La sincerità di Montezuma

E insomma, ascolto quasi per caso questa trasmissione alla radio, dove si parla del catastrofico incontro tra Montezuma e Cortés, catastrofico per il primo e per tutta la civiltà azteca, che ne risultò cancellata.
Nelle giornate che precedono la caduta di Tenochtitlan, in cui i rapporti tra spagnoli e aztechi vanno complicandosi e rovinando, c’è l’episodio in cui Cortés fa bruciare vivi i dignitarî di Montezuma, con l’orrore di quest’ultimo. E il conduttore radio si chiede: com’è possibile che Montezuma inorridisca? Gli aztechi sono ben noti per gli abbondanti sacrifici umani. Abbondanti e cruenti: gli aztechi sacrificavano strappando letteralmente i cuori dal petto delle vittime, per dedicarli agli Dèi.

Quel che io mi domando è piuttosto perché la domanda non venga rovesciata.
Sappiamo che Cortés stesso inorridì di fronte ai sacrifici umani degli aztechi. Noi possiamo comprenderlo. Chiunque, tra noi europei, al giorno d’oggi, proverebbe orrore e ripulsa di fronte ai cuori strappati. Al giorno d’oggi. Ma com’era la Spagna, com’erano l’Europa del XVI secolo, da questo punto di vista?
Era l’Europa della caccia agli eretici, era l’Europa in cui, da qualche decennio, era cominciata la caccia alle streghe, col loro corteo di sangue e atrocità insensate. Era l’Europa che, per i reati religiosi e di lesa maestà, prevedeva tortura, rogo, supplizî. Erano la Spagna e l’Europa dell’antisemitismo come pratica quotidiana.
Il 1492 è l’anno della “scoperta” dell’America, ma anche (quale coincidenza) l’anno dell’espulsione di tutti gli ebrei dalla Spagna.
Solo che la cacciata non placa la paranoia, l’alimenta.
È negli anni successivi che nel paese scatta la paura per i “conversos”, gli ebrei convertiti: saranno “veri” cristiani, o l’ebraicità resterà comunque il loro destino, anche se battezzati? L’ossessione è di ordine viscerale, biologico: si arriva a vietare alle balie ebree di allattare bambini cristiani, nel timore che le prime contaminino i secondi. Il sangue ebreo è maledetto, e non in senso metaforico.
Sono gli anni dell’autodafé, le spettacolari cerimonie pubbliche al cui termine i colpevoli di reati religiosi venivano bruciati vivi.
È questa l’Europa che Cortés si porta sulle spalle quando giunge sulle piramidi di Tenochtitlan, e vede i sacrifici umani degli aztechi, una barbarie per cui inorridisce. E allora possiamo chiederci: Cortés era sincero? Lo era, come lo era Montezuma che inorridisce per i suoi dignitari gettati sul rogo?

In fondo, cosa ci impedisce di considerare i roghi europei di eretici e streghe come veri e proprî sacrifici umani? La codifica rituale, la consacrazione a una divinità, la funzione purificatrice ed espiatoria per la comunità nei confronti di un “Male” soprannaturale e sempre minaccioso… tutto cospira a ricreare un rito ancestrale, quello del sacrificio umano, che si pensava fosse scomparso da secoli in terra d’Europa, che si pensava fosse stato abolito proprio da quel cristianesimo nel cui nome, ora, si giustiziano le vittime sacrificali.
Come avrebbe giudicato un azteco, la Spagna del XVI secolo, se vi fosse stato magicamente trasportato? Ne avrebbe riconosciuto le barbarie? Sarebbe rimasto inorridito dalla “nostra” violenza?

Nello scontro tra civiltà che segnò la fine di quella azteca, citare i sacrifici umani di quest’ultima porta, almeno per chi crede che la Storia sia o debba essere un racconto morale, a una sorta di larvata giustificazione per gli spagnoli: visto? gli aztechi strappavano i cuori! forse gli spagnuoli non avevano tutti i torti a distruggerli; ragionamento puerile, come sarebbe puerile ricordare le coeve atrocità europee solo come un gioco a chi “fa peggio”.
Proviamo invece ad affiancare le due civiltà, coi loro diversi cortei di corpi straziati e di innocenti massacrati, per porci un altro tipo di domande.

Si può ipotizzare che Montezuma inorridì perché il rogo dei suoi dignitarî fu un affronto alla sua maestà. L’uomo di potere imbevuto del concetto di onore. Ma questo non spiega l’orrore di Cortés lo spagnolo di fronte ai sacrifici umani aztechi.
Proviamo a fare un’altra cosa invece, proviamo a prenderli sul serio, entrambi, Cortés e Montezuma.
Prendere sul serio l’orrore di entrambi, ammettere che entrambi fossero sinceri nel loro orrore ci porta dritti a una teoria sulla violenza molto scomoda. Una teoria relativista.

Quella che fa orrore non è la violenza, ma la violenza nel posto sbagliato. E i posti giusti e sbagliati sono culturalmente definiti.
Si è ciechi di fronte alla violenza nel posto “giusto” e si inorridisce quando si trova nel posto “sbagliato”.
Cosa forse difficile a credersi, dal momento che si parla di reazioni profonde, radicati, viscerali. Quelle che maggiormente sembrano (appunto: sembrano) naturali. Reazioni di fronte alla violenza più brutale, quella che strazia i corpi con tecnica studiata per produrre il massimo dolore, in cui sembrerebbe minimo il dubbio sull’universalità di ciò che sia condannabile.

Ammettere che sia Cortés che Montezuma fossero “sinceri” nel loro orrore significa riconoscere l’esistenza di meccanismi che, in qualche modo, offuscano e normalizzano la percezione di ciò che è o non è violenza.
A seconda dei contesti culturali in cui sono situati, il rogo dell’eretico o il cuore strappato possono essere percepiti come orrendo segno di barbarie oppure come segno di normale civiltà, anzi, di giustizia. Il rogo dell’eretico, della strega, dell’ebreo era una questione di giustizia.
Questo pone un grosso problema, ovvero: è possibile demarcare con un criterio oggettivo la barbarie dalla civiltà? È possibile individuare un qualche criterio oggettivo che si sbarazzi di (o che preceda) quei costrutti culturali che ci dicono preventivamente e in maniera squisitamente relativistica cosa percepire come barbarie e cosa come civile?

Ci si può porre poi un’altra domanda.
Oggi, nell’anno 2016 di quest’era, sia i sacrifici umani degli aztechi che i roghi e i supplizî degli spagnoli dei secoli andati li riconosciamo come violenze intollerabili.
O forse bisognerebbe dire: li percepiamo come tali.
Appunto: e se anche oggi, invisibili agli occhî della nostra cultura, avvenissero fenomeni collettivi di violenza, di barbarie attualmente percepite come forme di civiltà e giustizia, che, come è accaduto per il nostro passato, verranno “scoperti” solamente con lo scorrere del Tempo, in un chissà quale lontano futuro? E quali sarebbero queste barbarie a cui attualmente siamo ciechi?

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Nudo contro tutti

Stephen Gough, scozzese suddito di Sua Maestà Britannica, non ha mai ucciso, stuprato, rubato in vita sua. E, che io sappia, non ha mai neanche provato a farlo.
Stephen Gough a oggi (Autunno 2014) ha trascorso ben dieci anni in prigione, quasi un quarto della sua vita, e pare continuerà così ancora a lungo.
Il tempo che ha passato in cella, anche se non consecutivamente, è sicuramente più lungo di chi ha rubato, di molti autori di violenze, sessuali e non, e anche di diversi assassini.
Il suo reato? Circolare nudo.
Stephen Gough è chiamato il “Giramondo Nudo” (the Naked Rambler). Ama traversare a piedi il suo paese, e non accetta di farlo vestito. Rivendica il diritto di farlo senza indossare nulla (se non un cappellaccio, uno zainone e un pajo di scarpe).
Per questo la sua presenza viene ripetutamente segnalata da solerti cittadini, con conseguente intervento delle solerti forze dell’ordine, e la condanna, da parte di altrettanto solerti magistrati, a varî mesi di prigione. Scontata la pena, Stephen Gough esce all’aperto, si allontana, si spoglia, e tutto ricomincia. Così sono trascorsi i suoi ultimi dieci anni.

Naked Rambler jailed

Stephen Gough, il Giramondo Nudo

Della vicenda di Stephen Gough se ne parla in patria, ma più come bizzarra curiosità che altro.
All’estero non ne ho mai sentito parlare.
La sua vicenda l’ho conosciuta passivamente, grazie ai siti che seguo in inglese di notizie relative alle libertà individuali. Altrimenti sarebbe restata nell’oscurità anche per me.

