni.

Snowdon conclude il suo libro in maniera molto chiara, ovvero con un appello alla decriminalizzazione degli stupefacenti.
Il dibattito in materia è ancora assai acceso, e c’è chi nega recisamente i vantaggi di una depenalizzazione in termini di salute pubblica, benessere sociale, lotta alla criminalità.
Personalmente concordo con Snowdon.
L’autore, inoltre, distingue tra decriminalizzazione e legalizzazione, caldeggiando più la prima che non la seconda. La seconda, afferma, abbasserebbe talmente il prezzo delle sostanze da renderle praticamente diffuse ovunque, e forse questo, almeno per quelle più pesanti, non sarebbe comunque una buona idea.
È ribadito comunque che l’approccio punitivo resta controproducente.

Resta la domanda sul perché, nonostante i suoi evidenti fallimenti, il proibizionismo attecchisca così facilmente nelle politiche pubbliche e nell’opinione comune.
Snowdon nota che, a tutt’oggi, le sostanze psicotrope legali e non soggette a controllo medico, cioè sostanzialmente libere, sono solamente tre: caffeina, alcool, nicotina. E le ultime due stanno subendo un assedio non da poco, che potrebbe tradursi in un divieto nel medio termine.
Sarebbe facile ricorrere a spiegazioni di tipo psicologico o culturale. Personalmente non mi convincono molto.
Le prime somigliano troppo alla ricerca di un capro espiatorio identificato con gli individui dotati di una mentalità punitrice e intransigente. Una ricerca in cui percepisco una mentalità non cosí dissimile da quella del proibizionista.
Ma una spiegazione culturale forse non è da scartare del tutto. Negli ultimi duecento anni le forme di proibizionismo piú severe e duratura provengono dai paesi anglosassoni, soprattutto dagli Stati Uniti. Si potrebbe pensare: perché sono i paesi dominanti a livello globale. Eppure, ad esempio, il Proibizionismo sull’alcool si ebbe negli Stati Uniti e non nel Regno Unito, nonostante diversi tentativi d’espostarlo dai primi al secondo, e ai tempi in cui Londra possedeva il piú grande impero della storia.
La spiegazione culturale, dunque, chiamerebbe in causa le particolari forme di cristianesimo protestante diffuse negli Stati Uniti, la cui rigida morale si replicherebbe per osmosi anche nei movimenti laici o progressisti di riforma sociale.

Per quanto riguarda il futuro dei proibizionismi, Snowdon si dichiara molto pessimista.
Già ho detto che segnala come a tutt’oggi solo caffeina, nicotina e alcool restino tutto sommato legali.
Per quanto riguarda gli stupefacenti, in particolar modo quelli leggeri, credo invece che si sia sull’orlo di un cambiamento.
L’uso è ormai diffuso presso una buona parte della popolazione, e il proibizionismo piú rigido in materia fatica sempre piú a esser compreso.
Quest’anno, 2013, Colorado e Oregon hanno approvato, tramite referendum, la depenalizzazione della cannabis; altri stati credo che seguiranno negli anni a venire.
Il governo federale sta inoltre meditando un allentamento delle politiche di carcerazione draconiana, specialmente in materia di stupefacenti, che sono state invece dominanti a partire da fine anni Settanta e inizio Ottanta.
La crisi economica morde e non è piú cosí facile sprecare miliardi di dollari in ottuse politiche legge-e-ordine per soddisfare l’elettorato conservatore o quello semplicemente impaurito.

Non è mai facile decifrare, nel procedere della Storia, dove penda il bilancio tra divieti e libertà.
Sicuramente si può dire che spesso all’aprirsi di nuove libertà sorgono in parallelo nuovi divieti, fino a poco tempo prima insospettati, ma sempre percepiti come giusti e validi al loro imporsi.
In questo momento di transizione non trovo implausibile immaginare un futuro prossimo in cui gli stupefacenti leggeri saranno d’uso libero o quantomeno controllato, ma sarà vietato il consumo di tabacco, e severamente sorvegliato quello di “cibi non sani”.
Dubito però che i nuovi proibizionismi avranno piú successo di quelli vecchî, perlomeno rispetto agli obiettivi dichiarati…

Adolescenti sino a 25 anni?

