0.0.1.14.1

Oggi, 23 settembre, Equinozio d’Autunno dell’anno 2014.
Mancano 1871359 giorni alla Fine del Mondo.
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Oggi, 21 giugno, Solstizio d’Estate dell’anno 2014.
Mancano 1871453 giorni alla Fine del Mondo.

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Oggi, 21 marzo, Equinozio di Primavera dell’anno 2014.
Mancano 1871545 giorni alla Fine del Mondo.

Meglio non essere mai nati?

ArtofSuppression

David Benatar
Better Never to Have Been – The Harm of Coming into Existence
Oxford University Press, USA, 2008 (256 pp.)

Meglio non essere mai nati, dice il sudafricano Benatar.
Lo fa con un solido (almeno nell’intento) libro di filosofia analitica, non con piagnistei di stampo continentale sul destino rio che opprime le umane genti.

Attenzione, però.
Il titolo può trarre in inganno: il libro non vuole difendere il suicidio, che considera solo incidentalmente, bensì promuovere l’antinatalismo.
Benatar distingue difatti tra vite degne d’essere vissute e degne d’essere iniziate; e fa notare come la distinzione sia già patrimonio del pensiero comune: molti scelgono di continuare a vivere anche con gravi menomazioni, ma altrettanti esiterebbero a mettere al mondo figli con le stesse identiche.
Benatar parte da qui per cercare di dimostrare razionalmente che è dovere morale non mettere al Mondo nessun essere umano (anzi, nessun essere cosciente) perché esistere è comunque un danno rispetto al non venire all’esistenza.
Vivere è un male e prevenire è meglio che curare.
Il ragionamento non è nemmeno troppo complesso: per Benatar esisterebbe un’asimmetria tra chi esiste e chi non esiste rispetto ai beni e ai mali; in particolare chi non viene all’esistenza evita i mali, e questo è un bene, ma non sarebbe un male che in tal modo sia anche privato di possibili beni. Lo dimostra anche il fatto, secondo l’autore, che comunemente non si considera un dovere portare alla luce chi potrebbe godere di molti beni; proprio perché tale privazione non è un male.
La conclusione è che sarebbe sempre meglio evitare di portare all’esistenza nuovi individui: tanto, non esistendo, non ci perderebbero nulla, proprio perché non esistono; mentre esistendo, subirebbero comunque dei danni, per piccoli che siano.

Benatar concede che si possa comunque operare dei bilanci tra i beni e i mali di una vita, e che potrebbe essere accettabile portare all’esistenza individui la cui vita contenga più beni che mali.
Tuttavia ritiene che di norma la vita sia molto peggio di quanto si creda. Questa è la parte più debole del libro, tra l’altro una parte piuttosto ampia, in cui ricorre ad argomenti psicologici di dubbio valore (come del resto tutti gli argomenti psicologici): secondo Benatar, che parla di “sindrome di Pollyanna”, chi afferma di essere soddisfatto della propria esistenza s’inganna e non ha un giudizio obiettivo sulla quantità di mali da cui essa è affetta. Come si possa parlar di mancata obiettività rispetto ai mali e ai beni della propria vita, a me sfugge.

Mi stupisce poi che Benatar non consideri, se non di sfuggita, un argomento che personalmente considero molto forte contro la moralità dell’esistere, ovvero non il danno che si provoca a sé stessi bensì ad altri, umani o animali che siano.
Piaccia o meno, già il mero sussistere di un essere vivente riposa sulla distruzione e la consumazione, spesso condotti con elevati livelli di sofferenza, di altri viventi, e in numero non piccolo. Pare pure che tra tutte le specie viventi l’essere umano sia l’unico a porsi il problema su come sopravvivere senza far troppo male ai suoi simili e ad altri esseri viventi, e questo solo in tempi relativamente recenti… e non nemmeno è chiaro con quanto successo concreto.
Mettere al Mondo un nuovo individuo forse significa, come dice Benatar, produrre qualcuno che subirà inevitabilmente dei danni; a me sembra ben più certo che il nuovo venuto di danni ne produrrà ad altri, che lo si voglia o meno. E non so fino a che punto questi danni possano davvero venir ridotti in maniera accettabile.
Da questo punto di vista forse, sì, corpi celesti d’assoluto silenzio come Mercurio o Plutone potrebbero esser visti come “migliori” rispetto alla sanguinosa Terra.