Personalmente, lo dico in modo chiaro e semplice, la sua mi sembra la storia di una tremenda ingiustizia, anche solo per il lungo tempo di prigione che gli è valsa.
Il suo è un comportamento del tutto innocuo, il cui unico “torto” è quello di cozzare violentemente contro le usanze della nostra parte del Mondo, e che gli ha valso un tempo di privazione della libertà comminato solo ai peggiori criminali.
Ingiustizia maggiore per il fatto che la sua vicenda, la sua lunga prigionia, non sollevano le consuete ondate di indignazione riservate invece ad altri individui che si trovano schiacciati dal martello della legge o delle usanze maggioritarie.
Per il Giramondo Nudo non troverete petizioni su internet, appelli di personalità della spettacolo, grida indignate che surriscaldano i social network. L’enorme ingiustizia che a mio avviso subisce è aggravata da una delle maggiori condanne nei nostri tempi dell’ipervisibilità, quella dell’oblio, della dimenticanza, dell’invisibilità. Che stia pure in prigione, dice la società, di questo bizzarro individuo non ce ne può importare di meno.

Gli eroi della dissidenza, le vittime della persecuzione, nei nostri tempi attuali, devono rispondere a caratteristiche ben precise.
Le vittime certificate devono essere preferibilmente donne e trovarsi in paesi lontani e “nemici dell’Occidente”; niente di meglio, poi, se si tratta di paesi musulmani: è uno dei cascami dell’11 Settembre. Paesi nemici dell’Occidente: sarà più facile raccogliere indignazione per le donne vittime dell’Iran che non, per dire, della teocrazia saudita, essendo quest’ultima fedele alleato del nostro Impero. La difesa delle donne di questi paesi è poi il modo migliore per unire tutto lo spettro politico, dalla sinistra “amica della donne” alla destra islamofoba.
Dalle Pussy Riot a Malala (insignita del premio Nobel per la pace assieme a un uomo il cui nome nessuno ricorda) passando per le condannate a morte in Iran (dove i condannati maschî ammontano a centinaja l’anno), l’Occidente ama indignarsi per le donne perseguitate, per poter ripetere a se stesso quanto invece, in teoria, sia aperto e libero e democratico.

Eppure in una democrazia, quella del Regno Unito, abbiamo un uomo che, quasi nell’oblio generalizzato, ha trascorso dieci anni dietro le sbarre di una prigione solo per l’eccentrica ma innocua ed eroicamente ostinata abitudine a non indossare i vestiti.
Non è una contraddizione che la cosa avvenga in un paese formalmente democratico. Dopotutto, per fare appena un esempio, solo quattro o cinque decennî fa era sempre in paesi formalmente democratici che gli omosessuali venivano “curati” tramite elettroshock e castrazione chimica. La formalità democratica aiuta poco quando sono i dettami culturali a segnare ciò che è lecito e illecito, ciò che è tollerabile e ciò che è intollerabile. Una democrazia può, quando sono i dettami culturali a parlare, perseguitare determinati individui come la più dura delle dittature.
Ci sono paesi in cui, per cultura, le donne non possono e non devono mostrare il volto, e ci sono paesi, i nostri, in cui il Giramondo Nudo è condannato, per cumulo di pena, alla detenzione perpetua: personalmente fatico a vedere la differenza tra le due situazioni. Ma il confronto può aiutare a capire come mai sia difficile superare determinati blocchi culturali. Se nel libero Occidente nessuno si sogna di mobilitarsi per il Giramondo Nudo e la sua persecuzione come possiamo pretendere che, dall’oggi al domani, altri paesi capiscano che sia un’altrettale ingiustizia punire le donne che non si velano o che, come in Arabia Saudita, si azzardino a guidare un’automobile? La difficoltà è pari in entrambi i luoghi.

Con la differenza che il libero Occidente si fregia dell’apertura alla diversità, all’individualismo, all’anticonformismo. E allora cosa di più libero, di più individualista, di più anticonformista del Giramondo Nudo?
Ma anche questa, in realtà, è parte della sua condanna.
Il Giramondo Nudo non ha alle spalle una cultura o una religione che possano dare una parvenza di liceità alle sue esigenze. Nell’Occidente che si vuole attento e aperto alle esigenze dei non conformi e degli individui, nelle democrazie liberali in cui in teoria dovrebbe essere l’individuo e non il collettivo il punto di partenza, il Giramondo Nudo, che ha solo se stesso come difesa, non riesce a trovare spazio alcuno.
Già è difficile difendere, specie dopo l’11 Settembre e il montare della paura per i migranti, la possibilità degli stranieri di conservare le proprie usanze, anche quando innocue, in terra d’Occidente. Non è difficile capire come mai l’unico spazio concesso al Giramondo Nudo siano i pochi metri di una cella di prigione.

Il Giramondo Nudo smaschera, per chi voglia vederla, mette a nudo con la sua nudità l’ipocrisia fondamentale di una società, la nostra, che si vuole libera e aperta, ma che è ancora del tutto prigioniera di tabu culturali radicatissimi, tanto quanto le “culture oppressive” che l’Occidente afferma di combattere, a volte (spesso?) anche con la forza delle armi.

La nudità del Giramondo Nudo è del tutto innocua, non dovrebbe nemmeno costituire un problema.
La maggior parte dei commenti che ho letto al suo riguardo, in siti inglesi, sono di sovrano disprezzo, disinteresse o derisione.
Altri, invece, tentano goffamente di argomentare e di difendere la persecuzione subita dall’uomo. Si rifanno al principio per cui “la propria libertà finisce dove comincia quella altrui”, e quindi affermano che il Giramondo Nudo “imporrebbe” la visione del suo corpo nudo ad altri, infrangendo così la libertà di non vederlo.
Argomento debole, tanto che mi stupisco possa essere sostenuto con convinzione, come ho visto fare.
Il Giramondo Nudo non depriva nessuno della libertà, non quanto faccia altrettanto chi decida di vestirsi o svestirsi in un determinato modo.
Immaginiamo qualcuno che si dica privato della propria libertà perché costretto a vedere gente per strada con la pelle troppo scura. Immaginiamo qualcuno che si dica privato della propria libertà perché costretto a vedere donne per strada a volto scoperto. La logica è la stessa.
Il Giramondo Nudo chiede solo di agire sul proprio corpo, il bastione fondamentale della libertà individuale. Non pretende che altri siano nudi, vestiti o quant’altro. È chi pretende che lui sia vestito che lo depriva della sua libertà.
La persecuzione subita dal Giramondo Nudo parla di quanta ancora strada ci sia da fare, persino nel libero Occidente, per riconoscere alfine che la libertà di gestione del proprio corpo non possa che essere assoluta, primo tassello di una società compiutamente libera, aperta, democratica.
Attualmente ancora in buona parte dell’Occidente si fatica a riconoscere il diritto, per fare due esempî, a distruggere il proprio corpo quando lo si ritenga necessario (eutanasia) o il diritto ad affittarlo per produrre piacere nei corpi altrui (prostituzione). Nessuna meraviglia che la strada di lotta solitaria imboccata dal Giramondo Nudo sia tutta in salita. Nessuno stupore se, purtroppo per la sua pervicace e ammirevole ostinazione, dovesse trovarsi a trascorrere l’intera sua vita in una cella di prigione.

Qualche giorno fa la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo ha emesso una sentenza relativa al caso del Giramondo Nudo, rigettando la sua istanza, e confermando la liceità del suo imprigionamento.
Questo un passaggio della sentenza:

L’imprigionamento del ricorrente è conseguenza della sua ripetuta violazione della legge penale con piena conoscenza di tale conseguenza, tramite una condotta che il richiedente sa bene andare contro non solo contro gli standard del comportamento pubblico accettato in ogni moderna società democratica ma è anche a rischio di essere allarmente e moralmente o in altro modo offensivo verso altri inavvertiti membri della società impegnati nelle loro attività ordinarie

Questa non è una difesa dei diritti degli individui. Questa è una difesa delle pretese della maggioranza.
È certo indubbio che attualmente, nelle società cosiddette democratiche, la maggioranza degli individui, per motivi che sarebbe molto interessante sviscerare psicologicamente, ha un’acuta intolleranza per la nudità altrui, a meno che non sia confinata in situazioni ben definite e rigidamente sorvegliate. Ma la coesistenza di tabu culturali e formalismo democratico non rende i primi automaticamente giusti. Anzi. Già ho fatto l’esempio dei tempi in cui l’omosessualità, all’interno delle società formalmente democratiche, era perseguitata anche con pratiche mediche prossime alla tortura.
Le istituzioni, se volessero essere compiutamente libere e democratiche, non dovrebbe occuparsi di contrastare chi viola in maniera innocua i presunti standard di moralità, per quanto ampiamente maggioritarî, bensì dovrebbero tutelare quelle minoranze, anche se composte come in questo caso di un singolo individuo, minoranze che, per qualsivoglia motivo, non siano in sintonia con gli standard dominanti. L’alternativa è la dittatura della maggioranza, e la persecuzione per chi, di volta in volta, si trovi dal lato sbagliato degli standard morale. Un tempo si perseguitavano gli atei o gli omosessuali; oggi il Giramondo Nudo; domani chissà.
È davvero questo il libero Occidente?