 È ormai da qualche anno che in rete ogni tanto noto commenti (o anche articoli: il più recente è questo) secondo cui l’adolescenza durerebbe sino a 25 anni o giù di lì, cioè sarebbe attorno a quell’età che si raggiunge la “maturità” (qualsiasi cosa significhi questa parola: personalmente a me spesso sfugge).
La questione non sarebbe sociale, ma fattuale, neurobiologica: ci sarebbero dati scientifici secondo cui è intorno ai 25 anni che terminerebbe lo sviluppo della corteccia prefrontale, la parte del cervello deputata alle gestione delle scelte.
Non ho letto gli studî in questione. So che molto spesso, quando le ricerche scientifiche si diffondono nella coscienza comune dopo essere state travasate e filtrate dai media generalisti non è raro che a quel punto siano ormai qualcosa di molto diverso dall’originale. Non per eventuali complotti, ma per una mera mutazione (e semplificazione) spontanea dell’informazione lungo i diversi passaggi.
Soprattutto, a questo punto contano meno i fatti stabiliti dalle ricerche scientifiche, e molto di più le conseguenze normative che se ne vogliono trarre, il lato da cui si tenta di tirare la coperta, il modo in cui ci si appella ai fatti per distribuire il potere all’interno della società.

 L’idea dell’adolescenza sino a circa 25 anni l’ho vista tirare in ballo per difendere e richiedere eventuali limitazioni delle libertà individuali.
Dopotutto, attualmente, l’adolescenza in quanto minore età è vista soprattutto come un’età di (presunti?) limiti di fatto ed effettive limitazioni per legge. Affermare che l’adolescenza prosegue sino a 25 anni (lo dice la scienza!) implicherebbe estendere limiti e limitazioni sino a quell’età.
Bisognerebbe quindi alzare la maggiore età, e i riconoscimenti legali a essa connessi, sino a 25 anni? Devono diventare i 25 la nuova maggiore età?

L’idea è che, prima di permettere agli individui di compiere le proprie scelte, si deve attendere che il cervello sia sufficientemente sviluppato allo scopo. E fino a 25 anni non è così. Quindi fino a 25 è lecito, se non opportuno, che la possibilità di scelta venga legalmente limitata, o comunque posta sotto sorveglianza.
Il ragionamento è apparentemente semplice e corretto, ma presenta un’enorme falla.
Per capirlo bastano dei paragoni con altri àmbiti di sviluppo individuale diversi da quello della capacità di scelta.
Ad esempio lo sviluppo linguistico.
Immaginiamo un ragionamento del genere: per far imparare al bambino a parlare si deve prima aspettare che il suo sviluppo linguistico sia giunto al termine.
Oppure lo sviluppo muscolare: per far fare sport al bambino, o anche solo attività di movimento, si deve prima attendere che lo sviluppo muscolare sia giunto al termine.
Non serve una grande fantasia per capire che in questo modo non si otterrebbe sviluppo alcuno, ma solo bambini e quindi adulti con grossi problemi linguistici e motorî.
L’individuo si sviluppa interagendo con l’ambiente, ed è così che si costruiscono le sue capacità, i cui diversi esiti  non sono integralmente già dati nella materia di base.
Sembra ormai stabilito che si nasce con la capacità di apprendere il linguaggio e una lingua. Ma in assenza di interazione con l’ambiente questa capacità resta inattiva; non solo: se entro una certa età non è mai stata sollecitata ed esercitata, rischia di restare castrata per sempre.

Riguardo all’apprendimento linguistico sono cose che chiunque ammetterebbe, ma riguardo alla capacità di scelta mi sembra non ci sia altrettanta disponibilità. Anzi, tutt’altro.
Perché?