Se per Benatar mettere al mondo figli è sempre un torto nei confronti degli stessi, non invoca tuttavia leggi draconiane e coercitive che impongano sterilità o aborti universali.
Il suo è più che altro un appello morale all’estinzione volontaria dell’umanità, possibilmente operata per gradi, in modo da garantire meno sofferenza possibile agli ultimi uomini che, soli e privi di sostegno, avrebbero l’impegno di segnare la parola fine sull’ultima pagina della nostra specie.
A muovere Benatar non è l’anelito “misantropico” di certa ecologia, quella che sostiene che l’uomo sia talmente dannoso per l’ambiente che sarebbe meglio eliminarlo dalla faccia della Terra; bensì, dice, un intento “filantropico”: cessare la riproduzione umana per salvare dal danno dell’esistere le possibili future generazioni.
Tuttavia Benatar in più punti afferma come esistere sia un danno non solo per gli esseri umani, ma per tutti gli esseri viventi in grado di avere un grado minimo di percezione dell’esistere, cioè, pare di intendere, anche determinate specie animali.
Se il suo è un appello benintenzionato, non è chiaro perché l’uomo dovrebbe egoisticamente avvantaggiarsi della possibilità dell’estinzione volontaria, abbandonando a se stesse tutte le altre specie animali, che prolificherebbero come sempre hanno fatto, portando in tal modo all’esistenza, e quindi danneggiando, la propria prole.
Forse Benatar non tocca questo punto perché, a suo dire, se esistere è un male, ritiene che pure uccidere lo sia. Benatar non vuole esaltare l’omicidio, tutt’altro. L’unico mezzo lecito per evitare il male d’esistere è non creare nuovi individui. Eventuali sterminî di massa privi del consenso degli interessati li ritiene moralmente errati.
Tuttavia, dico io, a differenza dell’uomo, gli (altri) animali, restano totalmente in balìa dell’esistere. Sarebbe quindi interessante sapere se, secondo Benatar, sarebbe lecita, oltre all’estinzione volontaria della specie umana, anche una concomitante generosa opera di sterilizzazione totale del pianeta Terra.
Magari sbaglio, ma forse è la sua spiccata prossimità a tematiche tipiche dell’animalismo che lo tiene alla larga da simili conclusioni.

Trovo infine curioso che non prenda in considerazione la seguente possibilità.
Per Benatar uno dei maggiori problemi dati dall’esistere è la sofferenza. A tratti ne sembra quasi ossessionato.
Ebbene, l’Universo è tutto tranne che piccolo, e altrettanto è vasto l’arco del Tempo (e teorie minoritarie ritengono che entrambi potrebbero essere addirittura infiniti). Se l’esistenza di creature coscienti è, come afferma, Benatar, un danno per le stesse, l’eventuale estinzione volontaria della specie umana quanta differenza può fare sul totale dell’Universo, dei miliardi delle sue galassie e dei miliardi e miliardi di pianeti che possiamo immaginare carichi di vita, ovvero, dal suo punto di vista, di danno e sofferenza?

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Oggi, 21 dicembre, Solstizio d’Inverno dell’anno 2013.
Mancano 1871635 giorni alla Fine del Mondo.

L’arte del divieto

ArtofSuppression

Christopher Snowdon
The Art of Suppression – Pleasure, Panic and Prohibition since 1800
2011

Il libro di Snowdon insegna che ogni proibizionismo ha una storia a sé, ma se proprio si vuole trovare una regola comune è che viene vietato ciò che non può difendersi.
Considerazioni di salute, dannosità e via dicendo non sono il principale fattore in gioco.
A parità di danno, se una pratica sociale è sufficientemente diffusa avrà buone possibilità di resistere ai tentativi di divieto, o addirittura di non suscitarne.
Ciò che è minoritario, invece, avrà la peggio.
Vige la legge del piú forte, sarebbe da dire, e proprio dove si dichiara di difendere i deboli.