Così si è espresso il Giramondo Nudo una volta venuto a sapere della sentenza della Corte Europea:

Mi aspettavo avrebbero adottato una visione più ampia. Non l’hanno fatto. Ma quale grande impresa ha mai successo senza dover superare i tanti ostacoli che si trova davanti? Perché dev’essere diverso per me? Non ho altra scelta che continuare.
Come può la natura espressa in forma umana essere indecente? Come può qualunque persona sana sentirsi offesa dal vedere il corpo umano? Eppure sono queste credenze assurde che formano gli assunti impliciti delle innumerevoli azioni penali e condanne eseguite contro di me, risultanti in nove anni di isolamento nelle prigioni britanniche.
Intolleranza e ignoranza vanno di pari passo, nello stesso modo in cui lo fanno verità e libertà. Non possiamo essere intolleranti e liberi. Non possiamo ignorare la libertà e aspettarci che la giustizia sia il risultato. E un Mondo ingiusto ci riguarda tutti, che lo siamo o meno consapevoli.
Chi mi ha cresciuto mi ha fatto credere di vivere in un paese che celebra l’eccentricità e la differenza, non solo perché aggiungono varietà e colore a quella che sarebbe altrimenti un conformismo sterile, depressivo, costrittivo e a volte semplicemente noioso, ma anche un paese che mostra una profonda stima per i modi in cui è il non ortodosso, nella sua vera essenza, a manifestare l’originalità e l’energia creativa in quanto tali… e che senza la libertà di esprimere la nostra individualità e unicità, nei nostri modi, qualcosa muore dentro di noi, e il Mondo intorno a noi può diventare meno vivo.

La mia massima solidarietà, per quel poco che può valere, al Giramondo Nudo, e che il futuro gli possa regalare un Mondo in cui possa vivere la sua libertà in armonia con le libertà di tutti.

Bullismo in Giappone – Un approccio antropologico

Libro sul bullismo in Giappone.
L’autore si chiama Sugeno Tateki (菅野盾樹) mentre il titolo, tradotto, suona Bullismo – Antropologia della classe scolastica (いじめ 学級の人間学).

Già pubblicato nel 1986, questa è una versione ampliata del 1997. In realtà è identica a quella precedente, non fosse per l’aggiunta di tre capitoli che, tra l’altro, si limitano quasi solo a ribadire il già scritto.
L’autore è laureato in filosofia e docente della stessa.
Forse è per questo che le quasi trecento pagine del volume sono soprattutto libere riflessioni sull’argomento, a volte estrapolate da aneddoti di fonte giornalistica, molto più di rado confortate da statistiche, tra l’altro citate in maniera molto rapida e a conferma delle tesi dell’autore.
Insomma, le basi empiriche sono esili, ma c’è da dire che tutto questo lo stesso autore lo ammette nella postfazione, anche se un po’ di soppiatto.

Nonostante lo spessore (fisico) del volume, la tesi principale è riassumibile in pochi concetti. Stando all’autore il bullismo scolastico nasce dall’incontro di due fattori:
1) Una tendenza intrinseca nella socialità umana alla persecuzione degli elementi minoritarî del gruppo
2) Il sistema scolastico di massa, organizzato per gruppi omogenei (le classi scolastiche) e irregimentati.
Il secondo fattore, storico, amplificherebbe il primo, transtorico, portandolo agli eccessi che la cronaca giornalistica tanto volentieri racconta.
Personalmente potrei condividere l’idea, ma resta il già citato problema della carenza delle basi empiriche.
Per quanto riguarda il primo fattore, Sugeno si rifà all’antropologia strutturalista, in particolare a Edmund Leach, esplicitamente citato: l’uomo classificherebbe le cose del Mondo (ad esempio gli animali) basandosi sull’individuazione di elementi ambigui, non classificabili, simbolicamente identificati con la sporcizia e l’impurità, i quali assolverebbero una funzione di capro espiatorio utile per mantenere compatto il gruppo. L’autore riporta quindi numerosi casi di bullismo in cui le vittime verrebbero appunto identificate come sporche o impure, o perseguitate tramite “rituali” che ribadirebbero tali etichette.
C’è da dire che pur di far rientrare tutti i casi in questo schema alcuni esempî risultano un po’ tirati pei capelli, cosa tipica delle spiegazioni monocausali…
Probabilmente anche per questo nel libro non c’è traccia alcuna di analisi differenziali: in base al tipo di scuola, o alla geografia (città vs provincia), o al reddito, o all’ambiente familiare, o al genere, o alla fascia d’età e così via. Ma questo è tipico di molta intellighenzia giapponese, che percepisce come scontata l’omogeneità sociale nipponica; o forse è tipico in genere degli studî sul bullismo, non solo nipponici.
È un peccato, perché prima di concludere che il bullismo è tipico della natura umana e/o dell’ambiente scolastico, sarebbe proprio da verificare se sia o meno uniformemente diffuso in tutte le scuole, in tutti i gradi scolastici, a parità di reddito, di area geografica e così via…

Due punti notevoli invece differenziano il lavoro di Sugeno da altri consimili.
Il primo è la definizione del bullismo come una forma di discriminazione (差別).
Un’impostazione originale, che in parte rivela l’approccio progressista dell’autore, e che lo porta a includere come bullismo anche quei casi in cui la vittima non soffre o addirittura non si percepisce come tale. È un’impostazione verso cui provo molte perplessità, come sempre quando si parla di vittime inconsapevoli di esserlo, da definire come tali da terzi (di solito in posizione d’autorità).
Il secondo punto è l’insistenza dell’autore sul ruolo degli insegnanti.
Ma non nel senso di responsabilità, bensì di partecipazione al bullismo, come istigatori, o perpetratori o anche (più di rado) vittime.
Qui Sugeno fa una delle poche annotazioni storiche sul dibattito giapponese riguardo al bullismo: se inizialmente (a partire dai primi anni Ottanta) si parlava soprattutto delle vicende, del retroterra, del carattere di bulli e bullizzati, da un certo punto in poi invece si è levato un fuoco di fila spietato contro scuole e docenti, rei principali per non prevenire (se non direttamente insabbiare) il bullismo. Questo tipo di pretesa perché gli insegnanti perché “facciano qualcosa” Sugeno non la vede di buon occhio: presupporrebbe irrealisticamente un ruolo neutro e gestionale da parte dei docenti nei confronti della classe scolastica e di quel che vi succede, ruolo che invece, secondo l’autore, è fin dall’inizio di inevitabile coinvolgimento non neutrale. L’insegnante non può essere arbitro, perché già giocatore.
{ Piccola divagazione. L’annotazione storica sulla messa in accusa della scuola la trovo molto interessante. Personalmente la vedo come probabile sintomo locale di un fenomeno trasversale a molti paesi industriali avanzati, cioè un forte e crescente conflitto tra gestione privatistica (e non più comunitaria) dei figli e gestione pubblica degli stessi, in questo caso da parte di scuole e insegnanti: la rabbia e il sospetto preventivo verso la scuola che insabbia il bullismo, i feroci processi mediatici contro insegnanti maltrattanti o abusanti (spesso ingiustamente accusati), l’intolleranza genitoriale verso il docente che assegna il brutto voto al pargolo potrebbero essere visti tutti come sintomi del logoramento, in alcuni casi della rottura comunicativa tra spazio privato familiare e realtà pubbliche. Ma il discorso sarebbe molto più ampio. }

Tornando in argomento, le soluzioni al bullismo prospettate da Sugeno sono di due ordini.
Una soluzione radicale, di sapore quasi libertario, consisterebbe nello smantellare il sistema scolastico.
Se è la scuola a far da brodo di coltura per le peggiori forme di quel bullismo in nuce dell’umano consorzio, si elimini la scuola.
Qui Sugeno fa notare che, dopotutto, la scuola di massa è un’istituzione relativamente giovane (in Giappone, come in molti altri paesi, data all’ultimo quarto del XIX secolo), e nulla obbliga a immaginarla come eterna. Sugeno non sta facendo proposte nuove: la descolarizzazione della società è stata sostenuta almeno a partire dagli anni Settanta da numerosi pensatori, di cui Ivan Illich resta forse solo il più noto.
Sugeno si rende tuttavia conto di come una descolarizzazione sia difficilmente realizzabile nell’attuale.
La seconda soluzione consiste quindi in interventi e iniziative che in qualche modo tamponino e prevengano le degenerazioni peggiori del bullismo.
Per Sugeno il sistema migliore è che nelle scuole di bullismo se ne parli, se ne parli agli studenti e tra gli studenti: portare a galla il problema, estrarlo dal subconscio collettivo rendendolo visibile alla consapevolezza dei ragazzi, vittime e aggressori, sì che si possa sciogliere.
Dopo aver sottolineato che anche gli aggressori vanno ascoltati, perché vittime della propria emotività, e anch’essi sofferenti nel bullismo, Sugeno ribadisce la sua perplessità nel dare agli insegnanti stessi gli strumenti di contrasto, vedendo con più favore l’introduzione nelle scuole di consulenti esterni specializzati. In ogni caso l’autore sostiene con una certa chiarezza l’inefficacia, anzi, la dannosità di soluzioni di tipo disciplinare e autoritario. Probabilmente è anche da questo che deriva la sua sfiducia nel ruolo del docente.
Tra l’altro, credo che in questa seconda soluzione emerga ancor più l’approccio progressista o, meglio, liberal di Sugeno, che va a ricalcare concetti e termini tipici dell’approccio “di sinistra” anglosassone alle questioni sociali: “creare consapevolezza” (raise awareness), “migliorare l’autostima” dei ragazzi (improve self-esteem) e così via.
Se condivido il rigetto per soluzioni di tipo autoritario, non posso tuttavia tacere una certa perplessità per quelle di stampo per così dire culturale, spesso belle dichiarazioni d’intenti ma scarsamente incisive sul piano concreto, con la loro convinzione che bastino le parole per (o siano le stesse a) cambiare la realtà.
In ogni caso l’autore accenna anche ad alcuni interventi concreti per rendere meno totalizzante il sistema scolastico giapponese, tra cui la riduzione delle dimensioni delle classi (che in Giappone arrivano tranquillamente a contare anche quaranta alunni), o una maggior facilità per i ragazzi nel cambiare scuola.