Si nasce con la capacità di imparare qualsiasi lingua umana ma, nella stragrande maggioranza dei casi, se ne impara una sola; e apprendere una seconda lingua in età adulta richiede tempo e fatica, e l’esito non è scontato. Il cervello oppone una resistenza ignota in età infantile.
Se già la lingua è spesso veicolo di appartenenza identitaria, qualcosa che si trasmette unicamente tramite l’inculturazione lungo le generazioni, lo stesso vale per quali scelte si impara a compiere o rifiutare, cioè per le scale di valori; anzi, le scale di valori sono ancor più fondamentali nel sostanziare l’indentità collettiva: la lingua è mero simbolo arbitrario di appartenenza, mentre le scelte e le scale di valori strutturano la convivenza concreta degli individui e i modi in cui il potere si distribuisce tra gli stessi e tra i sottogruppi che formano i grandi gruppi umani.

Quel che si gioca nell’idea di estendere l’adolescenza sino a 25 anni non è la capacità degli individui di portare a termine le proprie scelte, ma la possibilità di controllare, da parte di chi gestisce lo sviluppo altrui, quali scelte debbano essere inculcate e quali no.
Qui si può capire l’ambiguità della parola “maturità”, o del concetto di “fare le scelte giuste”.
In senso neutro si potrebbero intendere come la capacità di valutare i mezzi rispetto ai fini, cioè di scegliere i mezzi più efficaci per raggiungere i proprî fini, quali essi siano; ma in senso normativo significa scegliere quei fini che altri ritengono doverosi, significa attenersi al lecito e all’illecito collettivamente definiti.

La distinzione tra fini leciti e illeciti viene solitamente inquadrata nella (e giustificata con la) necessità di rispettare un presunto sviluppo naturale che tenderebbe verso determinati fini e non altri.
Si ipotizza cioè che gli individui abbiano uno sviluppo endogeno, indipendente dall’ambiente, e che l’ambiente anzi tenderebbe a deviare e corrompere; lo sviluppo spontaneo andrebbe protetto da influenze esterne, nocive in quanto tali, in quanto esterne.
Un esempio classico è quello dell’orientamento sessuale: determinate concezioni religiose o psicologiche presumono che se lo sviluppo individuale seguisse il suo corso “naturale”, saremmo tutti necessariamente e unicamente attratti da invidui umani dell’altro sesso, possibilmente a scopo riproduttivo; variazioni nell’oggetto del desiderio o un differente uso della sessualità (a fine ludico, genericamente affettivo o altro) o un disinteresse per la sessualità sarebbero frutto di influenze esterne che avrebbe deviato e danneggiato il corretto sviluppo dell’individuo. Influenze esterne che devono essere evitate, e che esigono quindi una sorveglianza sull’individuo.

Il mito dello sviluppo endogeno viene evocato ogni qualvolta ci sia il rischio che in una società si diffondano pratiche, idee, messaggi, abitudini contrarî a quelli dominanti, o a quelli ritenuti “sani” e “giusti” dai gruppi dominanti.
Che maschî e femmine si debbano comportare in modi diversi o uguali, che a una certa età certe cose non si facciano e a un’altra sì, mentre alcune cose sono accettabili sempre oppure mai, che si possano o debbano scoprire o coprire determinate parti del corpo, in pubblico o in privato, che verso la Morte siano leciti determinati atteggiamenti e non altri… tutte queste cose e molte altre, a seconda dei momenti vengono ritenute come culturali o naturali, quando nella stragrande maggioranza dei casi sono incapsulate nell’apparato di comportamento dell’individuo tramite una fitta e costante interazione con l’ambiente; oppure, tramite lo stesso processo, disattive e frenate in quei casi, comunque non rari, in cui la loro origine sia biologica.