Un buon esempio è quello del Proibizionismo per antonomasia: anni Venti, Stati Uniti, alcoolici.
Viene approvato sull’onda delle misure d’emergenza del tempo di guerra e dura solo una decina d’anni o poco più perché tanta parte della popolazione non era granché “convinta” della bontà del divieto, cioè beveva ancora parecchio, e continuò a farlo anche anche in regime di divieto.
Com’è noto, a beneficiarne fu la criminalità, ma quando giunse la Grande Depressione questo non era più tollerabile: il proibizionismo costava e non sortiva effetti. Quindi si fece marcia indietro.
Rapporti di forza, appunto.
Difatti, nel caso degli (altri) stupefacenti, dall’eroina sino alle più recenti droghe sintetiche, il consumo è stato a lungo molto meno diffuso e culturalmente meno radicato degli alcoolici, e questo nonostante molti stupefacenti abbiano costi sanitarî e sociali di gran lunga inferiori al bere. Conseguenza: il moderno probizionismo delle droghe comincia grossomodo a inizio Novecento e prosegue sino ai giorni nostri. Oltre un secolo, con celle e prigioni particolarmente piene soprattutto negli ultimi trenta-quarant’anni.

Snowdon conclude il suo libro in maniera molto chiara, ovvero con un appello alla decriminalizzazione degli stupefacenti.
Il dibattito in materia è ancora assai acceso, e c’è chi nega recisamente i vantaggi di una depenalizzazione in termini di salute pubblica, benessere sociale, lotta alla criminalità.
Personalmente concordo con Snowdon.
L’autore, inoltre, distingue tra decriminalizzazione e legalizzazione, caldeggiando più la prima che non la seconda. La seconda, afferma, abbasserebbe talmente il prezzo delle sostanze da renderle praticamente diffuse ovunque, e forse questo, almeno per quelle più pesanti, non sarebbe comunque una buona idea.
È ribadito comunque che l’approccio punitivo resta controproducente.

Resta la domanda sul perché, nonostante i suoi evidenti fallimenti, il proibizionismo attecchisca così facilmente nelle politiche pubbliche e nell’opinione comune.
Snowdon nota che, a tutt’oggi, le sostanze psicotrope legali e non soggette a controllo medico, cioè sostanzialmente libere, sono solamente tre: caffeina, alcool, nicotina. E le ultime due stanno subendo un assedio non da poco, che potrebbe tradursi in un divieto nel medio termine.
Sarebbe facile ricorrere a spiegazioni di tipo psicologico o culturale. Personalmente non mi convincono molto.
Le prime somigliano troppo alla ricerca di un capro espiatorio identificato con gli individui dotati di una mentalità punitrice e intransigente. Una ricerca in cui percepisco una mentalità non cosí dissimile da quella del proibizionista.
Ma una spiegazione culturale forse non è da scartare del tutto. Negli ultimi duecento anni le forme di proibizionismo piú severe e duratura provengono dai paesi anglosassoni, soprattutto dagli Stati Uniti. Si potrebbe pensare: perché sono i paesi dominanti a livello globale. Eppure, ad esempio, il Proibizionismo sull’alcool si ebbe negli Stati Uniti e non nel Regno Unito, nonostante diversi tentativi d’espostarlo dai primi al secondo, e ai tempi in cui Londra possedeva il piú grande impero della storia.
La spiegazione culturale, dunque, chiamerebbe in causa le particolari forme di cristianesimo protestante diffuse negli Stati Uniti, la cui rigida morale si replicherebbe per osmosi anche nei movimenti laici o progressisti di riforma sociale.

Per quanto riguarda il futuro dei proibizionismi, Snowdon si dichiara molto pessimista.
Già ho detto che segnala come a tutt’oggi solo caffeina, nicotina e alcool restino tutto sommato legali.
Per quanto riguarda gli stupefacenti, in particolar modo quelli leggeri, credo invece che si sia sull’orlo di un cambiamento.
L’uso è ormai diffuso presso una buona parte della popolazione, e il proibizionismo piú rigido in materia fatica sempre piú a esser compreso.
Quest’anno, 2013, Colorado e Oregon hanno approvato, tramite referendum, la depenalizzazione della cannabis; altri stati credo che seguiranno negli anni a venire.
Il governo federale sta inoltre meditando un allentamento delle politiche di carcerazione draconiana, specialmente in materia di stupefacenti, che sono state invece dominanti a partire da fine anni Settanta e inizio Ottanta.
La crisi economica morde e non è piú cosí facile sprecare miliardi di dollari in ottuse politiche legge-e-ordine per soddisfare l’elettorato conservatore o quello semplicemente impaurito.