Del tutto assente dal libro, invece, un’interrogazione (che personalmente troverei basilare) sui motivi per cui la società odierna, dapprima in Giappone e pochi altri paesi e in seguito nel resto del Mondo, ha sviluppato questo vivo interesse, a volte quasi ossessivo, per bullismo e tematiche affini.
Interessante invece, dal punto di vista storico, l’accenno (nei capitoli aggiuntivi del 1997) su come fu a metà anni Novanta che in Giappone ci si accorse con sorpresa che anche in altri paesi (l’autore nomina Svezia e Regno Unito) si conducessero da tempo ricerche sul bullismo. L’Italia e gli Stati Uniti ci sarebbero arrivati solo diversi anni dopo.

Il femminicidio finlandese

Già un mese fa, a inizio aprile 2012, per qualche giorno s’è parlato parecchio del cosiddetto “femminicidio”.
In realtà era il piccolo culmine di un discorso che, nei media e nella rete, stava lentamente salendo da diverso tempo.
Fatti di sangue coinvolgenti donne, quasi sempre vittime di omicidio o tentato tale, riportati con regolarità dai media, con un’attenzione e uno spazio crescenti, ma soprattutto presentati come parte di una narrazione organica e coerente e, quindi, da ricondurre a uno sfondo comune, a un’eventuale causa comune.
Qualche giorno fa, fine aprile-inizio maggio 2012, ecco un altro picco nel discorso, e un piccolo salto di qualità, cogli appelli alla politica e/o la richiesta urgente che la società “faccia qualcosa”.
Forse è il caso di provare a fare il punto della situazione, e magari farsi qualche domanda, anche considerando che il discorso pubblico in merito potrebbe tenersi ben vivo nei mesi a venire, o addirittura salire ulteriormente in diffusione e intensità.

ricerche effettuate tramite Google per il termine “femminicidio” negli ultimi dodici mesi (cliccare per ingrandire)

Il discorso in rete mi pare caratterizzato da una certa uniformità nei media consolidati e un maggior conflitto d’opinioni nel pubblico (commentatori di quotidiani, tenutarî e commentatori di blog).
In generale, però, mi sembra largamente condivisa la volontà e la necessità di ricondurre il fenomeno a cause proprie della società tutta. Inevitabile, visto che i media avevano implicitamente presentati i singoli fatti come un insieme organico, come capitoli di una storia unica, impostando così una cornice difficile da contrastare. Le opinioni divergono quindi su quali siano le cause di questo fenomeno.
In realtà già il primo punto mi trova scettico, cioè che si tratti di un fenomeno emblematico di più ampie tendenze sociali.
Le cause che ho visto più spesso evocate sono le seguenti: la cultura maschilista arretrata che concepisce la donna come possesso; l’educazione italiana, spesso esemplificata dalla mamma chioccia (o castrante), educazione incapace di abituare i figli al rifiuto e all’autonomia emotiva; il profilerare, specie nella pubblicità, di immagini femminili semipornografiche, sessualizzate e oggettificanti.
La terza causa, in realtà m’è sembrata evocata meno spesso delle altre due. E la seconda meno della prima.
E forse è inutile dire che la prima e la seconda potrebbero essere etichettate come spiegazioni rispettivamente “femminista” (è colpa del maschilismo italiano) e “maschilista” (è colpa dell’educazione mammista italiana). L’etichettatura è sicuramente grossolana e semplicistica, ma comunque specchio del dibattito in corso, che di per sé non sembra tendere a eccessivi livelli di raffinatezza, bensì a smuovere emotivamente e polarizzare per identità contrastanti: è in corso una guerra che produce morti, bisogna decidere se stare da una parte o dall’altra, non si accettano compromessi, tentennamenti, obiezioni o domande.
Vale la pena sottolineare che le due ipotesi, quella “femminista” e quella “maschilista” identificano solo grossomodo una demografia di sostenitori divisa per genere sessuale: anche se in minoranza, si sentono voci di donne avanzare l’ipotesi “maschilista”, o voci di uomini quella “femminista.
Ma soprattutto bisogna sottolineare con forza che nel discorso ufficiale, a parte qualche sparuta eccezione, predomina in maniera schiacciante la prima ipotesi, quella che chiama in causa l’italico maschilismo e che presuppone al fondo una netta contrapposizione di genere, tra la donna vittima e il maschio aggressore, quest’ultimo implicitamente spalleggiato dall’intera popolazione maschile o dalla sua gran parte.
La petizione che nasce e circola in rete è in tal senso significativa fin dal suo titolo, ovvero Mai più complici; petizione scritta da donne, che evidentemente si presentano come portavoci di tutte le donne, per chiedere  “agli uomini [tutti] di camminare e mobilitarsi con noi, per cercare insieme forme e parole nuove capaci di porre fine a quest’orrore”.

Chi non si mobilita è un complice. A questo punto però non è ancora molto chiaro in cosa dovrebbe consistere, materialmente, questa mobilitazione.
Ma nell’impostazione generale del discorso e nel proliferante dibattito in rete è un’altra la cosa che ho visto spesso fare, e che ho trovato assai discutibile.
Si tratta della confusione flagrante tra due piani, quello dell’analisi dei fatti e quello del giudizio di valore.
Nell’interrogarsi e discutere sulle cause di questi omicidî, ho notato che determinate ipotesi vengono automaticamente squalificate come “giustificazioni per chi uccide le donne”.
In pratica sarebbe corretto affermare che le uccisioni di donne sono l’effetto diretto di una mentalità maschile diffusa, sono prodotti da un problema sistemico di tutta la società; e sarebbe invece scorretto affermare che si tratta di casi singoli, probabilmente ognuno con cause proprie, ma comunque cause che restano individuali (raptus improvvisi e imprevedibili; cecità indotta da gelosia o angoscia d’abbandono; incapacità di frenare la propria violenza).
Il problema è che qui correttezza e scorrettezza non sono misurate sui fatti.
Se un uomo uccide una donna, le cause precise e concrete dell’evento stanno nella testa del colpevole e nel contesto immediato del quotidiano che circonda lui e la vittima, che si spera gli inquirenti sapranno districare; se poi esista un contesto più ampio, questo eventualmente ce lo dirà chi studia la società, si spera lavorando seriamente e con rigore.
Questo significa analisi dei fatti. E finché i fatti non vengono indagati direttamente, non c’è molto da dire, a parte le ipotesi da bancone del bar (o salotto tv, o da forum/blog internettiano).
Il giudizio di valore è un’altra cosa. E non si può escludere a priori un’ipotesi a favore di un’altra solo perché quella sembra essere un alibi morale mentre questa no. Specie poi se si desidera che la responsabilità individuale, soprattutto in tribunale, resti ferma anche a prescindere dal contesto sociale.
Non si dovrebbe neanche rammentare che il richiamo alle “colpe della società” sono servite a lungo (almeno secondo alcuni) proprio per giustificare, e condonare, i colpevoli d’ogni tipo di delitto: “Vostro onore, è vero che ho ucciso la mia donna, ma che ci volete fare, è la società maschilista che mi ha portato ad agire così, è il sistema del patriarcato che ha armato le mie mani, e le ha mosse il testosterone cui mi condannano i miei cromosomi. Potete forse considerarmi colpevole?”
Che una causa ipotetica suoni come giustificazione è una questione di prospettiva.

In realtà si capisce che la questione è soprattutto di tipo politico, se non ideologico, per affermare prima di una qualunque analisi dei fatti la prospettiva secondo cui, sì, queste 100-120 donne uccise ogni anno sono vittime non solo dei loro assassini, ma d’un sistema culturale più ampio.

Eppure non servono nemmeno grandi ricerche per farsi almeno un’idea vaga su qual è l’ipotesi più fondata.
Basta un po’ di banale, gelida statistica: 100-120 vittime l’anno possono essere indubbiamente una tragedia enorme per chi vive direttamente l’evento ma, su una popolazione femminile di 30.000.000 (trenta milioni) sono ben lungi dal costituire un fenomeno. O, soprattutto, da permettere di ipotizzare cause sistemiche.
Eppure ho letto, nelle settimane passate, commenti parlare di “massacro”, “ecatombe”, “strage”, “eccidio” o addirittura “sterminio”.
Ma allora cosa dovremmo dire, per fare il primo esempio che mi viene in mente, dei suicidî femminili che, annualmente, di vittime ne mietono dieci volte di più, ovvero circa un migliaio l’anno?