La necessità di mantenere (e soprattutto giustificare) un controllo forte sullo sviluppo degli individui impone di non legittimare troppo il relativismo, o di non legittimarlo affatto, cioè di tenere ben fermo il mito dello sviluppo endogeno.
Per questa ragione società come quelle in cui attualmente viviamo ben accolgono l’idea che gli individui vadano “protetti” il più a lungo possibile per evitare che sviluppino la capacità di operare scelte in ambienti e modi non controllati da istituzioni e regole formali o, meglio, in maniera libera.
Si tratta di società, le nostre, in cui nell’ultimo secolo e mezzo circa si sono imposte gigantesche istituzioni per la formazione standardizzata e uniforme di milioni di individui: la scuola, la leva obbligatoria, la famiglia nucleare, i mass media concentrati e verticali.
Tuttavia questo paradigma entra in grossa crisi nel momento in cui i media si frantumano prima con l’avvento delle televisioni private, poi con la rete informatica globale e sullo sfondo dell’individualismo consumistico; ancor più nel momento in cui società relativamente omogenee in quanto a norme culturali più generali devono affrontare consistenti flussi migratorî da culture lontane dotate di scale di valori anche radicalmente diverse.

In questa contingenza, la necessità di un maggior controllo sulla formazione degli individui favorisce una diffusa accettazione del mito dello sviluppo endogeno per giustificare la sottrazione degli individui ad ambienti non controllati e non standardizzati.
Per questa ragione si ritiene che (diversamente dal modo in cui si impara a parlare) la capacità di compiere scelte possa svilupparsi in maniera naturale, spontanea, automatica, a patto che sia preservata da eccessive interazioni col Mondo.
Un’artificiosità specifica viene spacciata come naturale per giustificarne la necessità, e respingere le artificiosità concorrenti e incontrollate.
Tuttavia, in mancanza di un accordo su quale sia l’inculturazione “giusta”, mancanza inevitabile in una società che si voglia equamente multiculturale, manca anche la possibilità di riempire in maniera sostanziale questo sviluppo controllato.

Il paragone con lo sviluppo linguistico può di nuovo aiutare a capire in maniera più chiara cosa intendo.
Immaginiamo una società in cui si ritenga che gli individui sviluppino automaticamente (naturalmente, spontaneamente) le proprie capacità linguistiche senza alcuna interazione con l’ambiente; e che anzi questo sviluppo, durante il suo decorso, non vada disturbato con l’interazione con una lingua specifica, e che solo al suo termine sia lecito chiedere all’individuo, come scegliendola da un menù, quale lingua adottare come propria.
Immaginiamo una società in cui nello stesso territorio vivano cinesi, arabi, anglofoni, e quant’altro; in cui i bambini vengano sottratti alle famiglie alla nascita, e quindi accuditi da adulti a cui sia strettamente vietato parlare coi bambini, per evitare che una delle diverse lingue del territorio contamini la loro crescita linguistica, cioè non “imponga” loro una lingua piuttosto che un’altra; e che solo una volta arrivati a… quanto? cinque anni? otto? dieci? di più?… che solo a questo punto si chieda loro: “Ora che il vostro cervello si trova nell’età adatta per parlare correttamente una lingua, e che la vostra preferenza non è condizionata da una lingua particolare con cui siete cresciuti, e quindi è una scelta libera, quale scegliete?”
Il fatto che non sia nemmeno possibile porre questa domanda, perché i bambini, cresciuti in regime di privazione linguistica non la capirebbero, dimostra l’assurdità della cosa.
 Dimostra come sia un mito l’idea che la libertà dell’individuo derivi dal sottrarlo da (presunte) influenze che ne alterino lo sviluppo verso direzioni indesiderate (ma indesiderate da chi, poi?).

Chirurgia estetica: e se il vero conformista fosse chi la avversa?