Non è mai facile decifrare, nel procedere della Storia, dove penda il bilancio tra divieti e libertà.
Sicuramente si può dire che spesso all’aprirsi di nuove libertà sorgono in parallelo nuovi divieti, fino a poco tempo prima insospettati, ma sempre percepiti come giusti e validi al loro imporsi.
In questo momento di transizione non trovo implausibile immaginare un futuro prossimo in cui gli stupefacenti leggeri saranno d’uso libero o quantomeno controllato, ma sarà vietato il consumo di tabacco, e severamente sorvegliato quello di “cibi non sani”.
Dubito però che i nuovi proibizionismi avranno piú successo di quelli vecchî, perlomeno rispetto agli obiettivi dichiarati…

Adolescenti sino a 25 anni?

 È ormai da qualche anno che in rete ogni tanto noto commenti (o anche articoli: il più recente è questo) secondo cui l’adolescenza durerebbe sino a 25 anni o giù di lì, cioè sarebbe attorno a quell’età che si raggiunge la “maturità” (qualsiasi cosa significhi questa parola: personalmente a me spesso sfugge).
La questione non sarebbe sociale, ma fattuale, neurobiologica: ci sarebbero dati scientifici secondo cui è intorno ai 25 anni che terminerebbe lo sviluppo della corteccia prefrontale, la parte del cervello deputata alle gestione delle scelte.
Non ho letto gli studî in questione. So che molto spesso, quando le ricerche scientifiche si diffondono nella coscienza comune dopo essere state travasate e filtrate dai media generalisti non è raro che a quel punto siano ormai qualcosa di molto diverso dall’originale. Non per eventuali complotti, ma per una mera mutazione (e semplificazione) spontanea dell’informazione lungo i diversi passaggi.
Soprattutto, a questo punto contano meno i fatti stabiliti dalle ricerche scientifiche, e molto di più le conseguenze normative che se ne vogliono trarre, il lato da cui si tenta di tirare la coperta, il modo in cui ci si appella ai fatti per distribuire il potere all’interno della società.

 L’idea dell’adolescenza sino a circa 25 anni l’ho vista tirare in ballo per difendere e richiedere eventuali limitazioni delle libertà individuali.
Dopotutto, attualmente, l’adolescenza in quanto minore età è vista soprattutto come un’età di (presunti?) limiti di fatto ed effettive limitazioni per legge. Affermare che l’adolescenza prosegue sino a 25 anni (lo dice la scienza!) implicherebbe estendere limiti e limitazioni sino a quell’età.
Bisognerebbe quindi alzare la maggiore età, e i riconoscimenti legali a essa connessi, sino a 25 anni? Devono diventare i 25 la nuova maggiore età?

L’idea è che, prima di permettere agli individui di compiere le proprie scelte, si deve attendere che il cervello sia sufficientemente sviluppato allo scopo. E fino a 25 anni non è così. Quindi fino a 25 è lecito, se non opportuno, che la possibilità di scelta venga legalmente limitata, o comunque posta sotto sorveglianza.
Il ragionamento è apparentemente semplice e corretto, ma presenta un’enorme falla.
Per capirlo bastano dei paragoni con altri àmbiti di sviluppo individuale diversi da quello della capacità di scelta.
Ad esempio lo sviluppo linguistico.
Immaginiamo un ragionamento del genere: per far imparare al bambino a parlare si deve prima aspettare che il suo sviluppo linguistico sia giunto al termine.
Oppure lo sviluppo muscolare: per far fare sport al bambino, o anche solo attività di movimento, si deve prima attendere che lo sviluppo muscolare sia giunto al termine.
Non serve una grande fantasia per capire che in questo modo non si otterrebbe sviluppo alcuno, ma solo bambini e quindi adulti con grossi problemi linguistici e motorî.
L’individuo si sviluppa interagendo con l’ambiente, ed è così che si costruiscono le sue capacità, i cui diversi esiti  non sono integralmente già dati nella materia di base.
Sembra ormai stabilito che si nasce con la capacità di apprendere il linguaggio e una lingua. Ma in assenza di interazione con l’ambiente questa capacità resta inattiva; non solo: se entro una certa età non è mai stata sollecitata ed esercitata, rischia di restare castrata per sempre.