Il ricorso alla statistica produce spesso un’immediata obiezione.
Si dice: d’accordo, contando a freddo le cifre sull’intera popolazione, forse le vittime non sono così tante; sono però la punta visibile di un iceberg sommerso fatto di violenze maschili e di disprezzo della donna che attraversano l’intero corpo sociale; si parte dalla pubblicità con le cosce al vento e si va su su sino allo stalking, allo stupro, e all’omicidio, e quest’ultimo non è disgiunto dal resto, è solo l’ultimo inevitabile anello di una tragica catena di misoginia.
Può essere. L’obiezione ha una sua logica. Ma anch’essa si rivela debole alla prova dei fatti, come ora cercherò di mostrare.
Al di là delle cause evocate, mi pare si dia per scontato che questi omicidî di donne siano un problema soprattutto italiano, in quanto appunto prodotto finale della condizione della donna in Italia che, rispetto agli altri paesi d’Europa, non è certo delle migliori. Anche in questo caso le cifre non mentono: per indipendenza economica e accesso al lavoro delle donne, l’Italia non brilla.
Ma per i cosiddetti femminicidî, come stanno le cose?
La petizione che ho già citato afferma recisamente che “un paese che consente la morte delle donne è un paese che si allontana dall’Europa e dalla civiltà”. In Europa non si uccidono le donne, par di capire.
Eppure tra giornalisti ed esperti, almeno tra quelli che ho letto in questi giorni sull’argomento, nessuno ha mai anche solo provato a operare un confronto effettivo con l’estero.
Ma si sa che i proclami fanno effetto, mentre le indagini richiedono tempo e pazienza.

E allora la ricerca me la sono fatta io.
I dati li ho ricavati da un documento del Ministero dell’Interno, che a sua volta li prende dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Mi auguro siano sufficientemente attendibili.
I dati riguardano i morti per omicidio nei paesi dell’Unione Europea tra il 1982 e il 2002. È un periodo sufficientemente lungo per consentire delle considerazioni generali.
Con questi numeri ho prodotto due grafici.
Il primo riguarda il numero di donne uccise o, più precisamente, il tasso di donne uccise ogni centomila abitanti.
Tra tutti i paesi disponibili, ho limitato il confronto a Italia, Francia, Germania, Svezia e Finlandia. Francia e Germania in quanto tra i maggiori paesi europei. Svezia e Finlandia perché noti per le loro politiche particolarmente attente riguardo alle istanze femminili e femministe.

Direi che i dati parlano da soli.
L’Italia si attesta nella media degli altri paesi, anzi, persino un po’ più in basso rispetto a Francia, Germania e Svezia. La civile Germania, a inizio anni Ottanta, aveva un tasso di donne uccise doppio rispetto a quello dell’arretrata Italia, per dire.
Soprattutto va notato che il tasso italiano è più o meno simile a quello attuale, e si sta parlando di dati che partono da trent’anni addietro. Il cosiddetto “recente aumento di femminicidî in Italia” di cui si parla in queste settimane è verosimilmente nient’altro che una fluttuazione periodica, inevitabile quando ci si focalizza solo su una manciata d’anni. Nel complesso la situazione italiana è stabile, e non da poco tempo.
Notevole invece la performance finlandese. E si tratta di un record anche a confronto con gli altri paesi dell’Unione Europea. Un tasso, a seconda dei momenti, siano a quattro o cinque volte superiore a quello italiano.
Il paese in cui si uccidono più donne, in Europa, non è la maschilista Italia, bensì la femminista Finlandia.
La patria europea del femminicidio non è l’Italia, ma la Finlandia.
Questo dovrebbe farci concludere, come immagino alcuni vorranno fare, che “il femminismo militante in politica aumenta le morti delle donne”? I maschî finlandesi uccidono le donne come reazione alla loro emancipazione?
Non direi, visto che la Svezia, che come femminismo militante ha pochi paragoni in Europa, mostra un tasso di donne uccise ben inferiore alla confinante Finlandia, e in linea col resto dell’Unione.
Se ci sono delle cause, vanno trovate altrove.
Il punto è che la Finlandia sconta un tasso d’omicidî molto molto alto sia per gli uomini che per le donne. La Finlandia è il paese dell’Unione in cui si uccide di più. Giocoforza sono tante anche le vittime femminili.
E, almeno da quanto ho letto in giro, pare che tra le cause ci sia il consumo eccessivo di alcool combinato con l’ampia disponibilità di armi da fuoco.

Il secondo grafico confronta il tasso di omicidî diviso per i generi delle vittime: quanti uomini muoiono in più rispetto alle donne nei varî paesi?

Anche qui i dati sono piuttosto chiari.
Nella macabra uguaglianza degli assassinî, vince la Germania, paese in cui la quantità di donne e uomini uccisi tende a equipararsi.
È in Italia, invece, che la sperequazione è maggiore.
L’Italia, nell’Unione Europea, è il paese in cui vengono uccisi molti più uomini che donne o, se si vuole, molte meno donne che uomini.
La linea relativa all’Italia, si noterà, subisce una lenta ma costante ascesa a partire dagli anni Novanta. Ma come si capisce dal primo grafico, non dipende da un aumento di donne uccise, bensì da un calo di vittime maschili.
E in ogni caso si tratta di una variazione che la porta in linea col resto dell’Europa, quell’Europa che, almeno così ci dicono, dovrebbe tollerare meno dell’Italia le donne uccise.

A questo punto si può tornare alle domande principali, e magari provare delle risposte.
Se gli omicidî di donne sono frutto di una cultura maschilista, l’unica è ammettere che in Italia c’è molto meno maschilismo che nel resto d’Europa, visto che nel resto d’Europa si uccidono più donne, e visto anche che in Italia si uccidono molte meno donne che uomini.
Oppure, in alternativa, se si ritiene che invece l’Italia sia un paese effettivamente maschilista (e personalmente ritengo lo sia, almeno per buona parte), bisogna ammettere che questo non è legato al numero di donne uccise, le quali, altrimenti, dovrebbero essere molto più numerose che nel resto d’Europa.
O il maschilismo italiano non ha nulla a che vedere col numero di donne uccise, oppure l’Italia è meno maschilista del resto d’Europa. Non ci sono molte alternative.

La domanda diventa quindi questa: perché mai in Italia un fenomeno statisticamente minoritario, costante nel complesso, e meno grave che nel resto d’Europa, ha assunto un’importanza così di primo piano, producendo una tale mobilitazione mediatica, col tentativo connesso di produrre un’altrettanta mobilitazione politica?
La domanda potrebbe restare in eterno sospesa.
Risolverla significherebbe riuscire a spiegare come mai succeda che la società, di punto in bianco, subisca violente eruzioni allarmatistiche che si dileguano con altrettale rapidità, imponendo all’attenzione pubblica paure, reali o fittizie che siano, che poi vengono sùbito dimenticate. La lista dei casi potrebbe esserelunga: si va dal bullismo su YouTube agli stupratori rumeni (o qualunque altra categoria d’immigrati) ai pitbull assassini, e così via.
Quel che resta a tutt’oggi inspiegato è cosa spinga in determinati periodi determinati allarmi a emergere e altri a restare dominio di pochi specialisti e attivisti.