Piú per curiosità che altro, due giorni fa ho dato una rapidissima occhiata in giro per la rete ad alcune discussioni sulla chirurgia estetica, cercando apposta quelle critiche.
Mi piacerebbe informarmi di più sull’argomento, magari sentendo anche un po’ di pareri di chi vi ha fatto ricorso, sulle motivazioni, su com’è vissuta la cosa prima e dopo.
Già il fatto che (almeno cosí mi pare) si mettano poco in risalto le voci delle persone direttamente interessate, e moltissimo quelle di chi critica dall’esterno, già questo mi suggerisce che qualcosa non torna; come sempre quando è dato poco spazio alle voci di chi è coinvolto/a in prima persona, e molto alla sovrastante chiacchiera di presunti “esperti”.

In attesa di informarmi più a fondo (sempre che lo faccia), intanto getto alcuni appunti sparsi.
Una sorta di critica della critica.

Il ricorso alla chirurgia estetica noto che è assai criticato, anzi, visti certi toni, addirittura detestato. Chi ricorre alla chirurgia estetica sbaglia: è da disprezzare, o una vittima da compatire.
Trattandosi di un innocuo uso privato del proprio corpo c’è da stupirsi di tanto accanimento (o forse no…).

L’argomento che sento andare per la maggiore contro la chirurgia estetica è che sarebbe un sintomo di conformismo: a furia di bisturi diventeremo tutti uguali! Schiavi della moda, schiavi della massa! O schiavi di presunti “modelli imposti dai media”.

Chi ricorre al bisturi lo farebbe quindi per adeguarsi a un modello fisico standardizzato: tradire se stessi e le proprie particolarità fisiche per adeguarsi a dei canoni collettivi, o comunque a dei dettami esterni a se stessi.
Chi ricorre al bisturi non accetterebbe la condizione attuale del proprio corpo perché forzato o comunque spinto dalle esigenze estetiche della massa.
La sua non è una vera scelta!
Personalmente trovo fallace la distinzione tra scelte “vere” e “false”. O meglio, la trovo fallace se fatta verso altri. Quando qualcuno parla di “scelte false” altrui sotto sotto intende “scelte fatte da un’altra persona che io non condivido”. È un tattica retorica per sminuire le scelte altrui che non piacciono in mancanza di altri argomenti. L’unico a poter affermare che una scelta sia “falsa” è il soggetto stesso che l’ha compiuta, se cosí la giudica in retrospettiva.

Ma non è questo il punto.
Il punto è che se si rifiuta la chirurgia estetica perché sintomo di conformismo, allora si dovrebbe fare lo stesso in altri casi; però non viene fatto: in questi altri casi gli interventi chirurgici sono comunemente ben accolti. Questo credo suggerisca che l’argomento del conformismo in realtà nasconde altri motivi per l’avversione. Motivi che ritengo essere l’opposto di quanto dichiarato.
Immaginiamo ad esempio una persona gravemente “sfigurata” in seguito a un incidente. Perché metto “sfigurata” tra virgolette? Ovviamente perché, se un corpo sia sfigurato o meno è una considerazione estetica, considerazione che dipende da un giudizio che, per quanto collettivo e ampiamente condiviso, non è oggettivo. La bellezza è nell’occhio di chi guarda, fosse pure l’occhio del 99% della specie umana.
Perché una persona “sfigurata” dovrebbe operarsi per tornare “normale”, se non sapesse che altrimenti la sua vita sociale potrebbe risultarne assai danneggiata? In realtà so bene che in molti casi si tratta di poter avere un aspetto in cui riconoscersi, cioè sia una questione di sintonia interna. Ma se si giudica a priori che chi ricorre alla chirurgia estetica lo fa in ossequio al giudizio altrui e non a una volontà propria, cosa impedirebbe di applicare questo cinico pregiudizio anche a chi è stato esteticamente menomato da un incidente?
E poi, diciamolo onestamente, gran parte della gente tende istintivamente a evitare chi suo malgrado si ritrova “sfigurato”. Sbaglia a farlo? Be’, in una gran quantità di casi analoghi si ritiene non sia corretto: ad esempio discriminare una persona per il colore della pelle, che è una componente dell’aspetto non è reputata una bella cosa; di sicuro, diversamente dal passato, le leggi non lo permettono.
Se la società discrimina il nero (o il giallo o, perché no?, il bianco), si ritiene sia la società a sbagliare.
Se la società discrimina chi resta sfigurato da un incidente, si ritiene sia la società a sbagliare.
Ma allora, se una persona “sfigurata” da un incidente si sottopone a operazioni, anche difficili e dolorose, per recuperare un aspetto “normale”, per avvicinarsi di nuovo a quello che si giudica sia un corpo “corretto”, si può dire o no che lo faccia per adeguarsi a dei canoni collettivi su come dev’essere il giusto aspetto di un essere umano?
Attenzione, non sto parlando di menomazioni che pregiudichino la funzionalità materiale del corpo, come può essere la perdita di un arto o di uno o piú dei cinque sensi. Mi riferisco unicamente a menomazioni estetiche.
Perché in questo caso non si può parlare di persona vittima del conformismo, preda di una scelta “falsa”, sottomessa ai canoni imposti dalla collettività?