Riguardo all’apprendimento linguistico sono cose che chiunque ammetterebbe, ma riguardo alla capacità di scelta mi sembra non ci sia altrettanta disponibilità. Anzi, tutt’altro.
Perché?

Si nasce con la capacità di imparare qualsiasi lingua umana ma, nella stragrande maggioranza dei casi, se ne impara una sola; e apprendere una seconda lingua in età adulta richiede tempo e fatica, e l’esito non è scontato. Il cervello oppone una resistenza ignota in età infantile.
Se già la lingua è spesso veicolo di appartenenza identitaria, qualcosa che si trasmette unicamente tramite l’inculturazione lungo le generazioni, lo stesso vale per quali scelte si impara a compiere o rifiutare, cioè per le scale di valori; anzi, le scale di valori sono ancor più fondamentali nel sostanziare l’indentità collettiva: la lingua è mero simbolo arbitrario di appartenenza, mentre le scelte e le scale di valori strutturano la convivenza concreta degli individui e i modi in cui il potere si distribuisce tra gli stessi e tra i sottogruppi che formano i grandi gruppi umani.

Quel che si gioca nell’idea di estendere l’adolescenza sino a 25 anni non è la capacità degli individui di portare a termine le proprie scelte, ma la possibilità di controllare, da parte di chi gestisce lo sviluppo altrui, quali scelte debbano essere inculcate e quali no.
Qui si può capire l’ambiguità della parola “maturità”, o del concetto di “fare le scelte giuste”.
In senso neutro si potrebbero intendere come la capacità di valutare i mezzi rispetto ai fini, cioè di scegliere i mezzi più efficaci per raggiungere i proprî fini, quali essi siano; ma in senso normativo significa scegliere quei fini che altri ritengono doverosi, significa attenersi al lecito e all’illecito collettivamente definiti.

La distinzione tra fini leciti e illeciti viene solitamente inquadrata nella (e giustificata con la) necessità di rispettare un presunto sviluppo naturale che tenderebbe verso determinati fini e non altri.
Si ipotizza cioè che gli individui abbiano uno sviluppo endogeno, indipendente dall’ambiente, e che l’ambiente anzi tenderebbe a deviare e corrompere; lo sviluppo spontaneo andrebbe protetto da influenze esterne, nocive in quanto tali, in quanto esterne.
Un esempio classico è quello dell’orientamento sessuale: determinate concezioni religiose o psicologiche presumono che se lo sviluppo individuale seguisse il suo corso “naturale”, saremmo tutti necessariamente e unicamente attratti da invidui umani dell’altro sesso, possibilmente a scopo riproduttivo; variazioni nell’oggetto del desiderio o un differente uso della sessualità (a fine ludico, genericamente affettivo o altro) o un disinteresse per la sessualità sarebbero frutto di influenze esterne che avrebbe deviato e danneggiato il corretto sviluppo dell’individuo. Influenze esterne che devono essere evitate, e che esigono quindi una sorveglianza sull’individuo.

Il mito dello sviluppo endogeno viene evocato ogni qualvolta ci sia il rischio che in una società si diffondano pratiche, idee, messaggi, abitudini contrarî a quelli dominanti, o a quelli ritenuti “sani” e “giusti” dai gruppi dominanti.
Che maschî e femmine si debbano comportare in modi diversi o uguali, che a una certa età certe cose non si facciano e a un’altra sì, mentre alcune cose sono accettabili sempre oppure mai, che si possano o debbano scoprire o coprire determinate parti del corpo, in pubblico o in privato, che verso la Morte siano leciti determinati atteggiamenti e non altri… tutte queste cose e molte altre, a seconda dei momenti vengono ritenute come culturali o naturali, quando nella stragrande maggioranza dei casi sono incapsulate nell’apparato di comportamento dell’individuo tramite una fitta e costante interazione con l’ambiente; oppure, tramite lo stesso processo, disattive e frenate in quei casi, comunque non rari, in cui la loro origine sia biologica.