Dunque, perché proprio ora l’allarme femminicidio, e non cinque o dieci o venti anni fa?
Provo tuttavia ad azzardare alcune ipotesi.
Non c’è dubbio che l’allarme femminicidio germina sull’onda lunga del dibattito sulla condizione femminile in Italia, alla ribalta nel discorso pubblico ormai da qualche anno.
Il nuovo dibattito pubblico sulla donna è partito e si è mosso lungo diversi filoni principali, cavalcati da diverse parti politiche. Tra gli altri: la questione del lavoro, dell’indipendenza economica, delle risorse dedicate in tal senso dallo Stato; la questione dell’immaginario pubblico: le pubblicità, gli spettacoli televisivi, le narrazioni giornalistiche, spesso imputati di “svilire l’immagine della donna”, ridurla a “oggetto sessuale”, a rinchiuderla in “stereotipi”; la questione, non certo di oggi, della violenza sulle donne: la violenza domestica, la violenza sessuale, e le donne uccise.
Questi filoni non sono necessariamente contrapposti e tuttavia, a rischio di tagliare l’analisi coll’accetta, è possibile ricondurli alla destra o alla sinistra, specie nelle contromisure auspicate.
La sinistra ha battuto soprattutto il tasto del lavoro e la richiesta d’interventi pubblici in tal senso (sostegno alla maternità, ecc); ha poi giocato, almeno sino allo scorso governo, e in maniera alquanto spregiudicata, sulla questione dell’immagine femminile, e su una rumorosa condanna alla pubblica esibizione di carni, rumorosa tanto da bordeggiare un moralismo che anche nella stessa sinistra non è stato sempre ben digerito.
La destra tuttavia non è certo stata a guardare, anzi: mi sorprende che spesso si dimentichi come ad esempio la nuova legge sullo stalking e tutta una serie di inasprimenti penali in materia di violenza sessuale siano stati promossi con fervore proprio dal governo Berlusconi e dalla sua ministra Carfagna, forse anche per l’esigenza forte di ripulirsi un’immagine non proprio lindissima, almeno per l’opinione pubblica corrente, in termini di “rispetto della donna”.
Fatto sta che, a qualche mese dal tramonto del governo Berlusconi e del suo licenzioso caravanserraglio, e dal probabile tramonto definitivo di tutto ciò che il berlusconismo ha rappresentato, anche in termini d’immaginario collettivo (quello che parte sin da Drive In e tramite le veline arriva al famigerato bunga bunga), ora la battaglia principe per i diritti femminili è quella sul femminicidio, cioè su fatti atroci esposti all’orrore della pubblica opinione per chiedere nuove fattispecie di reato, inasprimenti delle pene, “carte etiche” per i media, cioè misure di legge, ordine e controllo di tipo sostanzialmente repressivo, per difendere una donna vista come vittima debole bisognosa di tutele speciali.
E dunque, l’allarme femminicidio come vittoria di un discorso di destra?
Forse, ma si deve comunque tener conto che la lotta alla violenza sulla donne è stata e resta una bandiera tradizionale anche della sinistra, con una differenza non tanto sul merito ma sui metodi di contrasto. Laddove la destra chiede sbarre e catenacci, la sinistra solitamente chiede (anche) educazione e una nuova cultura.
Più probabilmente l’allarme femminicidio è un sintomo dei pochi risultati concreti che la grande mobilitazione femminile di questi ultimi anni ha ottenuto ricorrendo a sistemi ordinarî, di qui la necessità di buttare sul piatto carichi più pesanti, di giocare le carte dei cadaveri, del sangue, della morte.
O ancora, forse, si tratta del ricorso a un argomento capace di raccogliere con facilità (chi mai, specie negli apparati mediatici ufficiali, oserebbe sminuire la gravità di una strage di donne?) un consenso altrimenti molto più arduo da ottenere in una situazione piuttosto frammentata.
In ogni caso, l’allarme femminicidio lo vedo soprattutto come segno di disorientamento o comunque debolezza da parte dell’attuale movimento femminil-femminista, dove le proposte concrete o mancano o non riescono ad avere sufficiente efficacia.

Ma non è nemmeno scontato che questo allarme non riesca a contribuire al raggiungimento di qualche scopo, anche se di poco e anche se quelli cui è stato associato restano parecchio fumosi. Come già detto, non si capisce in cosa dovrebbe consistere concretamente la “mobilitazione degli uomini”; “cambiare la cultura del paese” è una frase facile a dirsi ma che in pratica significa tutto e niente.
Forse ci sarà qualche inasprimento delle pene. Ci sarebbero sicuramente già stati se vivessimo non sotto un governo tecnico ma uno politico, uno di quelli solerti nel dimostrare al popolo votante di “fare qualcosa” e combattere il male.
In ogni caso, col tempo, lentamente, forse molto lentamente, non dubito che sulla condizione femminile l’Italia arriverà ad allinearsi agli altri paesi.
Aumenterà l’occupazione femminile. Sempreché tutto il sistema economico non imploda, ovviamente, e allora non resteranno che macerie da raccogliere, per maschî e femmine al contempo.
Un po’ alla volta spariranno quelle pubblicità e immagini pubbliche reputate “lesive della dignità della donna”, “sessualizzanti”, “oggettificanti” e così via. Ma questo è un trend che ormai da tempo coinvolge tutti i paesi industrializzati, e a cui l’Italia si sta solo aggiungendo, da buona ultima.
Gli omicidî di donne tuttavia non caleranno.
Perché, come si è visto, è già fenomeno minimo e ormai stabile da decennî, e slegato dal contesto sociale.
Semplicemente, una volta che saranno risolte le questioni femminili sentite come più pressanti nella quotidianità diffusa (il lavoro, le immagini pubbliche), non se ne parlerà più. Perché allora, dal punto di vista politico, non sarà più un’arma utile cui far ricorso.

Cose turche (e armene)

Quattro pensieri sulla disputa Turchia-Francia, a proposito della criminalizzazione messa in opera da quest’ultima contro chi negherà il genocidio armeno (o presunto tale, appunto per chi lo nega), secondo una legge in approvazione per il prossimo anno (2012).

1)
La definizione di genocidio è tutt’altro che pacifica, gli stessi storici ne dibattono.
C’è il problema della scelta dei parametri (morti, deportazioni, coinvolgimenti delle istituzioni, stato di guerra, risposte delle vittime, tempi di svolgimento, ecc.) e le soglie degli stessi.
Una volta stabiliti parametri & soglie, resta difficile capire se una situazione specifica vi corrisponda o meno.
Per dire: in quel terribile garbuglio che sono stati i conflitti dell’ex Jugoslavia di circa vent’anni fa, dove si fermava la guerra “normale” e dove cominciava il genocidio, o gli eventuali tentati genocidî? La progressiva e imponente contrazione demografica (e disgregazione culturale) dei cosiddetti nativi americani in seguito all’avanzata della frontiera degli Stati Uniti, calo avvenuto nel corso di secoli, possiamo chiamarlo genocidio? Si può parlare di genocidî per epoche in cui tale concetto era assente? E così via.
Non sono problemi semplici. La possibilità di dare una definizione inoppugnabile di “genocidio” è pari a quella di altri concetti storici quali “rivoluzione”, “progresso”, “invasione”, “terrorismo”, e tanti altri, dove giocano più le interpretazioni che i fatti.
Non è facile ma nemmeno impossibile stabilire quanti individui siano morti e dove in un determinato arco di tempo e a opera di chi. Molto di più se per quei morti si tratti di genocidio, o “semplice” strage, o atto di guerra, o esito involontario di altre (pur discutibili) politiche, e così via.
Ma soprattutto: le difficoltà di stabilire e poi applicare dei parametri per individuare i genocidî sono sin dall’inizio intrecciate con le (volute o meno, poco importa) implicazioni politiche del presente rispetto al modo in cui si scrive la Storia del passato, prossimo o remoto.
La definizione e l’individuazione dei genocidî è di per sé opera molto meno neutrale di quanto si vorrebbe o di come viene proposta.

2)
Si capisce quindi perché è poco sensato operativamente (mancanza di criterî oggettivi) e discutibile moralmente (implicazioni politiche attuali) affidare alle leggi dello Stato e alla giustizia dei tribunali la definizione di cosa sia genocidio, e la punizione per chi neghi i fatti storici su che il potere statale riconosce di volta in volta come tali, su cui appone questo bollino di speciale protezione rispetto al dibattito pubblico.
Lo Stato andrebbe ad affermare che su determinati (e non su altri) sanguinosi fatti del passato la sua è l’ultima parola, rispetto cui la ricerca storica e le opinioni individuali non possano e non debbano avere più nulla da aggiungere, obiettare, rivedere.
E come già detto al punto uno: il problema non sta tanto (o solo) dal lato dei fatti, ma primariamente da quello dell’interpretazione.
Molte delle leggi contro i cosiddetti negazionismi non colpiscono, come si potrebbe credere, solo coloro che negano che determinati fatti siano avvenuti, ma anche determinate interpretazioni degli stessi, cioè quelle che sono definite cme “giustificazioni o minimizzazioni”.
Uno storico potrebbe ammettere che, cent’anni fa, l’allora governo Turco fu responsabile della morte di centinaia di migliaia di armeni, ma al contempo potrebbe negare, sulla base di determinate argomentazioni (stato di guerra, situazione non asimmetrica, mancanza di obiettiva volontà politica sterminazionista), che si tratti di genocidio, nel senso tecnico del termine.
La posizione ufficiale turca sulla questione armena è in effetti questa: sono avvenute deportazioni e morti, ma non tali che si possa parlare di genocidio.
Questa posizione del governo turco è sbagliata nel merito e moralmente ripugnante? Può essere. Io non sono uno storico: so pochissimo di quei particolari fatti, non avrei quindi modo di giudicare. Al massimo potrei farmi un’idea vaga. O fidarmi di determinati storici, o di altri, o tener conto della presenza d’opinioni divergenti. Oppure constatare la presenza di un consenso stabilito, e quindi ancora interrogarmi se sia fondato o meno. Eventualmente sollevare i miei dubbî al proposito. E così via.
Ma appunto: di problemi di questo tipo dovrebbero occuparsene storici e studiosi, rispondendo eventualmente alla propria coscienza o alle obiezioni e i dubbî del pubblico generico, ma non ai governi, agli Stati, ai tribunali.