Ma in realtà basta riflettere un po’ per capire che chi condanna la chirurgia estetica non condanna il conformismo, bensí condanna proprio la diversità e la possibilità, che ne sta alla base, di manipolare il proprio corpo a piacimento, di farne un campo di sperimentazione anche estetica, sperimentazione non dettata dalla semplice necessità.
Alla fine, ho notato, gran parte dei discorsi di condanna della chirurgia estetica puntano sulla “mostruosità” del risultato, spesso illustrato da gallerie di volti modificati in sala operatoria con esiti non proprio piacevoli. Ma piacevoli secondo chi? Secondo i canoni collettivi, verrebbe quasi da dire. Canoni collettivi e di normalità che chi si è fatto rimodellare dal bisturi ha rifiutato.
E allora si capisce come mai non vengano criticati gli interventi per chi ha subíto incidenti, e invece si lancino strali verso quelli puramente estetici: perché i primi sono un ritorno ai canoni di normalità, cioè un’accettazione, anche dolorosa, del conformismo; mentre per i secondi si critica la fuga dalla normalità, cioè la fuga dal conformismo.
E allora si capisce che chi avversa la chirurgia estetica in realtà, sotto sotto, forse quello che desidera è proprio il conformismo.

E aggiungiamo un’ultima cosa, e forse il quadro diventerà anche piú chiaro.
La critica alla chirurgia estetica si concentra quasi unicamente, anzi, potrei dire esclusivamente sulle donne.
Sono le donne che si modellano a venir condannate, a venir bollate come narcisiste, insicure, arroganti, o semplicemente povere stupide vittime di forze piú grandi di loro (l’immortale mito della fragilità femminile).
In questi casi gli insulti verso le donne, altrimenti aborriti, sono piú che benvenuti dal consesso sociale.
Donne in parte strumentalizzate, in questa condanna, come simbolo di un generale tradimento del corpo naturale: la donna come incarnazione della Natura da custodire, e al contempo come custode essa stessa della naturalità, donna custode della moralità, custode dell’esistente che va accettato senza interventi inevitabilmente sacrileghi.
Ma soprattutto donne deprivate della possibilità di pieno controllo del proprio corpo, ostaggio di una sorveglianza sociale e collettiva che giudica in anticipo le loro scelte (o meglio, determinate loro scelte) come “false”.
La “vera” donna è quella che lavora e si impegna e si sacrifica, non la civetta frivola che si imbelletta.
Finisce così soprattutto condannata la donna che decida di intervenire direttamente sulla propria materia fisica, anche con operazioni chirurgiche, a puro scopo di piacere personale: è una donna che osa troppo; è una donna traviata; è una donna che non si conforma, una deviante; una donna che non sa stare al proprio posto.