La necessità di mantenere (e soprattutto giustificare) un controllo forte sullo sviluppo degli individui impone di non legittimare troppo il relativismo, o di non legittimarlo affatto, cioè di tenere ben fermo il mito dello sviluppo endogeno.
Per questa ragione società come quelle in cui attualmente viviamo ben accolgono l’idea che gli individui vadano “protetti” il più a lungo possibile per evitare che sviluppino la capacità di operare scelte in ambienti e modi non controllati da istituzioni e regole formali o, meglio, in maniera libera.
Si tratta di società, le nostre, in cui nell’ultimo secolo e mezzo circa si sono imposte gigantesche istituzioni per la formazione standardizzata e uniforme di milioni di individui: la scuola, la leva obbligatoria, la famiglia nucleare, i mass media concentrati e verticali.
Tuttavia questo paradigma entra in grossa crisi nel momento in cui i media si frantumano prima con l’avvento delle televisioni private, poi con la rete informatica globale e sullo sfondo dell’individualismo consumistico; ancor più nel momento in cui società relativamente omogenee in quanto a norme culturali più generali devono affrontare consistenti flussi migratorî da culture lontane dotate di scale di valori anche radicalmente diverse.

In questa contingenza, la necessità di un maggior controllo sulla formazione degli individui favorisce una diffusa accettazione del mito dello sviluppo endogeno per giustificare la sottrazione degli individui ad ambienti non controllati e non standardizzati.
Per questa ragione si ritiene che (diversamente dal modo in cui si impara a parlare) la capacità di compiere scelte possa svilupparsi in maniera naturale, spontanea, automatica, a patto che sia preservata da eccessive interazioni col Mondo.
Un’artificiosità specifica viene spacciata come naturale per giustificarne la necessità, e respingere le artificiosità concorrenti e incontrollate.
Tuttavia, in mancanza di un accordo su quale sia l’inculturazione “giusta”, mancanza inevitabile in una società che si voglia equamente multiculturale, manca anche la possibilità di riempire in maniera sostanziale questo sviluppo controllato.

Il paragone con lo sviluppo linguistico può di nuovo aiutare a capire in maniera più chiara cosa intendo.
Immaginiamo una società in cui si ritenga che gli individui sviluppino automaticamente (naturalmente, spontaneamente) le proprie capacità linguistiche senza alcuna interazione con l’ambiente; e che anzi questo sviluppo, durante il suo decorso, non vada disturbato con l’interazione con una lingua specifica, e che solo al suo termine sia lecito chiedere all’individuo, come scegliendola da un menù, quale lingua adottare come propria.
Immaginiamo una società in cui nello stesso territorio vivano cinesi, arabi, anglofoni, e quant’altro; in cui i bambini vengano sottratti alle famiglie alla nascita, e quindi accuditi da adulti a cui sia strettamente vietato parlare coi bambini, per evitare che una delle diverse lingue del territorio contamini la loro crescita linguistica, cioè non “imponga” loro una lingua piuttosto che un’altra; e che solo una volta arrivati a… quanto? cinque anni? otto? dieci? di più?… che solo a questo punto si chieda loro: “Ora che il vostro cervello si trova nell’età adatta per parlare correttamente una lingua, e che la vostra preferenza non è condizionata da una lingua particolare con cui siete cresciuti, e quindi è una scelta libera, quale scegliete?”
Il fatto che non sia nemmeno possibile porre questa domanda, perché i bambini, cresciuti in regime di privazione linguistica non la capirebbero, dimostra l’assurdità della cosa.
 Dimostra come sia un mito l’idea che la libertà dell’individuo derivi dal sottrarlo da (presunte) influenze che ne alterino lo sviluppo verso direzioni indesiderate (ma indesiderate da chi, poi?).