3)
Immaginiamo se, intorno al 2080, la Finlandia stabilisse per legge che è reato negare il genocidio rwandese del 1994.
Cambierebbe qualcosa per le centinaia di migliaia di persone morte in Africa, un evento che allora risalirà a generazioni addietro?
Tanto per capire quanto sia grottesco che un governo, quello francese, legiferi oggi su fatti avvenuti a migliaia di chilometri e quasi cent’anni di distanza.
Ovviamente le implicazioni, come già detto sono altre: le implicazioni della politica-spettacolo dello Stato forte che “combatte il razzismo” e “sta dalla parte delle vittime”, operazione in questo caso a costo minimo, trattandosi di fatti di quasi un secolo fa e d’un altro continente; le implicazioni dei rapporti internazionali (Turchia-Europa; “Oriente”-“Occidente”), un gioco delicato che si muove anche, com’è sempre avvenuto, dietro al codice cifrato dell’appropriazione statale di pezzi di Storia.
La legge che punisce il genocidio ormai dimenticato è come il monumento posto al confine della Grande Guerra, è come la corona d’alloro lasciata ai “caduti della patria”, è come la mostra celebrativa dei popoli sterminati in quelle che ora sono ex colonie, è come il film educativo proiettato nelle scuole su cui poi scrivere un bel tema in classe pieno di pensiero edificanti e di fratellanza per l’umano genere, quelli che il docente vuol sentirsi dire.
Con la differenza che monumenti, corone d’alloro e mostre varie costano, ma almeno non servono a far scattare manette per reati d’opinione.
E poi c’è la questione dei risarcimenti, ineludibile nella temperia odierna, in cui la vittima è sacra e tutto le è dovuto. Un governo che riconosca la responsabilità dei suoi predecessori in genocidî o simili si rassegna a spalancare la porta a parenti e, in questo, discendenti, pronti a chiedere compensazioni. Cospicue compensazioni, com’è regola del caso.
E qui mi chiedo: ha davvero senso che un individuo riceva tanto denaro o beni da poter permettersi di non lavorare per il resto della propria vita per fatti, per quanto deplorevoli, subiti dal nonno o dal bisnonno, parenti che magari non ha nemmeno mai conosciuto?
Forse converrebbe anche a me lanciarmi sùbito alla ricerca di qualche antenato perseguitato…

4)
La controparte della Francia che vuole vietare il negazionismo del genocidio armeno non è la Turchia che non riconosce tale genocidio.
La controparte è il famoso (o famigerato) Articolo 301 del codice penale turco che punisce gli insulti alla Turchia o a tutto ciò che è turco.
Ne è il complemento, opposto nei contenuti ma uguale nello spirito, nelle origini, negli obiettivi.
Si tratta in entrambi casi di leggi secondo cui il potere pubblico debba e possa avere la prima e ultima parola su questioni di opinioni e interpretazioni, storiche e non.
Si tratta, fondamentalmente, di leggi che stabiliscono reati d’opinione, di leggi che si giovano degli strumenti coercitivi della forza pubblica, strumenti reali, attuali e presenti, usati contro rischî paventati e incerti di violenze future (il razzismo, la disgregazione nazionale), attraverso la chiusura d’autorità di eventuali dibattiti su violenze del passato lontano, se non remoto.
Si tratta di leggi non dissimili, anzi, identiche nello spirito a quelle sul vilipendio alla bandiera, sulla lesa maestà, o su bestemmie e blasfemia laddove le religioni piegano al proprio servizio il potere pubblico.
E non stupisce giungano da paesi, Francia e Turchia, dove particolarmente forte, all’origine, storicamente e ancora oggi, è l’idea moderna che lo Stato sia e debba costituire una religione civile, fatta di altari, simboli, cerimonie, atti di fede pubblici e pubblici sacrifici.

Politici (e politiche) che odiano le donne /2

(qui la prima parte)

Nel precedente post riportavo le parole di un politico francese che, parlando della nuova legge sulla prostituzione, diceva che d’ora in poi il fenomeno sarebbe stato considerato “dal punto di vista della violenza contro le donne”.
E un passo fondamentale, in Svezia, per introdurre la nuova legge, è stato proprio quello di ridefinire la questione in tali termini, in termini di genere.
Il problema della prostituzione non è più la moralità della donna che si prostituisce o il danno che il fenomeno causa “alla famiglia” (argomenti classici dell’opposizione alla prostituzione di stampo religioso/conservatore), bensì la violenza, quella operata dal cliente uomo contro la prostituta donna.

In realtà, in Svezia come altrove, un altro importante fattore del nuovo approccio contro la prostituzione, è stato quello del trafficking, o tratta, o traffico di esseri umani.
Si potrebbe qui fare una lunga divagazione, ma basti segnalare che l’imporsi di un discorso pubblico sulla tratta di esseri umani ha avuto la non piccola utilità per la sinistra politica, in Italia, in Europa, negli Stati Uniti, di impostare una propria posizione sull’immigrazione finalmente digeribile anche dalla gran parte della popolazione che, in tempi di economia traballante e (presunti?) scontri di civiltà, l’immigrazione non la vede affatto di buon occhio, oppure la accoglie con non pochi brontolî.
Se tradizionalmente la destra avversa l’immigrazione, legale o illegale, sulla base del vecchio immaginario degli “stranieri che ci rubano il lavoro e ci stuprano le donne”, ora anche il campo opposto può coltivare un proprio discorso allarmistico in materia, pur se di segno apparentemente inverso: l’immigrazione è un male perché è un commercio di nuovi schiavi.
È qui che si aggancia la questione della prostituzione.
L’immagine tipica della prostituta e quella dell’immigrato/a tendono ora a coincidere, e coincidono sotto il segno della vittima.
Chi si prostituisce, dunque, presenta le seguente caratteristiche:
1) Donna
2) Dapprima straniera vittima dei trafficanti di esseri umani.
3) Ora schiava dei “protettori” e oggetto di violenza dei clienti.

Non serve molta fantasia, in realtà, per immaginare anche altre tipologie.
Oltre alla prostituzione su strada esiste anche quella d’appartamento, quella d’alto bordo, quella che viaggia su internet.
Inoltre, man mano che ci si allontana dal marciapiede e si sale negli attici di lusso dei centri città, o ci si sposta nei villoni di periferia, l’equazione dello sfruttamento a senso unico tende a entrare in crisi fin quasi a rovesciarsi.
Per dire: nel guazzabuglio di corruzione, concussione, cene a sfondo erotico e scambî di favori che ha coinvolto il capo dell’ormai ex governo, chi sfruttava chi? Era il lubrico vecchio satiro che, forte del suo potere economico e politico, elargiva denaro e favori in cambio di sesso giovane? O erano le fanciulle che usavano i loro corpi come arma impropria per aprirsi facili scorciatoie verso la scalata sociale? Da quale parte sta, in questo caso, la vittima? O entrambi i lati sono da considerare colpevoli?
Più in generale: si può davvero dire che la prostituzione sia sempre e invariabilmente un’estorsione di sesso in cambio di denaro? O ci sono casi in cui è valido il contrario, ovvero un’estorsione di denaro in cambio di sesso? Se la differenza c’è, come discriminare?
Si consideri ad esempio quanto segue, casi ignoti per la pubblica opinione, perché fonte di disagio, di vergogna: ovvero i molti disabili, o individui con deformità gravi, che ricorrono proprio alla prostituzione per avere quel conforto fisico che in altro modo difficilmente (o forse mai) potranno ottenere; perché oggettivamente svantaggiati, anche in questo campo, rispetto alle persone “normali”. Ecco, in questi casi: qual è la parte più debole della transazione che scambia sesso con denaro?
È molto, troppo comodo ignorare queste realtà e ridurre l’intero fenomeno del sesso a pagamento a una manifestazione dell’ignobile mentalità predatrice e oppressiva dei maschi machisti e maschilisti.
E poi ci ancora sono altre regioni, molto vaste, ma che di rado ricevono luce dai riflettori del discorso mediatico e pubblico: la prostituzione maschile, omosessuale e non; tutto il mondo della prostituzione transessuale. Mondi che vengono tenuti in ombra: anche qui per pudore, per disagio, per vergogna, per (mancanza di) convenienza politica; mondi che ricevono spazio quasi solo nelle barzellette, nelle battute da caserma.

E c’è anche da chiedersi: ma quanta parta di questa variegata popolazione è sottoposta al giogo degli sfruttatori? Quante e quanti lavorano, per così dire, in proprio? Quanta è locale, e quanta importata (a forza) dall’estero?
Perché alla fine sono i numeri che contano.
Sarebbe facile dire che esiste anche la prostituzione maschile, anche quella autogestita, anche quella in cui è davvero difficile rinvenire tracce di sfruttamento, e così via; ma se la stragrande maggioranza è fatta di sfruttamento dei (delle) più deboli, di effettiva schiavitù, non avrà forse ragione chi chiede l’approccio più repressivo, quello che persegue i clienti?

È di poco tempo fa un’accurata indagine in materia effettuata da due ricercatori americani.
Riguarda il solo Stato di New York, quindi da prendere con cautela. Ma consente di chiedersi se gli stessi o simili risultati non si otterrebbero anche qui, oltre l’Oceano, e in Italia, a volerli cercare.
I due ricercatori, tra l’altro, hanno affrontato un àmbito della prostituzione percepito come particolarmente spinoso, capace di suscitare reazioni viscerali e immediate nel pubblico più sensibile: l’àmbito della prostituzione minorile.
Un àmbito in cui, poi, si dà ancor più per certa l’immagine di cui sopra: quello della ragazzina schiavizzata dal feroce mercato del sesso, vittima impotente di sfruttatori e clienti.
Ebbene, cosa ha scoperto l’indagine in questione?
Alcuni dati:
– Il 45% di questi ragazzi sono maschî. Quasi la metà, dunque.
– Solo il 10% è alle dipendenze di uno sfruttatore. La stragrande maggioranza “lavora in proprio”.
– Il 45% è entrato/a nel giro tramite amici.
– Il 90% sono cittadini/e americani/e. Non stranieri. Non vittime del crudele traffico dai paesi poveri.
Ovviamente questo non significa che la vita di chi, già giovane, si vende per sesso sia rose & fiori, o sia pari a quella dei coetanei di buona famiglia e dei quartieri agiati, tutt’altro. Spesso si tratta di ragazzi e ragazze fuggiti di casa, alla ricerca di un qualunque mezzo per sostentarsi; o per rifornirsi di droghe da cui dipendono.
Sia quel che sia, le conclusioni contraddicono flagrantemente lo stereotipo della ragazzina straniera schiavizzata e imprigionata.

Ma un altro fatto è ben più interessante, e significativo.
Quando i due studiosi hanno cominciato a presentare i loro risultati alle associazioni e alle agenzie dedicate alla lotta alla prostituzione, si sono trovati di fronte a un muro di difficoltà. Se non di ostilità. Di negazionismo.
Dati che confutavano lo steretipo dominante non venivano accettati.
Perché? Sostanzialmente perché non vendono. Sono dati che non vendono presso una realtà di associazioni ed agenzie specializzate a lavorare primariamente sul lato femminile del fenomeno prostituzione, e che trascurano il lato maschile; e quello, ben più scabroso per la pubblica coscienza, della prostituzione transessuale.
La spinta a ridefinire la prostituzione in un’ottica di rigida divisione di genere (l’uomo contro la donna) bloccherebbe automaticamente qualunque dato -e qualunque intervento- che esuli da questa dicotomia prestabilita.
Sono dati quindi che non vendono soprattutto presso la pubblica opinione, e quindi presso i media e la politica, dati scarsamente monetizzabili in termini di industria editoriale e consenso elettorale, e finanziamenti statali.
E poi si parla tanto di sfruttamento dell’immagine femminile

Il quadro consente di chiedersi quanto sia utile e produttivo portare avanti battaglie sociali e imprese politiche sulla base di dati falsati e, nello specifico, se sia davvero sensato ridefinire, come si sta facendo, la prostituzione unicamente nei termini della “violenza contro le donne”, e affrontarla in tal modo.
Si aggiunga poi che molte prostitute, dopo esser state “salvate” da agenzie & operatori specializzati, ritornano sul marciapiede, e ci tornano perché, a conti fatti, vendersi per sesso a quanto pare risulta meno logorante e più remunerativo rispetto ai lavori ritenuti rispettabili dalla società.
E questo dovrebbe ben dire qualcosa su quali mai possano essere le condizioni di lavoro delle alternative alla prostituzione, specie per chi è straniero/a, o comunque ai margini della società.
Se davvero prostituirsi è tanto terribile (e non c’è dubbio che in molti casi lo sia), come devono essere gli eventuali lavori alternativi, per far preferire, tutto sommato, di vendere il proprio corpo a un cliente del sesso e non a una fabbrica o a un campo di pomodori?
Ma di questo poco si parla, e l’opinione pubblica sembra accalorarsi e indignarsi soprattutto per la cosiddetta schiavitù sessuale, in cui vengono frettolosamente ricomprese tutte le forme di commercio sessuale, con vaghe teorie sul denaro che svilisce le relazioni, mentre molta, molta meno attenzione è riservata per le altre eventuali forme di schiavitù, non sessuali, ma forse ben più terribili, e distruttive.
E allora si capisce che il discorso contro la prostituzione che si presenta come nuovo e dalla parte delle vittime, continua invece a essere soprattutto un discorso di tipo morale, del tutto dentro a quella morale che afferma di essersi lasciato alle spalle.
Un discorso che, affermando di “combattere la violenza”, mira piuttosto a un controllo normativo dei corpi degli uomini e delle donne.
Un discorso, tra l’altro, che puntando il proprio obiettivo punitivo verso il “cliente sfruttatore” ha delle sue conseguenze politiche e sociali ben precise, e tutt’altro che positive…

(…continua…)

Politici (e politiche) che odiano le donne /1

Poco più di un anno fa scrivevo come il sistema svedese contro la prostituzione (in cui prostituirsi è lecito, e criminale è il cliente), avrebbe trovato facile via anche all’estero.
Sbagliavo però a immaginare che il primo paese a seguire l’esempio fuori dell’area scandinava sarebbe stato il Regno Unito, che poi avrebbe fatto da esempio per il continente.
Vero è che, se a tutt’oggi in Italia non ho ancora sentito alcuna voce in merito, nel Regno Unito già se ne sta discutendo. Tuttavia la prima mossa concreta di un paese europeo “di peso” la sta facendo la Francia.

Questo mese dunque il parlamento francese ha approvato all’unanimità una risoluzione vincolante perché si arrivi a una legge sulla prostituzione di tipo svedese. La legge marcerà lentamente, ma pare vedrà la luce nel corso dell’anno prossimo, 2012.
Una legge in cui l’alternativa tra punire la prostituzione o legalizzarla viene spazzata via con un rovesciamento radicale di prospettiva, per cui ora la persona che si prostituisce è classificata sempre e automaticamente come vittima mentre il fruitore della prostituzione è lo sfruttatore, il criminale.
“D’ora in poi la prostituzione viene considerata dal punto di vista della violenza contro le donne, una cosa che è diventata inaccettabile per chiunque”, così afferma un parlamentare francese del partito di maggioranza. Chi paga per ottenere sesso sta compiendo una forma di violenza, non dissimilmente da uno stupratore: questa la teoria.
Ora, mentre il parlamento votava unanime tra centro destra sinistra, conservatori cattolici e femministe furibonde in armonioso accordo, fuori dall’aula, in strada, c’era chi d’accordo non era, c’era chi protestava.
Chi protestava erano, guarda un po’, le prostitute. Le dirette interessate, fondamentalmente.
Ora, che delle prostitute protestino, con grande coraggio tra l’altro visto il tema capace di far rabbrividire anche i meno pudibondi, che le prostitute protestino contro una legge che, nelle dichiarazioni, le “proteggerà dalla violenza”, dovrebbe far riflettere.

Dicembre 2011: prostitute francesi protestano contro la legge che dovrebbe salvarle

Le possibilità sono due: o le donne che protestano s’ingannano su se stesse, o la legge ha tutt’altro obiettivo che quello di “salvarle”.
Evidentemente chi sostiene la legge la pensa alla prima maniera: queste donne non sanno ciò che vogliono.
Ad esempio così si può leggere sul sito di uno dei movimenti di pressione che stanno portando alla legge francese:
“La libertà rivendicata da alcune prostitute è del tutto illusoria, poiché condizionata dai protettori, dalla droga, dalle violenze […] Pagare per accedere alla sessualità, al corpo, all’intimità di una persona che non ne ricambia il desiderio non ha niente a che fare con l’idea di contratto, che si fonda invece sulla libertà e l’uguaglianza. Nel caso della prostituzione, la libertà è illusoria e l’uguaglianza beffata.”
Una libertà illusoria. La prostituta che scende in strada per protestare e reclamare il diritto di gestire il proprio corpo come meglio crede, e che chiede soprattutto la possibilità di farlo in piena sicurezza, senza le minacce di protettori e poliziotti, si illude d’essere libera. Non è in grado di esprimersi sulla propria libertà. Donne che si illudono sui propri stessi diritti. Che non hanno la possibilità di esprimersi sugli stessi, o la cui opinione non viene tenuta in conto alcuno.
Ecco, per me è questa, questa è l’oggettificazione tanto tirata in ballo quando si parla di questioni femminili. Oggettificazione è ritenere la donna una minus habens che, in determinati àmbiti, non ha il diritto di gestire se stessa. Che va difesa da se stessa. Sposta sotto tutela. Perché si illude, poverina.
Fatico a vedere la differenza tra il discorso secondo cui la prostituta non ha diritto di esercitare la propria libertà perché “si illude”, perché in realtà, anche se non se ne rende conto, contribuisce a una violenza contro se stessa; e il classico discorso dello stupratore secondo cui la sua vittima “si illude” di aver sofferto mentre in realtà “le è piaciuto”. In entrambi i casi l’opinione della diretta interessata vale meno di nulla, l’opinione viene squalificata con questo vile metodo, cioè dichiarandola illusoria, e vale solo l’opinione di chi detiene il potere, che sia il potere della violenza fisica o il potere della politica.
Piuttosto si dica apertamente: non ci piacciono le prostitute, ci fanno schifo le troie, sono delle donne zozze e immorali, non devono avere la libertà di offrire il proprio corpo per denaro, in questo caso la libertà delle donne non va rispettata, per noi il denaro sporca l’unione dei corpi e questo nostro personale punto di vista lo dovranno accettare tutti, a colpi di multe e manette.
Almeno sarebbe più chiaro e meno ipocrita, invece di nascondersi dietro il paravento della “difesa della libertà e dell’autonomia della donna”.

(…continua…)